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lunedì 1 giugno 2026

Vittoria o morte

Giulia Merlo
Legge elettorale, avanti tutta. Gli alleati lasciano sola Meloni

Domani, 31 maggio 2026

Maledetta legge elettorale. La settimana scorsa si è conclusa con lo scontro in commissione Affari costituzionali alla Camera, il nuovo calendario (con tagliola) e la presentazione del nuovo testo-bis frutto di un nuovo vertice della maggioranza. Ora si ricomincia – mercoledì – con nuove audizioni dei costituzionalisti sulla mutata formulazione. Tutto, però, con la scadenza del 26 giugno per l’approdo in aula a Montecitorio, così che il testo possa venire approvato a tappe forzate anche al Senato. «Si chiuderà prima della pausa estiva», confidano i più fiduciosi. Questo è negli auspici soprattutto di Fratelli d’Italia, che è il vero propulsore dell’iniziativa legislativa con la regia del responsabile dell’organizzazione, Giovanni Donzelli.

La realtà, però, è più complessa e l’accelerazione impressa forzatamente non ha fatto che peggiorare non solo il clima con le opposizioni, ma anche le distanze interne al centrodestra.

È incostituzionale

Se il testo precedente presentava i problemi di costituzionalità di un premio di maggioranza superiore alle soglie fissate dalla sentenza della Consulta, il rischio di maggioranze diverse tra Camera e Senato e un sistema di ballottaggi poco chiaro, quello nuovo risolve qualcosa ma crea questioni aggiuntive.

«Il nuovo testo presenta ancora seri problemi di costituzionalità che credo saranno confermati dal nuovo ciclo di audizioni dei costituzionalisti che siamo riusciti, come forze di opposizione, a ottenere», ha avvertito il dem Federico Fornaro, sottolineando che «sarebbe stato meglio scegliere da parte della maggioranza la via maestra del ritiro del testo e ripartire da zero. Insospettisce questa fretta». Anche perché il vaglio della Corte costituzionale sarà stringente e il rischio di approvare un testo a colpi di maggioranza che poi venga fermato dai giudici costituzionali è alto.

La proposta presentata porta al 42 per cento la soglia da raggiungere sia alla Camera sia al Senato per poter ottenere il premio di maggioranza, che può portare a un tetto massimo di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato. Presente il nome del premier della coalizione al momento della presentazione delle liste e del programma condiviso, cancellati invece i ballottaggi.

Anche così, i problemi restano: il premio permette ancora alla coalizione vincitrice di superare il limite del 55 per cento fissato dalla sentenza costituzionale, anche perché vanno conteggiati i seggi delle regioni a statuto speciale Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige. Inoltre l’indicazione del premier potrebbe interferire con i poteri del presidente della Repubblica, unico titolato a indicare il presidente del Consiglio.

Con i dubbi resta anche il grande non detto: le preferenze. La questione assilla il centrodestra, con i partiti divisi tra chi le vuole e chi invece minaccia di far saltare il testo se venissero inserite. Il testo attualmente presentato prevede liste bloccate per il proporzionale e anche i seggi che scatterebbero con il premio di maggioranza verranno assegnati sulla base di un “listone”, sempre compilato dalle segreterie dei partiti.

Le distanze


Certo è che l’intenzione degli alleati è quella di lasciare a Giorgia Meloni il cerino in mano. In settimana era stato Antonio Tajani a sfilarsi, dicendo che lui non si occupa di legge elettorale ma la sua prima preoccupazione è l’economia. Ieri è toccato all’altro vicepremier, Matteo Salvini, prendere le distanze. «A me e alla maggioranza degli italiani interessa una legge che permetta a chi vince le elezioni, chiunque sia, di governare cinque anni senza inciuci. Lascio ai tecnici e ai giuristi le scelte migliori», ha detto al Giornale.

Intanto, dall’estrema destra, a pungere è il generale Roberto Vannacci. Secondo i sondaggi il suo Futuro nazionale veleggia intorno al 4 per cento: percentuale che gli permetterebbe di correre da solo e superare la soglia di sbarramento, ma anche di essere l’ago della bilancia tra la vittoria e la sconfitta del centrodestra. Lui, per ora, si gode la confusione e rimane alla finestra, in attesa di capire se la coalizione meloniana lo inviterà a bordo e a quali condizioni. Anche ieri, però, è intervenuto sulla legge elettorale. Se la settimana scorsa aveva chiesto che venissero inserite le preferenze, ieri ha detto di essere d’accordo con l’indicazione del nome del premier ma «è l’ammissione di avere fallito la riforma del premierato, che si proponeva ben altre cose». Come dire: anche Meloni ha dovuto ridimensionarsi, «ci aspettavamo altro».

La strada della legge, dunque, rimane in salita. La speranza di una approvazione rapidissima rischia di produrre un testo incostituzionale e allora il pasticcio sì sarebbe clamoroso. Eppure rimane fermo un principio: la corsa serve a permettere elezioni prima della scadenza naturale della legislatura. Virtualmente nella finestra tra marzo e aprile 2027 (che corrisponde anche alla data in cui i parlamentari maturano la pensione), visto che FdI vuole evitare l’election day con i grandi comuni governati dal centrosinistra come Roma e Milano. Ma anche questo non è nella piena disponibilità di Meloni: come la legge elettorale dovrà passare il vaglio della Consulta, così il voto anticipato dovrà incassare il placet del Colle. 

giovedì 21 maggio 2026

Il presidente






Antonio Carioti
Italia, repubblica del Principe

Corriere della Sera, 21 maggio 2026

Tra poco festeggeremo gli ottant’anni della nostra Repubblica, ma Lorenzo Castellani e Gaetano Quagliariello non fanno cominciare la sua storia dal 1946, bensì dal 1943. L’anno in cui cade il regime fascista, l’Italia cerca maldestramente di uscire dalla guerra e finisce spezzata in due, con i tedeschi che comandano al Centronord e gli angloamericani al Sud. Se guardiamo a come eravamo ridotti allora, la vicenda della democrazia italiana si può considerare un «sofferto successo», sostengono gli autori del libro Il Principe e la Repubblica, in uscita per Luiss University Press venerdì 29 maggio.

«Nel settembre 1943 — ricorda Quagliariello — ci viene imposta una resa incondizionata e il nostro esercito non riesce a difendere Roma dai nazisti. Il sentimento nazionale ne esce gravemente indebolito. Ciò nonostante, ci rimettiamo in piedi con la stesura della Costituzione, che è un compromesso indubbiamente felice, tenendo conto del quadro internazionale. La Costituente viene eletta mentre l’accordo tra le potenze vincitrici Usa e Urss tiene ancora, ma termina i lavori quando la guerra fredda è ormai esplosa. Eppure arriva in porto. Il merito è soprattutto dei partiti, ai quali la società civile si affida, ma il loro predominio si afferma in modo netto solo all’inizio degli anni Sessanta. Prima c’erano stati tentativi di attribuire più autorità al potere esecutivo, la cui debolezza è il problema principale della Costituzione».

Oggi però i partiti non svolgono più quel ruolo e i tentativi di riforma istituzionale sono falliti. Parlare ancora di «successo» non è troppo ottimistico? «Partivamo da un Paese distrutto — risponde Castellani — e oggi godiamo di un benessere allora inimmaginabile. Nella vicenda repubblicana gli elementi positivi superano quelli negativi anche negli ultimi anni. Nel 2011 abbiamo resistito alla crisi dell’euro, che poteva finire ben peggio. Poi abbiamo fronteggiato l’ascesa dei populismi, che tutto sommato sono stati addomesticati. E oggi registriamo una stabilità di governo che non ha riscontri negli altri grandi Paesi europei».

Il segreto di questa tenuta, secondo gli autori, risiede nel cambiamento del Principe a cui fa riferimento il titolo del libro. Alla perdita di rilievo dei partiti ha supplito il ruolo centrale assunto dal presidente della Repubblica. È un processo che Quagliariello fa risalire al settennato di Sandro Pertini: «Da allora si sono succedute al Quirinale personalità diversissime, ma tutte hanno mostrato un attivismo inedito. La funzione ha prevalso sulle caratteristiche dell’uomo. Francesco Cossiga fu eletto per riportare la calma dopo l’effervescenza di Pertini e finì per diventare il picconatore del sistema. Oscar Luigi Scalfaro venne scelto anche per tenere un profilo basso rispetto a Cossiga e poi esercitò un’influenza politica diretta ben maggiore. Più di recente, con Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, il presidente è diventato una sorta di polo moderato del sistema. Le forze politiche si affermano puntando su proposte polarizzate di rottura (basti pensare a come i Cinque Stelle vinsero le elezioni del 2018) e poi il Quirinale provvede a stemperarle. Così l’opinione pubblica moderata, che non dispone più di una rappresentanza politica forte, ha trovato un punto di riferimento nel capo dello Stato».

Non è un problema però il fatto che i vari «governi del presidente» non corrispondano alla volontà espressa dall’elettorato, in quanto prodotto di convergenze tra forze che si sono fieramente contrapposte alla prova delle urne? «Si potrebbe rimediare — sostiene Quagliariello — se i partiti trovassero un accordo sulla legge elettorale, per assicurare che dal voto esca un vincitore chiaro. Non possiamo nasconderci infatti che la stabilità attuale, con il governo Meloni avviato a completare la legislatura, resta molto fragile. Ma il paradosso è che tutti giurano di non voler più formare maggioranze ibride tra formazioni rivali, i famigerati “inciuci”, e poi non sono disponibili a un compromesso che consenta di evitare soluzioni del genere».

Perché non introdurre allora l’elezione diretta del presidente della Repubblica? «Non mi pare una via praticabile — osserva Castellani — nell’attuale fase politica. Del resto non è detto che garantirebbe la stabilità, come dimostrano le difficoltà in cui si dibatte la Francia. Semmai si potrebbero costruire meccanismi che rafforzino il presidente del Consiglio, conservando al capo dello Stato quel compito di arbitro che lo fa assomigliare al re del primo Novecento e lo distanzia invece dal ruolo dei suoi predecessori nel primo periodo dell’italia repubblicana. Una situazione prodotta da un sistema politico incapace di riformarsi, per via della quale, con la rielezione prima di Napolitano e poi di Mattarella, è venuta meno anche la consuetudine del singolo mandato del presidente».

Intanto nubi oscure si addensano sullo scenario internazionale, al quale nel libro è attribuito un peso determinante nella recente storia italiana. «Al mondo di ieri — riflette Quagliariello — non si può tornare. Dobbiamo accettare il fatto che le relazioni con gli Stati Uniti cambieranno, anche a prescindere da Donald Trump. Occorre però fare di tutto perché la tradizione democratica americana, sedimentata in 250 anni di storia, prevalga sul tentativo dell’attuale presidente di modificare gli equilibri istituzionali. Non è una partita perduta, è in pieno svolgimento. Quanto all’unione Europea, è una storia di successo, ma finora l’integrazione economica ha fatto premio di gran lunga su quella politica. Bisogna invertire le proporzioni e puntare su un’aggregazione a geometria variabile che consenta ad alcuni Stati di spingersi più avanti in campo politico, trovando il modo di recuperare sul terreno strategico la Gran Bretagna. Infine l’italia, data la sua posizione geografica, deve aprirsi all’africa: stabilire un rapporto positivo con l’altra sponda del Mediterraneo è indispensabile per consolidare i segni di risveglio del nostro Mezzogiorno, che è cresciuto negli ultimi anni più del Nord».

lunedì 30 marzo 2026

Un Paese per vecchi

Massimo Cacciari
Dalla precarietà dei giovani alla guerra. Il referendum una lezione per la destra
La Stampa, 30 marzo 2026

Qualche considerazione si può forse trarre dal recente referendum, che non si limiti soltanto a circostanze occasionali, errori tattici o di comunicazione. Certo la Destra del Sì non avrebbe potuto condurre una campagna più scriteriata. Forse sarebbe bastato l’allontanamento immediato di Nordio dopo la battuta sul Consiglio Superiore, in compagnia del suo sottosegretario, tanto innocente e ingenuo, poverino, da non verificare chi sia il padre della socia diciottenne, per decidere a favore dei Sì. Forse – perché non solo di errori nella propaganda e di generosa comprensione da parte della premier nei confronti di ingombranti sodali si è trattato. Fin dall’inizio della vicenda è una cultura della Destra a essere emersa, e questa non è piaciuta affatto a molti che pure avevano votato per la coalizione di governo e magari propensi al Sì sulla questione della divisione delle carriere. Come è concepibile trattare una riforma comunque di rilievo costituzionale con la presunzione di poterla imporre a scatola chiusa, senza un confronto parlamentare? Ancora peggio, molto peggio, che con Renzi, e del tutto al contrario di come, bene o male, questioni del genere si erano affrontate nella Prima Repubblica (ricordate Bicamerali varie?), quando nulla era stato prodotto, ma proprio per la ragione che nessun accordo trasversale si era trovato tra le maggiori forze politiche. Esisteva in quei lontani giorni ancora la consapevolezza che una riforma costituzionale non è una legge qualsiasi, che per esprimerla occorre una intesa costituente. I fallimenti di allora testimoniavano almeno di una cultura politica che sembra oggi del tutto in rovina.

È certo comunque che il risultato del referendum dipende in minima parte dal merito del quesito proposto. Prima di tutto per la semplicissima ragione che spacciare il contenuto della riforma come un intervento decisivo per l’amministrazione della Giustizia, come una riforma di sistema, costituiva una menzogna così macroscopica da non poter ingannare nessuno. Motivi di ordine propriamente “tecnico” potevano perciò spingere al voto ben poche persone. Certo, come si è detto, contava dare un segnale di alto là agli sgangherati e ripetuti tentativi di dar mano alla Costituzione a pezzi e bocconi. Ma tutto questo non basterebbe a spiegare l’imprevista “uscita” dall’astensione dei giovani e il voto del Mezzogiorno. Le ragioni dei due fenomeni sono diverse, ma forse anche concomitanti. Non stiamo, per carità, a elucubrare sulla rinascita di movimenti giovanili, intorno a nostalgie (o paure) sessantottine. È certo però che questo ogni giorno di più è un Paese per vecchi, da dove migliaia di giovani partono ogni anno, dove anche i più qualificati sono costretti a lavori precari e sottopagati, dove è ancora la famiglia a fungere da “Stato sociale minimo”. Il referendum ha rappresentato l’occasione propizia per dire che la situazione si fa intollerabile. Credo sarebbe stato lo stesso con qualsiasi governo incapace di affrontarla. L’altro motivo del voto giovanile è la guerra, e questo sì è rivolto proprio contro la Meloni. Stupiti? Ma quando mai l’impegno politico dei giovani non si è fondato soprattutto sulle grandi questioni internazionali! Sono queste che comportano le decisioni etiche di fondo, la propria collocazione nei conflitti sociali. La politica estera di questo governo contrasta con la volontà della stragrande maggioranza dei giovani. Che vogliono trattativa, politica, diplomazia, che detestano il diritto del più forte. Illusi? Irenisti? Anime belle? Può essere – ma allora ci si rassegni a rinunciare al loro consenso.

Anche per il Mezzogiorno il voto dipende in misura minima dal quesito referendario. Anche qui è la situazione sociale ed economica complessiva che lo determina. Forse è ancora possibile nelle regioni del Nord continuare a ripetere la leggenda che il Paese va bene, che il governo sta risanando industria e finanze, ma la fantastica narrazione non può più funzionare per la Sicilia o la Calabria. Se viene meno il voto di scambio – come certamente è accaduto in questa occasione (nessun “potere forte” era minimamente interessato a divisione delle carriere e compagnia) – i consensi alla Destra al potere corrono rischi mortali. Il campanello d’allarme per la Meloni ha nel Mezzogiorno un significato più strategico ancora che per la questione giovanile. Due dimensioni diverse e complementari per la sua agenda, tutte da affrontare con decisione se non vuole perdere alle prossime politiche.

Resurrezione di Lazzaro, 1527

 

O se non vuole, per vincerle, affidarsi soltanto a contraddizioni e limiti dell’avversario. Sembra che quest’ultimo faccia di tutto per accontentarla. Come si spiega altrimenti che la “comunicazione” dell’opposizione, dopo la vittoria del No, si concentri sul dilemma delle primarie?
Come è possibile che invece di discutere sulle scelte strategiche da compiere intorno a condizione giovanile, formazione, ricerca, Mezzogiorno, ci si perda a discettare sul modo di giungere alla designazione del candidato premier? Con ciò stesso, tra l’altro, ponendo in evidenza l’indubbio vantaggio della Destra, che già ce l’ha. Purtroppo questo comportamento, che di per sé sarebbe soltanto risibile, nasconde (per modo di dire) il fatto che la coalizione di centro-sinistra non ha elaborato nessuna strategia comune su quei grandi problemi che hanno deciso lo stesso referendum, tra i quali vi è anche, certo, quello di una autentica riforma della Giustizia. E non potrà mai essere altrimenti, se si continua a fingere di poter affrontare la drammatica crescita delle disuguaglianze, il crollo di potere d’acquisto di salari e pensioni, la crisi complessiva dei servizi sociali, senza metter mano a incisive politiche fiscali sui profitti e redditi più alti, senza colpire seriamente l’evasione. Idem per la politica estera. Se si vogliono i voti dei giovani, è essenziale voltar pagina, comprendere che non si può essere una volta con la Von der Leyen e un’altra coi palestinesi. Né si possono continuare ad avere dentro la stessa coalizione voci del tutto dissonanti sulle tragedie che attraversiamo. Ma come costruire un programma politico del centro-sinistra, così capace anche di sfruttare le macroscopiche contraddizioni del governo Meloni, se nessuno dei partiti che lo compongono ormai da decenni dà vita a un vero, serio congresso? Se da più di una generazione la sua classe dirigente si forma attraverso cooptazioni e giochi di puro vertice? Il referendum dice che il centro-sinistra potrebbe vincere. Ma, al momento, nonostante sé stesso.

domenica 29 marzo 2026

No Kings, la politica ritrova il suo posto


No Kings, no party, verrebbe da dire. Party come partito, in questo caso. Un corteo imponente, anche se la cifra di 300mila è esagerata. Forse 50mila si avvicina di più alla consistenza reale. E il Manifesto sceglie come titolo del giorno Realpolitik. Come dire che è questa la politica vera. Per carità, è vera pure la politica dei palazzi romani, anche se non sembra avere lo stesso respiro e soprattutto è malata di senescenza acuta, lontana da ogni freschezza. Ezio Mauro oggi nel suo editoriale sulla Repubblica chiama in causa "lo spirito repubblicano residuo del paese, quel patriottismo costituzionale che ci tiene insieme, in una storia comune". Gli fa eco, sullo stesso giornale, Giuliano Amato quando scrive: "L'ingresso dei più giovani nell'arena politica è un cambiamento davvero importante per la nostra asfittica e fragile democrazia. Contro il populismo della destra ma anche contro il populismo di sinistra. Schiacciata sui sondaggi, la nostra politica ha perso il futuro. E possono restituirglielo solo i giovani che il futuro ce l'hanno dentro, sensibili più di tutti gli altri ai temi della sostenibilità del pianeta e alla difesa della pace". Messaggio ricevuto (e trasmesso), in fin dei conti. La verità, come la menzogna, è contagiosa. Una volta emersa, si diffonde, si espande, guadagna proseliti cammin facendo. Prima o poi è destinata a raggiungere anche i piani alti del potere costituito. La persistente popolarità del presidente Mattarella era già un segnale premonitore del cambiamento in atto. Altri seguiranno per via di una svolta che ormai si impone alla luce del sole. Altro che primarie, altro che campo largo. Campo aperto agli istinti vitali della democrazia. 

Fabrizio Caccia
"No Kings", in migliaia alla sfilata contro le guerre. Gli attacchi a Meloni
Corriere della Sera, 29 marzo 2026

Da piazza della Repubblica a San Giovanni, a Roma, è sfilato il corteo Nokings Italy, la manifestazione internazionale «contro i re e le loro guerre». E anche per dire «no all’autoritarismo, no alla guerra, no al riarmo, no al genocidio e no alla repressione», e «no al governo». Bloccata la tangenziale. A poche ore dall’inizio della manifestazione l’eurodeputata di Avs Ilaria Salis è stata «controllata» dalla polizia nella sua camera d’albergo. «L’Italia è ormai un regime» ha commentato Salis. «Un atto dovuto in base agli obblighi internazionali» per una richiesta arrivata dalla Germania, la replica della Questura.

ROMA «Questa è la piazza del No al referendum», dice il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, dalla testa del corteo dei No Kings Italia, con lo striscione «Per un mondo libero dalle guerre» dietro cui sfilano 700 sigle tra partiti, sindacati, associazioni (Anpi, Arci), pacifisti, pro Pal. È la tappa nazionale della mobilitazione globale, da Londra a Minneapolis, intitolata «Together: contro i Re e le loro guerre». Così, la piazza intona slogan contro Trump, Netanyahu, Orbán, ma anche contro la nostra premier («Giorgia Meloni vattene») perché il sottotesto del grande corteo romano, il primo dopo il referendum, è proprio quello di «mandare a casa il governo» nel 2027. In piazza, oltre a Landini e alla Fiom, ci sono anche Angelo Bonelli («un’altra Italia è possibile») e Nicola Fratoianni di Avs.

Davvero, come dice Landini, sembra la piazza dei No: ci sono i giovanissimi della Genz, ma anche i nuovi e vecchi leader dei movimenti. C’è Andrea Alzetta, detto «Tarzan», dello spazio romano occupato Spin Time a rischio sgombero e a pochi metri sfila Luca Casarini dell’ong Mediterranea. Nel 2000 militavano insieme nei Disobbedienti. E poi ecco Piero Bernocchi dei Cobas («l’anno prossimo compirò 80 anni, abbiamo perso un sacco di volte, ora godiamoci il momento») e il veneziano no global Tommaso Cacciari, nipote di Massimo, che mette in guardia il centrosinistra: «La potenzialità per mandare a casa Meloni ci sarebbe, ma questi partiti non riescono a intercettare la grande voglia di cambiamento, hanno dietro vecchie logiche, invece dovrebbero mettersi in ascolto, al servizio dei movimenti».

Si temevano violenze, mille agenti mobilitati, per l’arrivo dei torinesi di Askatasuna, bloccati però in partenza dal debutto del «fermo preventivo». Lo striscione verde «Il consenso è sexy! Fermiamo il ddl Bongiorno» dell’associazione Non una di meno regala invece un sorriso. Restano però impresse brutte immagini: bruciati due cartelloni con le bandiere di Usa e Israele. E poi le foto di Meloni, del presidente del Senato La Russa e del ministro della Giustizia Nordio a testa in giù. Alla loro destra una lugubre ghigliottina di cartone. «Quanto odio», s’indigna Simonetta Matone, deputata della Lega. E Stefania Craxi, neo presidente dei senatori FI, parla di «segnali di regressione democratica».

È il 28 marzo, per gli anarchici l’anniversario del suicidio di «Baleno», Edoardo Massari, a Torino nel 1998. Ci sono anche loro a Roma (i milanesi del Ponte della Ghisolfa hanno portato pure una bandiera del Leonka) e all’esquilino viene srotolato uno striscione per Alfredo Cospito («contro il 41bis, lo Stato tortura, Alfredo libero») e un altro per Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, morti a Roma preparando un ordigno («se viviamo è per far saltare la testa dei re»).

Sventolano bandiere della Palestina, dell’iran, di Cuba e del Venezuela, insieme a quelle della Pace. «Siamo 300 mila», annunciano gli organizzatori. Così tanti, anche se la Questura non conferma, che il percorso inizialmente previsto, da piazza Esedra a San Giovanni, si allunga fino al Verano passando per la tangenziale est: «Blocchiamo la tangenziale, blocchiamo il governo», si grida dal carro di testa.

martedì 24 marzo 2026

Le ragioni e le regioni del no


Diego Motta
Le città del Sud, i giovani e la difesa della Costituzione: ecco perché ha vinto il “no”
Avvenire, 24 marzo 2026

Una nuova “questione meridionale” si aggira per l’Italia. Il “no” ha fatto il pieno nelle regioni del Mezzogiorno, tanto temute alla vigilia dalla maggioranza di governo. I numeri sono impressionanti e descrivono una valanga di voti contrari alla riforma, che è partita nelle grandi città e ha dilagato un po’ ovunque: a Napoli i contrari alla riforma sono stati addirittura il 75%, a Palermo il 69%, a Bari il 62%, a Roma il 60%. Il traino sulle Regioni è stato fortissimo e ha pesato, in percentuale, ancor di più di quello, in un certo modo scontato, delle cosiddette regioni “rosse”, Emilia Romagna e Toscana, peraltro decisive nella fase iniziale della campagna elettorale, quando questi territori hanno creato la base e il mood necessario per la rimonta, visto il vantaggio iniziale favorevole allo schieramento del "sì". Anche Genova e Torino (in entrambi i casi il “no" ha raggiunto il 64%) e la stessa Milano (58% per i “no”) hanno confermato che l’ostacolo più grosso alla riforma è arrivato dalle metropoli.

L’effetto giovani sul voto

Emblematico è il dato delle regioni del Sud: il “no” in Campania ha superato il 65%, in Sicilia il 60%, poco sotto si sono fermate anche Sardegna e Puglia. «L’opposizione è riuscita a mobilitare il proprio elettorato, a differenza dell’esecutivo. C’è una motivazione storica legata ai comportamenti elettorali – spiega il politologo Marco Valbruzzi, che insegna all’Università di Napoli - : il centrosinistra nei centri urbani del Meridione ha una rete consolidata che funziona, spesso legata alla società civile. È un’appartenenza prepolitica, che è servita molto in questi casi. Di converso, invece, il centrodestra non è riuscito a intercettare l’elettorato marginale, che nelle aree interne non ha trovato buoni motivi per recarsi ai seggi: non c’era una spinta sociale favorevole in queste zone del Paese, forse anche per via di una situazione economica che si è fatta via via più negativa nell’ultimo periodo». L’ultimo paradosso è stato proprio questo: nella consultazione che ha segnato il risveglio della partecipazione, con un’affluenza superiore al 58%, l’esecutivo ha finito per pagare l’assenza dai seggi della sua base, in un territorio enorme e poco presidiato, come il Sud del Paese. L’alta affluenza del Nord, che ha visto il “sì” prevalere in Lombardia, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, non è bastata per compensare la fuga verso il “no” del Centro-Sud. È accaduto come nel 2006, ai tempi del referendum sulla cosiddetta devolution di bossiana memoria: l’asse lombardo-veneto (cui si è aggiunto in questa tornata il Friuli-Venezia Giulia) è rimasto l’ultima roccaforte, la vera trincea da cui affrontare la battaglia elettorale. Eppure dall’analisi dei flussi elettorali emerge anche un altro dato rilevante dentro i partiti: secondo il consorzio Opinio Italia, la quota di dissenso dentro le forze della maggioranza è stata alta, più del previsto. In Forza Italia, il 17,9% ha votato “no”, in Fratelli d’Italia più dell’11%, nella Lega il 14%: è il segnale di una maggioranza tutt’altro che coesa sui temi della giustizia. Interessante anche la stima sull’età dei votanti: tra i 18 e i 34 anni si sono espressi al 61,1% per il “no” e al 38,9% per il "sì", tra i 35 e 54 anni il 53,3% ha votato "no" e il 46,7% "sì"; oltre i 55 anni la forbice si assottiglia (il 49,3% si è schierato per il “no”, il 50,7% per il “sì”).

Lo spirito girotondino

Poi ci sono le ragioni legate alla stagione politica che stiamo vivendo, che non vanno ovviamente sottovalutate. Il 61% di chi ha votato “no” lo ha fatto perché non voleva che si modificasse la Costituzione, secondo gli instant poll di YouTrend. «Un pezzo di società civile, con lo spirito che una volta avremmo definito girotondino, è riemerso per avvisare il Palazzo – continua Valbruzzi -: non si tocchi la Carta e, al limite, se proprio di revisione costituzionale dobbiamo parlare, si pensi a un percorso condiviso». C’è stato dunque un richiamo della foresta anche per tanti elettori incerti sul da farsi: nel dubbio, meglio andare e votare “no”. Per questo, l’impressionante impegno, televisivo e non solo, della premier Meloni alla fine «non ha spostato nulla»: ha risvegliato e galvanizzato i suoi, ma ha fatto altrettanto con chi stava all’opposizione. «L’unico effetto che ha sortito è stato quello di portare più gente al voto, scaldando il clima della competizione». Partita per non politicizzare la contesa, la premier è così finita in trappola. Non è detto adesso che il voto del referendum sia sovrapponibile a quello delle prossime Politiche, anzi. «Dobbiamo entrare nella dimensione del voto d’opinione, che è diverso da quello d’appartenenza ideologica. Ad esempio - osserva Valbruzzi – la sovraesposizione degli esponenti della sinistra per il “sì” è stata evidente e alla fine ha spostato poco. Ora si tratterà di vedere se lo schieramento del “no” diventerà anche il Campo largo del “no”. Quel che è certo è che Meloni finirà la legislatura da “anatra zoppa”. In fondo, per lei, il referendum è stato come il voto di mid term e l’ha perso».



mercoledì 4 marzo 2026

I rischi dell'assalto al potere


Fabio Bordignon
La riforma elettorale è un porcellum ripulito, ma non troppo
Il Nord Est, 1 marzo 2026

È proprio vero, del porcellum non si butta via niente… A vent’anni di distanza, torna di moda l’impianto della vecchia legge Calderoli, che si ritrova nella riforma elettorale presentata dal centrodestra in Parlamento. Che mantiene molti limiti del poco illustre predecessore.

Ricapitoliamo brevemente: perché porcellum? Perché dall’inizio della Seconda repubblica ogni legge elettorale è stata etichettata con latinismi (via via più improbabili). Perché così il primo firmatario battezzò la legge del dicembre 2005: “una porcata”. Quel sistema, tuttavia, venne utilizzato per ben tre elezioni. Prima di essere abbattuto da una sentenza della Consulta.

Il progetto di legge depositato questa settimana ne riproduce i tratti salienti: formula proporzionale, con premio di maggioranza, indicazione del candidato premier per ciascuna coalizione. Con un obiettivo dichiarato: favorire la stabilità dei governi. E un obiettivo occulto: limitare le chance dell’avversario.

A chi conviene la nuova legge elettorale
Carlo BertiniCarlo Bertini
Roberto Vannacci

Cercando allo stesso tempo di schivare i vizi di incostituzionalità, attraverso la vera novità della proposta di legge: il ballottaggio tra le due coalizioni che non raggiungono il 40%, ma superano il 35. Insomma, quelle soglie minime che nella legge del 2005 non c’erano, intaccando il principio della rappresentanza.

Le nuove soglie saranno ritenute idonee a evitare una eccessiva distorsione del risultato? La possibilità di sforare il 55% dei seggi – con conseguente controllo sulle istituzioni di garanzia (anzitutto, sul Quirinale) – configurerà, per la Corte, un premio sproporzionato? Le liste bloccate saranno sufficientemente “corte” da scongiurare vizi di costituzionalità? Vedremo. Di certo, esattamente come nel 2005, anche la nuova legge è congegnata per togliere agli avversari l’eventuale vantaggio nei collegi uninominali.

Dovrebbe comunque spingerli a unirsi, in un campo “largo”, per provare a prevalere anche di un solo voto. Con l’ulteriore bega di dover indicare, prima del voto, un “capo” della coalizione. Sempre che qualcuno non sia tentato dalla corsa solitaria, e acquisisca un peso tale da far saltare il dispositivo: come il M5s del 2013 o del 2018, per capirci.

Sì, perché nemmeno il porcellum reloaded è in grado di generare, necessariamente, una maggioranza. Quindi un governo e un premier direttamente scelti dai cittadini. Quantomeno, non in entrambe le camere. Il ballottaggio potrebbe non essere sufficiente. Il premio potrebbe scattare alla Camera ma non al Senato, o viceversa. Potrebbe persino consegnare maggioranze diverse nei due rami del Parlamento. Risultato: stallo, instabilità, necessità di larghe intese. Insomma, tutto quello che il centrodestra meloniano afferma di volere evitare.

Tali rischi paiono più ridotti rispetto alla legge del 2005. Ma rimangono. E, oggi come nel 2005, sembrano dipendere da fattori simili. La fretta. La paura di perdere (allora). O di non vincere (oggi). La ricerca di compromessi tra principi (e interessi) diversi. L’eccessivo ripiegamento dei calcoli della maggioranza sui numeri attuali. Il risultato è l’attuale impianto della proposta. Non sappiamo quanto potrà cambiare nell’iter parlamentare. Per ora, un porcellum 2.0: ripulito, ma non troppo.