Che cosa ci hanno insegnato le elezioni americane sulle condizioni di quella democrazia? La prima lezione che si trae dalle vicende di questi giorni, andando al di là degli aspetti cronachistici, riguarda la vitalità di quella democrazia. L’affluenza alle urne è stata del 62 per cento (o del 58 per cento, se si segue un diverso metodo di calcolo), non lontana, quindi, da quella italiana e decisamente superiore alla partecipazione al voto nelle elezioni europee.
L’elezione di Trump ha oscurato le altre elezioni, per il Senato, per la Camera dei rappresentanti, per alcuni Stati: l’america conferma che la democrazia si declina sempre al plurale. Infine, il sistema Usa conferma che queste molteplici democrazie possono servire alla popolazione per fare scelte diverse, per esempio votare per un presidente repubblicano e contrapporgli un Parlamento a maggioranza democratica.
La seconda lezione riguarda la postura cesarista del presidente eletto, quale si è notata non solo in quello che ha promesso, ma anche nel modo in cui l’ha fatto. Le recenti elezioni confermano così uno slittamento già notato dallo storico Schlesinger nel 1973 (egli aveva definito imperiale la presidenza americana) e confermato dal costituzionalista Ackerman nel 2010 (questi aveva concluso che si assiste a un declino e a una caduta della Repubblica americana).
Schlesinger aveva fondato la sua analisi sugli Stati Uniti «superpotenza mondiale» e sull’esperienza della presidenza Nixon, e l’aveva riferita principalmente alla politica estera e militare, mentre Ackerman l’ha basata sul modo in cui i presidenti sono scelti, sulla colonizzazione della burocrazia e sulla centralizzazione delle decisioni, sull’estremismo e sull’assenza di forze moderatrici, sull’abbandono del principio del controllo civile sui militari, sull’espansione del potere presidenziale di iniziare guerre senza autorizzazione parlamentare, sul governo dell’emergenza, sull’uso politico dei sondaggi di opinione, e infine sullo sviluppo degli staff legali del presidente.
La terza lezione riguarda l’emersione in politica, con Elon Musk, delle «Big Tech». L’aveva preannunciata con alcune dichiarazioni Zuckerberg, notando che la propria organizzazione somiglia più a un governo che a una impresa. Questa è l’evenienza più importante, frutto di una storia iniziata circa mezzo secolo fa, nel quale l’ordinamento giuridico americano ha consentito la crescita di giganti mondiali creando una bolla di immunità intorno ad essi (non vi sono stati né regolazione, né interventi antitrust), ciò che ha permesso la loro espansione universale, l’acquisizione di una potenza finanziaria e di influenza sulle opinioni quale non si era mai vista, e, alla fine, il salto nella politica.
Più sottile, quasi impercettibile, ma non per questo meno importante, il quarto ordine di cambiamenti avvenuti, relativi al sistema politico. Questi sono principalmente due. Una volta la macchina del partito sceglieva un candidato, ora è il candidato che governa la macchina del partito. Una volta, sul mercato della politica, l’offerta politica conquistava un consenso e una legittimazione incontrandosi con la domanda dell’elettorato; ora le cose si svolgono diversamente, come osservato da Obama nel suo libro sull’audacia della speranza (2006), dove ha scritto «servo come uno schermo vuoto in cui persone con opinioni diverse proiettano i loro punti di vista». Trump è riuscito come pochi a rendere operativo questo nuovo modo di fare politica, in una campagna tipica dell’«età della post-verità», vuota di programmi e piena di promesse, alcune irrealizzabili. Ne deriva un «deficit crescente di capacità rappresentativa» della politica, come ha osservato nel suo ultimo libro, su Les institutions invisibles (Seuil), Pierre Rosanvallon.
Quinto: nella campagna elettorale è emersa periodicamente, ma in sordina, la chiara obsolescenza del principale organo di garanzia, la Corte suprema, ancora governata da una regola che riguarda ormai solo poche case regnanti e il papato, quella della permanenza a vita nella carica.
La domanda dalla quale sono partito è importante, ed è fondamentale dare ad essa una risposta, perché sono gli americani che hanno insegnato la democrazia moderna al mondo. Lo fecero per bocca di un giovane magistrato francese, che, appena ventiseienne, nel 1831, si imbarcò a Le Havre su un piroscafo, affrontò una traversata atlantica di 39 giorni, passò negli Stati Uniti quasi un anno, si dedicò per i quattro anni successivi a scrivere le sue osservazioni e riflessioni, e con quel libro (La démocratie en Amérique) ha posto i paradigmi di base della democrazia contemporanea.
Ora l’America è molto diversa da quella del 1831. Quando il giovane Alexis de Tocqueville la visitò, aveva circa 13 milioni di abitanti, e si estendeva solo sulla costa atlantica. Ora ha 335 milioni di abitanti e occupa un territorio che va dall’Atlantico al Pacifico. Ciononostante, possiamo ancora imparare molto dagli Stati Uniti, in particolare sui pericoli che corrono le democrazie.
Il primo insegnamento riguarda la concentrazione del potere al vertice: assicurare la stabilità e la coesione dei governi non vuol dire farvi confluire tutti i poteri. Il secondo riguarda il controllo dei poteri privati: assicurare ad essi libertà di manovra non vuol dire ignorare i pericoli che la «bigness» fa correre alle democrazie. Il terzo riguarda la rappresentanza politica: perché questa funzioni, occorrono intermediari tra popolo e governo, che operino per l’addestramento e la selezione della classe politica, come interpreti di orientamenti popolari e quali autori di scelte. L’ultimo riguarda la rotazione nelle cariche: James Madison, che fu due volte presidente degli Stati Uniti, dal 1809 al 1818, iniziava il suo scritto su Il Federalista, n. 53 (1787 – 1788), con la seguente frase: «Mi si ricorderà forse, a questo punto, una massima corrente che dice che “ove finiscono le elezioni annuali ivi comincia la dittatura”».
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martedì 12 novembre 2024
Lo stato della democrazia americana
sabato 10 maggio 2014
Il disincanto democratico
Fabio Gambaro
Democrazia il paradosso dell'antipolitica
la Repubblica, 15 dicembre 2008
«La democrazia non è solamente il voto nell'urna. Nella complessità del mondo contemporaneo, la vita democratica si decentra, dando vita a una varietà di azioni e istituzioni al di là del solo suffragio universale». È questa la conclusione cui è giunto Pierre Rosanvallon, lo studioso francese che insegna al Collège de France ed oggi considerato uno dei più influenti intellettuali d' Oltralpe. Lo spiega in un volume appena pubblicato in Francia, La légimité démocratique (Seuil, pagg. 380, 21 euro), che fa seguito a un altro corposo saggio intitolato La politica nell' era della sfiducia, in procinto di essere pubblicato in Italia da Città Aperta, aggiungendosi così ai precedenti Il popolo introvabile (Il Mulino) e Il Politico, storia di un concetto (Rubettino).
«Il disincanto democratico è oggi un'evidenza. I cittadini votano meno che in passato e soprattutto in modo diverso», spiega Rosanvallon, che ha anche creato la République des idées, un importante spazio di riflessione, dotato di un sito web e di una collana di libri. «Oggi il voto non è più un momento d'identificazione con un gruppo sociale, un territorio o un partito politico. Il voto ha cambiato natura. In passato era la manifestazione di un'identità sociale, oggi esprime un'opinione individuale. Questa trasformazione è accompagnata da una crescente disaffezione nei confronti dei partiti politici e dalla crisi dello stato inteso come amministrazione dell' interesse comune».
Il disincanto democratico favorisce il disinteresse per la cosa pubblica?
«Non credo, dato che i cittadini manifestano la loro implicazione nella vita collettiva in altro modo. Tra un'elezione e l'altra, la vitalità democratica prende altre forme, che nel volume La politica nell' era della sfiducia ho designato con il termine "controdemocrazia", un termine forte e volutamente ambiguo».
Di che si tratta?
«La "controdemocrazia" è costituita dall'insieme delle attività che non mirano ad associare il cittadino all' esercizio del potere, ma a organizzare il suo controllo su chi governa. E' impossibile che tutti partecipino direttamente alle decisioni politiche, ma tutti possono esprimere opinioni critiche e partecipare alla vigilanza civica nei confronti del potere. Naturalmente queste attività possono essere molteplici, a cominciare da quelle di sorveglianza, notazione e convalida delle procedure democratiche. Si tratta di modalità più o meno formalmente costituite, i cui attori possono essere le associazioni, la stampa o anche i singoli cittadini su internet».
Lei parla anche di sovranità negativa...
«È quella che i cittadini manifestano rifiutando alcune scelte governative. I primi teorici della democrazia pensavano che la democrazia si fondasse essenzialmente sul consenso silenzioso dei cittadini, oggi invece ci rendiamo conto che nell' attività democratica, accanto al consenso, svolge un ruolo essenziale il dissenso. Già Montesquieu sottolineava la dissimmetria tra facoltà d' impedire e facoltà d'agire, in democrazia. E' infatti molto più facile misurare i risultati ottenuti sul versante del disaccordo che su quello della proposta costruttiva. Se si riesce a bloccare una decisione del potere, i risultati si vedono subito, mentre per promuovere una legge spesso occorrono anni prima di vedere i risultati».
Quali sono le altre forme della controdemocrazia?
«Un'altra componente importante è l'esercizio che mira a mettere sotto accusa il potere. Il modello del processo, fuoriuscendo dall'ambito giudiziario, si è diffuso in tutta la società. L'atteggiamento accusatorio una volta era al centro del ruolo dell' opposizione parlamentare, col tempo però si è disseminato in tutta società, diventando un patrimonio collettivo».
Opponendosi al palazzo, la società civile sceglie a volte forme che alimentano l'antipolitica. Non è un rischio?
«Effettivamente è un rischio oggi assai diffuso. Le attività che chiamo controdemocratiche hanno sempre un carattere ambiguo. Se da un lato, infatti, queste possono essere utili a rafforzare la democrazia, stimolandola positivamente; dall' altro, possono anche indebolirla, alimentando l' antipolitica. La controdemocrazia positiva sottomette il potere a prove che lo costringano a realizzare meglio la sua missione al servizio della società. La vigilanza e la critica creano infatti vincoli virtuosi. La controdemocrazia negativa invece scava un solco sempre più profondo tra il potere e la società, allargando la distanza tra i cittadini e i politici. Il paradosso dell' antipolitica è che rende il potere sempre più distante e quindi intoccabile. La sua critica radicale non produce un'appropriazione sociale, ma una situazione in cui i cittadini sono sempre più espropriati dei procedimenti democratici. Nasce da qui quel populismo "dal basso", le cui forme sono diverse dal populismo tradizionale del XIX secolo».
Questa ambivalenza della controdemocrazia è una novità dei nostri giorni?
«No, la sua ambiguità era già evidente durante la rivoluzione francese. A quei tempi, il grande teorico della sorveglianza del potere è Condorcet, per il quale chi governa deve essere giudicato di continuo. Per lui, non esiste un potere buono in sé solo perché è stato eletto democraticamente. La democrazia esiste solo nell' interazione continua tra le istituzioni che governano e le procedure che ne regolano e ne controllano le attività. Accanto a Condorcet, però, agisce Marat, l' amico del popolo, il quale denigra di continuo la politica, trasformando coloro che governano in un' incarnazione del male da cui la società non potrà mai aspettarsi nulla di buono».
In Italia, il populismo tradizionale e quello nato dalla controdemocrazia sembrano oggi coesistere... «Quando queste due forme di populismo si sovrappongono, si rischia d' innescare un pericoloso meccanismo di disgregazione del tessuto democratico. La democrazia dovrebbe essere un movimento di appropriazione sociale delle decisioni collettive, il populismo però espropria sempre il popolo di tali decisioni. Spesso chi critica i partiti ritiene che la società civile possa essere autosufficiente, ma è un' illusione pensare che la democrazia possa ridursi alla sola società civile. La democrazia è sempre un faccia a faccia tra governo e società, tra decisioni e consenso».
Nel suo nuovo libro, La légitimité démocratique, lei sostiene che il suffragio universale non basta più a legittimare la democrazia. Quali sono le altre forme di legittimazione democratica?
«In passato - in un contesto sociale, economico e ideologico più stabile - era più facile immaginare la continuità tra il voto e le politiche che avrebbero fatto seguito. Oggi le elezioni sono diventate un semplice processo di nomina che anticipa sempre meno le scelte a venire. Una volta si votava per un progetto, oggi per un uomo. Di conseguenza, il suffragio universale procura una legittimità solo strumentale, che è certo molto importante - perché alla fine la verità aritmetica è quella che decide - ma non più autosufficiente. E' una legittimità che deve quindi continuamente essere messa alla prova e trovare l' appoggio di altre forme di legittimità».
In che modo?
«Un processo di legittimazione del potere è quello prodotto dall' imparzialità garantita dalle autorità indipendenti che vigilano per evitare che alcuni si approprino delle istituzioni in maniera partigiana. C' è poi la legittimazione derivata dalle corti costituzionali che garantiscono l' uguaglianza dei diritti e proteggono la democrazia dal capriccio dell' istante. Infine, c' è una forma di legittimazione che nasce dalla vicinanza di chi governa ai cittadini, i quali chiedono al governo di rispettare la società e di ascoltarne le sofferenze. Se in passato le democrazie hanno posto l' accento soprattutto sulle istituzioni, oggi si torna a valorizzare i comportamenti. Abbiamo bisogno di una democrazia dei comportamenti. E questo è un segno della trasformazione e dell' allargamento della concezione della democrazia».
Le diverse figure e istituzioni della realtà democratica sono date una volta per sempre? «No, la democrazia non è mai data una volta per sempre. Essa deve essere di continuo sottoposta a un processo di appropriazione, grazie alle attività della società civile, alle istituzioni e all' interazione permanente tra potere e società. Bisogna appropriarsi di continuo della democrazia. Tocqueville pensava che la democrazia semplificasse sempre di più la vita politica, in realtà avviene il contrario. Lo sviluppo della democrazia rende la vita politica sempre più complessa. Ma questa è la condizione per impedire che un qualche interesse particolare la confischi a suo vantaggio».
Democrazia il paradosso dell'antipolitica
la Repubblica, 15 dicembre 2008
«La democrazia non è solamente il voto nell'urna. Nella complessità del mondo contemporaneo, la vita democratica si decentra, dando vita a una varietà di azioni e istituzioni al di là del solo suffragio universale». È questa la conclusione cui è giunto Pierre Rosanvallon, lo studioso francese che insegna al Collège de France ed oggi considerato uno dei più influenti intellettuali d' Oltralpe. Lo spiega in un volume appena pubblicato in Francia, La légimité démocratique (Seuil, pagg. 380, 21 euro), che fa seguito a un altro corposo saggio intitolato La politica nell' era della sfiducia, in procinto di essere pubblicato in Italia da Città Aperta, aggiungendosi così ai precedenti Il popolo introvabile (Il Mulino) e Il Politico, storia di un concetto (Rubettino).
«Il disincanto democratico è oggi un'evidenza. I cittadini votano meno che in passato e soprattutto in modo diverso», spiega Rosanvallon, che ha anche creato la République des idées, un importante spazio di riflessione, dotato di un sito web e di una collana di libri. «Oggi il voto non è più un momento d'identificazione con un gruppo sociale, un territorio o un partito politico. Il voto ha cambiato natura. In passato era la manifestazione di un'identità sociale, oggi esprime un'opinione individuale. Questa trasformazione è accompagnata da una crescente disaffezione nei confronti dei partiti politici e dalla crisi dello stato inteso come amministrazione dell' interesse comune».
Il disincanto democratico favorisce il disinteresse per la cosa pubblica?
«Non credo, dato che i cittadini manifestano la loro implicazione nella vita collettiva in altro modo. Tra un'elezione e l'altra, la vitalità democratica prende altre forme, che nel volume La politica nell' era della sfiducia ho designato con il termine "controdemocrazia", un termine forte e volutamente ambiguo».
Di che si tratta?
«La "controdemocrazia" è costituita dall'insieme delle attività che non mirano ad associare il cittadino all' esercizio del potere, ma a organizzare il suo controllo su chi governa. E' impossibile che tutti partecipino direttamente alle decisioni politiche, ma tutti possono esprimere opinioni critiche e partecipare alla vigilanza civica nei confronti del potere. Naturalmente queste attività possono essere molteplici, a cominciare da quelle di sorveglianza, notazione e convalida delle procedure democratiche. Si tratta di modalità più o meno formalmente costituite, i cui attori possono essere le associazioni, la stampa o anche i singoli cittadini su internet».
Lei parla anche di sovranità negativa...
«È quella che i cittadini manifestano rifiutando alcune scelte governative. I primi teorici della democrazia pensavano che la democrazia si fondasse essenzialmente sul consenso silenzioso dei cittadini, oggi invece ci rendiamo conto che nell' attività democratica, accanto al consenso, svolge un ruolo essenziale il dissenso. Già Montesquieu sottolineava la dissimmetria tra facoltà d' impedire e facoltà d'agire, in democrazia. E' infatti molto più facile misurare i risultati ottenuti sul versante del disaccordo che su quello della proposta costruttiva. Se si riesce a bloccare una decisione del potere, i risultati si vedono subito, mentre per promuovere una legge spesso occorrono anni prima di vedere i risultati».
Quali sono le altre forme della controdemocrazia?
«Un'altra componente importante è l'esercizio che mira a mettere sotto accusa il potere. Il modello del processo, fuoriuscendo dall'ambito giudiziario, si è diffuso in tutta la società. L'atteggiamento accusatorio una volta era al centro del ruolo dell' opposizione parlamentare, col tempo però si è disseminato in tutta società, diventando un patrimonio collettivo».
Opponendosi al palazzo, la società civile sceglie a volte forme che alimentano l'antipolitica. Non è un rischio?
«Effettivamente è un rischio oggi assai diffuso. Le attività che chiamo controdemocratiche hanno sempre un carattere ambiguo. Se da un lato, infatti, queste possono essere utili a rafforzare la democrazia, stimolandola positivamente; dall' altro, possono anche indebolirla, alimentando l' antipolitica. La controdemocrazia positiva sottomette il potere a prove che lo costringano a realizzare meglio la sua missione al servizio della società. La vigilanza e la critica creano infatti vincoli virtuosi. La controdemocrazia negativa invece scava un solco sempre più profondo tra il potere e la società, allargando la distanza tra i cittadini e i politici. Il paradosso dell' antipolitica è che rende il potere sempre più distante e quindi intoccabile. La sua critica radicale non produce un'appropriazione sociale, ma una situazione in cui i cittadini sono sempre più espropriati dei procedimenti democratici. Nasce da qui quel populismo "dal basso", le cui forme sono diverse dal populismo tradizionale del XIX secolo».
Questa ambivalenza della controdemocrazia è una novità dei nostri giorni?
«No, la sua ambiguità era già evidente durante la rivoluzione francese. A quei tempi, il grande teorico della sorveglianza del potere è Condorcet, per il quale chi governa deve essere giudicato di continuo. Per lui, non esiste un potere buono in sé solo perché è stato eletto democraticamente. La democrazia esiste solo nell' interazione continua tra le istituzioni che governano e le procedure che ne regolano e ne controllano le attività. Accanto a Condorcet, però, agisce Marat, l' amico del popolo, il quale denigra di continuo la politica, trasformando coloro che governano in un' incarnazione del male da cui la società non potrà mai aspettarsi nulla di buono».
In Italia, il populismo tradizionale e quello nato dalla controdemocrazia sembrano oggi coesistere... «Quando queste due forme di populismo si sovrappongono, si rischia d' innescare un pericoloso meccanismo di disgregazione del tessuto democratico. La democrazia dovrebbe essere un movimento di appropriazione sociale delle decisioni collettive, il populismo però espropria sempre il popolo di tali decisioni. Spesso chi critica i partiti ritiene che la società civile possa essere autosufficiente, ma è un' illusione pensare che la democrazia possa ridursi alla sola società civile. La democrazia è sempre un faccia a faccia tra governo e società, tra decisioni e consenso».
Nel suo nuovo libro, La légitimité démocratique, lei sostiene che il suffragio universale non basta più a legittimare la democrazia. Quali sono le altre forme di legittimazione democratica?
«In passato - in un contesto sociale, economico e ideologico più stabile - era più facile immaginare la continuità tra il voto e le politiche che avrebbero fatto seguito. Oggi le elezioni sono diventate un semplice processo di nomina che anticipa sempre meno le scelte a venire. Una volta si votava per un progetto, oggi per un uomo. Di conseguenza, il suffragio universale procura una legittimità solo strumentale, che è certo molto importante - perché alla fine la verità aritmetica è quella che decide - ma non più autosufficiente. E' una legittimità che deve quindi continuamente essere messa alla prova e trovare l' appoggio di altre forme di legittimità».
In che modo?
«Un processo di legittimazione del potere è quello prodotto dall' imparzialità garantita dalle autorità indipendenti che vigilano per evitare che alcuni si approprino delle istituzioni in maniera partigiana. C' è poi la legittimazione derivata dalle corti costituzionali che garantiscono l' uguaglianza dei diritti e proteggono la democrazia dal capriccio dell' istante. Infine, c' è una forma di legittimazione che nasce dalla vicinanza di chi governa ai cittadini, i quali chiedono al governo di rispettare la società e di ascoltarne le sofferenze. Se in passato le democrazie hanno posto l' accento soprattutto sulle istituzioni, oggi si torna a valorizzare i comportamenti. Abbiamo bisogno di una democrazia dei comportamenti. E questo è un segno della trasformazione e dell' allargamento della concezione della democrazia».
Le diverse figure e istituzioni della realtà democratica sono date una volta per sempre? «No, la democrazia non è mai data una volta per sempre. Essa deve essere di continuo sottoposta a un processo di appropriazione, grazie alle attività della società civile, alle istituzioni e all' interazione permanente tra potere e società. Bisogna appropriarsi di continuo della democrazia. Tocqueville pensava che la democrazia semplificasse sempre di più la vita politica, in realtà avviene il contrario. Lo sviluppo della democrazia rende la vita politica sempre più complessa. Ma questa è la condizione per impedire che un qualche interesse particolare la confischi a suo vantaggio».
sabato 31 agosto 2013
La democrazia della sfiducia organizzata
Sara Bentivegna
Internet come forma politica
Europa, 31 agosto 2013
Che la politica, oggi, sia declinata sempre più spesso in termini di distanza, disaffezione o sfiducia è cosa nota a tutti noi, cittadini delle democrazie contemporanee. Tra le numerose letture offerte al riguardo, si colloca quella di Pierre Rosanvallon, studioso francese che da anni riflette intorno alle trasformazioni della democrazia. La sua, però, è una lettura decisamente controcorrente: a suo avviso, infatti, la sfiducia non è necessariamente un sentimento negativo, tale da condurre alla passività e all’antipolitica. Al contrario, essa può portare all’espressione e all’affermazione di nuove forme politiche.
Questo netto mutamento di prospettiva deriva dall’abbandono di un approccio focalizzato sulle conseguenze della sfiducia sul funzionamento delle istituzioni elettorali-rappresentative a vantaggio di uno mirato a comprenderne le manifestazioni in un quadro globale e a considerarle come facenti politicamente sistema, vale a dire ricomprese al suo interno. L’adozione di un simile approccio comporta l’interpretazione della sfiducia come spinta a “vegliare affinché il potere eletto rimanga fedele ai propri impegni”. Per qualche verso, si potrebbe parlare di un contro-potere, mirato a correggere l’azione politica e a incalzare i governi a rendere conto della loro azione.
Accade così che all’ombra della democrazia elettorale-rappresentativa, si affermi una contro-democrazia, che non è affatto il contrario della democrazia ma che è, invece, l’espressione della democrazia dei poteri indiretti presenti nella società. E’, in breve, la democrazia della sfiducia organizzata, che contrasta e integra la democrazia della legittimità elettorale. Da questo punto di vista, non vi è dubbio che la sfiducia faccia politicamente sistema e debba essere considerata come una vera e propria forma politica.
A partire da tale approccio, Rosanvallon analizza l’affermazione di nuovi soggetti politici – che talvolta diventano, anche, nuove forme politiche – nonché le dimensioni costitutive della contro-democrazia individuate nei poteri di sorveglianza, interdizione e giudiziarizzazione. Tra queste dimensioni, il potere di sorveglianza è certamente quello più diffuso ed evidente nelle attuali società e si configura anche come un antidoto al problema del rapporto tra eletti ed elettori. L’esercizio di un simile potere testimonia altresì la presenza di forme alternative di espressione da parte dei cittadini che vanno oltre il voto: nella “società della sfiducia”, infatti, si realizza una profonda trasformazione della cittadinanza al di fuori delle tradizionali istituzioni di rappresentanza e negoziazione. Queste trasformazioni dell’ambito partecipativo ed espressivo hanno trovato un incredibile alleato in Internet, presentato come uno spazio generalizzato di vigilanza e valutazione del mondo. Grazie a Internet, le nuove esigenze di vigilanza nei confronti dei governanti proprie dei cittadini si rendono visibili e realizzabili nonché condivisibili. Non a caso, Rosanvallon ritiene che Internet possa essere considerata propriamente una forma politica.
Il netto rovesciamento in positivo dell’avvento della “società della sfiducia” ha fatto sì che Rosanvallon venisse accusato di essere troppo ottimista circa le conseguenze sull’evoluzione politica delle società contemporanee. Se è certamente vero che scarsa attenzione viene prestata alle inevitabili trasformazioni dei sistemi rappresentativi, è altrettanto vero che molte riflessioni offerte nel testo sono di grande utilità per leggere la più recente storia politica: la centralità della dimensione della vigilanza nella proposta politica di alcuni soggetti, l’interpretazione di internet come luogo e forma di nuove espressioni politiche e l’affermazione di nuovi attori. Inoltre, si deve aggiungere che Rosanvallon dichiara molto chiaramente che il suo obiettivo è quello di descrivere le conseguenze della diffusione della sfiducia sulla società piuttosto che sul sistema politico-elettorale. Alla luce di tale obiettivo, non si può che riflettere sulla sua analisi ed essere pronti a individuare le nuove forme di coinvolgimento civico che si diffondono sotto i nostri occhi nonché le espressioni proprie della contro-democrazia.
Internet come forma politica
Europa, 31 agosto 2013
Che la politica, oggi, sia declinata sempre più spesso in termini di distanza, disaffezione o sfiducia è cosa nota a tutti noi, cittadini delle democrazie contemporanee. Tra le numerose letture offerte al riguardo, si colloca quella di Pierre Rosanvallon, studioso francese che da anni riflette intorno alle trasformazioni della democrazia. La sua, però, è una lettura decisamente controcorrente: a suo avviso, infatti, la sfiducia non è necessariamente un sentimento negativo, tale da condurre alla passività e all’antipolitica. Al contrario, essa può portare all’espressione e all’affermazione di nuove forme politiche.
Questo netto mutamento di prospettiva deriva dall’abbandono di un approccio focalizzato sulle conseguenze della sfiducia sul funzionamento delle istituzioni elettorali-rappresentative a vantaggio di uno mirato a comprenderne le manifestazioni in un quadro globale e a considerarle come facenti politicamente sistema, vale a dire ricomprese al suo interno. L’adozione di un simile approccio comporta l’interpretazione della sfiducia come spinta a “vegliare affinché il potere eletto rimanga fedele ai propri impegni”. Per qualche verso, si potrebbe parlare di un contro-potere, mirato a correggere l’azione politica e a incalzare i governi a rendere conto della loro azione.
Accade così che all’ombra della democrazia elettorale-rappresentativa, si affermi una contro-democrazia, che non è affatto il contrario della democrazia ma che è, invece, l’espressione della democrazia dei poteri indiretti presenti nella società. E’, in breve, la democrazia della sfiducia organizzata, che contrasta e integra la democrazia della legittimità elettorale. Da questo punto di vista, non vi è dubbio che la sfiducia faccia politicamente sistema e debba essere considerata come una vera e propria forma politica.
A partire da tale approccio, Rosanvallon analizza l’affermazione di nuovi soggetti politici – che talvolta diventano, anche, nuove forme politiche – nonché le dimensioni costitutive della contro-democrazia individuate nei poteri di sorveglianza, interdizione e giudiziarizzazione. Tra queste dimensioni, il potere di sorveglianza è certamente quello più diffuso ed evidente nelle attuali società e si configura anche come un antidoto al problema del rapporto tra eletti ed elettori. L’esercizio di un simile potere testimonia altresì la presenza di forme alternative di espressione da parte dei cittadini che vanno oltre il voto: nella “società della sfiducia”, infatti, si realizza una profonda trasformazione della cittadinanza al di fuori delle tradizionali istituzioni di rappresentanza e negoziazione. Queste trasformazioni dell’ambito partecipativo ed espressivo hanno trovato un incredibile alleato in Internet, presentato come uno spazio generalizzato di vigilanza e valutazione del mondo. Grazie a Internet, le nuove esigenze di vigilanza nei confronti dei governanti proprie dei cittadini si rendono visibili e realizzabili nonché condivisibili. Non a caso, Rosanvallon ritiene che Internet possa essere considerata propriamente una forma politica.
Il netto rovesciamento in positivo dell’avvento della “società della sfiducia” ha fatto sì che Rosanvallon venisse accusato di essere troppo ottimista circa le conseguenze sull’evoluzione politica delle società contemporanee. Se è certamente vero che scarsa attenzione viene prestata alle inevitabili trasformazioni dei sistemi rappresentativi, è altrettanto vero che molte riflessioni offerte nel testo sono di grande utilità per leggere la più recente storia politica: la centralità della dimensione della vigilanza nella proposta politica di alcuni soggetti, l’interpretazione di internet come luogo e forma di nuove espressioni politiche e l’affermazione di nuovi attori. Inoltre, si deve aggiungere che Rosanvallon dichiara molto chiaramente che il suo obiettivo è quello di descrivere le conseguenze della diffusione della sfiducia sulla società piuttosto che sul sistema politico-elettorale. Alla luce di tale obiettivo, non si può che riflettere sulla sua analisi ed essere pronti a individuare le nuove forme di coinvolgimento civico che si diffondono sotto i nostri occhi nonché le espressioni proprie della contro-democrazia.
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