martedì 17 marzo 2015

Il fascino inquietante di Zweig

Daniele Del Giudice
prefazione alla Novella degli scacchi
Stefan Zweig, Schachnovelle
Traduzione di Simona Martini Vigezzi
© 1943 Bermann-Fischer AB, Stoccolma
© 1982 Garzanti Editore S.p.A.














... troviamo nei diari di Musil la seguente frase: «non si può polemizzare singolarmente contro Emil Ludwig, Stefan Zweig e Feuchtwanger, si cade nel litigio spicciolo; ma tutti e tre assieme, questi sfruttatori dell’emigrazione che proprio da emigrati sono diventati beniamini internazionali mentre buoni scrittori a malapena riescono a salvarsi dallo sfacelo, tutti e tre assieme sono un simbolo mostruoso del nostro tempo».
E se le critiche di Musil o quelle precedenti di Karl Kraus (che peraltro non riguardavano soltanto Zweig ma anche Hofmannsthal e tutto il gruppo della Jung Wien) possono essere attribuite a questioni di casa, c’è un’opinione insospettabile di Carlo Emilio Gadda, che nel ’45 così giudica Zweig per come viene fuori dall’autobiografia Il mondo di ieri: «un trufolone europeo che va in cerca di tutti, è amico e ospite di tutti, è stato a balia con tutti. Con Verhaeren e Toscanini, Rodin ed Hofmannsthal, Busoni e Romain Rolland, Croce e Freud. Croce e Freud: sissignori. Mai una volta che gli venga detto, come mi capita a me tanto spesso, nei momenti di peggio rogna: “questo pavone manco lo voglio conoscere, né lui né la sua rinomea. Vada al diavolo!”. Mai una volta che lui ci lasci supporre d’essersi sparapanzato nella chaise-longue quant’è lunga, sul terrazzo della sua casa castello di Salisburgo borbottando quest’oggi me la ronfo per conto mio. Al fresco. [...] Tutto ciò non gli impedisce di “nutrire degli ideali”. Il più alto, il più generoso, e ad un tempo il più facile, è la comunione delle anime universe nella civiltà della supernazione. Auspicio supremo: la scomparsa dei passaporti».
In realtà Zweig non ha nulla di mostruoso, come voleva Musil, e le sue motivazioni ideali furono un po’ più complesse di come con ironia le ritrae Gadda. Forse fu soltanto uno scrittore minore, certamente un grande minore. Ma che cos’è uno scrittore minore?
Una volta erano gli storici della letteratura a introdurre misure di grandezza, riferite alla crucialità o all’intensità o all’ingombro. Quasi sempre disegnavano un cielo mobile e relativo che altri avrebbero poi ridisegnato mutando le proporzioni tra i corpi. Edmund Wilson giudicò Stevenson un minore della letteratura inglese, e non è facile dargli ragione. Oggi nessuno più distinguerebbe gli scrittori in maggiori e minori, ci atterremmo piuttosto alla celebre distinzione di Barthes tra scrittori e scriventi, e comunque penseremmo che in ogni storia narrata vi è un momento di necessità o di efficacia, e che quei momenti vanno ricercati, e ricordati.
Zweig però visse in un’epoca in cui certe differenze esistevano ancora, e credo che lui sia stato veramente un minore, non soltanto per la disattenzione ai “clienti nuovi” ma per la sua stessa scrittura: brillante, delicata, con un vero fiato narrativo, ma una scrittura in cui manca tutta la zona centrale, da un lato si addensa una miriade di minuzie psicologiche per far quadrare il personaggio, dall’altro punta direttamente alla metafora, all’emblema.
Certe volte sembrerebbe una scrittura “rosa”: ci sono scrittori rosa di storie d’amore e scrittori rosa della spiritualità e delle virtù positive; il limite in entrambi i casi non è il sentimentalismo né il trattare di “affari di cuore” o di “affari del bene”, ma il parlarne come se quei sentimenti fossero per sempre cristallizzati in una loro pura ed inattaccabile interezza, non tenendo conto che l’amore non è più lo stesso dopo Strindberg o dopo Svevo, o che la nostalgia, per esempio quella per un “mondo di ieri” che Zweig narra così netta e adamantina, era stata già lacerata e lavorata con conflittualità ed ironia in modo incomparabile da Musil. Lo scrittore rosa manda avanti il racconto, impiega parole come tormento o incanto o vertigine, sicuro che abbiano in sé una tale forza emotiva da richiamare il lettore a una perfetta complicità. Sicurezza, ecco forse di questo si tratta: non aver dubbi sul tuo lettore, né sul fatto che questi possa mai dubitare di te.