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mercoledì 8 luglio 2026

Cosa vuole Trump

Andrea Colombo
Il ritardo strategico di Meloni

il manifesto, 8 luglio 2026

Se non è divieto di incontro ci va a un millimetro. La premier arriva in tailleur-pantalone nero al ricevimento-cena sociale dei leader, alla vigilia del vertice Nato di Ankara, quasi all’ultimo momento, evitando così di incrociare il litigioso Trump. Mai ritardo fu più strategico e per nulla casuale. A cena, però, i due si ritrovano allo stesso tavolo, con l’ospite Erdogan, il presidente francese, il premier inglese e il cancelliere tedesco e rispettive consorti. Il turco li ha voluti tutti insieme per tentare di ricomporre i rapporti tra Washington e gli alleati. Trump, del resto, nel pomeriggio si era tutto sommato contenuto. Senza risparmiare frecciate rivolte a Meloni ma meno triviali e offensive del solito.

«MELONI È UNA BRAVA persona», dice il presidente americano al bilaterale con il molto elogiato Erdogan. Però il rapporto non è certo quello di prima: «È peggiorato perché lei ha rifiutato di aiutarci. Non ha voluto essere coinvolta nello stretto d Hormuz e credo che abbia commesso un errore». A palazzo Chigi si aspettavano di peggio. Almeno per il momento quasi tirano un sospiro di sollievo anche se quel passaggio sull’errore commesso dalla premier una qualche minaccia sembra proprio veicolarla.

L’attacco di Trump stavolta è a tutto campo. Prende di mira l’intera Europa e in fondo è proprio questo che spiega il sollievo del governo: temeva di finire da solo nel tritacarne. Invece The Donald ne ha per tutti: «Sull’Iran Francia, Germania e Gran Bretagna ci hanno voltato le spalle. L’Italia ci ha voltato le spalle. E va bene così. Ma noi spendiamo centinaia di miliardi e loro per noi non ci sono? Guardano da un’altra parte?».

L’IRRITAZIONE non è posticcia. L’americano è davvero imbufalito con l’Europa tutta per la mancata partecipazione alla sua guerra e con l’Italia ha anche un conto più specifico aperto. Secondo la stampa americana all’origine della rottura c’è il rifiuto italiano di aderire al Purl, il programma di acquisto di armi americane per l’Ucraina. Il presidente lo avrebbe visto anche come segnale politico. Di certo lo ha preso malissimo. Il botta e risposta con Meloni dopo Evian ha completato l’opera, rendendo la rottura personale difficilmente recuperabile.

Quanto all’amministrazione Usa nel complesso però le cose stanno diversamente. A Chigi e ai ministeri della Difesa e degli Esteri sono convinti che gli umori del sovrano non siano condivisi dai suoi alti ufficiali, che mirano invece a evitare lo strappo. È probabile che sia davvero così. Ieri Rubio e il ministro degli Esteri italiano Tajani si sono incontrati ad Ankara e hanno deliberatamente ostentato massima cordialità. Tra Hegseth, che pure è forse il ministro oggi più vicino al presidente, e l’omologo italiano, il ministro della Difesa Crosetto, si è creato un rapporto di fiducia che contrasta con il gelo della Casa Bianca. Roma conta su questo per almeno limitare il danno.

Ma se l’irritazione di Trump è reale, è anche vero che il mercante della Casa Bianca la usa ora come arma negoziale nel suq che più gli sta a cuore: quello delle spese per la Difesa. Gli europei, oggi, faranno a gara per compiacerlo a parole senza doversi impegnare troppo, cercando di ritardare se non di evitare un ritiro americano che tutti danno per certo. L’Italia su quel fronte aveva ricevuto garanzie tranquillizzanti dopo l’incontro fra Crosetto e Hegseth. Alla Difesa ritengono che le cose non siano cambiate dopo il prolungato duello fra il presidente e la premier.

LA NOTA DOLENTE restano i soldi. Su quel fronte l’Italia è in realtà completamente scoperta. Parteciperà certamente alla contributo di 140 miliardi in due anni per l’Ucraina, insistendo però perché in quella cifra venga compreso il contributo di 90 miliardi già deciso dalla Ue e soprattutto evitando l’acquisto secco di armi. Mira a sostenere Kiev sul piano delle infrastrutture e con mezzi bellici prodotti in Italia o coprodotti con altri paesi europei.

SUL FRONTE DEL 5% per la Nato entro il 2035 l’Italia prometterà e garantirà ma senza aprire davvero i cordoni della borsa. Perché la priorità per il governo sono le elezioni del 2027 e non le si può affrontare con l’accusa di buttare decine di miliardi in armi sul groppone.

https://www.startmag.it/spazio-e-difesa/purl-armi-americane-ucraina-crosetto/

giovedì 4 giugno 2026

La Russia in trappola


Putin è impantanato in una guerra impossibile da vincere



 Il forum economico di San Pietroburgo è la risposta russa a quello di Davos, in Svizzera. Si tratta di una creazione di Vladimir Putin, un palcoscenico dove in passato il presidente russo invitava i vertici della politica e dell’economia occidentale. Ma il 3 giugno, in occasione dell’apertura del forum, l’Ucraina ha rovinato la festa: un drone si è schiantato su una raffineria della città provocando un incendio. Un’immensa colonna di fumo nero si è alzata nel cielo, simbolo dell’arrivo della guerra nel feudo di Putin, a mille chilometri dal territorio ucraino.

Volodymyr Zelenskyj ha rivendicato l’attacco, insieme ad altre operazioni contro diverse strutture industriali in Russia e nella Crimea occupata. È stato un modo per rispondere agli attacchi brutali con missili e droni lanciati il giorno prima dalle forze russe contro le città ucraine, che hanno causato 22 morti. L’Ucraina incassa colpi duri, ma è anche capace di reagire.

Le difficoltà della difesa aerea russa nel bloccare le incursioni dei droni ucraini non sono l’unica minaccia del momento, al punto che oggi è lecito sollevare un interrogativo: Putin sta perdendo la guerra?

Prima di tutto è giusto sottolineare che il semplice fatto di porsi questa domanda è il segno di un ribaltamento della situazione. Un anno fa parlavamo del possibile crollo dell’esercito ucraino a causa dell’avanzata russa, mentre al momento i russi hanno smesso di guadagnare terreno e in alcune aree sono stati addirittura costretti ad arretrare.

I motivi di preoccupazione per Mosca si moltiplicano anche sul fronte interno e riguardano l’economia, la politica, il morale della popolazione e la paranoia personale di Putin, le cui apparizioni sono accompagnate da un dispositivo di sicurezza rinforzato.

Segnali d’allarme

Il costo della guerra è prima di tutto umano: cinquecentomila morti russi in quattro anni sono un numero enorme se consideriamo la sproporzione tra i mezzi dei due paesi all’inizio del conflitto. Tutto questo senza riuscire nemmeno a controllare l’intero Donbass. Un articolo pubblicato da una rivista vicina al governo di Mosca ha sottolineato per la prima volta che l’obiettivo di un cambio di regime a Kiev è ormai “irraggiungibile” e che una pace negoziata sarebbe nell’interesse della Russia.

Putin, però, non sembra disposto a invertire la rotta. Al contrario, pare che sia talmente ossessionato dalle operazioni militari da trascurare altri argomenti. Ma i segnali d’allarme si moltiplicano: il costo astronomico della guerra non è stato compensato dall’aumento del prezzo del petrolio, mentre la popolarità del presidente è in calo e il malumore emerge nonostante le restrizioni su internet.

Il sistema russo è abbastanza solido da evitare una crisi, almeno fino a quando l’apparato statale, militare e di sicurezza si terrà alla larga dalle crepe e dalle divisioni. Ma la domanda si pone: per quanto tempo la Russia è disposta a sacrificare i suoi giovani e la sua economia nel nome di una guerra che si sta rivelando impossibile da vincere sul piano militare e difficile da interrompere senza accettare una sconfitta?

Davvero una potenza nucleare può perdere una guerra? Forse non militarmente, ma ricordiamo che nel 1988 Michail Gorbačëv aveva ritirato le truppe sovietiche dall’Afganistan perché aveva capito che il conflitto era diventato un cancro per la società. Putin è alle prese con lo stesso dilemma, ma non è detto che abbia la lucidità necessaria per trarre le stesse conclusioni.

mercoledì 3 giugno 2026

Marta Kostyuk

 


Briefing sulla guerra in Ucraina: "Il vostro Paese sta uccidendo altre persone" - la stella del tennis attacca i rivali russi


Warren Murray con giornalisti e agenzie del Guardian
1 giugno 2026


  • L'ucraina Marta Kostyuk, neo semifinalista del Roland Garros, ha criticato duramente le sue avversarie russe, accusandole di aver chiarito "da che parte stanno" con il loro silenzio dopo la notte di attacchi con droni e missili a Kiev e in altre città, che hanno causato almeno 23 morti. "Voglio iniziare parlando di questa partita storica che abbiamo giocato oggi con Elina [Svitolina]", ha detto Kostyuk dopo aver sconfitto la sua connazionale . "Abbiamo vissuto un'altra notte molto difficile in Ucraina, soprattutto a Kiev. Tante vittime. Voglio dedicare questa partita al popolo ucraino e alla sua resilienza ... Con tutto quello che sta succedendo, per me essere qui è una vera benedizione e non penso alla vittoria. Sono qui per rappresentare l'Ucraina e per divertirmi".

  • A Kostyuk è stato chiesto un commento sulle sue rivali russe, tra cui Diana Shnaider e la sua prossima avversaria in semifinale, Mirra Andreeva, che in passato hanno affermato di concentrarsi solo sulla pallina da tennis ed evitare discussioni politiche. "Sono tutte adulte. Sanno di cosa parlano. Sanno cosa sta succedendo. Hanno i telefoni. Hanno Instagram. Si informano", ha detto Kostyuk. "Vorrei che prendessero una posizione più chiara su ciò che sta accadendo, soprattutto quando il loro Paese sta uccidendo altre persone".

Gli spettatori del Roland Garros si avvolgono in una bandiera ucraina. Foto: Thibault Camus/AP

  • Kostyuk ha elogiato Daria Kasatkina , che ha cambiato la sua fedeltà dalla Russia all'Australia, come esempio di qualcuno che si è espresso pubblicamente nonostante le pressioni sulla sua famiglia . "Non credo che viva in Russia, ma la maggior parte delle giocatrici non vive in Russia", ha detto Kostyuk. "Non c'è niente che ti impedisca di farlo se non credi in qualcosa... Conosco persone che hanno lasciato la Russia nel momento in cui è iniziata la guerra, che hanno venduto tutte le loro attività, che si sono lasciate tutto alle spalle perché semplicemente non sono d'accordo con quello che il loro paese sta facendo ad altre persone". Kostyuk ha affermato che rappresentare l'Ucraina è diventato più importante dei risultati.

  • I micidiali attacchi contro l'Ucraina di martedì dimostrano come la Russia sia in grado di sfruttare la carenza globale di missili intercettori per la difesa aerea , scrive Peter Beaumont. Il MIM-104 Patriot è stato ampiamente utilizzato dagli alleati degli Stati Uniti, soprattutto nel Golfo, e anche dall'Ucraina. La campagna israelo-americana contro l'Iran, oltre che contro l'Ucraina, ha scatenato una corsa alle scorte sempre più scarse di missili intercettori. Volodymyr Zelenskyy, presidente dell'Ucraina, ha ripetuto più volte il suo appello agli Stati Uniti per un aumento delle scorte di intercettori.

sabato 14 marzo 2026

L'abbaglio di Donald



Goffredo Buccini
L'abbaglio di Donald

Corriere della Sera, 14 marzo 2026

La guerra americana va complicandosi. Le distonie tra il comandante in capo e il capo del Pentagono denunciano improvvisazione. «Abbiamo quasi finito», ha sostenuto Donald Trump mentre il pur fedele Pete Hegseth annunciava «gli attacchi più pesanti» sull’Iran. Gli Usa starebbero «combattendo per la libertà degli iraniani» aveva affermato in precedenza il presidente, mentre il suo ministro chiariva che la guerra non ha nulla a che fare con il nation building o la democrazia.
Così, se è evidente il peso di costi sempre più smisurati per gli Stati Uniti e per l’intera economia mondiale a causa dell’operazione Sansone con cui Teheran tenta di terrorizzare i Paesi del Golfo trascinandoli nella propria caduta (senza risparmiare il vitale Stretto di Hormuz) ciò che appare più preoccupante è il progressivo disvelarsi di un grande vuoto. L’assenza di una strategia sembra essersi sposata dapprincipio col retropensiero di poter fare in Iran ciò che a inizio gennaio era stato fatto in Venezuela: un cambio di regime tramite un blitz con cui decapitare il nemico per poi trattare con un successore addomesticato dalla paura.
Allora la friabilità di Caracas consentì alla Delta Force di andare addirittura a catturare Nicolás Maduro per portarlo in ceppi in un carcere di Brooklyn: la vice di Maduro, Delcy Rodriguez, diventò obbediente vassalla di Washington in un batter di ciglia. Il diverso spessore difensivo dei pasdaran e le imparagonabili dimensioni geopolitiche dell’Iran hanno sconsigliato un’analoga incursione di terra, inducendo così all’eliminazione diretta dell’ayatollah Khamenei coi primi devastanti raid missilistici congegnati con Israele.
Ma l’idea di fondo era ed è la stessa. Questa ricetta del cambio di regime (o, meglio, della sua sottomissione: Trump avrebbe voluto «nominarne» lui stesso il nuovo capo) si sta rivelando impraticabile. Ed è stata perciò via via rimpiazzata da altri target intermedi (il programma nucleare e i missili balistici iraniani, il sostegno ai proxy) che s’impantanano tutti davanti a un’evidenza: gli ayatollah non mollano. E hanno affinato una dottrina «a mosaico» con una trentina di comandi provinciali separati per renderne impossibile la distruzione simultanea, garantendo continuità. Secondo il New York Times, che cita fonti militari, Teheran ha accettato di non poter competere per potenza di fuoco e si sta «adattando» all’assalto di Usa e Israele.
Che ne avesse la capacità era chiaro sui paper strategici sin dal 2010. Ma Trump lo ha ignorato. Sulla sua sventatezza patologica s’è accumulata negli Usa una ponderosa letteratura sin dal primo mandato: è purtroppo plausibile che queste giornate andranno ad arricchire la collezione. Tuttavia, nel caso specifico, il presidente americano è in qualificata compagnia per via di una sindrome molto legata a una ben precisa concezione del potere. Nel suo Nexus, Yuval Noha Harari affronta il tema della paranoia che spinge un autocrate ad affidarsi a qualche pretoriano che gli dia sempre ragione distaccandolo così dalla effettiva comprensione dei fatti. L’esempio è l’imperatore romano Tiberio che finì per mettersi nelle mani del suo prefetto Lucio Elio Seiano, capace di fargli il vuoto attorno. L’altra faccia di questa medaglia è ovviamente l’avversione ad ascoltare opinioni in dissenso.
Intendiamoci. La distanza morale tra Iran e Ucraina sta in premessa. Teheran ha promosso per mezzo secolo il terrorismo e ispirato il pogrom del 7 ottobre: la caduta degli ayatollah sarebbe un bene per il mondo. Kiev ha difeso con coraggio la propria democrazia dalla brutale invasione d’un nemico più potente: la sua caduta sarebbe un colpo esiziale per tutti noi europei. Ciò detto, l’abbaglio di Trump sull’Iran e quello di Putin sull’Ucraina sono simili per motivazioni ed esiti. Il presidente americano ha volutamente frainteso gli ammonimenti che venivano dal capo degli Stati Maggiori Riuniti, Dan Caine (non un boyscout: alla nomina gli promise «ucciderò per lei, signore!»). Il generale, raccogliendo il pensiero dei vertici militari, l’aveva avvisato che la guerra non sarebbe stata breve né facile e che i soldati americani, esposti al rischio della rappresaglia pasdaran, sarebbero stati uccisi o feriti. Trump ne ha travisato il pensiero su Truth: «Caine è convinto che un’operazione militare sarà una facile vittoria». E s’è lasciato blandire dall’opportunista JD Vance, il quale, messa da parte la radicata ostilità per l’intervento, ha consigliato al suo capo di andare «big and fast».
Putin, che durante l’isolamento da Covid aveva divorato libri sulla storia russa riflettendo sul posto che gli sarebbe spettato, s’è fatto persuadere dagli immancabili lacchè di ciò di cui era già persuaso: che gli ucraini avrebbero accolto come fratelli i soldati della Federazione (non a caso provvisti di divise da parata negli zaini). E ha zittito minacciosamente l’unico che, avendo notizie contrarie, tentava di metterlo sull’avviso: il capo dei servizi segreti Sergej Naryshkin, trattato quasi da traditore al Consiglio di sicurezza convocato appena prima dell’invasione. Come è noto, anziché gli attesi fiori, gli ucraini sin dal primo giorno hanno lanciato molotov sui carri nemici.
Poiché Putin è un tiranno fortunato, l’abbaglio di Trump si sta ora rivelando per lui provvidenziale: più dura la guerra iraniana, più sale il prezzo del petrolio, più le casse russe si rimpinguano in vista di nuovi round contro il povero Zelensky. E poiché il presidente americano non si lascia certo sfuggire l’occasione per dargli una mano ulteriore, gli sta allentando le sanzioni. «In Iran non abbiamo ancora finito», ha infine detto, con l’ennesima capriola. A Mosca, sulla carta alleata di Teheran, qualcuno sorride in segreto.

domenica 8 marzo 2026

La carne da cannone africana

Andrea Spinelli Barrile
La carne da cannone africana

il manifesto, 6 marzo 2026

Si chiamava James Kamau Ndungu e aveva 32 anni. Il 28 giugno 2025 è partito da Limuru, a nord di Nairobi in Kenya, per la Russia, con la promessa di un lavoro da chef da 280.000 scellini al mese (1.865 euro). «Ho conosciuto l’agente che l’aveva reclutato lungo la strada per l’aeroporto» racconta al manifesto Anna, sua madre, occhi scuri e profondi dietro un paio di occhiali spessi: «Era tutto troppo perfetto: hanno fatto loro il passaporto di James, non abbiamo pagato niente, nemmeno biglietto aereo e visto».

Dopo uno scalo a Istanbul, in Turchia, James è atterrato a Mosca: «L’ultima volta che l’ho sentito era il 17 luglio, mi ha detto che lo stavano portando in una foresta, che stava affrontando un lungo viaggio e di pregare per lui. A ottobre una foto di James è diventata virale su X: quella del suo corpo dilaniato da una mina in mezzo alla neve.

QUESTA MATTINA si terranno a Limuru i funerali alla bara vuota di James Kamau Ndungu: il suo corpo non è mai tornato a casa. Ieri, invece, il centro di Nairobi era pieno di volantini con l’invito alla veglia funebre e una foto di James, mentre in una manifestazione le madri, le sorelle e le famiglie dei giovani keniani arruolati con l’inganno dalla Russia per essere mandati sul fronte ucraino, delle giovani mandate in fabbrica ad assemblare droni, chiedevano al governo di riportare tutti a casa.

Mentre marciavano verso il Parlamento, destinazione concessa dopo una contrattazione con la polizia, che ha negato l’arrivo al ministero degli Esteri, le donne raccontavano un copione molto simile. «Mio fratello Oscar aveva trovato un’agenzia di collocamento che offriva lavoro come autista, operaio o sicurezza privata per l’élite russa», racconta Monica Nerima. «Oscar era un soldato qui in Kenya, ha accettato l’impiego come bodyguard.

È PARTITO il 26 giugno dell’anno scorso e, dopo pochi giorni dall’arrivo, ci ha contattato dicendo che era stato arruolato con l’inganno, ma che il suo contratto di un anno gli impediva di tornare a casa», spiega ancora Nerima. Ad agosto 2025 la famiglia ha perso le sue tracce, per mesi hanno tentato qualsiasi canale comunicativo fino a che, dopo aver diffuso sui media una foto che lo ritraeva insieme a un commilitone scattata durante l’addestramento, i parenti dell’altro ragazzo l’hanno riconosciuto e li hanno contattati. «Con il loro aiuto siamo riusciti ad avere il numero del suo comandante, che a gennaio ci ha informati della sua morte. Mio fratello è venuto a mancare il 14 agosto, ci hanno detto che il rimpatrio del corpo sarebbe stato possibile solo entro sei mesi dalla morte, abbiamo fatto di tutto per ottenere i permessi prima della fine di febbraio, ma nonostante abbiamo seguito tutte le indicazioni non ce lo hanno ancora restituito», afferma Nerima, con il volto contrito dalla tristezza e dal caldo.

Quasi tutte loro hanno perso le speranze: «Io desidero solo sapere se mio marito è vivo o morto, lo devo ai nostri due figli Pretty e Delton, che continuano a chiedermi di lui», racconta con le lacrime agli occhi Damaris Mutanda, che per scendere in piazza ieri ha viaggiato tutta la notte, venendo dalla lontana contea di Kericho. All’inizio, Damaris ha avuto paura che la manifestazione venisse annullata: appena hanno messo piede in centro, le donne sono state pedinate dalla polizia e solo molte ore dopo l’orario di convocazione sono riuscite a unirsi dietro lo striscione, su cui si leggeva una richiesta di giustizia per i deceduti e rimpatrio per i vivi e i feriti.

A NAIROBI l’associazione Vocal Africa, che ha organizzato la protesta di ieri, sta cercando di aiutare le famiglie che hanno perso i contatti con i propri cari: le stime sul numero di keniani arruolati dalla Russia sono aumentate costantemente nelle ultime settimane e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi ha promesso di recarsi a Mosca per «fermare» il fenomeno dell’arruolamento con l’inganno: si stima che oggi siano tra 3.000 e 4.000 le persone di origine africana arruolate dalla Russia in 35 Paesi e mandate sul fronte ucraino, un migliaio di questi di nazionalità keniana e, secondo le autorità di Nairobi, sono state chiuse almeno 600 tra agenzie di reclutamento e account illegali.

A febbraio, un uomo di nazionalità keniana è stato arrestato al confine con l’Etiopia e accusato di traffico di esseri umani: avrebbe fatto il broker per trafficare carne da cannone tra il Kenya e il fronte russo-ucraino.

Il parlamentare keniano Kimani Ichung’wah, presentando un report la cui fonte sono i servizi keniani, ha accusato apertamente i funzionari dell’ambasciata russa di aver colluso con agenzie di reclutamento e organizzazioni dedite al traffico di esseri umani per reclutare keniani da impiegare nei combattimenti nell’est dell’Ucraina, con il pretesto di ottenere un impiego: 89 keniani si trovano a combattere in prima linea, 39 sono ricoverati in ospedale, 28 sono dispersi e almeno tre sono morti. Secondo il rapporto, i reclutatori prendevano di mira ex soldati e ufficiali di polizia, ma anche disoccupati, con la promessa che avrebbero guadagnato circa 350.000 scellini al mese (2.300 euro circa) al mese e ottenuto bonus fino a 1,2 milioni di scellini.

AL TERMINE DEL CORTEO, l’attivista Fredrick Ojiro ha contrattato con lo staff del Parlamento affinché una delegazione di donne entrasse a consegnare una petizione, come consuetudine nella politica di piazza keniana, a farsi portavoce delle richieste disperate delle famiglie. Oltre all’arresto dei colpevoli e la prevenzione dei reclutamenti futuri, hanno chiesto impegni diplomatici e il rimpatrio dei giovani che si trovano tra il fronte russo e le prigioni ucraine:

«Riportate a casa i nostri figli, vivi o morti», hanno cantato durante tutta la manifestazione.


giovedì 19 febbraio 2026

La strana coppia


Mattia Ferraresi
I buchi nell'acqua di Witkoff e Kushner, una "strana coppia" per risolvere le guerre

Domani, 19 febbraio 2026

L’amministrazione Trump potrebbe iniziare «molto presto» un’operazione militare contro l’Iran. Lo riferiscono fonti dell’amministrazione ad Axios, testata solitamente molto informata e piuttosto incline a mettere in risalto gli interessi inespressi del governo di Israele. Alla luce delle monumentali proteste di piazza e della repressione del regime, un’operazione contro Teheran assumerebbe i contorni di una campagna su larga scala, tutt’altra cosa rispetto alla guerra dei dodici giorni dello scorso giugno.

Secondo Axios, che parla di un Donald Trump «che si sta spazientendo» delle lungaggini negoziali, si tratterebbe di un’azione congiunta Usa-Israele, con obiettivi estesi al programma nucleare e missilistico iraniano e con potenziali implicazioni esistenziali per il regime. Mentre si moltiplicano le indiscrezioni bellicose, gli inviati di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, gestiscono tre crisi simultanee.

Negoziatori e miliardari

La coppia formata da un immobiliarista vecchio amico di Trump e il genero per tutte le stagioni ha incontrato a Ginevra funzionari russi, ucraini e iraniani, prima di fare ritorno verso Washington per la riunione del Board of Peace.

I due miliardari gestiscono la diplomazia del presidente Trump, una rete informale che aggira il dipartimento di Stato e fatalmente sovrappone le ragioni della politica estera americana agli interessi patrimoniali della famiglia presidenziale (i figli di Witkoff e Trump sono a capo dell’impero crypto, ma è soltanto uno dei tanti esempi).

Nella missione di Ginevra, Witkoff e Kushner hanno operato su due binari. Da un lato i colloqui tra Ucraina e Russia, nel tentativo di frenare una guerra che Mosca combatte con crescente forza. Dall’altro, un incontro con funzionari iraniani per evitare l’escalation mentre Washington schiera le armate a distanza di tiro da Teheran.

Le speranze per un accordo con l’Iran sono avanzate ben poco. Gli iraniani hanno parlato di «principi guida» fissati per negoziare, ma da Washington il vicepresidente, JD Vance, ha detto che Teheran rifiuta le linee rosse fissate dalla Casa Bianca.

Witkoff è un ricco immobiliarista e un amico di vecchia data di Trump. Kushner il marito di Ivanka Trump. Sono entrambi imprenditori che disprezzano le strutture diplomatiche e affrontano i conflitti come negoziati d’affari. Il mandato diretto del presidente è il loro lasciapassare, ma i risultati della loro azione finora suscitano soltanto preoccupazioni.

Witkoff esce dagli incontri con Vladimir Putin e i sui emissari ripetendo le posizioni del Cremlino, e Bloomberg ha anche rivelato una telefonata in cui l’inviato istruiva un funzionario russo su come rivolgersi a Trump. Il piano di pace in 28 punti sembrava scritto da Mosca e ci sono volute settimane di limature e negoziati prima che potesse servire da base.

Witkoff e Kushner possono però rivendicare uno dei successi diplomatici, se così si può definire l’arciviolato cessate il fuoco a Gaza. La loro diplomazia discreta ha prodotto una fine ufficiale dei combattimenti, con il ritorno degli ostaggi israeliani in cambio del rilascio di prigionieri palestinesi.

Ma la prima fase era quella facile. La seconda coinvolge il disarmo di Hamas, una forza di stabilizzazione internazionale e un piano di ricostruzione monitorato dal Board of Peace. Trump ha promesso uno stanziamento di 5 miliardi di dollari promessi, ma la fase 2 appare come un vicolo cieco.

Tre crisi, stessi ostacoli

Ogni tentativo negoziale si scontra con il rifiuto di compromessi su questioni fondamentali. Putin vuole – come minimo – continuare a combattere fino alla conquista del Donbass, territorio che Kiev non vuole assolutamente cedere per ragioni fondamentali di giustizia, ma anche perché sarebbe soltanto il preludio a un attacco futuro verso la capitale.

L’Iran ha le sue linee rosse. A parole gli ayatollah sono pronti a discutere del programma nucleare, ma Teheran rifiuta di negoziare i sui missili balistici e gli alleati regionali. Trump perderebbe credibilità se firmasse qualcosa che assomiglia al rinnegato patto nucleare dell’era Obama, e pensa che un cambio di regime sia «la cosa migliore». Ma forzarlo scatenerebbe conseguenze imprevedibili.

L’approccio immobiliaristico e irrituale di Witkoff-Kushner ha svuotato lo sforzo istituzionale del dipartimento di Stato guidato da Marco Rubio, a sua volta diviso fra mille compiti e nomine presidenziali, fra cui quella di viceré del Venezuela, consigliere per la sicurezza nazionale e scintillante portavoce presidenziale ora che la stella di Vance si è appannata. Gli inviati torneranno a Washington per la riunione del Board of Peace, mentre si allunga l’ombra di un attacco all’Iran e la Russia non accenna a smettere di bombardare.