lunedì 7 settembre 2026

La morte di Mattei


Luciano Segreto
Avvicinarsi alla verità sulla morte di Enrico Mattei

Domani, 4 settembre 2026

C’è una verità giudiziaria ed una verità storica. Ci sono notizie e informazioni utili in un’inchiesta giudiziaria. Talvolta mettono sulla strada per raggiungere una prima verità che deve reggere nelle diverse sedi in cui si articola il sistema giudiziario. Purtroppo, quelle informazioni non sempre consentono di formulare una richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di chi ha commesso un reato.

Quando era magistrato a Pavia, negli anni Novanta, Vincenzo Calia condusse la terza inchiesta giudiziaria sul caso Mattei. Dopo anni di interrogatori e l’analisi di numerosi documenti delle inchieste precedenti, ma soprattutto dopo l’esumazione dei resti di Enrico Mattei giunse alla principale conclusione della sua inchiesta: il presidente dell’Eni non era morto in un incidente aereo la sera del 27 ottobre 1962 a causa delle condizioni meteorologiche o da un errore del pilota, bensì era stato ucciso in un attentato provocato da un ordigno piazzato sull’aereo, predisposto per innescarsi al momento in cui fossero state iniziate le manovre per l’atterraggio.

Calia dovette però chiudere l’inchiesta nel 2003 con la richiesta di archiviazione, perché nelle sue indagini non riuscì a compiere il passo successivo: individuare i responsabili della morte di Mattei.

C’è poi una verità storica che rappresenta ben più dell’ostinazione intellettuale di chi ha dovuto fermarsi davanti a muri impenetrabili, all’assenza di testimoni o a vincoli politico-istituzionali legati agli interessi nazionali di questo o quel paese, e a segreti che verosimilmente non sarà mai possibile svelare proprio perché appartenenti a una dimensione per sua natura inaccessibile.

E cionondimeno spesso anche il segreto meglio custodito presenta qualche falla, qualche mezza verità che consente di aprire nuovi cassetti e di interrogare in maniera diversa carte già lette.

L’atto di accusa


Soprattutto, permette di proporre un’interpretazione complessiva di una vicenda che, in questo caso, può anche arrivare a indicare chi e perché ha voluto la morte di Mattei e chi e perché, fin dalle prime ore dopo la tragedia di Bescapè e per molti anni da allora (anche in tempi sorprendentemente recenti), ha messo in atto un rigoroso ed efficiente depistaggio che ha impedito agli investigatori di avvicinarsi alla verità.

Vincenzo Calia e Giuseppe Oddo, giornalista politico-economico di lungo corso con una vasta e solida esperienza alle spalle, non lo mandano a dire. Il loro libro, Lampi sull’Eni. Il piano per eliminare Enrico Mattei, Feltrinelli, 2026, non è l’ennesimo volume sulla storia dell’Eni e sulla morte di Mattei: è un vero e proprio atto d’accusa, costruito con i materiali e la metodologia proprie dello storico.

Incrociando fonti archivistiche, talvolta anche inedite, testimonianze raccolte dalle diverse inchieste e un vasto apparato di studi su diversi aspetti della storia del settore petrolifero a livello internazionale, i due autori – in un crescendo di valutazioni sempre più esplicite – giungono a un’interpretazione molto chiara: furono gli ambienti francesi delle maggiori compagnie petrolifere, insieme ai servizi di intelligence di Parigi a predisporre il piano per bloccare le iniziative di Mattei in Algeria nella fase in cui si stava completando il processo che avrebbe portato all’indipendenza di questo paese dalla Francia e a realizzare l’attentato.

Erano in gioco interessi enormi, sia nel settore petrolifero sia in quello degli idrocarburi. Mattei stava per firmare un accordo che avrebbe assicurato un grosso vantaggio all’Italia anche nei confronti dell’ex potenza coloniale, garantendosi l’accesso al gas algerino una ventina d’anni prima dell’accordo infine siglato nei primi anni Ottanta dall’Eni. In questo modo escono di scena (e non è poca cosa) gli Stati Uniti e le compagnie americane, a lungo additati – anche dalla storiografia più attenta e meno incline ai complottismi – come i possibili mandanti dell’operazione che portò alla morte di Mattei.

Complessità e debolezze


A parere di chi scrive, le considerazioni addotte dai due autori a sostegno del loro punto di vista appaiono piuttosto convincenti. È invece su un altro piano che il grande impegno profuso per ricostruire tale verità storica rischia di rivelarsi, in parte, controproducente.

È nel tentativo di rileggere l’intera storia dell’Eni, specie dopo la morte di Mattei, attraverso un complesso dedalo fatto di “disattenzioni” degli inquirenti dell’epoca, di depistaggi a corto e a lungo raggio, e nella ricerca affannosa di quanti, anche in Italia, potevano avere interesse alla fine del presidente dell’ente petrolifero, a cominciare dall’uomo che lo sostituì alla testa della società, Eugenio Cefis.

Il rischio è che l’atto d’accusa contro i francesi finisca per essere indebolito dalla ricerca di collegamenti più ampi, ma anche più difficili da dimostrare. La sintomatologia di molte vicende politiche ed economiche italiane ha spesso portato a individuare intrecci tra diversi ambienti politici, economici, criminali e dei servizi di intelligence.

Tenere insieme tutto, in una sorta di puzzle finalmente ricostruito fino all’ultimo pezzo – cosa che, malgrado la passione profusa e gli sforzi compiuti, ha una tenuta inferiore alla verità storica “dimostrata” – rischia di introdurre nel complesso meccanismo delineato nel libro qualche pietruzza capace di bloccarne il funzionamento.

La rivolta di una Germania perduta

Mara Gergolet
"Hanno riempito tutti i vuoti a Est. Definirli fascisti non serve a niente"

Corriere della Sera, 7 settembre 2026 

MAGDEBURGO «L’AFD vede nell’Est una Germania originaria, senza stranieri», dice Ingo Schulze. Non pensava alla vigilia che l’afd ottenesse la maggioranza, e ora che è sulla soglia dell’impensabile, è frastornato, come tutti.
Con l’Est, o meglio con la Ddr, Schulze è associato da sempre, fino a essere lo scrittore più rappresentativo uscito da quelle terre. «Ho sempre scritto della Ddr in relazione al mondo dopo il 1990. Per me è stata, e continua a essere, uno sfondo che permette di comprendere meglio le ovvietà del presente». È proprio in queste terre che l’Afd sta dilagando.

La AfD si è riappropriata di quel passato comune? Cancellando, al contempo, tutto quello che la ddr aveva di violento e repressivo?
«La mia tesi è sempre stata che proprio l’immagine che ci facciamo della Ddr contiene anche un potenziale per contrastare la destra, o l’estrema destra. Si tratta di ricordare ciò che vi era di progressista: l’educazione dei bambini, l’uguaglianza tra uomini e donne, il sistema sanitario, molti aspetti del diritto di famiglia e, più in generale, tutto ciò che riguardava i servizi pubblici. Non sono questi, però, gli aspetti su cui insiste l’Afd. L’AfD vede nell’Est una Germania originaria, senza stranieri. È difficile opporsi a questa narrazione se ci si limita a ricordare soltanto il carattere repressivo della Ddr».
Ritiene giusto 
definire l'AfD fascista?
«Non amo queste etichette, perché ci fanno pensare immediatamente al nazionalsocialismo. Bisogna fare lo sforzo di descrivere l’AfD con maggiore precisione. Se dovesse arrivare al potere, provocherebbe enormi danni soprattutto nell’istruzione e nella cultura, prima ancora di fallire. La sua lettura del mondo non è sociale, ma etnico-nazionale».
Riscrivere la cultura e la storia: è questo il suo aspetto più pericoloso?
«Senza alcun dubbio. Le faccio un esempio. Alla fine di maggio abbiamo tenuto l’assemblea primaverile dell’accademia tedesca per la lingua e la letteratura ad Halberstadt, in Sassonia-anhalt. Il nostro partner locale era il Gleimhaus, il museo dedicato all’illuminismo tedesco. L’AFD sta attaccando personalmente la direttrice, che da anni svolge un lavoro straordinario, perché definisce l’illuminismo un movimento internazionale e non nazionale. Anche molti insegnanti temono di essere denunciati come “politicamente di parte”. È assolutamente possibile che diversi docenti perdano il posto. E lo stesso potrebbe estendersi alle università, ai musei, alla storiografia».
L'AfD usa deliberatamente il linguaggio del 1989: "Noi siamo il popolo", la resistenza contro le élite, l'idea di una nuova rivoluzione. Lei la visse in prima persona, manifestando per le strade, cosa pensa?
«La mia impressione è che proprio coloro che allora gridavano: “Siamo un solo popolo! Il marco subito! L’adesione subito!”, cioè quelli ai quali l’auto-dissoluzione della Germania orientale non sembrava abbastanza rapida, siano oggi quelli che parlano più forte del “completamento” della rivoluzione. La cosa pericolosa è soprattutto che nessun altro partito è riuscito ad appropriarsi positivamente della tradizione dell’est, o forse non lo ha nemmeno voluto. Inoltre l’AfD è l’unico che pretende di avere una visione del futuro, un’alternativa allo status quo. Per alcuni questo rappresenta un orizzonte che altrove non trovano. Bisognerebbe prenderne atto».
Molte persone non hanno sentimenti negativi verso la Russia, nonostante l'occupazione sovietica.
«Gli abitanti della Ddr vedevano che i vincitori della Seconda guerra mondiale vivevano peggio di loro. I soldati sovietici, confinati nelle caserme della Ddr in condizioni molto dure, suscitavano piuttosto compassione. Inoltre, nel 1989, l’urss di Gorbaciov fu la garante del fatto che le manifestazioni dell’autunno non venissero represse con la violenza. Nell’ovest “i russi” sono sempre rimasti una parola che evocava paura; nell’est era diverso, anche se il rapporto era ben lontano dagli ideali ufficiali dell’amicizia socialista. A questo si aggiunge il fatto che in Germania la guerra in Ucraina viene raccontata in modo unilaterale. Nell’est la diffidenza verso i media è maggiore. Si ha l’impressione che l’identità politica tedesca, o dell’europa occidentale, venga definita quasi esclusivamente dalla lotta degli ucraini. Questo non fa bene a nessuno, meno che mai agli stessi ucraini».
Non è paradossale il legame quasi istintivo che l'AfD sente con Trump?
«Sì, imparano gli uni dagli altri. E proprio osservando Trump si può capire quale Germania abbia in mente l’afd. Personalmente considero più interessante ciò che ha tentato la Spagna, cioè la regolarizzazione degli immigrati irregolari. Non invidio affatto i politici che devono trovare un compromesso tra immigrazione e rimpatri. Non è qualcosa che riusciremo semplicemente a fare, come diceva Angela Merkel».

La lezione americana

Melat Kiros

La tesi di Giovanni Orsina, nell'articolo pubblicato dalla Stampa di oggi (vedi sotto) comporta un assioma centrale: l'idea che la sinistra sia incapace di rigenerarsi e possa solo subire la reazione populista. L'esempio degli Stati Uniti, in particolare l'ascesa dei socialisti democratici, dimostra invece che una ristrutturazione radicale dall'interno è possibile e, proprio nel paese governato dal populista Trump, è già in atto. 

Il caso più emblematico del ricambio avviato è Zohran Mamdani, l'esponente dei Democratic Socialists of America (DSA) eletto Sindaco di New York. Questo fatto nuovo offre una risposta diretta e pratica per contestare l'analisi di Orsina:

Riorientamento sui bisogni materiali: Mentre Orsina accusa la sinistra di essersi persa nei diritti civili astratti, la nuova sinistra di Mamdani ha vinto rimettendo al centro l'accessibilità economica: la sua amministrazione ha introdotto il congelamento degli affitti per un milione di appartamenti e l'asilo nido gratuito.

Populismo di sinistra contro populismo di destra: Mamdani non subisce il populismo, ma lo cavalca in senso progressista. Ha intercettato la rabbia della Generazione Z e delle fasce più povere contro le élite economiche, dimostrando che la spinta populista non è necessariamente una prerogativa della destra conservatrice. 

Rigenerazione interna ai partiti tradizionali: Questo fenomeno non avviene fuori dalle istituzioni, ma sfrutta i meccanismi del Partito Democratico americano. Come spiegato in un'analisi della Fondazione Giuseppe Di Vittorio, la vittoria di Mamdani ha riaperto il dibattito globale sulla possibilità di ricostruire "un'altra sinistra" attraverso proposte radicali e di forte rottura.

Mentre l'approccio storico-politico di Orsina tende a fotografare la fine del ciclo socialdemocratico del Novecento, l'esperienza dei democratici socialisti negli USA evidenzia che il conflitto sociale sta semplicemente cambiando pelle, trovando nuove formule per sfidare lo status quo. 

L'esempio di Melat Kiros

Massimo Basile
Socialisti alla riscossa tra i Dem Usa: La Gen Z scuote il partito in Colorado con Melat Kiros
la Repubblica, 2 luglio 2026

NEW YORK - L’avanzata dei candidati socialisti democratici è arrivata anche in Colorado. La socialista Melat Kiros ha battuto la deputata democratica della Camera Diana DeGette nelle primarie del partito. E’ una vittoria clamorosa per una candidata alla sua prima esperienza elettorale contro una parlamentare in carica da quasi trent’anni anni, e segna un altro successo per gli sfidanti progressisti in tutto il Paese.NEW YORK - L’avanzata dei candidati socialisti democratici è arrivata anche in Colorado. La socialista Melat Kiros ha battuto la deputata democratica della Camera Diana DeGette nelle primarie del partito. E’ una vittoria clamorosa per una candidata alla sua prima esperienza elettorale contro una parlamentare in carica da quasi trent’anni anni, e segna un altro successo per gli sfidanti progressisti in tutto il Paese. Kiros, 29 anni, nata in Etiopia e arrivata in Usa da bambina con la famiglia, avvocata e attivista, è l’ultima candidata emersa dall’ala sinistra del Partito democratico a sconfiggere esponenti sostenuti dall’establishment. Alle primarie di New York, il mese scorso, hanno vinto i tre candidati sostenuti dal sindaco Zohran Mamdani. A Washington gli elettori democratici hanno eletto la socialista Janeese Lewis George, destinata a diventare sindaca della capitale, mentre a Los Angeles Nithya Raman, urbanista, correrà a novembre per guidare la città.
Anche nel caso di Kiros la vittoria è alimentata dalla frustrazione di una parte degli elettori, che ha messo in difficoltà la leadership del partito. Il primo distretto congressuale del Colorado comprende la città a maggioranza democratica di Denver, per questo Kiros è considerata favorita per vincere anche a novembre e a entrare, a gennaio, al Congresso. «Stiamo vincendo da costa a costa», ha detto Kiros davanti a una folla entusiasta. Sebbene in altre competizioni i risultati siano stati contrastanti, è evidente che gli Stati Uniti stiano vivendo una piccola rivoluzione: la base democratica sta premiando chi parla di temi concreti e non ideologici, e sostiene idee forti, non compromessi. Anche Kiros propone un sistema sanitario pubblico universale che sostituisca il sistema spietato delle assicurazioni private, chiede più interventi nell’edilizia pubblica, meno peso dei capitalisti nel finanziamento dei candidati e si è schierata contro Israele. In un’America guidata da un governo di destra, sostengono alcuni analisti, anche le idee di senso comune a favore di classe media e ceti più deboli appaiono “estreme” e “radicali”, ma la differenza con i Maga è nella formazione: molti sono giovani, laureati, cresciuti nelle battaglie civili, nei sindacati e le organizzazioni in difesa dei diritti abitativi. Non parlano di ideologie ma di rette da pagare, spesa, affitto, cure mediche. E chiedono più tasse per i ricchi.

Melat Kiros rappresenta la nuova generazione pronta a sfidare il potere consolidato, a battersi per azioni concrete contro il cambiamento climatico, a contrastare l'influenza delle multinazionali e a dare un contributo concreto ai lavoratori del Colorado. Per decenni, questo seggio è stato occupato da un deputato sostenuto dai comitati di azione politica delle aziende e dall'influenza dei miliardari, permettendo così ai potenti di dettare le politiche mentre la gente comune viene lasciata indietro. È tempo di una leadership che metta le comunità al di sopra delle multinazionali, e Melat si sta impegnando proprio in questo senso. (Sunrise Movement)

Giovanni Orsina
La crisi della sinistra nata dai suoi successi

La Stampa, 7 settembre 2026

I progressisti sono in profonda difficoltà politica e culturale in pressoché tutte le democrazie avanzate. Se vogliamo comprendere le vicende dell’attuale opposizione italiana, dai cui tormenti siamo stati intrattenuti per tutta l’estate, forse ci conviene partire da questo assunto generale più che dal dibattito interno al Partito democratico di Elly Schlein, dall’attivismo di Giuseppe Conte o dai machiavellismi di Matteo Renzi.

Una cronologia molto diffusa data la crisi del progressismo agli anni Novanta del secolo scorso, ovvero al momento in cui, nell’epoca del neoliberalismo imperante, la sinistra anglosassone di Bill Clinton e Tony Blair si è sottoposta alle regole del capitalismo globalizzato. Da questa diagnosi discende la cura: la sinistra potrà rinascere soltanto tornando su posizioni di più radicale contestazione dell’ordine capitalista. Pur non essendo del tutto peregrino, il ragionamento si basa tuttavia su una cronologia incompleta.

I travagli della sinistra, infatti, hanno origine trent’anni prima, negli anni Sessanta. È in quel decennio che il comunismo, la più grande utopia della modernità, smarrisce quasi del tutto la propria spinta propulsiva. Ed è sull’onda di quel decennio che, a partire dagli anni Settanta, cominciano a moltiplicarsi e a trovare sempre maggior tutela i diritti individuali, civili e sociali. Lo sviluppo dei diritti è fortemente sostenuto dai progressisti e rappresenta una loro vittoria epocale. Ma accompagna e alimenta pure un processo di frantumazione individualistica della società che rende sempre meno rilevanti le articolazioni sociali, come la classe operaia, e sempre più faticose e inefficaci tanto la mediazione politica quanto l’azione dello Stato. E finisce così per demolire una tradizione socialista nella quale articolazioni sociali, politica e Stato svolgevano un ruolo fondamentale.

Alla fine del Novecento, Blair e Clinton cercavano alternative a un socialismo che già stava crollando: una nuova sinistra che sapesse metter radici in una società individualista e imparasse a muoversi con disinvoltura in un mondo globalizzato, accettando sì il capitalismo, ma trovando pure il modo di riportarlo sotto controllo. È difficile negare che abbiano fallito. Ma a monte non c’è nessuna età dell’oro cui possa tornarsi, perché i problemi che i due tentavano di risolvere c’erano già prima di loro e ci sono, ben più gravi, ancora oggi.

La crisi odierna del progressismo è così profonda, allora, perché è figlia non della sua sconfitta a opera del neoliberalismo negli anni Novanta ma del suo successo sul terreno dei diritti negli anni Settanta. I suoi stessi valori trionfanti gli si sono rivoltati contro: una trappola micidiale. Come può la sinistra appoggiarsi su una qualsivoglia base sociale quando gli elettorati sono così sgretolati, e lo sono anche perché le politiche progressiste hanno contribuito a sgretolarli? Come può immaginare un’idea di bene comune al tempo di un individualismo trionfante che essa stessa ha per tanti versi promosso? Come può governare il mercato, se quello sfugge ormai al controllo degli Stati nazionali mentre i tentativi di creare istituzioni efficaci su scala planetaria falliscono? E come può chiedere che gli Stati nazionali recuperino il controllo senza fare il gioco della destra sovranista?

È perché non sa rispondere a queste domande che il progressismo tradizionale, nato per tutelare i deboli, oggi raccoglie consenso soprattutto tra i forti: i ceti urbani intellettuali e benestanti che non hanno bisogno della protezione dei corpi intermedi, della politica e dello Stato per poter godere dei diritti individuali e dei benefici materiali della globalizzazione. Eppure, i deboli non sono andati tutti a destra. Nell’ultimo decennio ha preso forma una nuova sinistra populista che ha saputo parlare ai ceti più periferici e svantaggiati offrendo loro protezione dalle tempeste globali attraverso la ricostruzione di collettività piccole, coese e solidali. E che quanto meno si è posta il problema dell’identità nazionale. Alla linea di divisione fra moderati e massimalisti, o se si preferisce istituzionali e movimentisti, che da sempre tormenta la sinistra se n’è così aggiunta un’altra fra individualisti, globalisti e cosmopoliti da un lato, comunitari, localisti e particolaristi dall’altro.

Questo quadro generale contribuisce a spiegare perché l’opposizione italiana sia così divisa e travagliata. Il Partito democratico partecipa della crisi antica e profonda di tutta la sinistra, prodotta dalla sua incapacità di controllare politicamente il mondo individualista e globalizzato che pure ha contribuito a generare. E si porta dentro una frattura fra riformisti e radicali. Il Movimento 5 Stelle, figlio dell’ondata populista, ha visto fallire e ha abbandonato il proprio progetto originario, per il quale la partecipazione via internet avrebbe dovuto generare nuove comunità politiche capaci di proteggere i cittadini. Ma ha mantenuto la capacità di entrare in sintonia con i ceti periferici e svantaggiati, come il reddito di cittadinanza ha dimostrato, oltre a una notevole dose di alterità rispetto al progressismo tradizionale espresso dal Pd. Conte è disinvolto e trasformista, certo, ma le sue posizioni sulla Russia, su Trump, sulla sicurezza o sul wokismo non sono soltanto opportunistiche, rispondono a caratteristiche profonde del Movimento.

Soprattutto, Conte mi pare più adeguato di Schlein al clima storico del nostro tempo. È – per così dire – più contemporaneo. Per questo può raggiungere fasce dell’elettorato alle quali il Partito democratico non sa parlare e sarebbe per Giorgia Meloni un avversario ben più temibile. E per questo resta in gara come possibile candidato della sinistra alla presidenza del Consiglio malgrado il Movimento abbia molti meno voti del Pd.

domenica 6 settembre 2026

Succederà questa notte


Teresa Marchesi
Se succederà, "Succederà questa notte", la passione secondo Nanni Moretti

Domani, 6 settembre 2026

Nessuno è tecnicamente obbligato a leggersi Legami, la raccolta di racconti di Eshkol Nevo (ed. Feltrinelli) che è alla base di Succederà questa notte, il film che riporta Nanni Moretti a Venezia per la prima volta dai tempi di Palombella rossa, 1989. Cioè: padrone ognuno di farsi del male. Perché il libro non fa solo da navigatore, ti fa godere la tessitura unitaria del patchwork che “l’uomo Sacher” ha elaborato a sei mani con Valia Santella e Federica Pontremoli.

Moretti c’è anche sullo schermo, fa il babbo di Jasmine Trinca (legittimamente, l’ha tenuta a battesimo lui con La stanza del figlio). Ma soprattutto è evidente l’affinità emotiva con lo scrittore israeliano, da cui aveva già tratto il suo non fortunato Tre piani. E c’è qualcosa di nuovo sotto il sole. C’è una new entry che in cinquant’anni di cinema del Nostro non avevamo mai intercettato: l’Eros. Qui è la vera guest star. Evviva. Chissà se è questo a iniettare un surplus di emozione a quello che l’autore definisce «un film sui sentimenti e sul bisogno di nominarli».

Ovvero: «Lasciare che si manifestino, ammettere senza riserve di volersi bene, dirsi senza pudore che ci si ama». Sono più amori in realtà: anche padre-figlio, madre-figlia. Sembra una sviolinata appiccicosa. Non lo è. È una storia d’amore in cui un uomo e una donna si incontrano sempre nel momento sbagliato. L’uomo è Louis Garrel, la donna Trinca. E il racconto che fornisce il titolo al film, Succederà questa notte, non è quello centrale. È solo la suggestione, la promessa che ispira il finale.

Le “nuove occasioni”


Il filo che lega il patchwork è un bisogno, il desiderio di una nuova occasione, di credere che la vita ti offre sempre un’altra possibilità. È quello che fa incrociare per caso, di sette anni in sette anni, le vite distanti di Greta (Trinca) e Matteo (Garrel).

Il primo incontro è un episodio bizzarro: la sposa che si sfila le scarpe e trasforma una partita a tennis in una leggenda familiare, di quelle che ingigantiscono nei racconti del poi. Il miraggio riappare a sorpresa, riconoscibile sotto le rughe prostetiche, perché Greta è un’attrice sul punto di lasciare i set. Matteo ha portato il padre in fin di vita (Hippolyte Girardot) in Spagna, per un concerto del Boss, il suo mito, che non ha mai sentito dal vivo. È uno dei più bei racconti di Nevo, e sullo schermo, incredibilmente, è ancora più palpitante.

Sette anni dopo, il sogno di una fuga dal matrimonio, genere Il Laureato, diventa realtà. O meglio diventa passione bruciante di due persone legate ciascuna a consorti e figli. Quella creatura da fiaba dissonante aveva agganciato l’immaginario di Louis Garrel senza scampo. Era “la donna perfetta”. Quella che cancellava il ricordo di una moglie norvegese troppo giovane («Non sei in grado di fare la madre», aveva sentenziato la buffa suocera Angela Finocchiaro) e della nuova compagna, il medico che aveva curato Hippolyte Girardot.

C’è un’allegria sfrenata, in questo innamoramento, che sembrava impossibile potesse trovare spazio nella deriva plumbea delle morettiane meditazioni recenti. È un Michele Apicella che ha voglia di coreografare, di nuovo, balletti di pura gioia per strada, con l’assistenza amichevole dei Rolling Stones. Non è solo ai cuoricini sensibili alle love story che con Succederà questa notte fa spremere lucciconi, più di una volta, a dire il vero, nel corso del film.


Fabrizio Dividi
La Torino di Eshkol Nevo nel nuovo film di Nanni Moretti

Corriere Torino, 6 settembre 2026

Nel giorno di Succederà questa notte, con Nanni Moretti che conquista il pubblico di Venezia83 con una storia d’amore lunga una vita intera, è giusto fare un passo indietro e tornare esattamente a un anno fa. Era settembre quando Torino aveva prestato alcune delle sue location per il film, tra cui l’aeroporto di Caselle, l’hotel Nh Carlina e la Chiesa di Santa Pelagia di via San Massimo. E fu una piacevole sorpresa vedere all’opera il regista, che aveva lasciato il segno come direttore del Torino Film Festival, girare in pieno centro tra gli sguardi dei curiosi. In realtà, non si trattava del suo primo ciak torinese. Tra il 1989 e il 1990, Moretti aveva già girato una scena per La cosa nel reparto carrozzerie di Mirafiori; ma dopo l’esordio alla regia teatrale nel 2023 con Diari d’amore, la sequenza di Succederà questa notte va ricordata come un’altra «sua prima volta» nel campo della fiction.

Produzione Sacher con Fandango e Rai Cinema, Succederà questa notte è stato supportato da Film Commission Torino Piemonte e uscirà in sala il 3 dicembre con 01Distribution. Il film è stato interpretato da Jasmine Trinca e Louis Garrel, nelle parti di Greta e Matteo; e da Angela Finocchiaro («Ci conosciamo da molti anni — sottolinea Nanni Moretti — anche se è la prima volta che lavoriamo insieme»). Il ruolo che l’attoreregista si è riservato è, invece, quello del padre di Greta, in versione «con e senza barba». «Qualcuno voleva che interpretassi il padre di Garrel, che è un po’ il mio alter ego sul set, ma rivedendomi sono ancora più convinto di avere avuto ragione». Un «doppio», quello dell’attore francese, che spesso appare (la scena del canestro cita quella della partita di calcio ne La messa è finita), ma di cui il regista non abusa («Speravo di avere una Vespa — scherza Garrel — ma Nanni mi ha fatto andare su un motorino di marca giapponese perché non voleva autocitarsi»).

E torniamo alla scelta di Torino, sorprendentemente rispettosa delle ambientazioni dell’opera originale di Eshkol Nevo (che la città la conosce bene, avendoci vissuto e insegnato). Nel racconto Campane che chiude la raccolta Legami (Feltrinelli) da cui Moretti si ispira liberamente, la città è descritta dalla casa «vicino al mercatino delle pulci, a due minuti da via Garibaldi in piazza Emanuele Filiberto 15». Sotto le finestre si apre «il familiare, amato reticolo geometrico italiano di vicoli che si spalancano in un sospiro di sollievo nella piazza». Il protagonista di Campane racconta anche della sua passeggiata quotidiana a Porta Palazzo «per comprare ogni giorno un formaggio diverso» e lamenta un unico fastidio: «Il quarto piano dista 50 metri dal campanile della chiesa e le campane suonano giorno e notte». Insomma, un ottimo pretesto per andare a chiedere al prete di abbassare il volume almeno nelle ore notturne e di descrivere «la musica di un organo e dei corridoi che conducono ad altri corridoi» prima di rivelare il «miracolo» finale.

Le sceneggiatrici (con Moretti) Vania Pontremoli e Federica Santella spiegano così i principi che le hanno guidate in scrittura: «Temi portanti della storia sono le relazioni tra persone, padri e figli, uomini e donne; e sulla base del racconto Come l’acqua, abbiamo inserito situazioni, personaggi o anche solo singole immagini tratte dagli altri. La libertà che ci siamo presi è stata quella di individuare tempi, scene e parole, e alla fine il cuore di Legami rimane intatto, pur con una storia d’amore completamente nuova». Moretti conferma: «Con una frase un po’ scema, molti anni fa mi inventai che avrei voluto fare sempre lo stesso film possibilmente sempre più bello. Oggi non è più così: anche grazie al lavoro delle mie sceneggiatrici, abbiamo immaginato una storia d’amore potente e decisamente inusuale nel mio cinema».