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mercoledì 2 aprile 2025

Una certa Susan Crawford



Philippe Coste
Stati Uniti: la vittoria democratica nel Wisconsin è uno schiaffo in faccia a Elon Musk e un test di mobilitazione riuscito, Libération, 2 aprile 2025

Elon Musk ha assicurato che il risultato di questa votazione "avrebbe determinato il futuro della civiltà". Proprio così. Donald Trump, da parte sua, si è intromesso all'ultimo minuto e i democratici infuriati hanno seguito questa emozionante elezione per la carica di giudice della Corte Suprema del Wisconsin, uno degli Stati chiave vinti di misura dal Presidente a novembre, come se si trattasse di un'elezione storica. La netta vittoria, martedì sera, 1 aprile, di Susan Crawford, giudice di sinistra della contea di Dane, contro il giudice repubblicano Brad Schimel non solo conferma la maggioranza progressista di un seggio nella corte suprema di questo stato del Midwest. Rappresenta il primo test delle capacità di mobilitazione dell'opposizione e, di fatto, di un referendum in miniatura, ma edificante, sui caotici due mesi e dieci giorni di co-presidenza di Trump ed Elon Musk.

Il Wisconsin è lo stato indeciso per eccellenza, perché ha una divisione quasi perfetta e perché ha scelto i suoi candidati con una maggioranza inferiore a un punto nelle ultime tre elezioni presidenziali. Ma questa elezione suppletiva, per una carica locale solitamente priva di eventi, non avrebbe attirato così tanta attenzione se Elon Musk non fosse stato così coinvolto nella questione. La mente dietro al Doge, il “Dipartimento per l’efficienza governativa” responsabile della massiccia epurazione dei servizi pubblici americani, è anche il capo di Tesla. In questa veste, da anni moltiplica le manovre e le campagne sulla sua rete X contro una legge del Wisconsin che gli proibisce di installare punti vendita diretti per auto elettriche e impone il ricorso a concessionari indipendenti. Il miliardario contava sempre di più sulle azioni legali che la corte suprema dello Stato avrebbe potuto emettere a suo favore.

Politico alle prime armi

Abituato a intrecciare quasi candidamente i suoi interessi personali di uomo d'affari con il suo imponente potere politico a Washington, Musk ha nuovamente investito anima e corpo in questa campagna, spendendo 20 milioni di dollari per sostenere Brad Schimel, organizzando un'offensiva porta a porta simile a quella che ha montato per Trump in Pennsylvania nel 2024, senza dimenticare di pagare 100 dollari a ogni firmatario di una petizione contro i "giudici attivisti", accompagnata da una lotteria che garantiva assegni da 1 milione di dollari a due dei suoi sostenitori scelti a caso. Il più in vista seguace del Presidente è arrivato a Green Bay domenica sera, indossando un grosso quarto di formaggio cremoso, simbolo dei tifosi del Wisconsin, per pronunciare un discorso improvvisato in cui ripercorreva la sua carriera, i suoi sforzi di "buon senso" di fronte al terribile pericolo del deficit di bilancio americano, le sue divagazioni nello spazio e su Marte, senza affrontare con chiarezza, come un politico alle prime armi, le questioni locali delle elezioni.

La Corte Suprema dello Stato dovrà presto pronunciarsi sulla questione dell'aborto , che non prevede eccezioni ai sensi della legge approvata dall'assemblea del Wisconsin, sulle restrizioni ai diritti sindacali dei dipendenti degli enti locali e, in particolare, sulla suddivisione elettorale che potrebbe creare due nuovi distretti congressuali a vantaggio dei democratici. Ma la questione è rimasta quella "dell'uomo più ricco del mondo", uno dei bersagli preferiti della sinistra populista, sostenuta questa volta da grandi donatori filo-democratici come George Soros e il miliardario governatore dell'Illinois J.B. Pritzker.

Possibile effetto "stanchezza"

Con un totale complessivo di circa 100 milioni di dollari, le campagne dei due giudici si stanno rivelando le più costose nella storia americana per un'elezione di una corte federale. E per una buona ragione: la vittoria di Susan Crawford conta meno del disconoscimento inflitto a Elon Musk. Nonostante il suo esplicito sostegno al giudice Brad Schimel, Donald Trump ha mantenuto una cauta distanza dai dazi doganali alla vigilia del suo "giorno della liberazione". Tuttavia, lunedì ha lasciato intendere per la prima volta che Elon Musk potrebbe dimettersi: "È fantastico, ma penso anche che abbia una grande azienda da gestire", ha affermato durante l'ennesima sessione di firme presidenziali.

Resta da vedere quali conclusioni politiche si potranno trarre da questo voto locale. I democratici, alla ricerca di rare buone notizie, avevano già salutato come un trionfo l'elezione di un democratico all'assemblea della Pennsylvania, in una delle contee più trumpiane dello Stato, alla fine di marzo. Martedì sera in Florida si sono tenute altre due elezioni suppletive per sostituire i membri della Camera dei rappresentanti dimessisi o promossi al governo, vinte dai candidati repubblicani sostenuti dal Presidente, ma la loro vittoria è stata molto più risicata rispetto ai risultati di Donald Trump di novembre.

L'effetto del senso di stufo per il caos a Washington, i dazi doganali e la distruzione delle amministrazioni? Quali sono le conseguenze del recente scandalo del "Signalgate", ovvero le discussioni sulle operazioni militari segrete degli Stati Uniti condotte da 18 alti membri del governo su un servizio di messaggistica pubblica? Non è ancora così ovvio. I democratici si sono mobilitati in massa, ma non sono riusciti a raggiungere un pubblico più vasto, costituito dal loro elettorato urbano e istruito. I repubblicani rurali, da parte loro, non si sono precipitati alle urne, poiché il loro campione Trump non era né in lizza né in prima linea. Ma anche Elon Musk ne ha risentito.

https://www.bbc.com/news/articles/cp8km3zg3kyo






martedì 12 novembre 2024

Lo stato della democrazia americana




Sabino Cassese
, Luci, ombre. Come sta l'America, Corriere della Sera, 12 novembre 2024

Che cosa ci hanno insegnato le elezioni americane sulle condizioni di quella democrazia? La prima lezione che si trae dalle vicende di questi giorni, andando al di là degli aspetti cronachistici, riguarda la vitalità di quella democrazia. L’affluenza alle urne è stata del 62 per cento (o del 58 per cento, se si segue un diverso metodo di calcolo), non lontana, quindi, da quella italiana e decisamente superiore alla partecipazione al voto nelle elezioni europee.
L’elezione di Trump ha oscurato le altre elezioni, per il Senato, per la Camera dei rappresentanti, per alcuni Stati: l’america conferma che la democrazia si declina sempre al plurale. Infine, il sistema Usa conferma che queste molteplici democrazie possono servire alla popolazione per fare scelte diverse, per esempio votare per un presidente repubblicano e contrapporgli un Parlamento a maggioranza democratica.
La seconda lezione riguarda la postura cesarista del presidente eletto, quale si è notata non solo in quello che ha promesso, ma anche nel modo in cui l’ha fatto. Le recenti elezioni confermano così uno slittamento già notato dallo storico Schlesinger nel 1973 (egli aveva definito imperiale la presidenza americana) e confermato dal costituzionalista Ackerman nel 2010 (questi aveva concluso che si assiste a un declino e a una caduta della Repubblica americana).
Schlesinger aveva fondato la sua analisi sugli Stati Uniti «superpotenza mondiale» e sull’esperienza della presidenza Nixon, e l’aveva riferita principalmente alla politica estera e militare, mentre Ackerman l’ha basata sul modo in cui i presidenti sono scelti, sulla colonizzazione della burocrazia e sulla centralizzazione delle decisioni, sull’estremismo e sull’assenza di forze moderatrici, sull’abbandono del principio del controllo civile sui militari, sull’espansione del potere presidenziale di iniziare guerre senza autorizzazione parlamentare, sul governo dell’emergenza, sull’uso politico dei sondaggi di opinione, e infine sullo sviluppo degli staff legali del presidente.
La terza lezione riguarda l’emersione in politica, con Elon Musk, delle «Big Tech». L’aveva preannunciata con alcune dichiarazioni Zuckerberg, notando che la propria organizzazione somiglia più a un governo che a una impresa. Questa è l’evenienza più importante, frutto di una storia iniziata circa mezzo secolo fa, nel quale l’ordinamento giuridico americano ha consentito la crescita di giganti mondiali creando una bolla di immunità intorno ad essi (non vi sono stati né regolazione, né interventi antitrust), ciò che ha permesso la loro espansione universale, l’acquisizione di una potenza finanziaria e di influenza sulle opinioni quale non si era mai vista, e, alla fine, il salto nella politica.
Più sottile, quasi impercettibile, ma non per questo meno importante, il quarto ordine di cambiamenti avvenuti, relativi al sistema politico. Questi sono principalmente due. Una volta la macchina del partito sceglieva un candidato, ora è il candidato che governa la macchina del partito. Una volta, sul mercato della politica, l’offerta politica conquistava un consenso e una legittimazione incontrandosi con la domanda dell’elettorato; ora le cose si svolgono diversamente, come osservato da Obama nel suo libro sull’audacia della speranza (2006), dove ha scritto «servo come uno schermo vuoto in cui persone con opinioni diverse proiettano i loro punti di vista». Trump è riuscito come pochi a rendere operativo questo nuovo modo di fare politica, in una campagna tipica dell’«età della post-verità», vuota di programmi e piena di promesse, alcune irrealizzabili. Ne deriva un «deficit crescente di capacità rappresentativa» della politica, come ha osservato nel suo ultimo libro, su Les institutions invisibles (Seuil), Pierre Rosanvallon.
Quinto: nella campagna elettorale è emersa periodicamente, ma in sordina, la chiara obsolescenza del principale organo di garanzia, la Corte suprema, ancora governata da una regola che riguarda ormai solo poche case regnanti e il papato, quella della permanenza a vita nella carica.
La domanda dalla quale sono partito è importante, ed è fondamentale dare ad essa una risposta, perché sono gli americani che hanno insegnato la democrazia moderna al mondo. Lo fecero per bocca di un giovane magistrato francese, che, appena ventiseienne, nel 1831, si imbarcò a Le Havre su un piroscafo, affrontò una traversata atlantica di 39 giorni, passò negli Stati Uniti quasi un anno, si dedicò per i quattro anni successivi a scrivere le sue osservazioni e riflessioni, e con quel libro (La démocratie en Amérique) ha posto i paradigmi di base della democrazia contemporanea.
Ora l’America è molto diversa da quella del 1831. Quando il giovane Alexis de Tocqueville la visitò, aveva circa 13 milioni di abitanti, e si estendeva solo sulla costa atlantica. Ora ha 335 milioni di abitanti e occupa un territorio che va dall’Atlantico al Pacifico. Ciononostante, possiamo ancora imparare molto dagli Stati Uniti, in particolare sui pericoli che corrono le democrazie.
Il primo insegnamento riguarda la concentrazione del potere al vertice: assicurare la stabilità e la coesione dei governi non vuol dire farvi confluire tutti i poteri. Il secondo riguarda il controllo dei poteri privati: assicurare ad essi libertà di manovra non vuol dire ignorare i pericoli che la «bigness» fa correre alle democrazie. Il terzo riguarda la rappresentanza politica: perché questa funzioni, occorrono intermediari tra popolo e governo, che operino per l’addestramento e la selezione della classe politica, come interpreti di orientamenti popolari e quali autori di scelte. L’ultimo riguarda la rotazione nelle cariche: James Madison, che fu due volte presidente degli Stati Uniti, dal 1809 al 1818, iniziava il suo scritto su Il Federalista, n. 53 (1787 – 1788), con la seguente frase: «Mi si ricorderà forse, a questo punto, una massima corrente che dice che “ove finiscono le elezioni annuali ivi comincia la dittatura”».