mercoledì 18 marzo 2015

Il jhadista della porta accanto

Khaled Fouad Allam intervistato da Alberto Laggia
Famiglia cristiana, 22 novembre 2014

















L’Occidente ha sottovalutato la minaccia dell’Isis, la sua capacità di proselitismo e la radicalizzazione dei giovani musulmani in Europa. «Mi stupisce che non si siano presi sul serio gli allarmi e le analisi degli esperti che da tempo mettevano in guardia dalla pericolosità di questo fenomeno, per molti aspetti nuovo».
Si sente un po’ come una Cassandra inascoltata Khaled Fouad Allam, sociologo, islamista ed esperto di questioni mediorientali. Nel suo ultimo libro Il jihadista della porta accanto (Piemme), cerca di fare luce su questa nuova forma di totalitarismo che si muove nella globalizzazione e spiega perché è destinata a fare sempre più seguaci tra le nuove generazioni nei nostri Paesi. Nel silenzio assordante dei Governi occidentali.
«Il terrorismo dell’Isis non ha nulla a che fare con i fenomeni della fine del ’900 e di questi ultimi anni. Questo è basato sulla destabilizzazione: vuole, cioè, creare con gli attentati e le decapitazioni la paura assoluta, la globalizzazione dell’orrore che metta a sua volta in moto un sistema di sicurezza così imponente e ossessivo da creare un’ansia sul piano mondiale».
E il jihadista della porta accanto?
«Può essere chiunque, islamico d’origine o convertito, caduto nelle trappole di qualche cattivo maestro. Perciò difficile da identificare anche perché adotta particolari tecniche di nascondimento. Ecco perché la prevenzione è assai più difficoltosa rispetto a quella che si faceva coi terroristi classici».
Che caratteristiche hanno i giovani che si arruolano nell’Isis?
«Ci sono due tipologie di aderenti: la prima, di cui faceva parte, ad esempio, Khaled Kelkal, il cosiddetto primo jihadista europeo, quel ragazzo franco-algerino giustiziato vicino a Lione dai gendarmi francesi, nel 1995. Era un giovane che si era ri-islamizzato in prigione. La seconda tipologia è il giovane che, al contrario, è del tutto integrato, che si avvicina, grazie alla Rete, alla cultura fondamentalista; cade nella trappola e diventa seguace di una logica eversiva. Internet in questo senso è un pericolo se non governato».
Perché attecchisce nella nostra società questo pensiero eversivo?
«Non c’è mai un solo fattore generante. Certo, la crisi economica può influire, perché marginalizza ancor più i giovani, ma non mi sembra la ragione decisiva. Tutto parte dalla caduta del Muro di Berlino, dalla crisi delle grandi ideologie e la fine delle utopie collettive. A questi ragazzi l’islam politico può apparire, nel vuoto ideologico creatosi quasi trent'anni fa e nella secolarizzazione, come una nuova forma di utopia e speranza collettiva».
Eravamo alcuni anni dopo la rivoluzione khomeinista…
«A partire da quella rivoluzione del 1979, l’islam politico ha lavorato contro tutto ciò che è di matrice occidentale, a iniziare dalle società democratiche. La democrazia è considerata “immondizia occidentale” da cui allontanarsi per tornare alla purezza delle origini. Attenzione che non a caso il testo del califfato si chiama “La promessa di Allah”».
Perché lo jihadismo è assai più pericoloso del fondamentalismo talebano e del movimento di Al Qaeda?
«Perché l’Isis è riuscito dove hanno fallito gli altri. Ha messo insieme gran parte dei movimenti fondamentalisti, e poi ha risolto l’equazione più ardua: passare da una realtà di contestazione a una vera e propria istituzione. L’Isis è un califfato, uno Stato a tutti gli effetti, sebbene non riconosciuto dalla comunità internazionale. E Stato vuol dire tante cose: un’amministrazione, un esercito e, diversamente da Al Qaeda, un perimetro in estensione, una struttura».
La strategia di contrasto solo con i bombardamenti aerei non basta…
«No, è necessaria la guerra tradizionale, cioè soldati che combattano strada per strada. Quello che stanno facendo i curdi ora».
Ma gli Stati occidentali hanno smesso di fare la guerra tradizionale...
«Però, citando un verso di Hölderlin, “là dove cresce il pericolo, cresce la salvezza”. Ma quel che serve di più, oggi, è un dialogo su basi nuove tra islam e Occidente. È un lavoro lungo, ma decisivo. Ne va dei futuri equilibri sociali, anche perché l’islam non è più lontano, ma è dentro le nostre società. Non è più ipotizzabile un atteggiamento da “conquistatore”. Ruolo importante in questo senso possono avere la Chiesa cattolica e il Papa e quanti nel mondo musulmano condividono i valori della democrazia. Ma bisogna aiutare questi intellettuali e non silenziarli come si fa oggi».
Non le pare che la politica ascolti poco queste voci?
«Sta accadendo quello che si è verificato con la questione ambientale. Per tanti anni la politica ha negato l’effetto serra, per poi accorgersi che gli esperti avevano ragione».