sabato 8 agosto 2015

Cosette in parole e in immagini


Cosette era brutta

Cosette era brutta. Se fosse stata felice, forse sarebbe stata bella. Abbiamo già descritto questa piccola figura dall'aria cupa. Cosette era magra e pallida. Aveva quasi otto anni, ma ne dimostrava appena sei. I suoi grandi occhi, infossati in una sorta di ombra profonda, erano quasi privi di vita per il pianto incessante. Gli angoli della sua bocca avevano quella tipica curva di angoscia che si vede nei condannati a morte e nei malati terminali. Le sue mani erano, come aveva intuito sua madre, "coperte di geloni". Il fuoco che la illuminava in quel momento accentuava gli angoli delle sue ossa e rendeva la sua magrezza orribilmente evidente. Poiché tremava sempre, aveva preso l'abitudine di stringere le ginocchia. I suoi vestiti non erano altro che stracci che sarebbero stati pietosi d'estate e orribili d'inverno. Indossava solo tela logora; neanche un pezzo di lana. La sua pelle era visibile qua e là, e ovunque segni blu o neri indicavano i punti in cui Thénardier l'aveva toccata. Le sue gambe nude erano rosse e magre. Le fossette sulle sue clavicole erano strazianti.
Tutto in quella bambina – il suo portamento, la sua postura, il suono della sua voce, le pause tra le parole, il suo sguardo, il suo silenzio, ogni suo gesto – esprimeva e trasmetteva un'unica idea: la paura. La paura la pervadeva; era, per così dire, ricoperta di essa; la paura le faceva stringere i gomiti ai fianchi, le infilava i talloni sotto le gonne, la costringeva a occupare il minor spazio possibile, le lasciava solo il respiro minimo, ed era diventata quella che si potrebbe definire la sua abitudine fisica, senza possibilità di variazione se non quella di intensificarsi. Nel profondo delle sue pupille, c'era un angolo di stupore dove risiedeva il terrore.

Cosette était laide. Heureuse, elle eût peut- être été jolie. Nous avons déjà esquissé cette petite figure sombre. Cosette était maigre et blême ; elle avait près de huit ans, on lui en eût donné à peine six. Ses grands yeux enfoncés dans une sorte d'ombre étaient presque éteints à force d'avoir pleuré. Les coins de sa bouche avaient cette courbe de l'angoisse habituelle, qu'on observe chez les condamnés et chez les malades désespérés. Ses mains étaient, comme sa mère l'avait deviné, "perdues d'engelures". Le feu qui l'éclairait en ce moment faisait saillir les angles de ses os et rendait sa maigreur affreusement visible. Comme elle grelottait toujours, elle avait pris l'habitude de serrer ses deux genoux l'un contre l'autre. Tout son vêtement n'était qu'un haillon qui eût fait pitié l'été et qui faisait horreur l'hiver. Elle n'avait sur elle que de la toile trouée ; pas un chiffon de laine. On voyait sa peau çà et là, et l'on y distinguait partout des taches bleues ou noires qui indiquaient les endroits où la Thénardier l'avait touchée. Ses jambes nues étaient rouges et grêles. Le creux de ses clavicules était à faire pleurer. Toute la personne de cette enfant, son allure, son attitude, le son de sa voix, ses intervalles entre un mot et l'autre, son regard, son silence, son moindre geste, exprimaient et traduisaient une seule idée : la crainte. La crainte était répandue sur elle ; elle en était pour ainsi dire couverte  ; la crainte ramenait ses coudes contre ses hanches, retirait ses talons sous ses jupes, lui faisait tenir le moins de place possible, ne lui laissait de souffle que le nécessaire, et était devenue ce qu’on pourrait appeler son habitude de corps, sans variation possible que d’augmenter. Il y avait au fond de sa prunelle un coin étonné où était la terreur.


Estratto da I Miserabili (Parte seconda, Libro terzo, Capitolo VIII) di Victor Hugo











                                                                                                                                                             







Personaggio de I miserabili (1862) di Victor Hugo (1802-1885), Cosette è un personaggio entrato prepotentemente nell’immaginario collettivo: il suo tenero nome, «piccola cosa», evoca simbolismi precisi quali quello dell’innocenza, della verginità, della dolcezza. Così quest’angelo dai capelli chiari e dall’incarnato trasparente si affaccia sulla immensa scena dell’opera ugoliana nella seconda parte a lei intitolata: figlia della sfortunata Fantine e di un giovane borghese dileguatosi dopo averla concepita, a tre anni la piccina è affidata dalla madre alle cure dei coniugi Thénardier, i quali promettono, in cambio di denaro, di accudirla e di allevarla nella loro locanda a Montfermeil. In realtà, essi la banalizzano e la riducono quasi in schiavitù; la piccola, che il narratore paragona a «un topolino al servizio di un elefante» (II, III, 2), viene, infatti, picchiata selvaggiamente dalla donna e costretta dal perfido tutore a camminare a piedi nudi in pieno inverno nonché a svolgere i lavori più pesanti nella locanda, finendo col relegarsi volontariamente nella sua «nicchia» a lavorare a maglia nei pochi momenti riservati al riposo. Attraverso le immagini talvolta sconcertanti che Hugo propone al lettore si intravede, insomma, quella che Renée de Smirnoff definisce «un’infanzia martire», tema caro all’autore e da lui denunciato in modo netto proprio attraverso il personaggio di Cosette.
Le premesse sembrano dunque sfavorevoli all’avvenire di questa nuova Cenerentola, triste prigioniera della megera Thénardier e delle due sorellastre Éponine e Azelma fino all’età di otto anni. Ma, come in una favola, il destino di Cosette si ribalta regalando a questo ange misérable la serenità e la gioia, che entrano improvvisamente nella sua esistenza assieme a Jean Valjean: questo patrigno benevolo, tenendo fede a una promessa pronunciata al capezzale di Fantine, alleverà la sua piccola «Fauvette» con un’autentica adorazione, dapprima insegnandole a leggere e, in seguito, permettendole di ottenere un’istruzione adeguata presso il convento Petit-Picpus a Parigi. Gli anni dell’adolescenza di Cosette trascorrono lieti, scanditi da passeggiate e risate in compagnia di quello che la giovane «chiamava padre, giacché non gli conosceva altro nome» (II, IV, 3). Alla figura della bambina infelice si sostituisce, così, quella dell’adolescente e della donna appagata, colta e amata dal patrigno e dal giovane aristocratico Marius de Pontmercy che farà di lei una baronessa. Nel passaggio di Cosette dall’infanzia alla maturità si crea dunque uno sdoppiamento di immagine che, come sostiene Nicole Savy, confluisce in «un autentico iato ideologico». Ciò è tuttavia necessario affinché si compia il capovolgimento di un destino che in principio appariva irrimediabilmente compromesso: gli anni di patimento trascorsi dai Thénardier sembrano infatti esonerare definitivamente la giovane eroina dalle grandi sofferenze future che, all’opposto, l’autore serba per Jean Valjean. Cosette è inoltre, proprio in virtù del suo carattere fiabesco, legata a una sorta di passività che la dispensa da qualsiasi codice proairetico. Ella è, perciò, concepibile in quanto «oggetto» desiderato e rincorso, merce di scambio pagata a caro prezzo da Fantine (che per lei si prostituisce) e da Jean Valjean, che la compra ai Thénardier e che sacrifica la propria vita pur di renderla felice.
Più che un personaggio Cosette si rivela, allora, una figura poetica, come testimoniano gli appellativi di «angelo» e «fiore» che Marius riserva a più riprese alla sua sposa. Limpida e trasparente come acqua di fonte, Cosette resta fino alla fine «la bambola» che Hugo aveva pensato già dal 1848, senza tuttavia perdere la propria emotività. In essa si mescolano un po’ Léopoldine, figlia adorata e prematuramente persa da Hugo, un po’ Adèle, moglie dell’autore, un po’ Juliette Drouet, sua antica amante: figura inevitabilmente cara a Hugo, Cosette sprigiona l’idea di primigenia purezza che la rende la presenza più soave de I miserabili. 
Letteratura europea Utet

Claire Danes 1998


Anne Hataway nel ruolo di Fantine

Elle était jolie

Un giorno, Cosette si guardò allo specchio e disse: "Beh!". Pensò quasi di essere carina. Questo la gettò in uno strano stato di confusione. Fino a quel momento, non aveva mai dato importanza al suo aspetto. Si vedeva allo specchio, ma in realtà non si guardava. Del resto, le era stato spesso detto che era brutta; solo Jean Valjean le aveva detto gentilmente: "No! No!". In ogni caso, Cosette si era sempre considerata brutta ed era cresciuta con quest'idea, con la facile rassegnazione dell'infanzia. Ora, all'improvviso, il suo specchio le diceva, come Jean Valjean: "No!". Non chiuse occhio quella notte. "E se fossi carina?", pensò, "che strano sarebbe se fossi carina!". E si ricordò delle sue compagne la cui bellezza aveva fatto colpo in convento, e disse a se stessa: "Cosa! Potrei essere come quella o quella!".
Il giorno dopo si guardò, ma non per caso, e dubitò di se stessa: "A cosa stavo pensando?", disse. "No, sono brutta". Aveva semplicemente dormito male; aveva gli occhi stanchi ed era pallida. Il giorno prima non si era sentita molto felice di credere nella propria bellezza, ma era triste di non crederci più. Non si guardò più allo specchio e per più di due settimane cercò di acconciarsi i capelli dando le spalle allo specchio.
La sera, dopo cena, di solito si dedicava al ricamo in salotto, o ad altri lavori conventuali, e Jean Valjean leggeva accanto a lei. Una volta alzò lo sguardo dal lavoro e fu piuttosto sorpresa dall'espressione preoccupata con cui suo padre la guardava.
Un'altra volta, mentre camminava per strada, le sembrò che qualcuno che non vedeva le dicesse alle spalle: "Bella donna! Ma vestita male". "Bah!" pensò, "non sono io. Io sono vestita bene e brutta". — Indossava il suo cappello di peluche e il suo vestito di lana merino.
Un giorno, mentre era in giardino, sentì il povero vecchio Toussaint dire: "Signore, si accorge di quanto è diventata bella Mademoiselle?". Cosette non sentì la risposta del padre; le parole di Toussaint furono per lei una specie di shock. Corse fuori dal giardino, salì in camera sua, corse allo specchio – erano tre mesi che non si guardava – e gridò. Si era appena abbagliata.
Estratto da I Miserabili (Parte quarta, Libro terzo, Capitolo V) di Victor Hugo

Virginie Ledoyen 2000
  Amanda Seyfried 2012

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