domenica 16 agosto 2015

Il Che, Mantegna e Rembrandt

i drammatici scatti di Freddy Alborta al cadavere del comandante esibito dai militari boliviani sono stati paragonati, non a torto, alla Lezione di anatomia di Rembrandt e al Cristo morto del Mantegna
(Michele Smargiassi)
... nel mio padiglione ideale potrei mettere una sola opera, il Cristo morto del Mantegna e accanto la foto di Che Guevara sul letto di morte». (Vittorio Sgarbi)

https://vimeo.com/66963171























sabato 15 agosto 2015

Saba, gli italiani e il fratricidio


Umberto Saba 
Scorciatoie e Raccontini 
Genova, il melangolo 1993 (1946) 

STORIA D'ITALIA Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuto, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe.
Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani. “Combatteremo – fece stampare quest’ultimo in un suo manifesto – fratelli contro fratelli”. (Favorito, non determinato, dalle circostanze, fu un grido del cuore, il grido di uno che – diventato chiaro a se stesso – finalmente si sfoghi.) Gli italiani sono l’unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio. Ed è solo col parricidio (uccisione del vecchio) che si inizia una rivoluzione.
Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.




giovedì 13 agosto 2015

Cavour pragmatico e lungimirante

Il 10 agosto Cavour festeggiava il suo compleanno, era nato a Torino nel 1810.

Giuliano Procacci
Storia degli italiani
Laterza, Bari 1968

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Saliva al potere l’uomo al cui nome è legata la realizzazione dell’unità d’Italia, una tra le poche figure della storia italiana passata ai posteri con il fascino del vincitore e non con quello del vinto. Cadetto di una famiglia di vecchia nobiltà e indirizzato dal padre alla carriera militare, egli l’aveva ben presto abbandonata per una vita di viaggi, di affari, di speculazioni, di studi e di amori, e per dedicarsi in età più matura alla politica. In una società in cui molti erano gli aristocratici taccagnamente imborghesiti e molti i borghesi che ostentavano pose nobiliari, egli possedeva al tempo stesso tutte le virtù del borghese e tutte le virtù dell’aristocratico: l’irrequietezza intellettuale e l’abitudine al comando, il gusto di far denaro e quello di spenderlo, la freschezza di energie di una nuova classe sociale e lo stile di una vecchia. Di orientamenti politici moderati, alieno da ogni simpatia verso la rivoluzione e il romanticismo politico dei mazziniani, egli si rese conto peraltro della impossibilità di governare contro le diffuse aspirazioni democratiche fermentanti nei ceti borghesi e piccolo-borghesi e, prima ancora di assumere le redini del gabinetto, si assicurò una sicura maggioranza nel Parlamento, stringendo un’alleanza (il cosiddetto «connubio») con le correnti più moderate della sinistra e con il loro esponente più in vista, Urbano Rattazzi. Essendosi in tal modo garantito contro l’impazienza dei mazziniani e le nostalgie retrive dei «municipali» della corte, poté svolgere con relativa tranquillità il programma di liberalizzazione e di ammodernamento della società piemontese che aveva in mente. Innanzitutto nel campo economico: da buon lettore di Adam Smith e da imprenditore agricolo illuminato e intraprendente quale egli era, il Cavour nutriva una concezione dello sviluppo economico essenzialmente liberista. La via del rinnovamento della società piemontese passava a suo giudizio attraverso la vittoria delle tendenze mercantili e capitalistiche già operanti in essa e questa a sua volta aveva per presupposto una radicale e tonificante liberalizzazione del mercato e l’inserimento pieno del Piemonte nel grande circuitodell’economia europea. Profondamente convinto della giustezza e della fecondità di questa prospettiva di sviluppo economico, il Cavour, già nei diciotto mesi durante i quali aveva occupato la carica di ministro dell’Agricoltura, aveva stipulato una serie di trattati commerciali – con la Francia, con l’Inghilterra, con il Belgio, con l’Austria tutti improntati a un pronunciato liberismo.
… La nozione di un Cavour diplomatico e “tessitore” paziente della lunga tela dell’Unità d’Italia è tra le più correnti. Sarebbe però errato interpretarla nel senso che sin dagli inizi lo statista piemontese avesse chiaro davanti agli occhi quell’obiettiva dell’unità d’Italia che egli effettivamente raggiunse e che il suo lavorio diplomatico fosse tutto in funzione di questo grande fine. In realtà … fino a una data assai avanzata, il Cavour consideròl’unità d’Italia sotto casa Savoia un obiettivo praticamente irrealizzabile e la sua abilità non consistette nell’inflessibilità di colui che sa attendere che le situazioni maturino e le giornate decisive giungano una buona volta, quanto nell’empirismo di colui che sa ricavare dalle situazioni e dalle contingenze che via via gli si presentano il massimo di risultati.

http://www.recensionidistoria.net/recensione4.html
http://www.reset.it/articolo/cavour-e-linterpretazione-del-risorgimento


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mercoledì 12 agosto 2015

Il racconto del mugnaio. Alison

Geoffrey Chaucer
I racconti di Canterbury
a cura di Ermanno Barisone,
Mondadori, Milano 1991, pp. 71-82.





Il falegname aveva da poco sposato una donna che amava più della propria vita e che aveva diciott’anni. Gelosissimo, la teneva chiusa stretta in gabbia, perché lei era una giovane scavezzacollo, mentre lui era vecchio e temeva di restar cornuto. Balordo di mente com’era, non conosceva di sicuro Catone, il quale dice che bisogna sposarsi fra pari e che sposandosi bisogna tener conto delle proprie condizioni giacché spesso gioventù e vecchiaia non si combinano. Ma ormai c’era cascato, e doveva perciò sopportare i propri guai, come fanno tutti.
Bella era la mogliettina, con il corpo snello e agile come un furetto. Portava una cintura a strisce, tutta di seta, e sui fianchi un grembiule pieghettato, bianco come il latte fresco del mattino. Anche la sua camicetta era bianca, e tutta ricamata, davanti e dietro e intorno al colletto, di seta nera come il carbone, sia all’interno che all’esterno. Le orlature della sua cuffia bianca erano della stessa foggia del colletto, con un grosso fiocco di seta bello alto. Certo aveva l’occhio vanerello, con due sopracciglia sottili e ben speluzzate, inarcate e nere come una prugnola. A vederla, era più gaia d’un giovane pero in fiore e più morbida della lana d’un agnello. Le pendeva dalla cintura una borsa di cuoio, con tasselli di seta e palline d’ottone che sembravano perle. Nessuno al mondo, neanche a cercare da tutte le parti, avrebbe mai potuto immaginarsi una pupa così graziosa o una donnina come quella.
La sua carnagione era più splendente della moneta uscita fresca fresca dal conio della Torre.
In quanto a voce, la sua era acuta e armoniosa come quella d’una rondine posata sul granaio. E inoltre sgambettava e giocava come un capriolo o una manzetta che corre dietro alla madre. Aveva la bocca dolce come il rosolio o il miele, oppure come le mele distese sul fieno o nella paglia. Era bizzosa come una vispa cavallina, lunga come un albero maestro e dritta come un fuso. Portava in basso sul colletto una spilla grossa come la borchia d’uno scudo; le scarpe affibbiate in alto lungo la gamba. Insomma era una mammola, una pupillina, degna di stare nel letto d’un signore e di sposare un ricco possidente.




















°°°

All'idealizzata astrazione del racconto del Cavaliere si contrappone, con quello del Mugnaio ubriaco, un naturalismo d'eccezionale forza e vitalità. Si tratta d'un racconto del genere dei fabliaux, che narra ancora l'amore di due uomini (Nicola e Assalonne) per la stessa donna (Alice), ma alla rarefatta passione cortese si sostituisce una viva animalitá, accompagnata dal gusto della beffa contro il solito marito geloso. La scena si restringe, e dall'esotismo del mondo cavalleresco si passa all'ambiente domestico d'un borgo. Le immagini diventano solide e prosaiche, l'azione puramente fisica. Ambiente e personaggi, tempo e spazio, tutto è accuratamente precisato nei dettagli più impietosi, e ogni dettaglio concorre con perfetta funzionalitá all'effetto della beffa finale.
Letteratura europea Utet

martedì 11 agosto 2015

La risposta di Cuperlo a Staino






Caro Sergio,

non sono di gomma. Linguaggio e asprezza del giudizio lasciano il segno. Per parte mia fatico nell’accordarmi a toni che non siano di rispetto e conservo l’affetto per un’amicizia da non bruciare malgrado tutto. Se l’occasione serve a chiarire degli snodi è giusto farlo, ciascuno per come sa e come vuole. Sul passato. È vero, ho detto per tempo che la realtà di adesso è anche figlia degli errori di prima. L’ho affermato – un paio di volte c’eri pure tu – e l’ho fatto con qualche costo sul piano umano che per me conta. Ma era serio non rimuovere perché non pianti nulla nel futuro se non sei altro dal passato.
Con la stessa sincerità trovo sbagliato datare la nascita del mondo a stamane e sbianchettare la storia. Hai citato Gramsci. Ecco, lui il legame che motiva il flusso delle generazioni lo ha spiegato in modo mirabile. Sull’oggi. Non ho da difendere nulla perché non è indietro che voglio tornare. Fino dal giorno dopo la vittoria di Renzi non ci siamo tirati fuori. Ricordo la scelta fatta allora, stare nel nuovo con un punto di vista e la coerenza di una sinistra anch’essa da ripensare. Non bastava contentarsi del già visto e neanche salvarsi la coscienza con una casacca di corrente o qualche incarico. Da lì anche la scelta di vincolare il temine Sinistra a un campo aperto e tutto da arare. Lo abbiamo fatto quando quella parola – sinistra – a molti pareva polverosa e in diversi amici e compagni prendevano altre strade.
Oggi mi pare che anche quella liquidazione appaia meno scontata. Si torna a cercare, forse anche sospinti dal dramma dell’Europa. Ma al netto di questo sono io a dirti che una svolta serve e che in questi mesi non siamo riusciti a fare ciò che sarebbe stato necessario. Penso però che i nostri limiti non siano quelli indicati da te. Credo non sia stato un errore dire la nostra quando si battezzavano come riforme scelte che in altri tempi e fatte dai nostri avversari avremmo definito strappi irricevibili. O affermare che la legge elettorale non si vota ponendo la fiducia. Il limite invece è non essere riusciti a raccontare e far vivere un’altra idea di democrazia, economia, diritti. Quella che dovrebbe orientare la bussola di una sinistra in Europa e oltre i suoi confini. Il limite è stato lasciare l’impressione di una sinistra del Pd intristita e aggrovigliata in rivalse o rimpianti. Ma questo, forse lo sai, non è il sentimento mio e di tanti. Ed è la ragione per cui, oltre al dispiacere, l’uscita di persone care mi preoccupa. È perché quegli abbandoni non mi paiono, come sembra a te, riflessi di egoismi antichi. La via dell’uscita di quelle biografie per me è un segno che riguarda il Pd tutto.
Sai il punto qual è? Che la combinazione tra alcune scelte di una maggioranza a volte senza pudori e le nostre difficoltà ha finito con il ridurre la fiducia di tanti. Quelli che non ci hanno votato più. O che non si sono più iscritti. O che senza poterlo dire dalle colonne di un giornale o al microfono di una tv semplicemente si son fatti di lato, magari dopo una vita spesa a stare dalla parte giusta. E però vedi Sergio, fa differenza poter difendere le proprie ragioni col potere della maggioranza, del governo, del partito, o farlo con la voce di chi, come nel mio caso, sceglie comunque di non brandire mai l’ascia di guerra e toni incendiari. Fosse solo per questo io non potrei mai paragonare le tue critiche a Berlusconi a quelle che farei o non farei a Renzi. Per il fatto banale che non ho mai paragonato Berlusconi a Renzi. E per il fatto ancora più sensato che non ho contestato al leader del Pd il ruolo che ricopre. Conteso sì, ci ho provato. Contestato no. E dunque il mio problema non è far cadere il governo che sostengo. Il mio problema è quale Paese abbiamo in mente. E la domanda riguarda le ragioni di un partito e la sua natura. Ciò che sei, chi vuoi rappresentare e come provi a spendere la tua forza e il consenso che aggreghi. Renzi ha vinto il congresso? Di più, lo ha stravinto. Su quella base lui guida l’Italia e il Pd. Potrei dire che non ha vinto le primarie anticipando che sotterrava l’articolo 18, anzi diceva l’opposto, e neppure che cambiava la scuola nel modo che una maggioranza contrasta. Su questo mi inviti a stare tra la gente. Per quanto posso capire a contestare quella riforma non sono vecchie corporazioni ma seicentomila docenti che aderiscono a uno sciopero. Merita ascoltare anche loro? Ma ti dicevo che il mio problema è cosa lasceremo in dote. E su questo la vedo così.
La strategia del Pd per guidare l’Italia fuori dalla crisi peggiore della sua storia non è chiaro quale sia. A meno di pensare che tutto sta a scrollarsi di dosso i panni del disfattismo. La realtà è che a noi questa crisi ha fatto così male perché è entrata come lama nel burro di guai più antichi. Se è così non torneremo quelli di prima per cui qualcosa di diverso è bene immaginare oltre l’emergenza. In questi mesi cose buone il governo ha fatto e altre ne annuncia, ma lo stesso premier sostiene che non basta. E allora non è assurdo se da sinistra si chiede di avere più radicalità e coraggio scegliendo di portare in cima alla lista un pacchetto di misure sulla cittadinanza, una forma di reddito minimo e contrasto universale alla povertà a cominciare da quella minorile, una legge non bislacca sulle unioni civili, una nuova strategia per il Mezzogiorno, a meno di pensare che i ricercatori dello Svimez siano assoldati al nemico. E fare dei diritti indivisibili – umani civili sociali – la leva formidabile di una nuova pagina dello sviluppo e del Paese. Ora, l’idea di un’Italia e un’Europa diversa fa di solito pendant con la missione del Pd. La traduzione è un programma di governo ma senza la retorica dell’esserci già riusciti. Perché la sfida è nella capacità di prendere quel programma e dargli una strategia. Calarlo in un patto sociale e alleanze buone a farlo vincere nelle urne. Allora, in breve, dove andiamo adesso? E come ci si va? Da soli o con chi? Ecco perché il mio cruccio non è Matteo Renzi. Il problema è dove siamo diretti e in nome di che. Spiegarlo conta perché se la risposta è condivisa anche le differenze tra noi non saranno traumi. È quando si tira in direzioni opposte che la comitiva può spezzarsi. E io temo che senza un ascolto vero, senza stima reciproca, con campagne dal sapore denigratorio che sono più facili da supportare per chi di più potere dispone, ci si possa trovare distanti o separati senza neppure dirselo. Ma a quel punto qualcuno potrà dire d’aver vinto? Anche per questo sono per tenere il ponte levatoio abbassato e cercare quel pizzico di verità che c’è in ognuno di noi, anche in chi oggi è fuori da noi. Lo dico per un’ultima ragione. Perché più o meno dappertutto i confini, quelli classici, tra destra e sinistra paiono incrinarsi con parlamenti colonizzati da vincoli stabiliti altrove e una sovranità monca. Le grandi crisi producono anche questo. Sconquasso di regole, istituti, categorie. Qualcuno l’ha chiamata post-democrazia e basterebbe questo a indurre la sinistra, tradizionale e non, a porsi il tema di cosa significa governare oggi, con quali strumenti e leve effettive a partire dall’Europa. La stessa riforma costituzionale si può leggere sotto questa lente. Non sarà una deriva autoritaria ma un enorme pasticcio sì. Tanto più nel combinato con la nuova legge elettorale (e forse col senno del dopo non eravamo provocatori nel chiedere la possibilità – possibilità, mica l’obbligo – di apparentamento al secondo turno). Con un Senato né carne né pesce e con uno squilibrio di poteri che è puro buon senso sanare. Come altri voglio la riforma e la voglio nel segno della fine del bicameralismo. Che altra prova dovremmo dare dopo che alla Camera non abbiamo votato l’articolo 2 ma in quell’Aula mutilata abbiamo comunque garantito a notte fonda il numero legale? Chiedo: si possono rimettere in ordine le cose? E non per l’interesse di una parte, ma nel nome di una idea dello Stato e della nostra democrazia. Al fondo la responsabilità di replicare al timore di una minoranza numerica nel Paese e che pure potrebbe impadronirsi di un potere smisurato senza i contrappesi e le garanzie che esistono ovunque riguarda tutti. Non parliamo di una legge a capocchia ma della Costituzione, della Bibbia laica della Repubblica. E allora facciamo un accordo serio su questo e marciamo spediti. Poi certo, resta il nodo: cosa vuol dire governare la complessità e come si fa.
Qui da noi l’ultimo esecutivo scelto da un voto risale al 2011. Da lì tre premier si sono succeduti. Tutto regolare ma anche tutto fuori norma. Conseguenza? Che le larghe intese, o comunque alleanze di impianto moderato, per alcuni non sono più emergenza ma strategia. Il ragionamento scorre, ma temo contro una parete. Dice più o meno che se a destra prevale la rissosità della Lega e a sinistra una forza radicale, cosa meglio di un Partito della Nazione, centrale e centrista, ha diritto a guidare l’Italia senza precipitarla nel caos? Non per polemica, ma se direzione e carovana fossero queste parecchi non sceglierebbero di partire e se ne sentirebbe la mancanza. L’alternativa? C’è. È ricostruire il campo largo di un centrosinistra civico, dove il Pd non basta a se stesso e che per questo diventa perno di una coalizione con altri. Come per una fase fece l’Ulivo. Come dovremmo fare per indicare una nuova alleanza ideale, sociale, culturale. Dovremmo anche aggiungere che non siamo perfetti. Che questo partito ha bisogno di una vera e propria rigenerazione. Anche qui nessun rimpianto, ma io non mi rassegno a una forza fondata sulla somma di mille comitati elettorali, a potentati che sviliscono la passione, a una selezione di classi dirigenti agganciata alla vogue. Temi non risolti da anni, lo so. Ma non per questo da subire. Allora si dovrebbe lavorare assieme. Costruire quel centrosinistra unitario che vince a partire dalle prossime amministrative. Ecco, un discorso così è premessa per recuperare la fiducia di tanti. Per dire al tempo giusto ciò che siamo, ciò che vogliamo.
Infine su questo giornale. Quando mi è stato fatto cenno all’ipotesi di dirigerlo per prima cosa ho ringraziato. Non solo perché ritengo giusto farlo ogni volta che ti viene offerta una chance. Ma per una ragione diversa. Perché se un sogno ho coltivato nella mia esperienza di uomo di partito era, un giorno, di poter dirigere un giornale. Oddio, non un giornale. Questo giornale. E allora se con discrezione e senza polemica ho declinato l’invito è stato anche per non spezzare il filo. In Parlamento stavo esprimendo il mio dissenso su temi che il giornale e il premier hanno messo al centro della loro campagna. Accettando avrei aggiunto benzina all’incendio, anche perché non avrei rinunciato, come chiunque altro, a una mia idea del giornale e della sua autonomia. Che mi si creda o no rinunciare mi è costato. Poi quando ho letto su queste colonne la candidatura di Ferruccio De Bortoli alla Rai descritta come una provocazione, mi sono convinto che non avendo accettato il mio contributo a non spezzare quel filo lo avevo dato perché mai avrei potuto sottoscrivere quelle parole. Mi fermo qui. Certo, se a tutto questo tu rispondi che distruggo la sinistra, che sto sulle palle al mondo e sono un parassita narciso e presuntuoso io non credo di avere le parole per replicare. Spero solo tu non sia proprio nel giusto. Comunque ho fatto come mi hai detto di fare e ieri sono salito su un autobus a Trieste, mi sono piazzato al centro e ho testato l’umore urlando “questa Sinistra Dem ci sta veramente scassando….”. Sarà la tradizione della Mitteleuropa ma la sola reazione è stata di una signora anziana che mi ha detto “giovinoto, fa sai caldo, no la xe senti ben?”. Allora ho cambiato test e sulla linea di ritorno, sempre piazzato al centro, ho urlato “Il Pd sta cambiando l’Italia come nessuno mai. Morte ai gufi”. Tu non ci crederai ma si è girato l’autista e mi ha detto, “Staino, ma va in mona”. Però ti voglio bene lo stesso.

lunedì 10 agosto 2015

La lettera di Staino a Cuperlo




Sergio Staino
l'Unità, 9 agosto 2015


Fin dal primo giorno della nuova uscita de l’Unità ho cominciato a ricevere, oltre a tantissime testimonianze di affetto e apprezzamento, messaggi, tweet o commenti sui social network molto critici nei miei confronti, fino al limite dell’offensivo. Al di là delle diverse argomentazioni la sostanza che li caratterizza è comunque la stessa e, in soldoni, la possiamo sintetizzare così: se lavori su l’Unità vuol dire che ti sei venduto a Renzi, quindi sei un traditore della Sinistra. Tra questi anche molti sms di Gianni Cuperlo, un amico fraterno che stimo tantissimo e su cui ho sperato e operato per averlo come segretario. Con lui ho scambiato tantissimi sms con l’impressione, purtroppo, di trovarmi in un dialogo tra sordi. Alcuni giorni fa gli ho spedita questa lettera a cui non ho ancora ricevuto risposta. Ho deciso di pubblicarla non per attizzare ancor più le polemiche tra di noi ma perché i temi che si affrontano sono presenti e laceranti nell’animo di tantissimi compagni ed elettori dentro e fuori del Pd. So di non avere la verità in tasca e so anche che nel passato ho sbagliato tantissime volte: aspetto quindi, con gratitudine, ogni forma di commento e di aiuto costruttivo alla comprensione del difficile momento politico che stiamo attraversando.

Caro Gianni,

ti rispondo per email perché per sms mi ci vorrebbe troppo tempo e troppo spazio. È vero che ho contestato Berlusconi per anni e continuerò a farlo fino a quando Berlusconi continuerà a stare sulla scena politica. Ma insieme a lui ho contestato spessissimo anche Prodi e ancor più D’Alema e ancor più Veltroni, o comunque tutta una mia sinistra di cui mi sento parte e di cui mi sembra doveroso segnalare le cose che secondo me sono brutte e dannose. Anzi, direi che in tutta la mia storia la preferenza a fustigare quel che ho considerato errori e malefatte della nostra parte, ha sempre fatto la parte del leone in tutto il mio lavoro: ho sempre trovato più utile e gratificante aiutare il mio schieramento a migliorarsi piuttosto che perdere troppo tempo a ripetere denunce abbastanza diffuse e condivise sulle malefatte della destra.
Tanti le denunciano in modo egregio, meglio che io le dia per scontate e mi rivolga di più ad un lavoro di semina nel nostro orto. È con questo spirito che faccio le vignette sulla Sinistra Dem e ne faccio tante perché mi sembra, in tutta sincerità, che vi stiate sempre più comportando secondo criteri e linee che ben poco hanno a che vedere con la prassi a cui siamo stati abituati, da Gramsci a Togliatti, da Berlinguer a Reichlin a Macaluso e ai tanti compagni che tu stesso riconosci come maestri. Già il fatto che tu metta sullo stesso piano le mie critiche a Berlusconi con le mie mancate critiche a Renzi, dimostra per l’ennesima volta un errore di valutazione in cui mi sembra tu sia caduto in pieno: considerare simili Berlusconi e Renzi. A mio avviso è lo stesso errore che facemmo negli anni ‘20 quando accusammo i dirigenti socialisti di socialfascismo e che abbiamo ripetuto negli anni ‘80- ’90 quando abbiamo trattato Craxi come un avversario totale e dannosissimo. Un errore talmente grosso che sicuramente ha contribuito poi alla vittoria di Berlusconi. Oggi, così come vi comportate con Renzi, a mio avviso state pericolosamente aiutando una futura tragica vittoria di un Salvini o di un Grillo. Io considero Renzi un frutto amaro del nostro partito, un frutto che ci pone ogni giorno problemi difficili e non sempre positivi.
Ma detto questo, non mi riconosco certo in chi vede in lui il rappresentante di una feroce destra neoliberista totalmente asservita al capitale finanziario. Un rappresentante che, per chissà quale magia, si è appropriato del nostro partito e che bisogna quindi combattere ed annullare con tutti i mezzi possibili, i più scorretti compresi. Renzi invece, è per noi, tu ed io, il risultato di una nostra politica e di un nostro atteggiamento etico e morale. Dico “noi” perché sei stato l’unico, alla prima assemblea della Sinistra Dem all’Eliseo, che ha saputo fare un’analisi sul perché abbiamo adesso Renzi segretario e premier e su quanta responsabilità hanno, su questo, i nostri vecchi dirigenti. Loro, invece, non hanno mai fatto questa analisi e, al contrario, si autoassolvono pensando che Renzi non c’entri niente con loro, che sia come un fungo nato dal nulla, un fungo malefico che va estirpato in modo che il partito ritorni nelle loro mani.
Quale sogno demenziale e quale cecità politica nel rinunciare caparbiamente ad una verità dura ma realistica: tutti loro, Gianni, sono ormai fuori dalla storia, nel bene e nel male hanno fatto il loro tempo e sono, come capita a tutti, finiti. Un sano atteggiamento riformista deve quindi, oggi, partire da questa constatazione: il lavoro fatto fino a ieri dai nostri dirigenti ha portato Renzi alla segreteria del partito e al governo e quindi, fino a prova contraria, non esistendo altre forze alternative di sinistra, Renzi è quanto di più progressista si possa avere in Italia in questo momento storico. Non esiste altro, non è pensabile che pattuglie sparute di compagni indignati e incazzati fino allo stravolgimento dei sensi, se ne escano autoproclamandosi “alternativa”. Quale alternativa? Che analisi hanno fatto? Che progetto hanno? Quanti compagni hanno dietro? Quanto l’immagine di loro è credibile e radicata tra le masse popolari italiane? È la solita infima minoranza che gira le loro assemblee, cambiano nomi ma son sempre quelli. Allora, ti chiedo, che senso ha fare una guerriglia interna al Pd quando non si hanno obbiettivi su cui spostare l’opinione, le speranze e la forza dei nostri militanti e dei nostri elettori? Cosa stai offrendo di concreto al loro smarrimento? Nulla. Solo la coscienza che Renzi è una merda. E allora? È chiaro che questo genera scoramento, amarezza e anche al miglior compagno viene la voglia di dire “ma andate a fare in culo tutti quanti”, e non va a votare, o vota grillino, o comincia ad ascoltare Salvini, o tenta la carta disperata di Cofferati, accumulando delusioni su delusioni e aprendo pericolosissime porte. Allora, un compagno serio e io, te lo giuro, ti considero un grande compagno e una persona onesta, seria e generosa, deve farsi carico di questa sofferenza generale e collettiva e lavorare per costruire un’alternativa.
Ma questa senza distruggere il partito, anzi, prendendo atto che Renzi è il nostro segretario e il nostro premier e quindi lavorando con lui, incalzandolo, sottolineando gli aspetti negativi delle sue scelte, aiutandolo quando le scelte sono giuste, offrendogli proposte concrete per migliorarle, accettando gli incarichi che vengono offerti e non rifiutandoli altezzosamente come tu hai fatto. Tu dai di continuo dell’arrogante a Renzi ma nel caso de l’Unità, chi è stato il più arrogante tra voi due: lui che ti ha offerto la direzione del giornale in piena autonomia per costruire uno strumento unitario o tu che gli hai risposto di no a prescindere? Ma pensa a compagni come Martina od Orlando che tentano disperatamente di elaborare dei progetti buoni nel loro settore, tanto da guadagnarsi l’elogio di Petrini da una parte o di validi giuristi dall’altra.
Ma quanto sarebbe più utile che tu li aiutassi, questi compagni, invece di star lì ad attaccarvi ad ogni cosa pur di sparare sul premier? In questo modo state uccidendo la sinistra, date un’immagine di voi stessi come degli estremisti disperati che urlano su tutto e tutti senza sapere cosa proporre. Addirittura state rincorrendo le spinte più corporative che sempre sono state presenti nella nostra società, nella scuola, nell’apparato pubblico, nelle fabbriche. Quando le vostre parole d’ordine coincidono con quelle dei Cobas o dei tanti sindacati autonomi, non vi vengono dei dubbi? Dovete smetterla con questa strategia suicida. Vai fra la gente, esci fuori dal gruppetto della Sinistra Dem e dai quattro vecchi marpioni che vi sovrastano. Vai fra la gente, come ho fatto io in varie situazioni, in un cinema affollato, in una trattoria, in un autobus e urla: “questa Sinistra Dem ci sta veramente scassando i coglioni”. Avrai come risposta una standing ovation, non vi sopporta più nessuno tranne, ovviamente, Renzi il quale con il vostro atteggiamento così assurdo e fuori dalla storia del nostro partito, si può permettere di twittare “Tanti auguri ai gufi”.
E allora, se si accetta questo atteggiamento sanamente costruttivo, riformista, responsabile, quanto sbagliata risulta la vostra scelta su De Bortoli: lo sapevate che in questo momento era una sfida, una provocazione, e a che cosa serviva? Perché non proporre un Bray ad esempio, o una Berlinguer, o un Sandro Veronesi, o un qualunque nome di personalità amata, stimata, brava che poteva costituire un ponte fra voi e Renzi? In modo infantile avete preferito la rottura. Sinceramente, non è lo stesso atteggiamento dei populisti più imbecilli? Questo è tutto quello che mi allontana da te e da quel che rappresentate politicamente. Io mi sento sempre di sinistra e cerco di portare le idee di sinistra dove posso, a cominciare dal giornale. Un grande abbraccio,

Sergio



sabato 8 agosto 2015

Cosette in parole e in immagini


Cosette era brutta

Cosette era brutta. Se fosse stata felice, forse sarebbe stata bella. Abbiamo già descritto questa piccola figura dall'aria cupa. Cosette era magra e pallida. Aveva quasi otto anni, ma ne dimostrava appena sei. I suoi grandi occhi, infossati in una sorta di ombra profonda, erano quasi privi di vita per il pianto incessante. Gli angoli della sua bocca avevano quella tipica curva di angoscia che si vede nei condannati a morte e nei malati terminali. Le sue mani erano, come aveva intuito sua madre, "coperte di geloni". Il fuoco che la illuminava in quel momento accentuava gli angoli delle sue ossa e rendeva la sua magrezza orribilmente evidente. Poiché tremava sempre, aveva preso l'abitudine di stringere le ginocchia. I suoi vestiti non erano altro che stracci che sarebbero stati pietosi d'estate e orribili d'inverno. Indossava solo tela logora; neanche un pezzo di lana. La sua pelle era visibile qua e là, e ovunque segni blu o neri indicavano i punti in cui Thénardier l'aveva toccata. Le sue gambe nude erano rosse e magre. Le fossette sulle sue clavicole erano strazianti.
Tutto in quella bambina – il suo portamento, la sua postura, il suono della sua voce, le pause tra le parole, il suo sguardo, il suo silenzio, ogni suo gesto – esprimeva e trasmetteva un'unica idea: la paura. La paura la pervadeva; era, per così dire, ricoperta di essa; la paura le faceva stringere i gomiti ai fianchi, le infilava i talloni sotto le gonne, la costringeva a occupare il minor spazio possibile, le lasciava solo il respiro minimo, ed era diventata quella che si potrebbe definire la sua abitudine fisica, senza possibilità di variazione se non quella di intensificarsi. Nel profondo delle sue pupille, c'era un angolo di stupore dove risiedeva il terrore.

Cosette était laide. Heureuse, elle eût peut- être été jolie. Nous avons déjà esquissé cette petite figure sombre. Cosette était maigre et blême ; elle avait près de huit ans, on lui en eût donné à peine six. Ses grands yeux enfoncés dans une sorte d'ombre étaient presque éteints à force d'avoir pleuré. Les coins de sa bouche avaient cette courbe de l'angoisse habituelle, qu'on observe chez les condamnés et chez les malades désespérés. Ses mains étaient, comme sa mère l'avait deviné, "perdues d'engelures". Le feu qui l'éclairait en ce moment faisait saillir les angles de ses os et rendait sa maigreur affreusement visible. Comme elle grelottait toujours, elle avait pris l'habitude de serrer ses deux genoux l'un contre l'autre. Tout son vêtement n'était qu'un haillon qui eût fait pitié l'été et qui faisait horreur l'hiver. Elle n'avait sur elle que de la toile trouée ; pas un chiffon de laine. On voyait sa peau çà et là, et l'on y distinguait partout des taches bleues ou noires qui indiquaient les endroits où la Thénardier l'avait touchée. Ses jambes nues étaient rouges et grêles. Le creux de ses clavicules était à faire pleurer. Toute la personne de cette enfant, son allure, son attitude, le son de sa voix, ses intervalles entre un mot et l'autre, son regard, son silence, son moindre geste, exprimaient et traduisaient une seule idée : la crainte. La crainte était répandue sur elle ; elle en était pour ainsi dire couverte  ; la crainte ramenait ses coudes contre ses hanches, retirait ses talons sous ses jupes, lui faisait tenir le moins de place possible, ne lui laissait de souffle que le nécessaire, et était devenue ce qu’on pourrait appeler son habitude de corps, sans variation possible que d’augmenter. Il y avait au fond de sa prunelle un coin étonné où était la terreur.


Estratto da I Miserabili (Parte seconda, Libro terzo, Capitolo VIII) di Victor Hugo











                                                                                                                                                             







Personaggio de I miserabili (1862) di Victor Hugo (1802-1885), Cosette è un personaggio entrato prepotentemente nell’immaginario collettivo: il suo tenero nome, «piccola cosa», evoca simbolismi precisi quali quello dell’innocenza, della verginità, della dolcezza. Così quest’angelo dai capelli chiari e dall’incarnato trasparente si affaccia sulla immensa scena dell’opera ugoliana nella seconda parte a lei intitolata: figlia della sfortunata Fantine e di un giovane borghese dileguatosi dopo averla concepita, a tre anni la piccina è affidata dalla madre alle cure dei coniugi Thénardier, i quali promettono, in cambio di denaro, di accudirla e di allevarla nella loro locanda a Montfermeil. In realtà, essi la banalizzano e la riducono quasi in schiavitù; la piccola, che il narratore paragona a «un topolino al servizio di un elefante» (II, III, 2), viene, infatti, picchiata selvaggiamente dalla donna e costretta dal perfido tutore a camminare a piedi nudi in pieno inverno nonché a svolgere i lavori più pesanti nella locanda, finendo col relegarsi volontariamente nella sua «nicchia» a lavorare a maglia nei pochi momenti riservati al riposo. Attraverso le immagini talvolta sconcertanti che Hugo propone al lettore si intravede, insomma, quella che Renée de Smirnoff definisce «un’infanzia martire», tema caro all’autore e da lui denunciato in modo netto proprio attraverso il personaggio di Cosette.
Le premesse sembrano dunque sfavorevoli all’avvenire di questa nuova Cenerentola, triste prigioniera della megera Thénardier e delle due sorellastre Éponine e Azelma fino all’età di otto anni. Ma, come in una favola, il destino di Cosette si ribalta regalando a questo ange misérable la serenità e la gioia, che entrano improvvisamente nella sua esistenza assieme a Jean Valjean: questo patrigno benevolo, tenendo fede a una promessa pronunciata al capezzale di Fantine, alleverà la sua piccola «Fauvette» con un’autentica adorazione, dapprima insegnandole a leggere e, in seguito, permettendole di ottenere un’istruzione adeguata presso il convento Petit-Picpus a Parigi. Gli anni dell’adolescenza di Cosette trascorrono lieti, scanditi da passeggiate e risate in compagnia di quello che la giovane «chiamava padre, giacché non gli conosceva altro nome» (II, IV, 3). Alla figura della bambina infelice si sostituisce, così, quella dell’adolescente e della donna appagata, colta e amata dal patrigno e dal giovane aristocratico Marius de Pontmercy che farà di lei una baronessa. Nel passaggio di Cosette dall’infanzia alla maturità si crea dunque uno sdoppiamento di immagine che, come sostiene Nicole Savy, confluisce in «un autentico iato ideologico». Ciò è tuttavia necessario affinché si compia il capovolgimento di un destino che in principio appariva irrimediabilmente compromesso: gli anni di patimento trascorsi dai Thénardier sembrano infatti esonerare definitivamente la giovane eroina dalle grandi sofferenze future che, all’opposto, l’autore serba per Jean Valjean. Cosette è inoltre, proprio in virtù del suo carattere fiabesco, legata a una sorta di passività che la dispensa da qualsiasi codice proairetico. Ella è, perciò, concepibile in quanto «oggetto» desiderato e rincorso, merce di scambio pagata a caro prezzo da Fantine (che per lei si prostituisce) e da Jean Valjean, che la compra ai Thénardier e che sacrifica la propria vita pur di renderla felice.
Più che un personaggio Cosette si rivela, allora, una figura poetica, come testimoniano gli appellativi di «angelo» e «fiore» che Marius riserva a più riprese alla sua sposa. Limpida e trasparente come acqua di fonte, Cosette resta fino alla fine «la bambola» che Hugo aveva pensato già dal 1848, senza tuttavia perdere la propria emotività. In essa si mescolano un po’ Léopoldine, figlia adorata e prematuramente persa da Hugo, un po’ Adèle, moglie dell’autore, un po’ Juliette Drouet, sua antica amante: figura inevitabilmente cara a Hugo, Cosette sprigiona l’idea di primigenia purezza che la rende la presenza più soave de I miserabili. 
Letteratura europea Utet

Claire Danes 1998


Anne Hataway nel ruolo di Fantine

Elle était jolie

Un giorno, Cosette si guardò allo specchio e disse: "Beh!". Pensò quasi di essere carina. Questo la gettò in uno strano stato di confusione. Fino a quel momento, non aveva mai dato importanza al suo aspetto. Si vedeva allo specchio, ma in realtà non si guardava. Del resto, le era stato spesso detto che era brutta; solo Jean Valjean le aveva detto gentilmente: "No! No!". In ogni caso, Cosette si era sempre considerata brutta ed era cresciuta con quest'idea, con la facile rassegnazione dell'infanzia. Ora, all'improvviso, il suo specchio le diceva, come Jean Valjean: "No!". Non chiuse occhio quella notte. "E se fossi carina?", pensò, "che strano sarebbe se fossi carina!". E si ricordò delle sue compagne la cui bellezza aveva fatto colpo in convento, e disse a se stessa: "Cosa! Potrei essere come quella o quella!".
Il giorno dopo si guardò, ma non per caso, e dubitò di se stessa: "A cosa stavo pensando?", disse. "No, sono brutta". Aveva semplicemente dormito male; aveva gli occhi stanchi ed era pallida. Il giorno prima non si era sentita molto felice di credere nella propria bellezza, ma era triste di non crederci più. Non si guardò più allo specchio e per più di due settimane cercò di acconciarsi i capelli dando le spalle allo specchio.
La sera, dopo cena, di solito si dedicava al ricamo in salotto, o ad altri lavori conventuali, e Jean Valjean leggeva accanto a lei. Una volta alzò lo sguardo dal lavoro e fu piuttosto sorpresa dall'espressione preoccupata con cui suo padre la guardava.
Un'altra volta, mentre camminava per strada, le sembrò che qualcuno che non vedeva le dicesse alle spalle: "Bella donna! Ma vestita male". "Bah!" pensò, "non sono io. Io sono vestita bene e brutta". — Indossava il suo cappello di peluche e il suo vestito di lana merino.
Un giorno, mentre era in giardino, sentì il povero vecchio Toussaint dire: "Signore, si accorge di quanto è diventata bella Mademoiselle?". Cosette non sentì la risposta del padre; le parole di Toussaint furono per lei una specie di shock. Corse fuori dal giardino, salì in camera sua, corse allo specchio – erano tre mesi che non si guardava – e gridò. Si era appena abbagliata.
Estratto da I Miserabili (Parte quarta, Libro terzo, Capitolo V) di Victor Hugo

Virginie Ledoyen 2000
  Amanda Seyfried 2012