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domenica 17 novembre 2024

Dio benedica gli inglesi

 





Si sa che Voltaire era un un sincero ammiratore delle istituzioni britanniche (Lettres anglaises o Lettres philosophiques, 1734). Come storico scrisse perfino un elogio di Cromwell, che in un primo tempo aveva criticato: “questo usurpatore degno di regnare, prese il nome di protettore, e non di re, perché gli inglesi sapevano quale ampiezza i diritti del loro re dovessero avere, e non sapevano quali fossero i limiti dell'autorità di un protettore. Consolidò il suo potere mostrando di saperlo contenere all'occorrenza: non intraprese nulla quanto ai privilegi dei quali il popolo era geloso; non albergò mai uomini di guerra nella Città di Londra; non mise nessuna imposta di cui si potesse mormorare, non offese in alcun modo gli occhi con un fasto eccessivo; non accumulò tesori; ebbe cura che la giustizia fosse osservata con quella asciutta imparzialità che non distingue i grandi dai piccoli” (Le siècle de Louis XIV, 1751). Meraviglia delle meraviglie, nel 1828, i contadini di Torchiara, un borgo sperduto dell’Italia meridionale, non erano da meno. Il 1828, bisogna dire, non fu per i paesi del Cilento un anno come un altro. Nel giugno di quell’anno ci fu nella zona una rivolta che proclamò un governo provvisorio reclamando la costituzione francese, nientemeno: non ci si limitava neppure a quella napoletana del 1820. Ora, nell’aprile del 1828, un viaggiatore scozzese, Craufurd Tait Ramage, letterato e ministro della Chiesa episcopale, attraversa il Cilento prima di spingersi più a sud. Si sarebbe poi spinto fino a Taranto, Gallipoli e Brindisi. Il 30 aprile, abbandona Paestum, supera Agropoli e va verso Torchiara, un villaggio dell’interno a pochi chilometri dal mare. Lungo la strada decide di fermarsi presso la prima casa di aspetto rispettabile che gli si fosse parata davanti. Trova un uomo di condizione agiata con cui avvia una conversazione ed è sorpreso dalle capacità linguistiche del suo interlocutore: “egli si esprimeva con maggiore precisione ed eleganza di quanto mi sarei aspettato in un luogo così remoto”. Il padrone di casa spiega che la sua vita non è sempre stata così tranquilla, egli ha preso parte in passato a varie campagne di Napoleone, ha visto il grande incendio di Mosca e, durante la tragica ritirata delle truppe francesi, se l’è cavata con la sola perdita di alcune dita delle mani e dei piedi. Uno che oggi si imbatte in questo racconto pensa all’antenato di Pasolini, Vincenzo Colussi, al poemetto a lui dedicato dallo scrittore e alla canzone di Sergio Endrigo, Il soldato di Napoleone”. E soldato di Napoleone era stato un leggendario abitante dello stesso paese: un certo Galano, di cui ancora si parlava negli anni Cinquanta del Novecento. Chissà se l’uomo incontrato da Ramage era proprio quello stesso: forse si trattava di un’altra persona e allora i soldati di Napoleone sarebbero stati perfino due. Le sorprese in quel giorno di aprile per il viaggiatore straniero non erano ancora finite, un altro incontro si sarebbe rivelato ancora più significativo. Ramage raggiunge poi il paese e, in cerca di informazioni sulla strada da seguire, entra nella locanda che è anche un luogo di incontro per i contadini del posto. Qui la comunicazione non è facile quanto era stata con il soldato di Napoleone: “Rimasi decisamente male quando mi accorsi che l’italiano che parlavo, di cui andavo orgoglioso, e per il quale avevo ricevuto i complimenti da persone istruite, era capito a stento dai contadini, e quello che maggiormente mi dispiaceva era che provavo altrettanta difficoltà a capire loro”. Alla fin fine il viaggiatore e gli indigeni riescono a parlarsi e a capirsi. Il piccolo locale si riempie di persone, “molti erano sulla porta e chi era rimasto fuori si sollevava sulle spalle di quelli più vicini, per guardare attraverso le finestre”. Ramage per ottenere un maggiore rispetto dai presenti si dichiara inglese. Ed ecco cosa succede: “I nostri discorsi ebbero come soggetto la Costituzione in Inghilterra, e molti di essi sembravano avere le idee abbastanza chiare al riguardo. Chiesero anche se ci accadeva spesso di far decapitare i nostri Re, ma avevano una nozione assai imperfetta del nostro Parlamento”. Gli storici che si sono occupati di quel periodo e di quella zona nonché alcuni testimoni dell’epoca permettono di sostenere che l’interesse per le questioni politiche era sicuramente diffuso non solo presso gli intellettuali e gli esponenti del ceto più agiato, ma anche a livello popolare (Raffaele Riccio, Introduzione, in Attraverso il Cilento. Il viaggio di C.T. Ramage da Paestum a Policastro nel 1828, Edizioni dell’Ippogrifo, Sarno 2003, p. 27, n. 38). Chi lo avrebbe detto: il buon nome delle istituzioni britanniche era in grado di creare un legame tra i contadini del Cilento e Voltaire.




sabato 16 novembre 2024

La bottega del paese



PuteaBottega in italiano. La parola greca in origine era apotheke, che di fatto è ancora adesso il nome delle farmacie in Germania, nei Paesi Bassi e in Fiandra. Nei paesi del Cilento, la putea era spesso l’unico negozio di prossimità e vendeva un po’ di tutto dai prodotti alimentari a tutta una serie di articoli utili nella vita familiare, i fiammiferi, i quaderni a righe e a quadretti, la penna da intingere nel calamaio con l'astuccio e il pennino, tanto per dire. Ancora adesso nei villaggi piemontesi di montagna succede la stessa cosa. La putea era l’antenato della superette e del minimarket. Aveva un lungo passato alle spalle. Ne parlano nei loro resoconti di viaggio gli stranieri che attraversarono il territorio nella prima metà dell’Ottocento. Craufurd Tait Ramage, letterato e ministro della Chiesa scozzese, arriva a Torchiara il 30 aprile 1828: “Era necessario , a questo punto, ottenere qualche informazione sulla strada da seguire e pensai che il luogo migliore fosse la locanda. La gente mentre passavo mi osservava ma nessuno diceva una parola ed io non parlai finché non trovai la locanda; questa fungeva pure da bottega e la riconobbi subito dai vari oggetti appesi alla porta. Consisteva in una sola stanza ed era affollata dai contadini; non era intonacata, il tetto era basso ed il locale era oscuro e squallido, ma questa era forse solo la mia impressione, provocata dal contrasto con la strada assolata da cui provenivo. Lanciai una rapida occhiata sui vari prodotti esposti nella piccola bottega e ordinai un fiasco di vino. L’oste, disponendo di un locale angusto, teneva tutto appeso al soffitto, ad eccezione del vino; potei vedere prosciutti che sembravano ben conservati, lunghe corone di salsicce; piccole forme di formaggio di latte di capra e, appesa in reticelle, una grande varietà di frutta secca, come lo zibibbo ed i fichi. Due botticelle di vino completavano la dispensa dell’oste. […] Alcuni dei presenti facevano una partita a carte, che l’oste tiene sempre a disposizione dei clienti, forse per indurli a frequentare il suo locale. Giocavano a scopa”. Dieci anni dopo, il 17 maggio 1838, un altro viaggiatore, l’inglese Arthur John Strutt si trova una sessantina di chilometri più a sud, a Pisciotta. Ed ecco spuntare di nuovo la bottega: “Strada facendo, ci dovemmo fermare dal giudice per mostrargli i passaporti […] Trovammo Sua Signoria, insieme con uno o due altri dignitari, seduto davanti ad un braciere a carbone. Fu cortesissimo, ed avendo dato uno sguardo ai nostri documenti, ci affidò alle cure della nostra padrona di casa, che subito ci condusse alla “bottega”, un negozio fornito di tutto, come se ne trovano in questi villaggi”. Forse, con l'avvento dell'automobile, il primato assoluto del bazar universale è venuto meno: se la distanza dal centro più vicino non è troppo grande, il problema degli acquisti trova una soluzione diversa.