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mercoledì 1 aprile 2026

Gli imprevisti della guerra

Mario Del Pero 
Trump in un cul-de-sac ora fa il gioco dell'Iran (e di Netanyahu)

Domani, 1 aprile 2026

È oggettivamente difficile, se non impossibile, seguire Donald Trump nelle sue tante esternazioni sulla guerra in corso. Perché tutto e il suo contrario viene detto quasi quotidianamente; perché alcune dichiarazioni sfidano qualsiasi razionalità e buon senso; e perché l’ostentato ottimismo pare stridere con un conflitto che si sta protraendo ben oltre il previsto e con la inattesa capacità iraniana di socializzarne, regionalmente e globalmente, i costi, attraverso gli attacchi a vari paesi del Golfo e la chiusura dello Stretto di Hormuz (con la paradossale conseguenza che uno dei temi dei negoziati in corso, e delle leve negoziali di Teheran, è il ripristino di una condizione – la riapertura di Hormuz – venuta meno proprio a causa della guerra).

Gli obiettivi dell’attacco di Israele e Stati Uniti sono in realtà chiari: indebolire drasticamente il regime iraniano, impedendogli di continuare a minacciare Israele o di ambire a svolgere un ruolo significativo nelle dinamiche mediorientali; estendere il dominio regionale di una Grande Israele, che in parallelo risolve con violenza, espulsioni e annessioni le “questioni” di Gaza e Cisgiordania; rendere i paesi del Golfo degli hub finanziari e tecnologici, dalle criptovalute all’intelligenza artificiale, grazie ai loro ingenti capitali e alla disponibilità a indirizzarli verso specifiche attività imprenditoriali, incluse quelle della famiglia Trump.

L’opacità della politica e le nebbie della guerra si sono però da subito frapposte a un disegno così nitido e all’apparenza coerente. Il regime iraniano non è imploso, confermando per il momento quanto illusorio sia credere che il dispiegamento della forza militare possa produrre facili palingenesi politiche e sociali (una lezione, questa, anche recente – si pensi solo a Iraq e Afghanistan – che pare però essere stata dimenticata molto rapidamente). L’instabilità provocata dalla guerra ha alimentato turbolenze borsistiche che vanno a colpire molti piccoli investitori statunitensi. Il blocco di Hormuz ha provocato una crescita dei prezzi, con potenziali spirali inflattive che spaventano i consumatori americani, i cui indici di fiducia sono oggi ai minimi storici, al di sotto addirittura dei livelli raggiunti durante la grande crisi del 2008-9. E una chiara maggioranza dell’opinione pubblica Usa, oltre il 60 per cento, considera la guerra un grave errore.

Trump e il suo segretario della Guerra rispondono con un lessico estremo e caricaturale, che combina apocalissi veterotestamentarie, nuove crociate suprematiste e machismi tardo-adolescenziali («nessuna tregua né pietà verso i nemici – ha tuonato Hegseth – niente assurde regole d’ingaggio … niente guerre politicamente corrette», l’obiettivo è la «massima letalità, non l’insulsa legalità»). Al netto di queste esibizioni ad alto contenuto testoteronico, solo due opzioni sembrano disponibili: alzare ulteriormente la soglia dell’escalation, facendo eventualmente uso delle forze speciali dispiegate di recente nel Golfo; o cercare una qualche via di uscita, con un accordo con l’Iran che di certo non può essere basato sui termini (di fatto una resa senza condizioni) prospettati da Washington.

L’escalation rischia di accentuare ancor più i costi globali del conflitto e di provocare un numero crescente di vittime statunitensi, acuendo così l’opposizione alla guerra negli Usa. Il disimpegno negoziato espone a un’umiliazione, minando la credibilità della politica estera di Trump e delle sue velleità neoimperiali. Entrambe le opzioni sono peraltro condizionate dalle scelte di due attori – l’alleato israeliano e il nemico iraniano – che diversamente dagli Usa paiono invece avere un interesse a proseguire il conflitto. Per infliggere un danno permanente e strutturale alle capacità militari e industriali dell’Iran, nel caso di Tel Aviv. Per completare il recupero di una capacità deterrente che sembrava essere venuta meno, e capitalizzare diplomaticamente su di essa e sul controllo delle cruciali rotte navali del Golfo Persico, in quello di Teheran.

lunedì 2 marzo 2026

La scalata prossima ventura

Doha, capitale del Qatar

Alessia Melcangi 
Quei paesi arabi trascinati nel conflitto

La Stampa, 2 marzo 2026

La tanto evocata, rimandata e temutissima ennesima guerra in Medio Oriente è esplosa all’alba di ieri. Non come un incidente, ma come l’esito di una tensione che da settimane covava sotto la superficie dei comunicati ufficiali. Da Teheran la risposta è arrivata quasi immediata, segno che l’ipotesi di un attacco era considerata concreta da tempo, nonostante i segnali pubblici lasciassero intravedere spiragli negoziali invero poco credibili.

La diplomazia, in realtà, non aveva mai davvero rassicurato la leadership iraniana. Il precedente di giugno – quando Israele colpì nel pieno di un processo negoziale – aveva lasciato un messaggio inequivocabile: i tavoli possono saltare da un momento all’altro, soprattutto se la Repubblica islamica dell’Iran non è disponibile ad accettare tutte le clausole imposte da Washington e da Tel Aviv. In una parola, resa, senza condizioni. Anche questa volta la finestra diplomatica si è chiusa bruscamente. Più che una rottura improvvisa, è stata una scelta di priorità: la logica della forza ha superato quella del compromesso. Ma l’escalation non riguarda soltanto Israele e Iran.

Quando Teheran risponde colpendo asset americani nella regione, il conflitto smette di essere bilaterale e investe direttamente l’architettura di sicurezza del Golfo dove la presenza militare americana è estesa e strutturale. Gli Stati Uniti dispongono di almeno otto installazioni strategiche in sei Paesi del Golfo: Al-Udeid in Qatar; Al-Dhafra negli Emirati; la Quinta Flotta in Bahrein; Camp Arifjan e Ali Al-Salem in Kuwait; la Prince Sultan Air Base in Arabia Saudita; infrastrutture logistiche in Oman. Una rete che garantisce proiezione aerea e navale sull’intero quadrante mediorientale.

È in questo contesto che la crisi assume una dimensione ulteriore e molto più insidiosa. Gli Stati del Golfo si ritrovano esposti come potenziali bersagli pur non essendo e non volendo essere parte diretta dello scontro. A Riyadh, Abu Dhabi, Doha e Mascate i governi guardano con evidente preoccupazione agli sviluppi. Il lessico è misurato ma fermo. Il denominatore comune è chiaro: nessuno nel Golfo vuole un conflitto aperto. Le monarchie hanno cercato nelle scorse settimane di contenere l’escalation ma nulla hanno potuto davanti alla “Furia epica” di Trump, e soprattutto di Netanyahu.

L’Arabia Saudita si trova nella posizione più delicata. Pur condannando formalmente gli attacchi iraniani come violazione della sovranità, Riyadh non vuole né un conflitto regionale né un collasso dell’Iran che destabilizzerebbe l’equilibrio globale. Dal 2023 l’Arabia Saudita aveva avviato un percorso di riavvicinamento con Teheran, culminato nella ripresa delle relazioni diplomatiche e in una fase di dialogo prudente dopo anni di confronto indiretto e guerre per procura.

Riyadh aveva scelto di esplorare un modus vivendi con Teheran, puntando a ridurre la conflittualità senza ridisegnare con la forza l’architettura regionale: la priorità saudita era stabilizzare, non incendiare ulteriormente il quadrante. Il Qatar, che ospita la base americana di Al-Udeid, mantiene una posizione analoga. Doha ribadisce la centralità della sicurezza nazionale e della stabilità regionale, ma conserva al tempo stesso un canale pragmatico con Teheran. È un equilibrio delicato: proteggere la partnership con Washington senza compromettere la relazione con l’Iran.

L’Oman, mediatore tra le parti, insiste sulla necessità di evitare un allargamento del conflitto e di riportare la crisi su un binario diplomatico. Nel mare di reazioni c’è però una sfumatura diversa: gli Emirati Arabi Uniti. Più allineati alla postura di contenimento verso l’Iran e partner strategici di Israele, sembrano meno inclini a una neutralità esplicita.

L’idea che una fase di pressione possa produrre un riequilibrio definitivo non è estranea a parte dell’establishment emiratino. Ma anche qui il quadro è meno lineare di quanto sembri: Abu Dhabi non è Dubai. Se la capitale federale mantiene una postura più marcata sul piano strategico, Dubai resta profondamente intrecciata ai flussi commerciali con Teheran e dipendente dall’economia dei servizi e del turismo. Un attacco diretto, come quello che ha colpito la monumentale struttura residenziale del The Palm, non è solo un segnale militare: è un potenziale colpo alla credibilità di un modello economico fondato sulla stabilità.

Colpisce un altro elemento: l’attacco iniziale è partito dalla Giordania, non dalle basi americane situate negli altri Paesi del Golfo. Amman si trova in una posizione ancora più fragile, ostaggio della questione palestinese e della guerra a Gaza, con una pressione interna altissima e un equilibrio delicatissimo tra sicurezza, opinione pubblica e alleanze strategiche. La monarchia hashemita è esposta più di altri e paga il prezzo della sua collocazione geografica e politica.

Dal punto di vista iraniano, una volta aperto il conflitto, avere di fronte Paesi neutrali o apertamente ostili cambia poco nella dinamica strategica complessiva. Ciò che conta è la capacità di reazione e la postura militare. Per Teheran, colpire assetti americani nella regione significa segnalare che la guerra non resterà confinata al proprio territorio. In questa logica, attaccare il Golfo non è un incidente ma una necessità strategica: una mossa coerente con la dottrina della deterrenza asimmetrica.

Dal loro punto di vista, non c’erano alternative. Se la rappresaglia iraniana restasse confinata a obiettivi militari statunitensi, l’escalation rimarrebbe dentro un perimetro strategico. Ma il timore, nelle capitali del Golfo, è un progressivo allargamento verso infrastrutture energetiche, snodi portuali e rotte marittime nello Stretto di Hormuz, già chiuso dai Pasdaran, snodo cruciale del traffico petrolifero mondiale, da sempre leva strategica dell’Iran nei momenti di crisi.

La sfida per i Paesi del Golfo oggi è duplice: difendere la propria sovranità e impedire che il proprio territorio diventi il campo di battaglia di altri. In un Medio Oriente dove la deterrenza ha ripreso il sopravvento sulla diplomazia, il margine di errore si assottiglia. E il Golfo sa che, una volta superata una certa soglia, contenere l’incendio potrebbe non essere più possibile.

domenica 13 aprile 2025

L'orizzonte della sconfitta



Adam S. Posen, Le guerre commerciali sono facili da perdere 
Foreign Affairs, 9 aprile 2025

 Quando un paese (gli Stati Uniti) perde molti miliardi di dollari nel commercio con praticamente tutti i paesi con cui fa affari", ha twittato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel 2018, "le guerre commerciali sono positive e facili da vincere". Questa settimana, quando l'amministrazione Trump ha imposto dazi superiori al 100% sulle importazioni statunitensi dalla Cina, innescando una nuova e ancora più pericolosa guerra commerciale, il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha offerto una giustificazione simile: "Penso che questa escalation cinese sia stata un grosso errore, perché stanno giocando con una coppia di due. Cosa perdiamo se i cinesi aumentano i dazi su di noi? Esportiamo loro un quinto di ciò che esportano loro verso di noi, quindi è una mano perdente per loro".

In breve, l' amministrazione Trump ritiene di avere quella che i teorici dei giochi chiamano "dominanza da escalation" sulla Cina e su qualsiasi altra economia con cui abbia un deficit commerciale bilaterale. L'"dominanza da escalation", secondo un rapporto della RAND Corporation, significa che "una parte in conflitto ha la capacità di intensificare un conflitto in modi che saranno svantaggiosi o costosi per l'avversario, mentre l'avversario non può fare lo stesso in cambio". Se la logica dell'amministrazione è corretta, allora la Cina, il Canada e qualsiasi altro paese che reagisca ai dazi statunitensi sta effettivamente giocando una mano perdente.

Ma questa logica è sbagliata: è la Cina ad avere il predominio dell'escalation in questa guerra commerciale. Gli Stati Uniti ottengono dalla Cina beni vitali che non possono essere sostituiti a breve termine o prodotti internamente a costi inferiori a quelli proibitivi. Ridurre tale dipendenza dalla Cina può essere una ragione per agire, ma combattere la guerra in corso prima di farlo è una ricetta per una sconfitta quasi certa, a costi enormi. O per dirla con Bessent: Washington, non Pechino, sta puntando tutto su una mano perdente.

MOSTRA LA MANO

Le affermazioni dell'amministrazione sono infondate per due motivi. Innanzitutto, entrambe le parti subiscono danni in una guerra commerciale, perché entrambe perdono l'accesso a beni di cui le loro economie hanno bisogno e per cui i loro cittadini e le loro aziende sono disposti a pagare. Come scatenare una guerra vera e propria, una guerra commerciale è un atto di distruzione che mette a rischio anche le forze armate e il fronte interno dell'attaccante: se la parte in difesa non credesse di poter reagire in modo da danneggiare l'attaccante, si arrenderebbe..

L'analogia di Bessent con il poker è fuorviante perché il poker è un gioco a somma zero: vinco solo se tu perdi; tu vinci solo se io perdo. Il commercio, al contrario, è a somma positiva: nella maggior parte delle situazioni, meglio fai tu, meglio faccio io, e viceversa. Nel poker, non si riceve nulla in cambio di ciò che si mette nel piatto a meno che non si vinca; nel commercio, lo si riceve immediatamente, sotto forma di beni e servizi acquistati.

L'amministrazione Trump ritiene che più si importa, meno si corre il rischio: poiché gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale con la Cina, importando più beni e servizi cinesi di quanto la Cina importi beni e servizi statunitensi, sono meno vulnerabili. Questo è un errore di fatto, non una questione di opinioni. Bloccare gli scambi riduce il reddito reale e il potere d'acquisto di una nazione; i paesi esportano per guadagnare denaro per acquistare beni che non hanno o che sono troppo costosi da produrre internamente.

Inoltre, anche concentrandosi esclusivamente sulla bilancia commerciale bilaterale, come fa l'amministrazione Trump, ciò non promette nulla di buono per gli Stati Uniti in una guerra commerciale con la Cina. Nel 2024, le esportazioni statunitensi di beni e servizi verso la Cina ammontavano a 199,2 miliardi di dollari e le importazioni dalla Cina a 462,5 miliardi di dollari, con un conseguente deficit commerciale di 263,3 miliardi di dollari. Nella misura in cui la bilancia commerciale bilaterale prevede quale parte "vincerà" in una guerra commerciale, il vantaggio risiede nell'economia in surplus, non in quella in deficit. La Cina, il Paese in surplus, sta rinunciando alle vendite, che sono esclusivamente denaro; gli Stati Uniti, il Paese in deficit, stanno rinunciando a beni e servizi che non producono in modo competitivo o che non producono affatto in patria. Il denaro è fungibile: se si perde reddito, si può ridurre la spesa, trovare vendite altrove, distribuire l'onere in tutto il Paese o attingere ai risparmi (ad esempio, attuando stimoli fiscali). La Cina, come la maggior parte dei paesi con surplus commerciali complessivi, risparmia più di quanto investa, il che significa che, in un certo senso, ha troppi risparmi. L'adeguamento sarebbe relativamente semplice. Non ci sarebbero carenze critiche e potrebbe sostituire gran parte di ciò che normalmente vende agli Stati Uniti con vendite sul mercato interno o ad altri paesi.

I paesi con deficit commerciali complessivi, come gli Stati Uniti, spendono più di quanto risparmiano. Nelle guerre commerciali, rinunciano o riducono l'offerta di beni di cui hanno bisogno (poiché i dazi li rendono più costosi), e questi non sono minimamente fungibili o facilmente sostituibili come il denaro. Di conseguenza, l'impatto si fa sentire in settori, luoghi o famiglie specifici che si trovano ad affrontare carenze, a volte di beni necessari, alcuni dei quali sono insostituibili nel breve termine. I paesi in deficit importano anche capitali, il che rende gli Stati Uniti più vulnerabili ai cambiamenti di opinione sull'affidabilità del loro governo e sulla loro attrattività come luogo in cui fare affari. Quando l'amministrazione Trump prende decisioni capricciose di imporre un enorme aumento delle tasse e una grande incertezza sulle catene di approvvigionamento dei produttori, il risultato sarà una riduzione degli investimenti negli Stati Uniti, con conseguente aumento dei tassi di interesse sul suo debito.

DI DEFICIT E DOMINANZA

In breve, l'economia statunitense soffrirà enormemente in una guerra commerciale su larga scala con la Cina, che gli attuali livelli di dazi imposti da Trump, superiori al 100%, rappresenteranno sicuramente se mantenuti in vigore. Di fatto, l'economia statunitense soffrirà più di quella cinese, e la sofferenza non potrà che aumentare se gli Stati Uniti dovessero intensificare i dazi. L'amministrazione Trump potrebbe pensare di agire con durezza, ma in realtà sta mettendo l'economia statunitense in balia dell'escalation cinese.

Gli Stati Uniti dovranno far fronte a carenze di fattori di produzione critici, che vanno dagli ingredienti di base della maggior parte dei prodotti farmaceutici ai semiconduttori poco costosi utilizzati in automobili ed elettrodomestici, fino ai minerali essenziali per i processi industriali, inclusa la produzione di armi. Lo shock dell'offerta derivante dalla drastica riduzione o azzeramento delle importazioni dalla Cina, come Trump dichiara di voler ottenere, significherebbe stagflazione, l'incubo macroeconomico visto negli anni '70 e durante la pandemia di COVID , quando l'economia si contrasse e l'inflazione aumentò simultaneamente. In una situazione del genere, che potrebbe essere più vicina di quanto molti pensino, alla Federal Reserve e ai responsabili delle politiche fiscali restano solo terribili opzioni e scarse possibilità di scongiurare la disoccupazione, se non aumentando ulteriormente l'inflazione.

Quando si tratta di una vera guerra, se si ha ragione di temere un'invasione, sarebbe suicida provocare l'avversario prima di essersi armati. Questo è essenzialmente il rischio che corre l'attacco economico di Trump: dato che l'economia statunitense dipende interamente dalle fonti cinesi per beni vitali (azioni farmaceutiche, chip elettronici a basso costo, minerali essenziali), è assolutamente sconsiderato non assicurarsi fornitori alternativi o un'adeguata produzione interna prima di interrompere gli scambi commerciali. Agendo al contrario, l'amministrazione sta provocando esattamente il tipo di danno che afferma di voler prevenire.

Tutto ciò potrebbe essere inteso come una mera tattica negoziale, nonostante le ripetute dichiarazioni e azioni di Trump e Bessent. Ma anche a questi termini, la strategia farà più danni che benefici. Come ho avvertito su Foreign Affairs lo scorso ottobre, il problema fondamentale dell'approccio economico di Trump è che dovrebbe attuare sufficienti minacce autolesionistiche per essere credibile, il che significa che mercati e famiglie si aspetterebbero una continua incertezza. Americani e stranieri investirebbero meno, anziché di più, nell'economia statunitense e non si fiderebbero più del rispetto di alcun accordo da parte del governo statunitense, rendendo difficile raggiungere un accordo o una soluzione negoziata per la de-escalation. Di conseguenza, la capacità produttiva statunitense diminuirebbe anziché migliorare, il che non farebbe che aumentare l'influenza che la Cina e altri hanno sugli Stati Uniti.

L'amministrazione Trump si sta imbarcando in un equivalente economico della guerra del Vietnam , una guerra scelta che presto si trasformerà in un pantano, minando la fiducia, sia in patria che all'estero, nell'affidabilità e nella competenza degli Stati Uniti. E sappiamo tutti come è andata a finire.

sabato 23 novembre 2024

La guerra calda di Putin





Anna Zafesova, La strategia della paura, La Stampa, 23 novembre 2024

 Vladimir Putin aveva imparato ad amare la bomba atomica già anni e anni fa. Il compiacimento con il quale parlava di missili, testate, tonnellate e velocità ipersoniche è degno di un cattivo dei film di Hollywood, e l'atomica è un argomento sul quale torna spesso e molto volentieri (così come i suoi cortigiani, che sanno bene come compiacere il loro Capo, come lo chiama la responsabile della propaganda russa Margarita Simonyan). Ci aveva costruito perfino sopra un'intera campagna elettorale, quella del 2018, quando il suo discorso programmatico davanti al parlamento russo era stato quasi interamente dedicato alle nuove armi russe, con un megaschermo che mostrava simulazioni di missili che colpivano a pioggia la Florida (più o meno nella zona di Mar-a-Lago, avevano notato molti commentatori). Il messaggio di Putin era stato dichiarato a chiare lettere: dare alla Russia un vantaggio tale da permetterle di iniziare e concludere vittoriosamente una guerra nucleare.
Il Putin di oggi, che appare da uno studio che probabilmente si trova in uno dei suoi bunker, è molto più provato e arrabbiato per non essere stato compreso, ma lancia sempre lo stesso messaggio. Minaccia. Tuona. Non è mai speculare, rilancia sempre: all'autorizzazione degli americani e degli inglesi di usare missili tattici a corto raggio replica con un missile balistico a testate multiple capace potenzialmente di distruggere un'intera metropoli. Perfino un generale russo commenta al quotidiano Moskovsky Komsomolets che «non si inizia la terza guerra mondiale per due depositi munizioni». Ma Putin non pratica l'occhio per occhio, raddoppia e triplica da sempre, anche quando rispondeva - già nel 2014 - alle sanzioni contro i suoi oligarchi proibendo l'importazione di quasi tutti i prodotti alimentari occidentali in Russia. Quello che chiede non è il ritorno alle regole di parità del terrore della Guerra Fredda. Che era trascorsa, dal 1945 in poi, e soprattutto negli ultimi 25 anni - dalla crisi di Cuba al collasso del Muro - in una affannosa ricerca di simmetria, di una rete di regole, impegni, accordi che dovevano mantenere le due principali potenze nucleari in un equilibrio di tensione che non diventasse mortale. Ovviamente non escludeva tiri mancini ed escalation, ma la dottrina Brezhnev proclamava la necessità di una «coesistenza pacifica tra due sistemi diversi». La dottrina Putin parla di «guerra eterna dell'Occidente contro la Russia», e il privilegio che esige - anche riscrivendo la nuova dottrina nucleare a suo piacimento - è quello di prendere ciò che ritiene già suo, dando nel processo martellate all'ordine mondiale.
«Se non abbiamo intenzione di stringere il nodo e condannare il mondo alla catastrofe della guerra termonucleare, dobbiamo non solo allentare la presa sui due capi della corda, ma sciogliere il nodo del tutto. Noi siamo pronti a farlo». Queste parole sono state scritte da Nikita Khrusciov a Jonh F. Kennedy il 26 ottobre 1962, quando il mondo si stava chiedendo quante ore mancavano all'Apocalisse. Impossibile immaginarle oggi, e Simonyan loda il suo "Capo" perché «non sarà mai lui a ingranare per primo la retromarcia». Anche Steve Rosenberg, il "Russia editor" della Bbc, conviene che la «Putinmobile non ha freni né retromarcia, ma solo un pedale del gas schiacciato a tavoletta». In effetti, in un quarto di secolo il dittatore russo non ha dato prova di grandi abilità diplomatiche, né dentro, né fuori dal suo Paese. Non ha molto chiara l'idea di un negoziato, e usa molto il bastone senza ricorrere quasi mai alla carota. Lo si è visto anche in questo momento per lui straordinariamente favorevole, con un nuovo presidente americano che gli ha già fatto aperture notevoli, una serie di governi europei in relativa difficoltà e perfino un'opinione pubblica ucraina che comincia a non opporsi a un negoziato con Mosca. Un gesto di buona volontà - una tregua, una restituzione di qualche centinaio di bambini ucraini deportati, un'apertura diplomatica - avrebbe potuto far vincere punti a Trump e togliere argomenti ai sostenitori della linea dura. Invece Putin ha deciso di rilanciare, chiamando in aiuto i soldati di Kim, bombardando le centrali della luce e del riscaldamento alla vigilia della prima neve, e minacciando l'utilizzo dell'atomica e attacchi agli alleati occidentali di Kyiv. Nella sua visione, il desiderio di trattare è una debolezza, e un avversario debole va martellato.
Paradossalmente, questa escalation può rendere molto più difficile se non impossibile a Trump giustificare, dopo il 20 gennaio, un compromesso con uno che si comporta come il dottor Stranamore. Putin tende a ripetere gli stessi errori, e la sua escalation verbale e missilistica ricorda quella del febbraio 2022, quando aveva deciso di invadere l'Ucraina, sopravvalutando le proprie forze e sottovalutando la determinazione degli ucraini, degli europei e degli americani. Un errore fatale, dal quale si poteva uscire soltanto a marcia indietro. Mille giorni dopo, l'inquilino del bunker del Cremlino continua a vedere un Paese pronto a crollare, e crede che i suoi alleati hanno bisogno soltanto di un buon spavento per abbandonarlo. Purtroppo, questo potrebbe significare che la testata nucleare per colpire una città ucraina sia già stata montata su uno di quei missili tanto amati da Putin. E che probabilmente anche gli ucraini, e gli occidentali, lo sanno.

mercoledì 20 novembre 2024

La bomba all'orizzonte



Lorenzo Cremonesi, Atomiche, Putin alza il livello, Corriere della Sera, 20 novembre 2020

Il ministero della Difesa a Mosca comunque minimizza e afferma di avere abbattuto 5 missili e danneggiato il sesto. Putin coglie l’occasione per ufficializzare la sua nuova dottrina atomica, già annunciata nel recente passato: d’ora in poi la Russia potrà ricorrere all’arma nucleare contro qualsiasi attacco convenzionale considerato «un pericolo per la sicurezza nazionale» e che venga lanciato da un Paese anche privo di atomica, ma alleato di potenze che ne sono muniti. In realtà, è dal primo giorno di guerra il 24 febbraio 2022 che il presidente russo sventola lo spauracchio atomico. «Il ricorso agli Atacams è il segnale chiaro che il fronte Nato vuole l’escalation», commenta il ministro degli Esteri russo Lavrov. «Ci riserviamo il diritto di ricorrere alle armi nucleari», ha reagito minaccioso anche il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov. Resta l’impressione che Mosca intenda attendere la presidenza Trump prima di compiere alcuna mossa drastica.

Marco Imarisio, Lo zar prova a far leva sull’ansia occidentale E a infiammare la propaganda interna, Corriere della Sera, 20 novembre 2024

Tutto come previsto. Ma con una scelta di tempo che meno casuale di così non potrebbe essere. Con la firma del decreto numero 991, «Le basi della politica statale nel campo della deterrenza nucleare», Vladimir Putin parla senza dire una parola. Lascia capire, senza esporsi in prima persona su una notizia tanto importante quanto non ancora confermata ufficialmente, com’è quella del via libera della Casa Bianca all’uso di armi a lunga gittata in territorio russo da parte dell’esercito ucraino.

La nuova dottrina, che sostituisce quella del 2020 la quale a sua volta riscriveva quella del 2010, era stata annunciata all’inizio della scorsa primavera, dopo una settimana ad alta tensione con l’Occidente. Per essere poi lasciata in naftalina. Fino a ieri mattina. Sette pagine in tutto, e una premessa benevola. «La Russia considera l’arma nucleare come (...) una misura estrema e obbligata, e intraprende tutti gli sforzi necessari per diminuire la minaccia nucleare e scongiurare un inasprimento dei rapporti interstatali capace di provocare conflitti militari di ogni genere».

Ma dopo le buone intenzioni, ecco le novità, già ampiamente anticipate a mezzo stampa. «In seguito all’insorgere di nuovi rischi e pericoli militari per la Russia», così spiega la Tass, l’agenzia di Stato incaricata di rendere note e spiegare le leggi appena approvate dal Cremlino, viene confermato il principio secondo cui la Russia può usare l’atomica in risposta ad un attacco contro sé stessa o la Bielorussia, avvenuto con l’impiego di armi convenzionali, a patto che minacci la sovranità e l’integrità territoriale. Mentre prima si parlava di «minaccia all’esistenza stessa dello Stato», qui l’asticella viene abbassata fino a una più generica e sindacabile «minaccia critica».

Con effetto immediato, l’aggressione di qualunque Stato appartenente a una coalizione militare contro la Russia e i suoi alleati, viene considerata come un’aggressione della coalizione intera. Anche un attacco da parte di uno Stato non-nucleare, vedi alla voce Ucraina, con la partecipazione o con il sostegno di uno Stato nucleare sarà considerato come un attacco congiunto e quindi passibile di una risposta nucleare. L’opzione atomica è possibile anche in caso di «informazione veritiera» riguardo un lancio di missili balistici contro la Russia o su suoi obiettivi militari ubicati fuori dai suoi confini, e pure in presenza di «un’informazione attendibile» sul decollo in massa di «mezzi di attacco aereo» in territorio russo.

Il semplice dispiegamento da parte dell’avversario potenziale di sistemi e mezzi della difesa antimissilistica, di armi ipersoniche ad alta precisione, e di droni d’urto, può invece autorizzare il Cremlino a far scattare una eventuale deterrenza nucleare. Così come da oggi potrebbe essere sufficiente a raggiungere lo stato d’allerta nucleare anche la semplice progettazione e lo svolgimento di grosse manovre militari vicino ai confini e, lampante il riferimento alla Nato, «la formazione o l’allargamento delle coalizioni militari esistenti che avvicinano la loro infrastruttura alla Russia».

Il messaggio è chiaro. Più che i contenuti, conta il momento. Putin conosce bene qual è la grande paura dell’occidente e di tutto il mondo. Il presidente sa anche che si tratta di una partita che non può permettersi di giocare, per assenza di risorse.

Ma la scelta di sbrinare un decreto pronto da mesi non è solo rivolta al mondo esterno. Dopo la notizia giunta venerdì dagli Usa, l’opinione pubblica russa, soprattutto quella televisiva, ha subito gonfiato i muscoli dell’orgoglio patriottico. I talk show serali del lunedì hanno toccato vette altissime. «Bastano tre missili ben piazzati e l’intera civiltà britannica crollerà e sarà distrutta per sempre» ha detto un esperto militare sul primo canale di Stato, mostrando una cartina con tutte le capitali e luoghi sensibili d’Europa potenzialmente raggiungibili dai missili del suo Paese, per poi concentrarsi sul «nemico principale», ovvero il Regno Unito.

Non importa se i pochi media avveduti e le persone con reale conoscenza delle intenzioni di Putin e del suo circolo ristretto continuano a escludere il ricorso all’arma totale. Questa è l’aria che tira e che da anni viene fatta soffiare in Russia, veicolando messaggi di natura ultra-nazionalistica. Putin non poteva parlare, ma doveva dare una risposta.

«L’uso dei missili può essere ora qualificato come aggressione dei Paesi del blocco Nato contro la Russia. Questa è già la Terza Guerra Mondiale. Forse il vecchio Biden ha deciso davvero di lasciare la vita in bella maniera portandosi dietro una buona parte dell’umanità». Firmato Dmitry Medvedev, uno dei pochi ad avere commentato finora il nuovo trattato firmato dal Cremlino, l’ex enfant prodige della politica russa che all’estero gode ancora di ampia visibilità proprio in virtù delle sue invettive senza freni. La doppia narrazione andrà avanti a lungo, anche in Russia. Con i cavalieri dell’apocalisse sempre in prima fila.