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giovedì 28 maggio 2026

Francamente, familiare e aliena


Angelo Pannofino
La musica filosofica di Francamente: "È dai margini che si vede il centro"

Domani, 28 maggio 2026

E poi cosa ci hai fatto con quei duemila euro?, chiedo mentre beve uno Spritz: «Ci ho pagato l’affitto a Berlino per quattro mensilità», risponde Francesca Siano, in arte Francamente, con questa voce che è una cosa solo sua: il denaro è quello che ha ricevuto per aver vinto il Festival di SanNolo. Concorso canoro di quartiere nato per scherzare l’altro festival e poi diventato sempre più prestigioso.

Concepito nel locale in cui ci troviamo, il Ghe Pensi Mi, motore del quartiere che nel mondo di ieri si chiamava “Pasteur”, come la corrispondente fermata della metro, e oggi, “NoLo”, nel senso di “North of Loreto”, per scherzare i nomi dei quartieri newyorkesi. Agli inizi, attitudine camp, piccolo palco con gran cazzeggio e pazzissime e drag queen, poi, in nove edizioni, palco sempre più grande, ospiti sempre più noti e cantanti sempre più professionali, due passati da X-Factor. Una era Francamente.

È sul palco di SanNolo che l’ho vista la prima volta e pur in quel contesto parecchio alieno si stagliava come davvero aliena, e non per la mise, cappellino da baseball, jeans over, sneakers e il top della tuta in acetato verde sparato, quanto per la presenza e quella voce e quel non-so-che che distingue un’artista da una che canta bene. Vinse, ovviamente: oltre al denaro, un premio tecnico, la possibilità di incidere un pezzo con un produttore vero, Goedi, alias Diego Montinaro.

Era il 2024: «Ci siamo trovati così bene che abbiamo fatto un album». Bitte Leben, uscito il 17 aprile, e tour partito da Berlino il 14 maggio: «Quando abbiamo provato i pezzi dal vivo mi sono emozionata tantissimo, tipo sciura piemontese che dice “aspettiamo un attimo, fermiamoci”». Esageruma nen?, che nel suo Piemonte è una specie di mantra, “non esageriamo”. «Proprio così».

Il travaglio del negativo


Cresciuta a Nichelino, porte di Torino, per lavorare con Goedi si è trasferita a Milano, quartiere Crescenzago, che l’ha «accolta», lasciando l’amatissima Berlino e il lavoro di guida turistica per pagare l’affitto di cui sopra. Ecco perché il tedesco del titolo, che vuol dire “Per favore, vivi”, un invito «rivolto anche a me stessa. Nasce dall’aver notato quanto siano prevaricanti le difficoltà nell’andare avanti, eppure quante persone che stimo ce l’hanno fatta nonostante. Per tanti, nella vita, c’è un grande “segno negativo” ma può diventare una leva: il famoso “travaglio del negativo”», che credo sia di Hegel: Siano è laureata in filosofia ma non se la mena, e infatti subito traduce dall’hegelese al frateindovinese «non tutto il male vien per nuocere».

E poi tocca un tema caldo, soprattutto a Milano: «In una società che spesso ha paura di tutto ciò che è negativo, in cui bisogna mostrarsi performanti, sorridenti, vincenti, quelle increspature sono l’onda che magari ti spinge verso altro, rispetto alla calma piatta di un mare sì sereno, però, forse, non così interessante. La competizione è una bufala, atomizza le persone. Credo che l’antidoto sia fare le cose in modo collettivo, plurale, avere una visione orizzontale e l’umiltà di sporcarsi con le esperienze degli altri».

Francamente, attivista, femminista intersezionale, parla così, con una proprietà di linguaggio rara, ma lo fa con naturalezza, cerca le parole esatte: definisce “amore & odio” «una diade» e confessa di andare «pazza per La Settimana Enigmistica».

Semplicità disarmante 


Quando si tratta di scrivere canzoni, però, cambia registro e cerca di distillare la complessità dell’esistere in una lingua facile, non si nasconde dietro parole oscure ma sceglie quelle più chiare e si sente che legge tanto e che una delle sue letture preferite è Patrizia Cavalli: lo scopro da un fotogramma nel video di La casa dei miei nonni in cui si vedono tre libri, Les années di Annie Ernaux, Cime tempestose di Emily Brontë e, appunto, Poesie di Cavalli: «La amo, perché rappresenta quella bravura estrema nel fare quella cosa che fa Cosmo».

La “cosa che fa Cosmo”, pure lui cantautore e piemontese è, volendo sintetizzare, la «semplicità disarmante», venuta fuori poco prima, a proposito di autrici e autori di canzoni che lei ama: «Tantissimo Emma Nolde e anche Cosmo: c’è una sua canzone, Dicembre, che mi commuove moltissimo, per quel ritornello che dice “Ma ti ha cercato tuo padre”, e in quella frase c’è tantissimo».

E leggendo i suoi testi si capisce che è lì che vuole andare anche lei, e quando ci arriva si incontrano «donne come tuoni», oppure «C’era un dolore sopra la mia testa/C’era la pioggia in chiesa/C’era la luce sopra le tue mani/C’era il bisogno di sentirsi cani». Ci sono, nell’album, un senso di tempo andato, nostalgie, ricordi che sembrano foto di Luigi Ghirri… e però, non è un rifiuto del presente, anzi, «Mi piace rimbalzare tra passato e presente» e, infatti, c’è spesso «La parola “adesso”». E poi, le viene fuori questa frase: «Mi percepisco come fatta della stessa sostanza del tempo».

Margini e centro 


C’è un brano, 5 di mattina, in cui il tempo è quello della sua adolescenza provinciale, con ragazzi «pallidi pallidi/Sono le cinque e siamo ai margini margini/Ma da qui si vede il centro». Questa marginalità come stato geografico e psicologico della provincia spesso è come quell’utile «travaglio del negativo»: l’ha ispirata un saggio di Seyla Benhabib, «la mia filosofa vivente preferita, scrive dei margini, dice che hanno questo grande potere: che dai margini il centro lo vedi. Chi è al centro magari non vede sé stesso mentre chi è ai margini riesce a sognarlo e a vederne le problematiche».

Notti adolescenti, in sette nella stessa auto, «Cinque più due nel bagagliaio, ma sei sicuro si possa dire?», alla ricerca di qualunque cosa, di vita, come sappiamo noi che siamo cresciuti in provincia, «Le feste nei parcheggi, quella libertà lì, quando andavamo all’autogrill Maglione, in corso Unità, perché alle dieci di sera era tutto chiuso».

Le chiedo se si sente ai margini della scena musicale: «No, non mi permetterei di dire che questo è un disco che arriva o che racconta il margine. Anzi, è molto pop». Un pop coerente con la sua idea di “cantautorato impegnato”, «che non tratta temi per forza politici ma prova a fare musica rilevante».

Lo è Bitte Leben, nei testi e in sonorità e ritmi e cantati che riportano agli anni Ottanta di Battiato, Giuni Russo, Alice… Fa sentire a casa chi, come me, è cresciuto con quelle canzoni: «Credo ci sia un revival degli anni Ottanta, penso a Matteo Alieno o Nico Arezzo, ma la nostra non è stata una scelta studiata: abbiamo confrontato i nostri gusti musicali per poi sperimentare. Sono venuti fuori quei nomi e poi Battisti, Ornella Vanoni ma anche la Cold Wave e Lola Young».

Il nome di «Battiato», preceduto da «ovviamente», torna quando risponde alla domanda banalissima sui poster in cameretta, insieme a quelli di «Alice, Giuni Russo, per cui ho un amore infinito e Patti Smith: grandi esempi anche di come essere una lavoratrice nel mondo della musica. La postura umile, l’apertura all’apprendimento costante, a non dare nulla per scontato». D’altronde, dice che la tecnologia che le ha migliorato la vita è: «Il frigorifero». Genio ed esageruma nen.

sabato 1 novembre 2025

Il pane può aspettare

Patrizia Violi
Sette vite, il paese, la guerra. L'estate finisce l'8 settembre

Corriere della Sera, 1 novembre 2025

«La banda del fischio»: il nome di battaglia che, con orgoglio e sfrontatezza, si era affibbiato un gruppo di amici. Sette ragazzi che con la bella stagione diventavano padroni di montagne e sentieri, fra corse, scampagnate e spuntini fra i boschi. Siamo a Cabiaglio, un paese nei pressi di Varese a pochi chilometri dal Lago Maggiore e dal confine svizzero, negli ultimi anni che precedono lo scoppio del secondo conflitto mondiale. A quei tempi bastava riprodurre la sequenza di fischi inventata dagli amici per riconoscersi, per potersi fidare. Per non rischiare cattivi incontri. Poi però, quando l’Italia entra in guerra tutto cambia, tutto peggiora e spaventa. Anche le amicizie basate sulle promesse più solenni possono essere messe in discussione e diventare pericolose. Questo si scopre nell’incipit de Il pane non può aspettare (Neri Pozza), il nuovo interessante romanzo di Pier Vittorio Buffa che, tornando nello scenario dove è ambientato il suo libro precedente, La Casa dell’uva fragola, approfondisce e amplifica il microcosmo del paese delle sue origini, mentre descrive le sfaccettature drammatiche della quotidianità degli italiani che subirono tutte le tensioni e gli orrori del conflitto anche vivendo in un luogo all’apparenza idilliaco.

Arriva l’8 settembre 1943, il giorno dell’armistizio. A Cabiaglio, piccolo centro lontanissimo dai luoghi dove vengono prese le decisioni nevralgiche, la notizia giunge confusa e incompleta. I paesani festeggiano pensando che la guerra sia finalmente giunta al termine.

«Adesso c’è solo da cominciare una nuova vita: senza il fascismo e senza la guerra. Così la piazza diventa la pista di una balera, dove tutti sono allegri, proprio tutti, anche quelli che non avrebbero nessun motivo per esserlo».

Ma qualcuno scettico riguardo a questa buona notizia veramente c’è: Innocenta, la panettiera del paese che, dietro l’atteggiamento cortese con cui accoglie i paesani nel suo negozio, cela intransigenza, paura e rancore. Emozioni sedimentate nel suo cuore dopo l’uccisione del marito, picchiato vigliaccamente a morte dai fascisti. La donna sa che purtroppo non è ancora arrivato il momento di rallegrarsi, non è ancora possibile mettersi alle spalle tutto il male che è stato fatto.

In paese infatti ci sono grandi tensioni. Non tutti sono schierati dalla stessa parte: c’è chi ha scelto di seguire Mussolini e chi ha deciso di rischiare tutto per evitarlo. L’odio e la diffidenza sono germogliati, ci si apposta dietro le finestre per spiare quello che fa il vicino di casa e vendere le informazioni.

Poi ci sono famiglie che aspettano notizie dai figli che combattono chissà dove. Isidoro, il portalettere del paese, per non aumentare l’ansia dell’attesa di cartoline e missive che possono portare brutte nuove, ha deciso di cambiare l’itinerario quotidiano di consegna. Allunga e muta il suo giro per confondere: l’orario in cui recapita la posta non è mai fisso, così le madri fanno più fatica a rendersi conto da quanto non arrivano lettere dai figli e mitigano un po’ la loro ansia.

Come sappiamo l’armistizio non ha portato la pace, anzi ha aumentato il caos, in tutto il Paese e anche nella piccola Cabiaglio, dove la situazione diventa sempre più confusa e drammatica. La posizione geografica del luogo è strategica, per chi deve nascondersi e fuggire, in una manciata di chilometri percorsi fra i sentieri si può raggiungere la salvezza in Svizzera. In questo clima pesante anche la complicità dei sette amici che scorrazzavano fra i boschi è venuta a mancare, c’è chi ha scelto di fare il partigiano, chi decide di disertare e chi invece è diventato repubblichino, perdendo ogni pietà. Tanto che davanti a una fucilazione di alcuni ragazzi non ha esitazione: «Hanno pressappoco la sua età, avrebbero potuto essere i suoi amici, come gli altri della banda del fischio. Il vero fascista si vede in questi momenti, quando deve scegliere fra gli affetti e la vittoria della rivoluzione».

Buffa delinea un affresco drammatico del nostro recente passato, dove sa mischiare, grazie a una scrittura densa e coinvolgente, le vicende della gente comune agli eventi della storia ufficiale. Un dettaglio molto particolare che colpisce nella struttura del romanzo è la totale mancanza di dialoghi, una decisione dell’autore per restare il più fedele possibile al tessuto della narrazione, ispirato ai racconti tramandati in famiglia. Con questa scelta originale e talentuosa il ritmo del racconto procede intenso e avvincente fino all’ultima pagina.



giovedì 14 novembre 2024

Ferrarotti visionario. In memoriam




Franco Ferrarotti, sociologo italiano (Palazzolo Vercellese 1926 - Roma 2024). Ritenuto il fondatore della sociologia italiana, le sue ricerche sono focalizzate sui fondamenti di legittimazione del potere in una società in trasformazione  come quella moderna; intellettuale policentrico, ha inoltre studiato il problema dei fini e dell'orientamento culturale della società industriale. La sua produzione teorica è stata pubblicata in Ricerche (2 voll., 2018) Scritti teorici (2 voll., 2019) e Scritti autobiografici (2020).


Franco Ferrarotti, La Roma che amo e quella che vorrei, il manifesto, 14 novembre 2024
Uno stralcio dall'ultimo intervento scritto per il manifesto nel 2012


Per me, piemontese sradicato, errabondo e giramondo, che qualcuno ha avuto la poca rispettosa idea di definire il «piemontese errante», Roma è, e da anni resta, a dispetto della mia riluttanza, un segno significativo, un marchio probabilmente indelebile (…).

La Roma che mi piace e di cui non potrò più fare a meno è quella che mi ha insegnato a errare stando fermo – la Roma che fa convivere Piazza Vittorio e Monti Parioli, il Rione Monti e Tor Pignattara. Questo è veramente l’impero senza fine, l’accettazione dello straniero e del diverso con una sorta di indifferenza sorniona che è integrazione lenta, ma inesorabile. Chi ci arriva non se ne va più. Come mi accadde di dire all’indimenticabile amico Filippo Bettini, Roma è l’eternità dell’effimero.

Ma c’è una Roma socialmente esclusa che mi angustia. Ed ecco che la mia ardente romafilia vespertina cede alla romafobia di buon mattino, quando, in un autobus stipato, sono un acino in procinto di venire debitamente schiacciato e spremuto prima, molto prima di arrivare a destinazione. Roma non è soltanto una città burocratica e ministeriale. La periferia non è più periferica. Dei suoi due milioni ottocentomila abitanti attuali un terzo abita in periferia. Se si fermasse la periferia, tutta la città sarebbe bloccata. Per anni ho esplorato, battuto palmo a palmo la periferia romana. Al Borghetto Latino ho anche affittato e sono vissuto in una baracca, d’inverno, quando l’umidità non perdona… È una vergogna per le forze politiche e intellettuali di sinistra che borgate, borghetti e baracche, a Roma, siano ancora il segno di una città ferita, scissa in città e anticittà, centro e periferia, priva di una lucidità condivisa.

Nei nuovi aggregati urbani la contrapposizione centro-periferia non ha più senso. Per la semplice ragione che il centro non potrebbe funzionare senza periferia. Ma a Roma la contrapposizione persiste. Perché Roma non è, come molti ottimi studiosi hanno affermato, la «capitale del capitale». Piacerà o meno, Roma continua ad essere ciò che è stata storicamente: la capitale della rendita. I suoi piani regolatori si sono arresi al blocco edilizio politicamente dominante attraverso a) le deroghe; b) le varianti; c) la tolleranza dell’abusivismo e degli interessi settoriali, in attesa della immancabile sanatoria con condono.

Non chiedo molto. Vorrei solo una Roma più sicura e meno rumorosa, capace di dare un posto di lavoro non precario ai suoi giovani, dotata di servizi urbani normali; autobus e metropolitana regolari, se non proprio degni di Parigi o della «subway» di New York; strade passabilmente pulite, proprietari di cani permettendo; un minore livello di corruzione; la manutenzione dei tombini e della rete fognaria ad evitare allagamenti anche in occasione di piogge non eccezionali. Non sarebbe la rivoluzione, ma solo un grado di poco più alto di civiltà urbana, in un paese che non dovrebbe essere immemore delle grandi lezioni di Leon Battista Alberti e degli altri protagonisti del Rinascimento. (…) Nella presente fase di transizione, le due grandi categorie storiche, la città monocentrica e la città industriale agglutinante, non sono più sufficienti. Nasce una realtà urbana imprevista. Si può anche parlare di realtà
post-urbana.

Lo sviluppo urbano è mosso dalle nuove esigenze di visibilità e di partecipazione di masse umane di recente inurbate (urbanizzazione senza industrializzazione), dal gioco degli interessi socio-economici, dai diritti di proprietà dei suoli, dalla corsa alla privatizzazione del pubblico allo scopo di garantire il parassitismo della rendita fondiaria e la massimizzazione dei profitti per la speculazione edilizi. In questa prospettiva, la lettura puntuale dei Piani regolatori attraverso gli Atti dei Consigli comunali è importante, benché affaticante e noiosa. Storicamente, i Piani regolatori sono stati concepiti come il volano dello sviluppo urbano e della utilizzazione razionale del territorio. Ma la questione del rapporto fra spazio e convivenza resta aperta. Né può dirsi dichiarata nei suoi termini specifici semplicemente prendendo atto del continuum urbano-rurale o di quel fenomeno indicato da un brutto neologismo, già segnalato, come rurbanization (rus e urbs) (…).

Purtroppo, è giocoforza constatare che la logica della città industriale sta prevalendo su scala planetaria. Il principio tecnico subordina a sé, alle proprie esigenze, rigidamente scandite, le dimensioni umane e i processi naturali: cultura contro natura, meccanico contro organico, precisione numerica contro approssimazione intuitiva. Peccato che la tecnica sia una perfezione priva di scopo. Adottare il principio tecnico come principio-guida significa trasformare i valori strumentali in valori finali: un equivoco dalle conseguenze catastrofiche. Occorre, oggi, un nuovo profilo del costruire in cui la precisione tecnica sia subordinata alle esigenze umane. Urbanisti e architetti non progettano nel vuoto sociale. Bisogna imparare a costruire senza violentare la natura o snaturare il territorio, sfigurare il paesaggio (…).

Un’alternativa al grattacielo c’è, cresce quotidianamente sotto i nostri occhi. È il nuovo aggregato urbano policentrico. Centro e periferia sono ormai categorie concettuali obsolete. Per questo occorre un patto di collaborazione, quanto meno di non belligeranza, con la Natura. L’iniziativa più rivoluzionaria, nelle condizione odierne, è in realtà un ritorno: la riscoperta del modo di costruire mediterraneo, un riorientamento del costruire che passi dall’interesse per il meccanico all’attenzione per l’organico, un mutamento profondo (…).

Oggi, il calcolo scientifico della costruzione appare ancora legato a una logica di invasione e vittoriosa trasformazione dell’ambiente. Si autodefinisce e si autovaluta in metri cubi e in cementificazione. Questa impostazione predatoria va rovesciata con un nuovo stile del costruire, fondato su un concetto di natura non nemica, bensì collaboratrice. La nuova architettura si inserisce nell’ambiente senza violentarlo, indovina i passaggi e le vie da rispettare per dar loro aria e luce, non soffoca e non blocca, bensì apre, rischiara, vivifica.