giovedì 26 novembre 2015

La Repubblica non piace agli snob


Matteo Marchesini

Nell’ultimo ventennio, Ezio Mauro è riuscito forse a erigere il più sfacciato monumento alla falsa coscienza – cioè alla sproporzione tra pretese ideologiche e verità stilistica, morale, materiale – della stampa italiana postfascista. Lo ha fatto, del resto, limitandosi a portare alle estreme conseguenze quell’ethos della Repubblica scalfariana già perfettamente descritto a fine anni ’80 da Piergiorgio Bellocchio in un sintetico confronto col Corriere:
“Il «Corriere della Sera» è un vecchio palazzo che nell'arco di un secolo ha subito innumerevoli interventi nelle strutture, negli impianti, nell'arredamento. Demolizioni, ristrutturazioni, sostituzioni, aggiunte, restauri... Per quanto quest'opera di continuo aggiustamento e ammodernamento sia stata sempre condotta con larghezza di mezzi, il passato non si può cancellare ed è evidente nelle forzature e nella mescolanza degli stili, quando non trova modo di rispuntare fuori attraverso la crepa traditora, la maligna macchia d'umidità...
«La Repubblica» nasce invece tutta nuova, ostentando la sua modernità di vetro, plastica e truciolato come un valore e un merito. Con qualche soprassalto di vergogna: ecco allora il nuovo ricco che cerca goffamente di fabbricarsi degli antenati, delle case avite, senza però poter andare più indietro del già improbabile e abusatissimo «Mondo» di Pannunzio; o magari azzarda la citazione latina o francese, fidandosi a torto delle sue reminiscenze liceali.
Il «Corriere» è una vecchia famiglia, ricca e prestigiosa, con una parentela estesissima e complicata, dove, come in ogni grande famiglia, è capitato di tutto: anche tanti episodi mediocri e disonorevoli, fallimenti, mésalliances, scandali, imbrogli... Il personale di servizio viene mantenuto nelle sue funzioni anche quando il rendimento, per l'età, lascia alquanto a desiderare, e bisogna pur sempre provvedere a limitare i danni e gli imbarazzi del parente povero, dello zio alcolista, della nonna arteriosclerotica...
Alla «Repubblica» il fesso e il cialtrone non sono passività ereditarie, ma vengono scelti ad hoc, acquistati al mercato, disputandoli alla concorrenza, sulla base di rigorosi calcoli. E naturalmente, se venisse di moda la crepa o la macchia, «la Repubblica» se la farebbe subito decorare sul gesso delle pareti, e se fosse «in» avere uno zio alcolista o una nonna demente, ne affitterebbe subito un paio di esemplari”.


Peppino Caldarola

 In verità si può anche dire che Ezio Mauro sia stato il vero capo della sinistra. Se fosse stato anche personalmente simpatico - forse lo è, ma non appare così - avrebbe goduto di un carisma che lo avrebbe proiettato nelle alte sfere della politica.
Non ha voluto, forse non avrebbe neppure potuto, tuttavia il capo della sinistra è stato lui.
Nelle sue stanze si sono fatte e disfatte alleanze, si sono cementate e rotte amicizie politiche, sono nate candidature per il Quirinale, si è cercato di spezzare le gambe a qualche leader (Massimo D’Alema ne sa qualcosa) e si sono allevati veri mostri come il populismo e il giustizialismo di sinistra. ...
Suo figlio, uscito male, è quel Marco Travaglio che si reclama discendente di Indro Montanelli, ma esce dai lombi culturali del direttore de la Repubblica e di Giancarlo Caselli, e il giornale fiancheggiatore dei grillini - Il Fatto Quotidiano - è stato l’unico a insidiare per poco tempo il dominio assoluto del quotidiano edito da Carlo De Benedetti.
Non è un caso che Mauro lasci quando più forte si fa l’impressione che la sinistra sia finita.
Non so se con Mario Calabresi il giornale fondato da Scalfari diventerà renziano.
Non lo auguro né ai colleghi di largo Fochetti né al Paese.
So che Ezio Mauro viene a far parte di quel vasto mondo di apolidi della sinistra che si portano appresso la loro patria, ciascuna distinta da quella degli altri, perché a dominare ormai sono nuovi personaggi.

Giuliano Ferrara

Ezio Mauro non è il mio tipo, nel senso che è un vero e colossale esempio di giornalismo, e io ho la vanità di considerarmi uno stronzo, un politico, un faccendiere del pensiero forte, ma non un cronista. Ma come sempre, in caso di diversità, e di quelle talvolta acuminate, dolenti, perverse, Mauro è anche il mio tipo.