venerdì 28 novembre 2025

La preistoria dell'assalto a Mediobanca

Alberto Nagel

Giovanni Pons
Nagel, le accuse e l’inchiesta: la partita Generali cambia verso
la Repubblica, 28 novembre 2025

È almeno dal 2019 che le mosse della Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio, e quelle di Francesco Gaetano Caltagirone, imprenditore romano, vanno in parallelo e si incrociano nei momenti cruciali, come le assemblee di Mediobanca e Generali. Una sfida piena di accuse reciproche con l’ex ad di Piazzetta Cuccia, Alberto Nagel, che ora l’inchiesta di Milano rimette in discussione. Del Vecchio ha cominciato a comprare azioni Mediobanca nel 2018 dopo che la sua proposta di sviluppo dello Ieo (Istituto europeo di oncologia) non è stata accolta dagli altri soci che volevano restare fedeli all’idea originaria di Enrico Cuccia e Umberto Veronesi. L’affronto è stato tale che il patron di Luxottica si mise a scalare la stessa Mediobanca per prenderne il controllo ed estrometterne i manager che avevano opposto il gran rifiuto, Alberto Nagel e Renato Pagliaro. Il malcontento sulla centralità del potere di Mediobanca, sia Caltagirone che Del Vecchio lo avevano già riscontrato in Generali, dove entrambi erano azionisti al 2% fin dalla seconda parte del decennio 2010. I due, senza alcun accordo scritto, si erano però spartiti i compiti: Del Vecchio su Mediobanca mentre Caltagirone si sarebbe occupato di Generali. E in effetti è stato così, la Delfin dopo aver acquisito un pacchetto di azioni da Unicredit che aveva smobilizzato il suo 7% di Mediobanca, continuò negli acquisti arrivando fino al 20%. Caltagirone seguiva a ruota comprando piccoli quantitativi di azioni Generali e Mediobanca stando ben attento a non spendere troppo e a reinvestire i succosi dividendi che incassava grazie alla gestione di Nagel e Philippe Donnet.

La prima conta dei voti avviene nella primavera 2022, sotto la bora triestina, con Caltagirone che con il 10% presenta per la prima volta una lista di maggioranza per il rinnovo del board in antitesi a quella di Mediobanca. Del Vecchio, Benetton, fondazione Crt la votano ma non basta, il mercato segue Nagel e vince la lista del cda uscente presentata da Donnet. Dopo appena un mese Del Vecchio muore e sul letto dell’ospedale sembra si sia raccomandato con i famigliari più stretti di abbandonare le guerre di potere come quella che aveva appena devastato Generali. Ma il suo delfino, Francesco Milleri, a cui ha lasciato le redini manageriali del gruppo Essilux e anche della Delfin, continua imperterrito nella battaglia contro Mediobanca. Nell’ottobre 2023 Delfin presenta una lista di minoranza lunga dopo aver trattato con Nagel per mettere alla presidenza Vittorio Grilli. La lista del board vince ancora grazie ai voti dei fondi internazionali che premiano la buona gestione del management e Milleri deve accontentarsi di soli due posti in cda.

A questo punto Caltagirone e Milleri si rendono conto che l’unico modo per vincere la partita è quello di prendere il controllo di Mediobanca, che a cascata si porta dietro anche Generali, avendo la prima in pancia il 13% della seconda. Ma non possono farlo direttamente perché la Bce impone requisiti di capitale molto alti per le imprese non bancarie che vogliono controllare il credito. Così scatta la manovra sul Monte dei Paschi da usare come ariete per sfondare il fortino di Cuccia e conquistare la filiera. Così in poco tempo Caltagirone e Delfin, acquistando dal Tesoro e sul mercato, arrivano ad avere il 10% a testa di Mps, il 30% complessivo di Mediobanca e il 17% di Generali. Un filotto mai visto prima che allontana il sogno delle public company all’italiana.


È almeno dal 2019 che le mosse della Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio, e quelle di Francesco Gaetano Caltagirone, imprenditore romano, vanno in parallelo e si incrociano nei momenti cruciali, come le assemblee di Mediobanca e Generali. Una sfida piena di accuse reciproche con l’ex ad di Piazzetta Cuccia, Alberto Nagel, che ora l’inchiesta di Milano rimette in discussione. Del Vecchio ha cominciato a comprare azioni Mediobanca nel 2018 dopo che la sua proposta di sviluppo dello Ieo (Istituto europeo di oncologia) non è stata accolta dagli altri soci che volevano restare fedeli all’idea originaria di Enrico Cuccia e Umberto Veronesi. L’affronto è stato tale che il patron di Luxottica si mise a scalare la stessa Mediobanca per prenderne il controllo ed estrometterne i manager che avevano opposto il gran rifiuto, Alberto Nagel e Renato Pagliaro. Il malcontento sulla centralità del potere di Mediobanca, sia Caltagirone che Del Vecchio lo avevano già riscontrato in Generali, dove entrambi erano azionisti al 2% fin dalla seconda parte del decennio 2010. I due, senza alcun accordo scritto, si erano però spartiti i compiti: Del Vecchio su Mediobanca mentre Caltagirone si sarebbe occupato di Generali. E in effetti è stato così, la Delfin dopo aver acquisito un pacchetto di azioni da Unicredit che aveva smobilizzato il suo 7% di Mediobanca, continuò negli acquisti arrivando fino al 20%. Caltagirone seguiva a ruota comprando piccoli quantitativi di azioni Generali e Mediobanca stando ben attento a non spendere troppo e a reinvestire i succosi dividendi che incassava grazie alla gestione di Nagel e Philippe Donnet.

La prima conta dei voti avviene nella primavera 2022, sotto la bora triestina, con Caltagirone che con il 10% presenta per la prima volta una lista di maggioranza per il rinnovo del board in antitesi a quella di Mediobanca. Del Vecchio, Benetton, fondazione Crt la votano ma non basta, il mercato segue Nagel e vince la lista del cda uscente presentata da Donnet. Dopo appena un mese Del Vecchio muore e sul letto dell’ospedale sembra si sia raccomandato con i famigliari più stretti di abbandonare le guerre di potere come quella che aveva appena devastato Generali. Ma il suo delfino, Francesco Milleri, a cui ha lasciato le redini manageriali del gruppo Essilux e anche della Delfin, continua imperterrito nella battaglia contro Mediobanca. Nell’ottobre 2023 Delfin presenta una lista di minoranza lunga dopo aver trattato con Nagel per mettere alla presidenza Vittorio Grilli. La lista del board vince ancora grazie ai voti dei fondi internazionali che premiano la buona gestione del management e Milleri deve accontentarsi di soli due posti in cda.

A questo punto Caltagirone e Milleri si rendono conto che l’unico modo per vincere la partita è quello di prendere il controllo di Mediobanca, che a cascata si porta dietro anche Generali, avendo la prima in pancia il 13% della seconda. Ma non possono farlo direttamente perché la Bce impone requisiti di capitale molto alti per le imprese non bancarie che vogliono controllare il credito. Così scatta la manovra sul Monte dei Paschi da usare come ariete per sfondare il fortino di Cuccia e conquistare la filiera. Così in poco tempo Caltagirone e Delfin, acquistando dal Tesoro e sul mercato, arrivano ad avere il 10% a testa di Mps, il 30% complessivo di Mediobanca e il 17% di Generali. Un filotto mai visto prima che allontana il sogno delle public company all’italiana.

I due armano il generale Luigi Lovaglio che in due anni ha riportato Mps sulla retta via e a fine gennaio 2025 Siena, con le spalle coperte da Roma, lancia l’Ops su Mediobanca. Il tempio milanese viene così violato da una banca grande la metà che per 15 anni è stata sull’orlo del fallimento e che è stata salvata con i miliardi dei contribuenti.

Nagel e il suo cda alzano le barricate e ad aprile, dopo l’ennesima vittoria per i vertici Generali, mettono in pista un’operazione concorrente: l’acquisto di Banca Generali. Il mercato apprezza e fa salire i titoli di tutte le società coinvolte, ma le casse di previdenza, Enpam, Enasarco, Forense, molto sensibili alle sirene romane, scendono in campo. Acquistano titoli Mediobanca e si schierano a fianco di Caltagirone e Delfin, un fronte che con la famiglia Benetton e Unicredit fa fallire l’operazione di Nagel. La strada per il successo dell’Ops del Monte è così spianata e a fine settembre le adesioni arrivano all’86%. Nagel e l’intero cda si dimettono e finalmente Caltagirone e Milleri possono piazzare i loro uomini al comando: Grilli va alla presidenza (Delfin) e Melzi d’Eril (Caltagirone) prende il posto di Nagel. Un passo decisivo verso la vittoria finale di Roma contro Milano che prevede la presa di Generali. Ora, procura permettendo.


Il femminismo della differenza in Italia

Anna Simone
Il femminismo italiano tra elaborazione e genealogie

il manifesto, 27 novembre 2025

Se dovessimo definire con un termine le modalità attraverso cui oggi si generano i posizionamenti politici nel dibattito pubblico, senz’altro ci verrebbe in mente la parola «polarizzazione». Infatti, nel tempo e nello spazio caotico transnazionale che attraversiamo, spesso senza misura, diventa sempre più difficile rintracciare genealogie di senso in grado di ricostruire dei «divenire» del pensiero, delle pratiche politiche, senza cedere al triste bisogno di generare cesure e conflitti, «identitarismi», contrapposizioni, talvolta persino feroci, tra i «prima» e i «dopo» della storia, come se quest’ultima potesse essere davvero cancellata con un colpo di mano.

QUESTA SORTE, nell’ultimo decennio, è capitata in destino anche al dibattito intorno ai femminismi, a tutto svantaggio degli stessi e a tutto vantaggio di chi mira a strumentalizzarli riducendone la portata articolata e complessa, universale nel senso di un pensiero politico per tutti, che dagli anni del dopoguerra giunge sino a noi. E dunque, la prima domanda da farci è: ha senso dividersi sulla polarizzazione gender/no gender? Dobbiamo considerare il corpo solo come una entità biologica o solo come una costruzione sociale, quando sarebbe infinitamente più costruttivo considerare ogni corpo come una emanazione del desiderio singolare che diventa collettivo nel momento in cui si allea con altri corpi, per sé e per un mondo diverso?

Il volume di Giacomo Gambaro, Controstoria del pensiero della differenza sessuale. Da Luisa a Muraro a Carla Lonzi, edito da DeriveApprodi e arricchito da una bella prefazione di Caterina Botti (pp. 212, euro 20), tenta di stare in queste domande agendo due mosse teoriche interessanti: la prima è quella di ripensare la genealogia femminista senza fare tabula rasa della potenza e della ricchezza teorica del femminismo italiano e francese della differenza degli anni Settanta e Ottanta; la seconda mossa, decisamente più complessa e articolata, è quella per cui l’autore ripercorre questa genealogia invertendo i decenni. Infatti, il titolo di primo acchito può fuorviare lettori e lettrici, mentre il sottotitolo spiega l’operazione teorica di Gambaro. In realtà il volume, più che fare una «controstoria», di fatto ce ne propone una reinterpretazione che, a suo modo, tradisce la linearità storica a cui siamo abituati rovesciandone l’impatto. In altre parole, ci propone di partire da Muraro (gli Ottanta e i Novanta) per arrivare a Lonzi (i primi Settanta), passando per Irigaray, con incursioni su Cavarero, Fouque e altre.

LA TESI DI FONDO di Gambaro, che attraversa con grande acume e attenzione i temi chiave del pensiero della differenza sessuale, nonché le sue pratiche, soprattutto l’autocoscienza e in modo decisamente più critico gli effetti dell’ordine simbolico della madre di Muraro ovvero la pratica dell’affidamento tra donne di generazioni diverse, è sinteticamente questa: Lonzi e Irigaray, a differenza di Muraro, non si soffermano sulla sessuazione, non la rendono statica, quasi una identità (da cui l’accusa contemporanea di essenzialismo) perché loro fanno del corpo un campo erotico e desiderante, ovvero un campo aperto, irriducibilmente politico.

Nel caso di Lonzi di Sputiamo su Hegel e del Manifesto di rivolta femminile non v’è dubbio che il suo «soggetto imprevisto» femminile e plurale della storia del patriarcato nei Settanta abbia avuto questa enorme potenza, così come non v’è dubbio che Speculum di Irigaray del 1974 e poi la sua Etica della differenza sessuale, scritta dieci anni dopo, siano stati determinanti oltre che sulla questione della differenza, anche sulla potenza della sessualità femminile, ma nei fatti, le due autrici restano diversissime.

PER QUANTO ACCOMUNABILI e Gambaro lo fa benissimo, resta l’abisso tra chi fa della propria riflessività una forma di lotta nei confronti del patriarcato attraverso la pratica dell’autocoscienza (Lonzi) e chi muove la propria parola sul corpo a partire dall’inconscio (Irigaray). E, si sa, prendere coscienza di una condizione è fondamentale a livello riflessivo, ma l’inconscio si muove su un altro piano. Un piano che, per definizione, può sfuggire anche al soggetto perché esso è desiderio, ma può diventare anche sintomo. Inoltre, anche tutta la questione del simbolico è insita nella psicoanalisi. Dunque, se il simbolico in quegli anni afferiva solo alla sfera del padre, Muraro ha cercato di rovesciare quel segno ridando luce all’ordine simbolico della madre, tenendosi nel solco delle francesi.

Detto ciò, questo libro è un tassello importante e restitutivo, anche e soprattutto perché ci toglie dalla banalità degli identitarismi e dagli etichettamenti che hanno sempre tacciato come «essenzialista» il pensiero della differenza sessuale. Un posizionamento che, ricollocato nei termini della «differance» ovvero del «differire da» – in questo caso dal patriarcato e dal neutro universale maschile – per «pensare altrimenti», aiuta a rimettere al suo posto alcune critiche superficiali e sbrigative.

DOPODICHÉ se è vero che il pensiero e le stagioni politiche non sono mai statiche, è altrettanto vero che non possiamo pensare in modo statico neanche il corpo. Lo sappiamo tutti: avere un corpo sessuato può significare stare nella sua coincidenza con il genere che ci viene attribuito, ma può anche voler dire il contrario, ovvero sentirsi un genere non coincidente con il corpo sessuato perché ogni vissuto è differente, così come ogni desiderio.

E allora, forse, l’unico modo per uscire dalla gabbia delle identità vecchie e nuove ce lo indica proprio l’irriducibile singolarità dell’inconscio. Una strada che, forse, un giorno ci porterà a sentirci tante singolarità in comune, al netto di ogni diatriba su cosa è il sesso e su cosa è il genere.

Per un bilancio dell'avanguardia

Alessandra Sarchi
Avanguardia, spirito irresistibile
Corriere della Sera, 28 novembre 2025

Nel suo ultimo libro, Rifare il mondo. Le età dell’avanguardia (Einaudi), Vincenzo Trione ha trovato il modo di riversare anni e anni di ricerca, cui accenna con garbo e passione nel prologo autobiografico, in una forma estesa e percorribile anche da chi non sia un esperto di arte, e di Novecento in particolare. La sfida riuscita anche grazie a una scrittura che procede per nodi tematici, per corrispondenze interne e per una sorta di mimetismo stilistico con la propria esuberante materia, è quella di dipanare il lascito infinito, e forse non ancora del tutto compiuto, che le avanguardie di primo Novecento hanno lasciato non solo all’arte, in senso stretto, ma al nostro modo di rapportarci con qualsiasi fenomeno estetico o di concepire lo sguardo stesso sul mondo.
Trione prima di tutto periodizza le età di questo movimento, adottando una scansione esiodea dall’età dell’oro a quella del ferro attuale, e dimostra come le cosiddette avanguardie storiche, con maîtres à penser pure molto diversi fra di loro come il poeta francese Guillaume Apollinare e il futurista Filippo Tommaso Marinetti, abbiano elaborato una rottura con il passato rivoluzionaria, non solo per il superamento delle forme e dei generi, ma per la spinta a porsi sempre sulla cresta della crisi, cercando di innovare proprio a partire da quella. La forza, e forse il limite, dell’avanguardia sta proprio in questo: nell’accettare la crisi come stato permanente di una rivoluzione sempre da compiersi. Gli sforzi di far convergere istanze del Futurismo — semplificando molto: rottura con la tradizione, contaminazione fra le arti, introduzione di una sensibilità attenta alla velocità, alla macchina, al linguaggio della pubblicità, alla molteplicità e instabilità percettiva — con quelle del cubismo che Apollinaire ha visto nascere — di nuovo abbreviando: rifiuto della prospettiva rinascimentale, reinvenzione delle forme, volontà di rappresentazione totale e sinestetica della realtà — nel manifesto dell’antitradizione (1913) portano Apollinaire a una sintesi che preconizza quasi tutta l’arte a venire del ventesimo secolo e oltre, attraverso lemmi che Trione analizza e ricontestualizza uno per uno.
Si diceva del limite di una crisi perenne: cosa rimane dopo aver distrutto tradizione, forme e liturgie con le quali l’arte si è manifestata nel passato? Domanda che tanto Apollinaire, più attento alla continuità, che Marinetti, specie il tardo Marinetti, per non dire di un pittore d’avanguardia ma antimoderno come De Chirico, si sono posti per tempo, ma che invece sembra essere decaduta nella attuale fase epigonale dell’avanguardia, che è termine logorato dall’uso proprio perché della sovversione sembra essere rimasto solo il gesto e più nessun significato sostanziale. Insomma il lascito di chi voleva rifare il mondo per paradosso si è tradotto in un mondo largamente conformista, che ama il kitsch e il midcult.
Trione cuce un vasto arazzo raccogliendo le voci di scrittori, artisti, critici e teorici che di volta in volta hanno avvertito l’inesorabilità dell’imperativo «il faut être absolument moderne» ma anche il progressivo svuotamento che il binomio modernità-cambiamento ha patito nel corso di un secolo lunghissimo. Se già De Chirico davanti alla perdita di terreno della pittura lamentava: «Insomma, si vorrebbe trasformare il mondo in una specie di fiera, ove la sola merce in vendita sarebbero la bruttezza e l’assurdo. La stampa e la radio lavorano di comune accordo al compimento di tale ignominia», a un secolo di distanza Milan Kundera scriveva nel romanzo L’immortalità: «Non c’era nessuna traccia della gioiosa pennellata sulla tela; nessuna traccia del piacere; toro e torero erano spariti; i quadri avevano cacciato via la realtà, oppure le assomigliavano con una fedeltà cinica ed esangue». Lo scrittore premio Nobel Mario Vargas Llosa non meno del critico Carlo Argan constatano come il sistema dell’arte si sia svuotato da di dentro: andare alle Biennali d’arte contemporanea significa entrare dentro un’esibizione autoreferenziale, dove spesso il gesto ha preso il posto dell’opera, dove la provocazione è rassicurante anche perché ripetuta per la milionesima volta e «ciò che prima era rivoluzionario è diventato moda, passatempo, gioco, un acido sottile che snatura la creazione artistica». Se la pars destruens del movimento d’avanguardia è stata così massiccia, e le forze del capitalismo così pronte ad assimilarne e normalizzarne la spinta critica e politica, lasciandoci oggi nel dubbio e nella perplessità, quando non in un’esaltazione che ha i toni della mitomania alla Elon Musk, davanti a opere come quelle di Damien Hirst, Francesco Vezzoli, Jeff Koons o Maurizio Cattelan, dove volgere lo sguardo per cercare i semi costruttivi dell’avanguardia?
Trione ha le sue predilezioni e sono rivolte ad artisti e fenomeni in cui rintraccia una riflessione che lungi dall’essere inconsapevole del passato vi attinge per ridare consistenza al futuro poiché «lo spirito della nostra epoca, ha ricordato Kundera, si concentra su un’attualità tanto ampia, accogliente ed espansiva da escludere l’avvenire dal proprio orizzonte. È una scelta quasi scandalosa: da secoli inclini a ricercare mondi oltre questo mondo, ci concentriamo soprattutto sull’attimo che stiamo attraversando. Un attimo senza radici né prospettive».
Dunque Trione indica artisti che non hanno abdicato alla manualità del fare e della tecnica e lavorano con quell’intermedialità, auspicata e praticata dall’avanguardia, come il poliedrico William Kentridge, di cui significativamente campeggia in copertina l’opera To What end, ma anche David Hockney, strenue sperimentatore di tecniche diverse, dal foglio e matita all’ipad, ma anche strenuo difensore dell’idea che la tecnica debba essere al servizio di una incoercibile vocazione alla rappresentazione che rende il gesto moderno di toccare uno schermo e produrre un’immagine assimilabile a quello dell’uomo del Neolitico che stampava la propria mano sulle pareti di una caverna, o il Jean Luc Godard degli ultimi anni, quello che gira Adieu au langage (2014) e «interroga la drammatica aporia dell’avanguardia. Abbandonarsi al sogno di una totalità condannata a dissolversi in una proliferazione di affioramenti privi di nessi evidenti. Inventare un linguaggio, fino a toccare le vette dell’inattestabile — ciò che sfugge a ogni rappresentazione e costringe ad annunciare l’irrappresentabile».
La convivenza con il fallimento, e la sua seduzione, forse il suo potere rigenerativo, sembrano essere l'eredità permanente dell'avanguardia. 

giovedì 27 novembre 2025

La bufala del sovranismo bancario

Umberto De Giovannangeli
Intervista a Emiliano Brancaccio: "Caso Montepaschi? Il sovranismo bancario è una bufala" l'Unità, 31 gennaio 2025

“Il sovranismo bancario è una bufala”. Parola di Emiliano Brancaccio, il “banchiere rosso” che si oppose alla disastrosa acquisizione di Antonveneta da parte del Montepaschi. E che ora critica l’assalto dell’istituto senese e del governo a Mediobanca. Per servire l’interesse generale, spiega, c’è bisogno di quella che il Fmi definisce “repressione finanziaria. I circoli della grande finanza globale sono in subbuglio: le acquisizioni e le fusioni bancarie sono tornate di moda e l’Italia non fa eccezione. dopo i tentativi di  Unicredit di prendere CommerzbankBanco Bpm tocca ora al Montepaschi che lancia un’offerta su Mediobanca.   L’operazione ha scatenato un braccio di ferro tra i principali gruppi privati nazionali, con il governo Meloni in un ruolo tutt’altro che imparziale. Ma quali sono le cause profonde del nuovo risiko bancario? E quali gli effetti per l’economia italiana? Ne parliamo appunto con l’economista Emiliano Brancaccio dell’Università Federico II, che oltre ad essere esperto riconosciuto dei fenomeni di centralizzazione dei capitali è stato anche un insider della realtà di Montepaschi.

Professor Brancaccio, se le dicono che oltre a essere un fiero antagonista teorico dei premi Nobel è stato anche un “banchiere rosso”, se la prende o le fa piacere?

Mi sembra una definizione un po’ pittoresca, ma se con ciò si vuole intendere qualcuno che ha cercato di servire solo l’interesse pubblico e non ha ottenuto alcun vantaggio personale da quella esperienza, la trovo veritiera e non ho da obiettare.

Nel 2008 lei fu tra i pochissimi consiglieri di amministrazione del gruppo Montepaschi a criticare l’acquisizione di Antonveneta, un errore strategico di cui la banca senese e i contribuenti italiani ancora oggi pagano il conto. Lei la definì un’operazione speculativa fuori tempo massimo. Ma non la ascoltarono.

Va ricordato che il governo dell’epoca e la grande stampa erano favorevoli all’operazione. Eppure era chiaro che Montepaschi stava comprando a prezzi troppo alti. Dissi che il gruppo si stava comportando come un “rialzista” ubriaco che giunge in ritardo alla festa, e che dunque compra nel momento in cui la bolla speculativa sta ormai per scoppiare. Restai vox clamantis in deserto ma i fatti successivi mi diedero ragione.

Su spinta di Caltagirone e Del Vecchio e con il sostegno di Meloni e Giorgetti, adesso Montepaschi tenta l’assalto a Mediobanca. L’attuale vertice di Mediobanca la reputa un’operazione ostile che “distrugge valore”. Anche stavolta un azzardo speculativo?

Sì, dagli esiti imprevedibili. Per l’assalto a Mediobanca ci vogliono molte munizioni finanziarie e l’attuale offerta “senza contanti” da parte del Montepaschi rischia di non esser sufficiente.

Ma quali sono gli scopi dell’operazione? Molti parlano in queste ore di un interesse nazionale da difendere.

Il casus belli è l’ipotesi di accordo tra Generali e i francesi di Natixis, che punta alla creazione di una piattaforma di gestione del risparmio di “stazza globale”. In Parlamento, sia la maggioranza che pezzi dell’opposizione hanno contestato l’operazione sostenendo che rischia di far migrare il risparmio nazionale verso i mercati esteri. Per questo hanno invocato soluzioni alternative.

In effetti, se Montepaschi prendesse Mediobanca riuscirebbe ad assumere anche il controllo di Generali.

Così verrebbe alla luce il famigerato terzo polo bancario-assicurativo italiano, un vecchio pallino di Caltagirone e Del Vecchio caldeggiato anche da quei pezzi della destra che da anni sgomitano per un posto nei salotti finanziari. In effetti, la creazione di questo terzo polo tutto italiano bloccherebbe l’alleanza internazionale tra Generali e Natixis. Per questo viene da molti presentata come una sorta di “soluzione tricolore” del risiko.

In un editoriale sul manifesto, però, lei ha sostenuto che l’interesse nazionale c’entra ben poco.

Io ho posto una domanda scientifica, prima ancora che politica: siamo sicuri che affidare il controllo delle banche e delle assicurazioni nazionali all’italianissimo Caltagirone piuttosto che al francese Philippe Setbon favorirebbe gli investimenti in Italia piuttosto che all’estero? L’evidenza empirica ci dice che non è affatto detto. Nell’attuale regime di liberalizzazione finanziaria il banchiere è legato a filo doppio coi mercati e deve quindi garantire i rendimenti prevalenti sui mercati. Se a tale scopo deve effettuare investimenti all’estero piuttosto che in Italia, lo farà senza remore. Per come stanno oggi le cose il banchiere non può mantenere un rapporto stabile col territorio: magari parla anche in dialetto romanesco, ma diventa tecnicamente apolide.

Però nell’ipotetico terzo polo italiano ci sarebbe anche lo Stato, che attraverso il Mef è tuttora proprietario di una quota di Montepaschi. Potrebbe essere la garanzia per impedire che gli investimenti prendano la via dell’estero?

No. Le crisi economiche di questi anni hanno messo fortemente in discussione la fiducia nel libero mercato, ma in ambito bancario la logica di mercato resta tuttora in piedi, in Italia e in Europa. L’implicazione è che una partecipazione minoritaria dello Stato, dell’undici per cento o poco più, non può sottrarre un gruppo bancario dall’obbligo di garantire rendimenti in linea coi mercati.

Dunque, il “sovranismo bancario” sostenuto dalla destra di governo è una bufala?

Possono chiamarlo “sovranismo”, “populismo” o come vogliono, ma la realtà è che le loro strategie non hanno nulla a che fare con l’interesse generale. Questi nomi altisonanti servono solo a nascondere l’interesse capitalistico di pochi affaristi.

Lei ha pure sostenuto che le opposizioni non hanno una chiara proposta alternativa.

Se ce l’hanno non la capisco. Da un lato, le opposizioni in Parlamento hanno contestato l’ipotesi di alleanza Generali-Natixis sollevando anche loro il problema della fuga degli investimenti all’estero. Dall’altro lato, contro la mossa di Caltagirone e sodali, stanno insistendo con l’idea che l’ultima parola spetta al libero mercato e che il governo non deve intromettersi nel risiko bancario. Mi sembrano un po’ in confusione, tra le nuove fanfare del sovranismo bancario e le vecchie sirene del liberismo finanziario. Beninteso, non è un problema solo italiano. In Europa, sul tema cruciale del governo della finanza le sinistre non riescono ancora a liberarsi dalla rovinosa eredità del liberismo.

Qual è, allora, la proposta alternativa che le opposizioni dovrebbero avanzare?

Nell’immediato, se davvero lo scopo è orientare gli investimenti in Italia anche se rendono meno, o se comunque si vuol servire una qualsiasi altra forma di “interesse generale”, ci vorrebbe un diverso assetto di controllo del capitale. Bisognerebbe aumentare la quota statale nel gruppo complessivo, costringere i soci privati principali a un limpido patto di sindacato e mettere in netta minoranza la pletora di azionisti del “tutto e subito”, da Blackrock al macrocosmo di rentiers anonimi. Solo così diventerebbe possibile abbassare il tasso generale di profitto avendo però risorse sufficienti per sfamare gli azionisti che pensano solo ai guadagni immediati. Finché vige la liberalizzazione finanziaria, questo è l’unico modo per creare un po’ di margine per obiettivi “strategici” e non di mercato.

La proposta immediata sarebbe quindi una nazionalizzazione bancaria?

No, l’espressione “nazionalizzazione” è desueta e crea solo equivoci. Il problema non è di costruire un terzo polo italiano mettendolo in mano a capitalisti romani e milanesi. Il problema è di costruire un terzo polo pubblico che sappia almeno in parte servire interessi generali e non di mercato. Se lo Stato avesse una effettiva partecipazione di controllo nel terzo polo, potrebbe andare a sedersi in cabina di comando con chiunque, anche con partner esteri. Inizierebbe così anche da noi quello che io chiamo “un governo pubblico della centralizzazione internazionale dei capitali”. I francesi lo hanno capito, lo fanno da un pezzo.

E più in prospettiva?

C’è un problema di cultura politica, di visione “ideologica” nel senso gramsciano del termine. Se non vogliono continuare a sbandare tra la nostalgia del liberismo finanziario dei tecnocrati e le finzioni sceniche del sovranismo italiota delle destre, le opposizioni dovrebbero iniziare a elaborare una visione generale alternativa del governo della finanza.

Come chiamerebbe questa visione alternativa?

Il Fondo Monetario Internazionale la definisce “repressione finanziaria”, anche se qualcuno si spinge a considerarlo un prodromo di “socialismo bancario”. Al di là del nome, il punto è che le partecipazioni bancarie pubbliche aumentano in un contesto di controlli sui movimenti di capitale e di fine della centralità del mercato finanziario. Il risultato è che la logica finanziaria del profitto di “breve periodo” viene subordinata a un’ottica di “surplus” di “lungo periodo”. Teniamo conto che questa non è teoria, è storia. Come è riconosciuto persino da falchi del liberismo come l’ex capo economista del Fmi Kenneth Rogoff, nel corso del Novecento i regimi di “repressione finanziaria” hanno vantato esperienze storiche di successo. Tra la crisi finanziaria e la crisi pandemica l’argomento era tornato d’attualità, poi è calato di nuovo il silenzio. Le cosiddette forze progressiste, in Italia e in Europa, farebbero bene a rilanciare il tema.

Può essere la via per contrastare l’avanzata delle nuove tecno-destre occidentali?

Intorno a un manipolo di miliardari si sta coagulando quella che definirei una “internazionale del razzismo capitalista”: non solo verso i neri, i gialli o i rossi, ma più in generale verso chi vive nella povertà, nella malattia, nella diversità rispetto ai costumi dominanti, in ultima istanza verso chi vive del proprio lavoro. Per contrastare questo vento impetuoso e funestissimo bisogna riaprire il laboratorio delle idee forti e antagoniste. A partire da una politica alternativa della finanza, per giungere all’elaborazione di un rapporto inedito e costruttivo tra piano pubblico e libertà individuale.

Poesia ucraina di guerra

Maksym Kryvtsov 
 

Florent Georgesco
Poesia di guerra in Ucraina: nell'intimità dell'orrore
Le Monde, 26 novembre 2025

Maksym Kryvtsov è stato ucciso in azione il 7 gennaio 2024. Aveva 33 anni. Attivo durante la Rivoluzione di Maidan del 2014, si è arruolato nelle forze armate ucraine quello stesso anno, mentre la Russia iniziava l'invasione del Donbass e l'annessione della Crimea. È stato smobilitato nel 2019, per poi essere rearruolato nel 2022 all'inizio dell'invasione su vasta scala, combattendo principalmente come mitragliere.

Era anche uno dei poeti più importanti dell'Ucraina, la cui morte suscitò un'intensa emozione in tutto il Paese. Prima di essere sepolto nella sua città natale, Rivne, il suo corpo fu esposto in Piazza dell'Indipendenza – Maidan – nel centro di Kiev. Uno dei suoi amici, il musicista e soldato Yuri Yurchenko, dichiarò all'epoca all'AFP: "Maksym Kryvtsov era la nostra gioventù, il nostro futuro". Altri evocarono il ricordo del "Rinascimento degli spari", la generazione di scrittori e artisti ucraini assassinati dal regime sovietico negli anni '20 e '30. Maksym Kryvtsov si è aggiunto a una lista già lunga. Più di 100 scrittori ucraini sono stati uccisi dall'aggressore russo dal 24 febbraio 2022.

Artur Dron, invece, è vivo. Arruolatosi a 22 anni nel 2022, è stato ferito da una scheggia nel 2025, ha subito diversi interventi chirurgici e un trapianto di nervi, ed è stato smobilitato a luglio. Era ancora al fronte quando ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie, appena tradotta in francese, * Nous étions là* (Noi eravamo lì ). Anche Yaryna Chornohuz è viva, combatte nell'esercito ucraino e scrive poesie. Anche uno dei suoi libri è stato appena tradotto, * C'est ainsi que nous demeurons libres* (È così che restiamo liberi ). Come il libro di Artur Dron, e come * Poèmes de la breach* (Poesie dalla breccia ), che Maksym Kryvtsov ha pubblicato in Ucraina un mese prima della sua morte e tradotto anch'esso quest'autunno, testimonia la presenza un po' sotterranea ma bruciante della poesia nell'Ucraina dilaniata dalla guerra, una presenza essenziale per tanti combattenti ucraini. Questo è anche il titolo dell'antologia che l'ufficiale e poeta Volodymyr Tymchuk sta pubblicando in questi giorni in Francia: Ucraina. Poesia in guerra.d

Una specie di prescienza

Leggere questi libri rivela immediatamente una cruda verità: un poeta in guerra è prima di tutto qualcuno che si sforza di trasmettere l'esperienza della morte che ora porta dentro di sé. Nel caso di Maksym Kryvtsov, questo può assumere la forma di una sorta di premonizione, o di una vicinanza a questa possibilità onnipresente: "Chi raccoglierà / il mio corpo / mutilato / chi ne separerà i pezzi / come se fossero / patate". Ma non c'è nulla di magico in questo: la morte permea ogni sua poesia, come ogni fotografia che ha scattato al fronte, alcune delle quali accompagnano il testo – una visione inizialmente concreta, fisica, resa con un fatalismo quasi ironico: "Negli orti: / una dispersione di corpi". Oppure: "Una foglia cade, portata via dal vento / un uomo cade, portato via da una pallottola". Quando la morte è ovunque, naturalmente si percepisce la propria.

E naturalmente, questo dà il tono a tutti questi testi, costretti da questa ossessionante paura dell'inevitabile a un andirivieni tra fredda desolazione e una sorta di disperata tenerezza per i compagni caduti, che ritroviamo, in forme diverse, nelle opere di Yaryna Chornohuz e Artur Dron. "I vivi dissotterrano i morti dicendo: / ecco i nostri corpi, ecco i nostri corpi ", scrive quest'ultimo. O questi versi di Chornohuz: "il mio canto di marcia / è diventato di nuovo / un lamento per i morti / (anche se, per il momento, / è meglio non contarli) / e non so se ognuno di loro fosse degno / e non so se li avrei accolti in vita / un proiettile, un pezzo di shrapnel, una mina / ha deciso per loro: / sì, ognuno è degno".

Non c'è consolazione qui, forse una dolcezza, una tenerezza, ancora una volta, ma che non pretende di affrontare l'orrore, la perdita. Nulla potrà mai ripararla. Pertanto, non si può tentare di descrivere la guerra, di farne sentire l'impatto a coloro per i quali essa rimane inimmaginabile, senza rivelare, dietro il "lamento per i morti", la loro stessa presenza. La poesia, quindi, sembra lacerata dalla violenza, come nell'evocazione di Maksym Kryvtsov del momento in cui bisogna prendersi cura dei cadaveri smembrati dei suoi amici. Bisogna citarla per esteso: c'è tutto.

Carichiamo il corpo di ‘V.’/ ora misura 50 cm per 50/ è avvolto in un lenzuolo/ grande come una grande cartella/ (…) i ragazzi sono avvolti in sacchi neri/ ultima e terribile oscurità/ (…) Vorrei/ andare a prendere mio figlio a scuola/ la mia ragazza al lavoro/ la mia giacca in lavanderia/ ma qualcuno dice:/ no no no/ non funziona così/ bisogna cercare i ragazzi della taglia giusta/ 50 per 50./ Forse sto scrivendo/ la poesia più terribile di tutti i tempi/ ma la puzza sulle mie mani è ancora più terribile/ (…) Mi guardo allo specchio/ e non c’è:/ niente.”

Sull'orlo della barbarie

Tendiamo, un po' pigramente, a parlare dell'indicibile non appena il male raggiunge il suo apice. Questo è meno comune tra coloro che lo affrontano direttamente, e questa è un'altra lezione che si può trarre dalle opere di Kryvtsov, Yaryna Chornohuz e Artur Dron: non esiste un orrore indicibile, solo orrore, un orrore che noi, come lettori, siamo più o meno in grado di affrontare. Ma loro vogliono parlarne, devono parlarne, raccontare cosa sta facendo loro questo esercito, che li ha invasi senza motivo, massacrando, torturando, violentando e rapendo bambini. Inoltre, i russi sono raramente nominati in queste poesie. Gli autori devono semplicemente rimanere il più possibile vicini alla barbarie inflitta dall'invasore: nei corpi del loro stesso popolo, nei loro stessi corpi. E l'indicibile scompare, diventa testo, per quanto caotico possa poi diventare.

Ma cosa comporta, come ti cambia? Nessuno è disposto a descrivere il cadavere straziato di un amico. Nell'avvincente postfazione di " We Were There ", Artur Dron racconta di aver smesso di scrivere dopo il 24 febbraio 2022, perché non aveva più alcun significato per lui. "Cosa puoi scrivere quando tiri fuori i bambini dalle macerie? In che ordine dovresti disporre le parole per alleviare il dolore?". Ma alla fine capì che la domanda era un'altra: "Avevo solo bisogno di tempo, perché oggi non si può parlare della vita nella vecchia lingua. Dovevi trovarne una nuova. (…) E ricominciare tutto da capo."

Questo è ciò che fanno i tre autori: reinventano la poesia. Vale a dire, la stravolgono, la spezzano, la costringono a registrare ciò che vedono intorno a loro, a lasciarsi saturare da sensazioni ed emozioni che non esistevano per loro prima di diventare soldati. Lungi dall'indicibile, si tratta di far dire alla poesia molto più di quanto immaginassero capace di dire: l'emergere di una nuova vita, circondata dalla morte. Come in questa straziante filastrocca di Artur Dron, dopo la perdita di un compagno d'armi: "Un respiro freddo sale dall'acqua./ Le nostre parole per Louka/ sono come una ninna nanna./ Louka, Louka, Louka,/ Loulou, piccolo gatto./ Stai andando alla deriva./ Louka, Louka, Louka,/ tua figlia riceverà per te/ la tua medaglia".

Nell'opera del giovane poeta, questo si traduce in cambiamenti di tono, un'arte del disimpegno e della dissonanza che, impedendo al testo di assestarsi in una forma prestabilita, lo trasforma in un discorso crudo, apparentemente inseparabile dalla realtà che esprime. Melodie disordinate, dove angoscia, violenza, ma anche, a volte, amore e speranza, si condensano in poche parole. Soldati ucraini passano per strada: "Una donna del villaggio/ chiama/ suo figlio: 'Figliolo!'/ E tutti noi,/ voltiamo la testa". Si esiterebbe quasi a svelare il pieno significato racchiuso in questi cinque versi, sulla giovinezza dei soldati, sul loro inserimento nella società ucraina, sull'amore e sulla sua mancanza... Il significato, qui, è una questione di emergenza improvvisa: è destinato a balzare agli occhi.

Il fatto che questo assuma forme diverse nell'opera degli altri due poeti non fa differenza. Pur padroneggiando anch'essa la dissonanza, Yaryna Chornohuz, più di Artur Dron, stabilisce armonici, giocando sugli effetti di amplificazione delle immagini e del ritmo. Ma alla fine, non si è meno assaliti. "e se spariamo, che sia nei rifugi/ e se c'è una guerra, che sia reale/ e se spariamo, che sia senza esitazione/ (…) e se seppelliamo qualcuno, che sia con la memoria/ e il fuoco", scrive, mentre Maksym Kryvtsov, passando costantemente da un registro all'altro, anche il più caustico, deride gli omaggi ufficiali: "Qui giace il numero 176 per sempre nei nostri ricordi/ Qui giace il numero 201 per sempre nei nostri ricordi/ Qui giace il numero 163 per sempre nei nostri ricordi (…)"

In una poesia orribilmente divertente, l'autore di Poems of the Breach immagina anche un talk show, "il più terrificante di tutti i tempi ", dove i soldati, annuncia il conduttore, "ci racconteranno/ tutto sulla guerra/ quanto è meravigliosa/ e romantica ". Poi invita il pubblico a festeggiare di conseguenza: "battete le mani finché potete/ pestate i piedi finché potete ". Tutto sulla guerra? È proprio questo il punto. Tutto il dolore e la rabbia che ti travolgono quando leggi questi tre poeti. E che ti strappano dai tuoi cliché, dalle tue astrazioni, dalla tua incapacità di comprendere ciò che non puoi immaginare. Tutta la vita, anche, tutto ciò che ne rimane di fronte alla devastazione, tutto ciò che permette ai poeti di dire ai loro lettori: guarda come muore la nostra gente, guarda quanto è brutto e triste. E quanto è bello sentire ancora le nostre voci, finché è ancora possibile.

Una delle poesie più strazianti che Maksym Kryvtsov ha lasciato prima di morire si conclude con questi versi: "e il mio sonno / il mio lungo sonno sanguinoso / e freddo / come il volto di quella donna morta a Izyum / è già durato a lungo / dura ancora / e durerà ancora di più / madre / svegliami ".

"Così rimaniamo liberi" (Dasein oborona prysutnosti), di Yaryna Chornohuz, tradotto dall'ucraino da Ella Yevtouchenko e Frédéric Martin, Le Tripode, 128  p., 16 €.

We Were There” (Tut buly my), di Artur Dron, tradotto dall'ucraino da Nikol Dziub, Bleu et jaune, 128 p., €18, digitale €12.

Poesie della breccia” (Virshi z biinytsi), di Maksym Kryvtsov, tradotto dall'ucraino da Nikol Dziub, Bleu et jaune, 208 pag., 22 €, digitale 13.

https://www.lemonde.fr/livres/article/2025/11/26/poesie-de-guerre-en-ukraine-dans-l-intimite-de-l-horreur_6654969_3260.html

La caduta di Witkoff



Frédéric Autran  Benjamin Delille 
Negoziati per l'Ucraina: Steve Witkoff, l'uomo che sussurrava all'orecchio del Cremlino

Libération, 26 novembre 2025

 Donald Trump sognava di imporre la pace prima del tacchino arrosto e della torta di zucca . Ma il Giorno del Ringraziamento, celebrato questo giovedì 27 novembre negli Stati Uniti, è arrivato... e oltre Atlantico, la guerra tra Ucraina e Russia infuria ancora. Come tanti ultimatum precedenti, anche questo – mai veramente preso sul serio – si è dissolto nei meandri di una diplomazia infinitamente complessa e disperatamente caotica, lasciando il posto a uno scandalo che sta scuotendo uno degli attori chiave del processo negoziale.

Al centro della tempesta: Steve Witkoff, stretto confidente del presidente americano, che egli ha promosso, nonostante la sua totale mancanza di esperienza diplomatica, alla carica di inviato personale sulle questioni più delicate: Gaza e Ucraina. Martedì 25 novembre, Bloomberg ha pubblicato la trascrizione di una conversazione telefonica tra Witkoff e Yuri Ushakov, consigliere diplomatico di Vladimir Putin. Poco più di cinque minuti, registrati il ​​14 ottobre, hanno fatto luce sulle origini del "piano di pace" americano per l'Ucraina, presentato il 19 novembre.

Da allora, il documento è stato ampiamente modificato, in particolare durante i negoziati di emergenza a Ginevra tra americani e ucraini, con il sostegno degli europei. Ma la sua versione iniziale ha servito gli interessi di Mosca quasi riga per riga. E per una buona ragione: il testo non è stato redatto solo con la Russia, ma in gran parte da essa. Nello scambio pubblicato da Bloomberg, una fuga di notizie estremamente rara la cui fonte rimane un mistero, Steve Witkoff non appare né un negoziatore neutrale né un diplomatico esperto. Appare più come l'allenatore del Cremlino, che dice a Ushakov come Vladimir Putin dovrebbe adulare Donald Trump per convincerlo meglio.

Al momento della telefonata, il presidente americano era appena tornato dal Medio Oriente, godendosi il bagliore di un cessate il fuoco ottenuto dopo due anni di guerra a Gaza. La sua prossima sfida era raggiungere la pace in Ucraina. Fermamente convinto che "la Federazione Russa abbia sempre desiderato un accordo di pace ", semplicemente perché Putin glielo aveva detto, Steve Witkoff suggerì a Ushakov di lusingare la sua controparte americana e di iniziare congratulandosi con lui per Gaza prima di rivolgersi all'Ucraina. "Si congratulerà con lui, dirà che il signor Trump è davvero un uomo di pace ", aggiunse il consigliere russo. Witkoff affermò quindi di sapere "cosa serve per raggiungere un accordo di pace" e di avere "un notevole margine di manovra per raggiungerlo " . "Perfetto ", rispose laconicamente Ushakov.

Pretendere "il massimo" dagli Stati Uniti

In un'altra conversazione telefonica, rivelata sempre da Bloomberg, questa volta tra Ushakov e Kirill Dmitriev, capo del fondo sovrano russo, il 29 ottobre, i due uomini hanno concordato di chiedere agli Stati Uniti " il massimo " trasmettendo " informalmente " un documento favorevole al Cremlino, in modo che gli americani lo "trattassero come se fosse loro ", ha spiegato Dmitriev. Non è chiaro cosa, nella versione finale in 28 punti presentata da Washington, abbia effettivamente tratto origine da questo testo non ufficiale. Ma non c'è dubbio che i desideri di Mosca siano stati ampiamente esauditi.

Le rivelazioni di Bloomberg hanno scatenato una tempesta politica negli Stati Uniti, esponendo sia una grave violazione della sicurezza sia l'estrema complicità di Steve Witkoff con la Russia. " Un vero traditore ", ha accusato il deputato democratico Ted Lieu. "Per coloro che si oppongono all'invasione russa e desiderano che l'Ucraina prevalga come Paese sovrano e democratico, è chiaro che Witkoff sostiene pienamente i russi ", ha scritto il deputato repubblicano Don Bacon su X (ex Twitter). " Non ci si può fidare di lui per condurre questi negoziati. Un agente pagato dalla Russia farebbe forse di meno? Dovrebbe essere licenziato".

Naturalmente, non accadrà nulla del genere. Fedele alla sua cultura di lealtà personale, Donald Trump non ha alcuna intenzione di abbandonare il suo fidato confidente, la perfetta incarnazione delle caratteristiche dominanti dell'era Trump II: culto della personalità, lealtà incrollabile e disprezzo per il protocollo. Newyorkese, miliardario imprenditore immobiliare e appassionato golfista come il presidente, Steve Witkoff conosce Trump dagli anni '80. Il suo primo nipote si chiama Don. E non lo ha mai abbandonato, nemmeno dopo l'attacco al Campidoglio del 2021, quando molti immaginavano Trump destinato all'esilio, o addirittura alla prigione. " Signor Presidente, lavorare per questa amministrazione, per lei, è il più grande onore della mia vita ", ha esclamato a fine agosto durante una riunione di gabinetto che aveva un'atmosfera decisamente nordcoreana, quasi da setta.

"L'uomo giusto per il lavoro"

Come si è evoluta questa amicizia in un ruolo diplomatico chiave? Lo scorso maggio, la senatrice repubblicana Lindsey Graham ne ha rivelato l'origine alla rivista The Atlantic : nella primavera del 2024, dopo una partita a golf, Trump, Witkoff e Graham hanno pranzato. La conversazione si è spostata sul futuro di Witkoff nel caso in cui Trump tornasse al potere. "Mi piacerebbe dare una mano in Medio Oriente", ha confidato. Graham ha suggerito un incarico informale da inviato. "Penso di essere l'uomo giusto per questo incarico", ha risposto Witkoff. E Trump ha deciso: "Sì, tutto quello che vuoi, Steve".

Così, un promotore immobiliare senza esperienza diplomatica è diventato mediatore a Gaza, poi in Ucraina, affermandosi di fatto come Segretario di Stato a spese di Marco Rubio, che, pur ricoprendo l'incarico , non aveva il vantaggio cruciale: stretti legami con il presidente. Per compensare la sua mancanza di istruzione formale, Witkoff ammette di leggere voracemente e di guardare documentari Netflix sui conflitti mondiali. Un dettaglio che, in ogni caso, importa poco a Trump. "La sua mancanza di formazione diplomatica o politica e la sua relativa scarsa familiarità con le questioni sono percepite da Donald Trump non come debolezze, ma come un segno di pragmatismo", ha scritto Rym Momtaz, ricercatore presso il Carnegie Endowment for International Peace, sulla rivista Foreign Policy a settembre .

Per i suoi interlocutori, Witkoff possiede tuttavia due importanti vantaggi. "Non ci gira mai intorno", afferma una fonte qatariota che ha partecipato ai colloqui per il cessate il fuoco a Gaza. E la sua legittimità, aggiunge Momtaz, deriva "dal suo mandato personale, affidatogli da Trump, e dalla sua eccezionale vicinanza al Presidente", che lo ha mandato a incontrare Vladimir Putin da solo almeno cinque volte da gennaio, ogni volta per diverse ore. Il suo metodo è solitario, quasi opaco, privo di un reale coordinamento con i servizi segreti, il Dipartimento di Stato, il Pentagono o il Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Viaggia il più delle volte a bordo del suo jet, privo di un sistema di comunicazione governativo sicuro.

Lusinghe europee verso Donald Trump

Questa nonchalance sembra essere stata parzialmente confermata mercoledì 26 novembre da Yuri Ushakov, interrogato sulle rivelazioni di Bloomberg. " Ci sono alcune conversazioni WhatsApp che qualcuno potrebbe, in un modo o nell'altro, essere in grado di ascoltare ", ha detto il consigliere del Cremlino con nonchalance, pur deplorando le fughe di notizie "inaccettabili ". Chi ha intercettato e registrato queste chiamate? L'agenzia di stampa americana ovviamente non dice nulla, lasciando spazio a ogni sorta di speculazione. I servizi americani erano preoccupati che il loro governo si allineasse a Mosca? Si trattava dell'intelligence ucraina o di quella di un alleato europeo? O si trattava di un'operazione di manipolazione russa volta a umiliare Washington e a fratturare ulteriormente l'alleanza occidentale?

Interrogato martedì sera a bordo dell'Air Force One, Donald Trump ha liquidato la controversia, sostenendo che Witkoff stava semplicemente seguendo la formula stabilita. " Deve vendere questo all'Ucraina. Deve vendere l'Ucraina alla Russia. Questo è ciò che fa un negoziatore ", ha detto. Per lo storico americano Philips O'Brien, professore di studi strategici all'Università di St Andrews, questa reazione non sorprende. " Trump è più che soddisfatto del comportamento di Witkoff e ha confermato di essere il suo uomo di fiducia per i negoziati con Mosca", scrive in una feroce analisi. " Ora abbiamo la prova che Witkoff sta facendo esattamente ciò che Trump vuole e che Trump ne è consapevole. Possiamo smetterla, una volta per tutte, di trovare scuse per Trump? Sotto la sua guida, gli Stati Uniti rappresentano una minaccia per la libertà. Riconosciamolo e agiamo di conseguenza".

Questo messaggio è rivolto in particolare agli europei che, da Emmanuel Macron a Ursula von der Leyen, passando per il Segretario Generale della NATO Mark Rutte, hanno fatto dell'adulazione nei confronti di Donald Trump un esplicito strumento diplomatico. "Il tempo dell'adulazione è finito ", ha tuonato martedì Marko Mihkelson, presidente della Commissione Affari Esteri del Parlamento estone. Colti di sorpresa dal nuovo "piano di pace" della Casa Bianca, i leader europei si sono sforzati negli ultimi giorni di accogliere con favore l'iniziativa, pur cercando di minimizzarne gli aspetti più pericolosi e filo-russi. " L'Europa deve mantenere la pressione sulla Russia finché non ci sarà una pace giusta e duratura. L'Europa sarà al fianco dell'Ucraina e la sosterrà in ogni fase del percorso ", ha sottolineato mercoledì il Presidente della Commissione.

Il giorno prima, a seguito di una videoconferenza della "Coalizione dei Volentieri", che riunisce oltre 30 paesi, principalmente europei, disposti a contribuire alle "garanzie di sicurezza" per l'Ucraina in caso di cessate il fuoco, il presidente francese ha messo in dubbio la sincerità di Mosca. "Oggi non c'è chiaramente alcuna volontà russa di avere un cessate il fuoco ", ha insistito, né alcuna " disponibilità a discutere " il piano americano rivisto a Ginevra. Ancora trincerata dietro le sue richieste massimaliste, la Russia ospiterà la prossima settimana Steve Witkoff, che rimane al centro della questione. Potrebbe essere accompagnato dal genero del presidente, Jared Kushner, la cui influenza riemerge a ogni crisi. La sua presenza a Mosca sarebbe un ulteriore simbolo dell'accelerata privatizzazione della diplomazia americana, trasformata in un'azienda di famiglia in cui interessi strategici e opportunità commerciali sono più intrecciati che mai. La vera forza trainante di Donald Trump.