Visualizzazione post con etichetta danza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta danza. Mostra tutti i post

lunedì 6 aprile 2026

Le murgas argentine


Flora Genoux
In Argentina le "murgas" coltivano la gioia e la solidarietà

Le Monde, 6 aprile 2026

E all'improvviso, in questa piazza di Villa Bosch, alla periferia di Buenos Aires, la letargia serale di una domenica di marzo lascia il posto a una gioiosa frenesia. Suoni profondi e insistenti provenienti da imponenti tamburi si mescolano al frenetico tintinnio dei piatti. "Ci incontreremo di nuovo/ogni dolore scomparirà ", cantano i cantanti mentre una quindicina di ballerini saltano e volteggiano. "Che gioia essere qui! Quando ballo, volo", confida Iara Romero, una studentessa diciannovenne senza fiato.

La murga, che si riferisce sia a un genere musicale sia a un ensemble tradizionale – composto da percussionisti, cantanti e ballerini – raggiunge il suo apice ogni anno durante le sfilate di carnevale che scandiscono l'intero mese di febbraio. Ma prospera anche durante il resto dell'anno, attraverso numerose prove e legami sociali che vanno ben oltre la sua dimensione artistica e festiva. In un'Argentina martoriata, scossa dalle crisi, simboleggia la gioia nonostante tutto, la solidarietà, il forte legame tra le generazioni, l'autodeterminazione di fronte a uno Stato al collasso e la tradizione della lotta sociale.

Los piantaos por la alegria ("I Gioiosi"), uno di questi gruppi di murga , esiste dal 2000 a Villa Bosch, un sobborgo che accoglie famiglie della classe media e operaia, con le sue case basse, la stazione ferroviaria e le strade a griglia che conducono a diverse piazze. " La murga è un'esperienza collettiva. Ci ha mostrato la strada e ci ha fornito una struttura che ci ha impedito di diventare delinquenti e di vagabondare per le strade", spiega Marco Gonzalez, 42 anni, psicologo e cofondatore del gruppo. Con tatuaggi sulle braccia, tra cui "Diego" accanto al numero 10, un riferimento al leggendario calciatore Diego Maradona [1960-2020] , racconta che Los piantaos por la alegria conta circa sessanta membri, tra bambini e persone sulla sessantina. Le loro famiglie e i loro amici danno una mano cucendo costumi o preparando panini, il cui ricavato contribuisce a finanziare la riparazione degli strumenti.

"La gioia dura tutto l'anno"

Il 29 marzo, adolescenti e giovani adulti provavano in piazza mentre gli altri membri del gruppo chiacchieravano sorseggiando maté, l'infuso tanto amato dagli argentini. Un percussionista, però, si distingueva per la sua piccola statura. A soli otto anni, era il più giovane dei musicisti e colpiva il suo tamburo con un'espressione concentrata. "La murga è la mia seconda famiglia, e qui mi schiarisco le idee ", ha esclamato Florencia Solis, 32 anni, madre disoccupata e ballerina della murga. "Veniamo a provare, ma parliamo anche, ridiamo, la gioia dura tutto l'anno, sia la gioia che proviamo sia la gioia che cerchiamo di condividere".

Il gruppo "Frenetici di Gioia" opera in modo indipendente, ma altri gruppi di murga possono ricevere un sussidio simbolico in alcuni comuni. I giovani si uniscono alle murga , che cantano per celebrare l'orgoglio di quartiere, un po' come quando si entra a far parte di una squadra di calcio. Generalmente, un padrino, una zia o i genitori sono già coinvolti. Quando i membri si trovano in difficoltà, il gruppo interviene in loro aiuto. Durante la pandemia di Covid-19, caratterizzata da un lockdown di sei mesi a Buenos Aires e dintorni, la murga di Villa Bosch ha distribuito cibo e vestiti ai bisognosi.

«In Argentina, le murgas  hanno le loro origini nei carnevali italiani e spagnoli, incorporando anche influenze precolombiane e africane. Sono nate all'inizio del XX secolo  intorno all'estuario del Río de la Plata e al fiume Paraná, e oggi si possono trovare in tutta l'Argentina», spiega Alicia Martin, antropologa specializzata in questi gruppi e nel carnevale. «Negli ultimi vent'anni, le murgas sono cresciute considerevolmente. È un fenomeno popolare e gratuito, cosa rara. Per tutta la durata della loro partecipazione, un abitante del luogo, senza necessariamente avere una formazione musicale, diventa un artista », continua.

Alcune murgas accompagnano le manifestazioni con le loro grancasse, affermando chiaramente il loro impegno sociale. Con testi pungenti e ironici, questi gruppi non esitano a criticare i potenti e i tempi, proprio come i "Frenetici della Gioia". Durante il carnevale di Buenos Aires a metà febbraio, è stata intonata una canzone che deplorava le riforme imposte ai pensionati, gli "stipendi vergognosi" degli insegnanti e i compensi "sacrificali" dei medici, accusando apertamente il presidente Milei, al potere dal 2023

«Ah, paese dal cuore che batte ancora, anche se il dolore è atroce, hai bisogno di mani che abbraccino, non di colpi di bastone», continuava la canzone. Era presente Demian Cuello, un percussionista di 39 anni, che non sembrava del tutto a suo agio. «È vero, dobbiamo essere sempre ingegnosi», ha ammesso il macchinista che ha anche iniziato a lavorare come autista per un servizio di trasporto privato a causa delle entrate insufficienti. «Ma non ero d'accordo con il nominare esplicitamente il governo. La decisione è stata presa dalla maggioranza del gruppo e la accetto».

Osservando i suoi tre figli, che praticano percussioni o danza, Nancy Campanelli, un'insegnante di 41 anni, elogia l'esistenza di questo "luogo sano" . "La murga offre loro cultura, uno scopo e li tiene lontani dagli schermi; qui i miei figli mantengono un vero legame tra loro ", esclama quasi gridando, per farsi sentire sopra il suono delle grancasse.

https://www.lemonde.fr/international/article/2026/04/06/en-argentine-les-murgas-cultivent-la-joie-et-la-solidarite_6677002_3210.html

mercoledì 13 novembre 2024

I ragazzi marocchini del mercato


Commercio al dettaglio itinerante: non una nicchia di mercato, ma una realtà consolidata che occupa una posizione non indifferente nel panorama italiano. Ci si comprano fiori o prodotti alimentari, tessuti artigianali o bigiotteria; il più delle volte il venditore è straniero, ma in alcune realtà i banchi sono quasi tutti italiani. È l’Italia degli ambulanti, i cui banchetti non sono solo l’appuntamento del week end per gli appassionati di mercati e mercatini, ma costituiscono sempre più una frangia di spessore nel settore, con 183 mila operatori, pari al 22% (quasi una su quattro) di tutte le imprese commerciali, attività che per la stragrande maggioranza (175 mila, il 95%) sono micro-imprese individuali. A dare la dimensione di questo fenomeno sono i dati elaborati da Unioncamere-InfoCamere sulla base del Registro delle Imprese delle Camere di commercio, che fotografano la situazione al 30 giugno. A trainare il settore è la forte presenza di operatori stranieri tra gli imprenditori (il 56%, poco meno di 100 mila unità). Per quanto riguarda infine i settori, i più numerosi sono i banchetti non alimentari (38%), in particolare il comparto abbigliamento, seguiti da quelli di fiori, cosmetici e chincaglieria (‘altri prodotti’, 37%), mentre sono poco meno di uno su cinque (18,5%) quelli alimentari. (Fortune)

Stando a questi dati i banchetti di alimentari in mano a venditori stranieri non sono tanto numerosi in Italia. Nel mercato che ho l'abitudine di frequentare a Torino gli ambulanti marocchini sono ben presenti e godono di una folta e affezionata clientela. Sono spesso giovani. Nel campo della frutta e della verdura sono particolarmente ricercati da una clientela italiana sovente composta da anziani e da vecchi con le badanti. Offrono ortaggi di buona qualità a prezzi accessibili. Quanto alla frutta, la loro è più buona che bella e colpisce per la sua diversità da quella che sullo stesso mercato viene proposta da taluni venditori indigeni. Da anni ormai esiste la frutta bella, bella da vedere, con la buccia lucente e regolare, tanto bella da vedere quanto insipida da mangiare. Come esiste il suo contrario la frutta sghemba, picchiettata, dal colore incerto, un po' rosso e un po' verde per le mele, giallastro per le pesche, beige sporco per le pere. Questa ha spesso un gusto migliore, è più gradevole al palato.
Altra cosa ancora è l'attenzione che i giovani venditori marocchini riservano alle vecchie signore. Sarà tutto un cinema esibito per ragioni commerciali, però le dame mostrano di gradire. Domande sulla loro salute. Domande che presuppongono una buona memoria dei fatti già accaduti. Come va la gamba, ora? Sei andata dal dottore? E che cosa ti ha detto? Ultima cosa. Questi venditori passano buona parte del tempo a ridere e scherzare. Bisogna dire che un po' di recita rientrava anche nel repertorio di alcuni commercianti piemontesi. Dispute rituali tra marito e moglie, tra fratello e sorella, tra genitori e figli. Ora questi marocchini mostrano di saper maneggiare lo scherzo. Non è un fatto tanto ovvio. Per la buona riuscita dello spettacolo bisogna avere una certa padronanza della lingua. Con un italiano da bongo bongo non si riesce a addomesticare le parole in modo da strappare un sorriso o un sentimento di adesione, di simpatia umana.
Tutte cose lontane dalle accuse grossolane che circolano a proposito degli stranieri in generale. Il diavolo non è brutto come lo si dipinge. Basta guardarsi intorno e assistere senza troppi pregiudizi agli spettacoli che si svolgono sotto i nostri occhi.
Non ci sono solo i venditori magrebini al mercato. Ci sono i piccoli danzatori sudamericani nella metropolitana. A Porta Susa a Torino ci sono due stazioni, una della ferrovia e una della metropolitana, appunto. Due stazioni distribuite su tre piani. Al terzo piano sotto terra c'è la metropolitana. Davanti ai tornelli dell'ingresso si apre un vasto spazio vuoto e poco o niente attraversato dall'andirivieni dei passeggeri. Alcuni ragazzini sudamericani vanno lì tutti i pomeriggi e si esibiscono in uno spettacolo di danza. Hanno con sé un diffusore che manda musica ad alto volume. Il ballo è sempre lo stesso, mette in scena il corteggiamento. Il ragazzo fa il giro della pista battendo ritmicamente i piedi e tenendo in mano un sombrero rovesciato di fianco. La ragazza sta al centro e moltiplica da ferma le movenze. Nessuno applaude. Solo la nostra nipotina di tre anni si ferma incantata a guardare e non si lascia facilmente portar via. Bisogna approfittare della pausa tra un ballo e l'altro e sperare che la musica non riattacchi troppo presto.                                                                                                                                                                      

martedì 4 settembre 2018

La danza di Natascia



Al termine di una giornata di caccia nei boschi, la contessina Natasha Rostova ed il fratello Nikolaj sono invitati dallo zio nella sua dacia nei boschi. Qui egli vive con la governante Anisja (una solida e bella serva che si intuisce conviva con lui come una moglie).
Dopo pranzo si sentono accordi di balalaika provenire dalla stanza dei cacciatori. Non è, si suppone, il genere di musica che una contessa dovrebbe amare, visto che si tratta di una semplice ballata popolare, ma lo zio notando la commozione della nipote si fa portare la sua chitarra, soffia via la polvere e con un cenno di intesa con Anisja comincia a suonare la famosa canzone d’amore “Una fanciulla camminava per strada”, con il preciso ritmo in crescendo di una danza russa. Benchè Natasha non l’abbia mai ascoltata prima, seguendo l’invito dello zio comincia a danzare.
La danza di Natasha costituisce per Figes il simbolo dell’incontro tra due mondi che coesistono in Russia, la cultura europea delle classi elevate e la cultura russa dei contadini.

Le parole di Tolstoj:
– Su, nipotina! — gridò, invitando Natasha con un gesto della mano che aveva troncato l’accordo.
Natasha gettò via lo scialle che l’avvolgeva, corse davanti allo zio e, mettendo i pugni sui fianchi, fece un movimento con le spalle e si fermò.

Dove, come, quando, quella contessina educata da un’emigrata francese aveva assorbito, con l’aria russa da lei respirata, lo spirito che l’animava? Dove aveva preso quei modi che il pas de châle da lungo tempo avrebbe dovuto cancellare? Eppure erano quello stesso spirito e quegli stessi modi russi, inimitabili e inapprendibili, che lo zio si aspettava da lei. Appena ella si fermò, con un fiero, allegro e furbo sorriso di trionfo, il primo sentimento che aveva preso Nikolaj e tutti i presenti, la paura cioè che non se la potesse cavare, svanì ed essi già l’ammiravano. Essa faceva proprio quello che occorreva e lo faceva con una tale perfezione, che Anisja Fiòdorovna, che subito le porse il fazzoletto necessario per il ballo, fra le risa versò una lacrima, guardando quella contessina esile e graziosa, a lei così estranea, educata in mezzo alle sete ed ai velluti, che sapeva comprendere tutto ciò che c’era in Anisja, e nel padre di Anisja, e nella zia, e nella madre, e in ogni anima russa. (Lev Nikolàevič Tolstoj, Guerra e Pace)
 http://leggerealumedicandela.blogspot.com/2015/11/orlando-figes-la-danza-di-natasha-ed.html
 https://palomarblog.wordpress.com/2016/05/15/natascia/