giovedì 5 marzo 2015

Luis Sepúlveda, Paradisi socialisti su misura


Luis Sepúlveda
Quando sognavamo paradisi socialisti
la Repubblica, 4 marzo 2015




ALL’UNIVERSITÀ dell’Amicizia tra i Popoli Patrice Lumumba, noi latinoamericani arrivavamo per due motivi: una borsa di studio vinta nel paese d’origine come militanti delle Juventudes Comunistas o una borsa di studio ottenuta dai genitori tramite amicizie comuniste il cui scopo principale era distogliere i figli dall’irresistibile richiamo rivoluzionario lanciato da Cuba e dalle lotte guerrigliere nelle selve e nelle città latinoamericane. La maggior parte dei giovani che andavano a Mosca per studiare in una delle due università, la Lumumba e la Lomonosov, erano figli di piccolo-borghesi, progressisti o meno e, paradossale o meno, la patria del socialismo istruiva e proteggeva i piccolo-borghesi di domani.
In ogni modo, i latinoamericani arrivavano decisi ad approfittare della generosa offerta della patria sovietica, con il morale comunista altissimo e lo spirito di emulazione ben radicato nei cuori. Tutti avevano letto il Poema pedagogico di Makarenko ed erano decisi a raggiungere l’obiettivo d’imparare per servire il popolo.
Quando dico tutti mi riferisco ai latinoamericani dall’equatore in giù, perché quelli dall’equatore in su, ragazzi di paesi dal clima caldo, dotati di un’andatura flessuosa e di una grazia che quelli del Sud finivano per invidiare, la pensavano diversamente. Le compagne sovietiche erano molto più attratte dalla prospettiva di imparare a ballare la cumbia, la salsa e il merengue che dai recital di poesia sociale dei gruppi del Sud. Le compagne sovietiche erano impermeabili alle nostalgiche note della quena suonata da uno studente boliviano, alla ricchezza sentimentale di un vals cantato da un peruviano, alle canzoni di Leonardo Favio intonate dagli argentini, alle milonghe innaffiate di mate che passavano di mano in mano nei dormitori degli uruguaiani e alle schitarrate lente e malinconiche di qualche cileno capace di strappare sospiri alle corde. Ma bastava che un dominicano, un cubano, un colombiano della costa, un venezuelano di Maracay prendesse due cucchiai e cominciasse a battere il ritmo gridando sabor! perché le sovietiche ardessero di frenesia tropicale. E che dire dei brasiliani, capaci di creare musiche insinuanti e seducenti perfino con le sopracciglia se necessario.
Niente di tutto questo sfuggì a Ramiro, un peruviano purosangue che quando entrò nel parco di ulitsa Miklukho-Maklaya in cerca del Krest, l’edificio a forma di croce dove gli studenti si iscrivevano appena arrivati a Mosca ricevendo i primi novanta rubli in contanti e l’orario delle lezioni accademiche, si propose subito di evitare quelli dall’equatore in giù, di nascondere il suo talento di virtuoso della quena, del flauto e altri strumenti andini, e di frequentare i briosi ragazzi dei Caraibi.
La prima settimana da lumumbero la dedicò a immatricolarsi al corso intensivo di russo e a girare la città per conoscere una Mosca quasi autunnale in compagnia di un cubano e di un haitiano che suscitava stupore e ammirazione per il colore della sua pelle.
«Bisogna trovare il caffè Puskin e cercare quella Nathalie. Se è andata bene a Gilbert Bécaud, perché non dovrebbe andare bene a noi...» li incoraggiava Ramiro.
Non entrarono mai nel caffè Puskin, perché una semplice tazza di tè costava un decimo della borsa di studio, così si arrangiarono e trovarono un fornitore di vodka casalinga [...].
«Non ci resta altra scelta che andare a Praga» spiegò Ramiro.
Fra i suoi pochi averi c’era una cartina dell’Europa e Ramiro aveva tracciato una linea retta da Mosca a Praga. Non gli interessava Parigi come meta di svago e sollazzo, e non lo seduceva nemmeno l’idea di appurare se davvero a Parigi pioveva ogni giovedì, come sosteneva César Vallejo in una poesia. Voleva andare a Praga, perché nella biblioteca della Universidad San Marcos, a Lima, aveva avuto modo di sentire la registrazione di un colloquio informale tenutosi agli inizi degli anni Sessanta fra due grandissimi poeti e un gruppo di studenti: il salvadoregno Roque Dalton e il peruviano Javier Heraud. Dal nastro che girava, le loro voci elettrizzavano gli studenti parlando di Praga, il paradiso socialista, il cielo proletario, il giardino dell’Eden dei rivoluzionari, perché la Costituzione della Repubblica Socialista della Cecoslovacchia diceva che il peccato non esisteva e le ragazze di Praga seguivano quel principio assolutamente alla lettera.
«Fosse anche l’ultima cosa che fate nella vostra vita, compagni, andate a Praga!» consigliavano i due poeti alla fine della registrazione.
Il viaggio a Praga era d’obbligo e Ramiro se l’era ben studiato. La cosa più difficile era procurarsi i permessi per uscire dall’Unione Sovietica e i visti di Polonia, Repubblica Democratica Tedesca e Cecoslovacchia. Ma niente è impossibile per un peruviano che si propone di andare a Praga. Una volta ottenuti i permessi e i visti, si partiva in treno da Mosca, si cambiava a Minsk, in Bielorussia, si proseguiva fino a Bialystok, in Polonia, dove si cambiava di nuovo treno e si continuava fino a Varsavia, da là si raggiungeva Dresda, nella Germania Est, per poi salire finalmente sull’espresso per Praga. Circa duemila chilometri che si coprivano in quattro o cinque giorni di viaggio. E cosa sono duemila chilometri per un sudamericano!
Mentre facevano piani per andare a Praga bevendo vodka direttamente dalla bottiglia furono interrotti da due studentesse russe, due angeli biondi con occhi di lapislazzulo che distribuivano inviti a una festa.
«Non mancate, ci sarà buona musica perché viene il cileno» disse una.
«Sì, il cileno!» ripeté l’altra.
Una festa e un cileno come anima della festa. Come si combina una cosa con l’altra? Dov’è il rapporto dialettico? pensò Ramiro.
«Questa vodka è pericolosa, fa sentire cose strane» commentò il cubano.
Ma una festa è una festa, così Ramiro ci andò e conobbe il cileno, un tizio della nomenklatura, non uno della Lumumba, un vip. [...] Ramiro e il cileno simpatizzarono: mentre bevevano qualcosa insieme il cileno raccontò che alcune settimane prima della sua partenza da Santiago uno zio gli aveva lasciato i propri risparmi, in modo che prima di arrivare a Mosca girasse l’Europa. Quello zio generoso gli aveva spiegato che era una stupidaggine non visitare Parigi, Roma, Amsterdam, e aveva posto come unica condizione che non mettesse piede nella Spagna di Franco. A Francoforte il cileno aveva comprato il giradischi e i dischi. Ad accrescere l’ammirazione di Ramiro, il suo itinerario pre-moscovita aveva toccato anche Praga.
«Oh, le ragazze ceche! Non ci sono parole per descriverle. Non conoscono il peccato, sono sempre innocenti. Ah, le ragazze ceche!» sospirava il cileno, mentre in Ramiro cresceva la determinazione di andare a Praga. 


© Luis Sepúlveda 2015 By arrangement with Literarische Agentur Mertin Inh Nicole Wittek Frankfurt Am Main, Germany 
© 2015 Ugo Guanda Editore Traduzione di Ilide Carmignani

Giorgio Bocca
Il provinciale. Settant'anni di vita italiana
Feltrinelli, Milano 2007 [1992]

p. 93 Tre giorni dopo le invito di nuovo, andiamo in un altro ristorante della belle époque e, dopo, la contessa mi prega di accompagnarla all'ambasciata dove dormirà perché c'è un pranzo di gala e deve alzarsi prestissimo. La porto all'ambasciata e poi riaccompagno a casa la figlia. La ragazza di burro mi fa entrare nella sua stanza e poi non indugia in alcuna schermaglia, non allude, prepara solo tranquillamente il letto, mette un cuscino di traverso a metà letto, come usa dalle parti mitteleuropee, per rialzare il sedere ed esporre meglio il sesso. E' sola, è triste, non sa cosa l'attende, io sono uno che passa, che non crea problemi. Che altro? Dopo si mette a piangere dolcemente, va nuda con il suo corpo bianco, burroso alla finestra, scosta le tendine, si vede la piazza deserta, il selciato che luccica, il mondo ostile in cui vive, come in una caverna lunare. Non la rivedrò più, in queste cose sono un vile, o cedo all'istinto della conservazione e allora taglio.