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| Melat Kiros |
La
tesi di Giovanni Orsina, nell'articolo pubblicato dalla Stampa di oggi (vedi sotto) comporta un assioma centrale: l'idea che
la sinistra sia incapace di rigenerarsi e possa solo subire la
reazione populista. L'esempio degli Stati Uniti, in particolare
l'ascesa dei socialisti
democratici, dimostra invece che una
ristrutturazione radicale dall'interno è possibile e, proprio nel paese governato dal populista Trump, è già in atto.
Il
caso più emblematico del ricambio avviato è Zohran Mamdani,
l'esponente dei Democratic Socialists of America
(DSA) eletto Sindaco di New York. Questo fatto nuovo offre una risposta diretta e pratica per contestare
l'analisi di Orsina:
Riorientamento
sui bisogni materiali: Mentre
Orsina accusa la sinistra di essersi persa nei diritti civili
astratti, la nuova sinistra di Mamdani ha vinto rimettendo al centro
l'accessibilità economica: la sua amministrazione ha introdotto
il congelamento degli
affitti per un milione di
appartamenti e l'asilo nido gratuito.
Populismo
di sinistra contro populismo di destra: Mamdani
non subisce il populismo, ma lo cavalca in senso progressista. Ha
intercettato la rabbia della Generazione Z e delle fasce più povere
contro le élite economiche, dimostrando che la spinta populista non
è necessariamente una prerogativa della destra
conservatrice.
Rigenerazione
interna ai partiti tradizionali: Questo
fenomeno non avviene fuori dalle istituzioni, ma sfrutta i meccanismi
del Partito Democratico americano. Come spiegato in un'analisi
della Fondazione Giuseppe Di Vittorio,
la vittoria di Mamdani ha riaperto il dibattito globale sulla
possibilità di ricostruire "un'altra sinistra" attraverso
proposte radicali e di forte rottura.
Mentre
l'approccio storico-politico di Orsina tende a fotografare la fine
del ciclo socialdemocratico del Novecento, l'esperienza dei
democratici socialisti negli USA evidenzia che il conflitto sociale
sta semplicemente cambiando pelle, trovando nuove formule per sfidare
lo status quo.
L'esempio di Melat Kiros
Massimo Basile
Socialisti alla riscossa tra i Dem Usa: La Gen Z scuote il partito in Colorado con Melat Kiros
la Repubblica, 2 luglio 2026
NEW YORK - L’avanzata dei candidati socialisti democratici è arrivata anche in Colorado. La socialista Melat Kiros ha battuto la deputata democratica della Camera Diana DeGette nelle primarie del partito. E’ una vittoria clamorosa per una candidata alla sua prima esperienza elettorale contro una parlamentare in carica da quasi trent’anni anni, e segna un altro successo per gli sfidanti progressisti in tutto il Paese.NEW YORK - L’avanzata dei candidati socialisti democratici è arrivata anche in Colorado. La socialista Melat Kiros ha battuto la deputata democratica della Camera Diana DeGette nelle primarie del partito. E’ una vittoria clamorosa per una candidata alla sua prima esperienza elettorale contro una parlamentare in carica da quasi trent’anni anni, e segna un altro successo per gli sfidanti progressisti in tutto il Paese. Kiros, 29 anni, nata in Etiopia e arrivata in Usa da bambina con la famiglia, avvocata e attivista, è l’ultima candidata emersa dall’ala sinistra del Partito democratico a sconfiggere esponenti sostenuti dall’establishment. Alle primarie di New York, il mese scorso, hanno vinto i tre candidati sostenuti dal sindaco Zohran Mamdani. A Washington gli elettori democratici hanno eletto la socialista Janeese Lewis George, destinata a diventare sindaca della capitale, mentre a Los Angeles Nithya Raman, urbanista, correrà a novembre per guidare la città.
Anche nel caso di Kiros la vittoria è alimentata dalla frustrazione di una parte degli elettori, che ha messo in difficoltà la leadership del partito. Il primo distretto congressuale del Colorado comprende la città a maggioranza democratica di Denver, per questo Kiros è considerata favorita per vincere anche a novembre e a entrare, a gennaio, al Congresso. «Stiamo vincendo da costa a costa», ha detto Kiros davanti a una folla entusiasta. Sebbene in altre competizioni i risultati siano stati contrastanti, è evidente che gli Stati Uniti stiano vivendo una piccola rivoluzione: la base democratica sta premiando chi parla di temi concreti e non ideologici, e sostiene idee forti, non compromessi. Anche Kiros propone un sistema sanitario pubblico universale che sostituisca il sistema spietato delle assicurazioni private, chiede più interventi nell’edilizia pubblica, meno peso dei capitalisti nel finanziamento dei candidati e si è schierata contro Israele. In un’America guidata da un governo di destra, sostengono alcuni analisti, anche le idee di senso comune a favore di classe media e ceti più deboli appaiono “estreme” e “radicali”, ma la differenza con i Maga è nella formazione: molti sono giovani, laureati, cresciuti nelle battaglie civili, nei sindacati e le organizzazioni in difesa dei diritti abitativi. Non parlano di ideologie ma di rette da pagare, spesa, affitto, cure mediche. E chiedono più tasse per i ricchi.
Melat
Kiros rappresenta la nuova generazione pronta a sfidare il potere
consolidato, a battersi per azioni concrete contro il cambiamento
climatico, a contrastare l'influenza delle multinazionali e a dare un
contributo concreto ai lavoratori del Colorado. Per
decenni, questo seggio è stato occupato da un deputato sostenuto dai
comitati di azione politica delle aziende e dall'influenza dei
miliardari, permettendo così ai potenti di dettare le politiche
mentre la gente comune viene lasciata indietro. È tempo di una leadership che metta le comunità al di sopra delle multinazionali, e Melat si sta impegnando proprio in questo senso. (Sunrise Movement)
Giovanni Orsina
La crisi della sinistra nata dai suoi successi
La Stampa, 7 settembre 2026
I progressisti sono in profonda difficoltà politica e culturale in pressoché tutte le democrazie avanzate. Se vogliamo comprendere le vicende dell’attuale opposizione italiana, dai cui tormenti siamo stati intrattenuti per tutta l’estate, forse ci conviene partire da questo assunto generale più che dal dibattito interno al Partito democratico di Elly Schlein, dall’attivismo di Giuseppe Conte o dai machiavellismi di Matteo Renzi.
Una cronologia molto diffusa data la crisi del progressismo agli anni Novanta del secolo scorso, ovvero al momento in cui, nell’epoca del neoliberalismo imperante, la sinistra anglosassone di Bill Clinton e Tony Blair si è sottoposta alle regole del capitalismo globalizzato. Da questa diagnosi discende la cura: la sinistra potrà rinascere soltanto tornando su posizioni di più radicale contestazione dell’ordine capitalista. Pur non essendo del tutto peregrino, il ragionamento si basa tuttavia su una cronologia incompleta.
I travagli della sinistra, infatti, hanno origine trent’anni prima, negli anni Sessanta. È in quel decennio che il comunismo, la più grande utopia della modernità, smarrisce quasi del tutto la propria spinta propulsiva. Ed è sull’onda di quel decennio che, a partire dagli anni Settanta, cominciano a moltiplicarsi e a trovare sempre maggior tutela i diritti individuali, civili e sociali. Lo sviluppo dei diritti è fortemente sostenuto dai progressisti e rappresenta una loro vittoria epocale. Ma accompagna e alimenta pure un processo di frantumazione individualistica della società che rende sempre meno rilevanti le articolazioni sociali, come la classe operaia, e sempre più faticose e inefficaci tanto la mediazione politica quanto l’azione dello Stato. E finisce così per demolire una tradizione socialista nella quale articolazioni sociali, politica e Stato svolgevano un ruolo fondamentale.
Alla fine del Novecento, Blair e Clinton cercavano alternative a un socialismo che già stava crollando: una nuova sinistra che sapesse metter radici in una società individualista e imparasse a muoversi con disinvoltura in un mondo globalizzato, accettando sì il capitalismo, ma trovando pure il modo di riportarlo sotto controllo. È difficile negare che abbiano fallito. Ma a monte non c’è nessuna età dell’oro cui possa tornarsi, perché i problemi che i due tentavano di risolvere c’erano già prima di loro e ci sono, ben più gravi, ancora oggi.
La crisi odierna del progressismo è così profonda, allora, perché è figlia non della sua sconfitta a opera del neoliberalismo negli anni Novanta ma del suo successo sul terreno dei diritti negli anni Settanta. I suoi stessi valori trionfanti gli si sono rivoltati contro: una trappola micidiale. Come può la sinistra appoggiarsi su una qualsivoglia base sociale quando gli elettorati sono così sgretolati, e lo sono anche perché le politiche progressiste hanno contribuito a sgretolarli? Come può immaginare un’idea di bene comune al tempo di un individualismo trionfante che essa stessa ha per tanti versi promosso? Come può governare il mercato, se quello sfugge ormai al controllo degli Stati nazionali mentre i tentativi di creare istituzioni efficaci su scala planetaria falliscono? E come può chiedere che gli Stati nazionali recuperino il controllo senza fare il gioco della destra sovranista?
È perché non sa rispondere a queste domande che il progressismo tradizionale, nato per tutelare i deboli, oggi raccoglie consenso soprattutto tra i forti: i ceti urbani intellettuali e benestanti che non hanno bisogno della protezione dei corpi intermedi, della politica e dello Stato per poter godere dei diritti individuali e dei benefici materiali della globalizzazione. Eppure, i deboli non sono andati tutti a destra. Nell’ultimo decennio ha preso forma una nuova sinistra populista che ha saputo parlare ai ceti più periferici e svantaggiati offrendo loro protezione dalle tempeste globali attraverso la ricostruzione di collettività piccole, coese e solidali. E che quanto meno si è posta il problema dell’identità nazionale. Alla linea di divisione fra moderati e massimalisti, o se si preferisce istituzionali e movimentisti, che da sempre tormenta la sinistra se n’è così aggiunta un’altra fra individualisti, globalisti e cosmopoliti da un lato, comunitari, localisti e particolaristi dall’altro.
Questo quadro generale contribuisce a spiegare perché l’opposizione italiana sia così divisa e travagliata. Il Partito democratico partecipa della crisi antica e profonda di tutta la sinistra, prodotta dalla sua incapacità di controllare politicamente il mondo individualista e globalizzato che pure ha contribuito a generare. E si porta dentro una frattura fra riformisti e radicali. Il Movimento 5 Stelle, figlio dell’ondata populista, ha visto fallire e ha abbandonato il proprio progetto originario, per il quale la partecipazione via internet avrebbe dovuto generare nuove comunità politiche capaci di proteggere i cittadini. Ma ha mantenuto la capacità di entrare in sintonia con i ceti periferici e svantaggiati, come il reddito di cittadinanza ha dimostrato, oltre a una notevole dose di alterità rispetto al progressismo tradizionale espresso dal Pd. Conte è disinvolto e trasformista, certo, ma le sue posizioni sulla Russia, su Trump, sulla sicurezza o sul wokismo non sono soltanto opportunistiche, rispondono a caratteristiche profonde del Movimento.
Soprattutto, Conte mi pare più adeguato di Schlein al clima storico del nostro tempo. È – per così dire – più contemporaneo. Per questo può raggiungere fasce dell’elettorato alle quali il Partito democratico non sa parlare e sarebbe per Giorgia Meloni un avversario ben più temibile. E per questo resta in gara come possibile candidato della sinistra alla presidenza del Consiglio malgrado il Movimento abbia molti meno voti del Pd.