martedì 3 novembre 2015

Il mito del popolo primitivo in Carlo Levi

Matteo Marchesini
C. Levi, Morante, Pasolini
La realtà come mito
Doppiozero, 21 ottobre 2015





Tra i motivi romantici che la modernità decadente ha più estenuato, incanalandovi la sua tendenza estetizzante e regressiva, c’è il vagheggiamento di una vitalità incorrotta, premorale e infantile, magari col risvolto o la maschera del populismo. E c’è, soprattutto, la natura tutta letteraria di questo mito. Ci si mostra nell’atto di tornare alle origini, o di raccogliere intorno a sé un popolo primitivo; ma a tutto ciò non corrisponde né una conversione religiosa né un progetto politico. Rimane un gesto lirico: la Poesia si traveste da mistica e azione, mescolando fissazione narcisistica e fascinazione per una realtà in apparenza estranea alla Storia.
[...] Cristo si è fermato a Eboli (1945). Nelle sue pagine, sospese tra prosa d’arte e neorealismo, Levi racconta il proprio confino del 1935-’36 in un villaggio lucano, e mette a punto quella forma di reportage lirico-narrativo-saggistico, a taglio mitologico e antropologico, che gli servirà poi per descrivere la Sicilia, la Sardegna, la Russia, la Germania, e soprattutto il rapido tramonto delle speranze repubblicane.
Il Cristo si fonda su un contrasto tra due civiltà. Da una parte c'è quella a cui appartiene suo malgrado il narratore: cristiana, moderna e industriale, fiduciosa nel progresso; dall'altra parte quella contadina di Gagliano, pagana e immersa in un immutabile tempo ciclico. La Storia, “invenzione” della prima, è per la seconda appena la serie astrusa delle dominazioni, sopportate con una passività sonnambula da cui la risvegliano solo le effimere rivolte dei briganti. Ma anche in Lucania, la mitica immobilità di latifondi e plebi è stata ormai scalfita dal nuovo Stato, idolo sia delle destre sia delle sinistre, che lo considerano la soluzione dei mali del sud, mentre per l’autonomista Levi è parte del problema, perché pretendendo di uniformare realtà inconciliabili condanna il potere centrale a una tirannica impotenza, e le periferie soggiogate a una disperata servitù. A Gagliano lo Stato ha il volto di una caricaturale piccola borghesia burocratica, cioè del ceto per eccellenza «lontano dalla vita, idolatrico e astratto»: un ceto che non possedendo né i mezzi e la cultura delle classi elevate né la concretezza dei cafoni, s’aggrappa alla retorica e perde il senso della realtà. Nulla lo rappresenta meglio del pisciatoio di cemento armato che il podestà don Luigino ha installato nella piazza di un paese senz’acqua né impianti igienici, e che nessuno utilizza in modo proprio fuorché il narratore, torinese come la ditta (Renzi) da cui è uscito. Nella descrizione di questo obelisco o meteorite assurdo, Levi offre il meglio di sé. Il suo acume sociologico è infatti inscindibile dalla rappresentazione fisica, dal materico impasto di espressionismo generico e di lirico realismo che lo caratterizza anche come pittore. Con la sua versatilità talentuosa di novecentesco D’Azeglio, lo scrittore-artista-politico riduce così a una misura da terzapagina di lusso le suggestioni delle avanguardie moderne: i contadini lucani sono le sue esotiche maschere negre. Ma appunto per questo, più che realtà determinate sono emblemi a disposizione del narciso felice e giovesco che vi teorizza sopra, e che «assente Cristo fece/la parte del Signore», come scrive in un ritratto satirico Alfonso Gatto: un Signore, aggiunge Gatto additando perfidamente il corollario populista, che «splende come suole/risplendere chi scalda/i poveri a parole». Ostentando una segreta complicità con questi poveri, Levi suggerisce che la propria aristocratica cultura è molto più immediatamente vicina agli analfabeti di quanto non lo sia la prosaica amministrazione pubblica vanamente impegnata a introdurli nella Storia. L’uso simbolico delle Lucanie del mondo diventa poi ancora più esplicito nell’Orologio (1950), dove il contrasto di civiltà si fissa in uno schema ideologico. Siccome dei contadini, più che la specifica condizione sociale, gli interessa la spontanea inadattabilità allo Stato moderno, Levi li infila qui in un pittoresco gruppo “autonomista” in cui trovano posto non solo gli operai, ma perfino certi imprenditori e baroni, tutti produttori (poco importa se storditi di fatica o votati al lavoro creativo) da opporre ai «luigini», alla piccola borghesia «ameboide» e parassita dei letterati cortigiani e dei burocrati servi o tiranni.