domenica 1 novembre 2015

Gramsci prigioniero non tanto avveduto


Gianpasquale Santomassimo
Gramsci vittima della sua strategia
il manifesto, 1 novembre 2015









A par­tire dai primi studi di Spriano, la vicenda dei ten­ta­tivi fal­liti di libe­rare Gram­sci ha cono­sciuto una for­tuna sto­rio­gra­fica che ne ha fatto un tema sem­pre più ricor­rente, e anche ine­lu­di­bile nella discus­sione sul comu­ni­smo ita­liano, per le impli­ca­zioni che con­te­neva attorno al con­tra­sto tra il «capo» dei comu­ni­sti e i suoi com­pa­gni che dall’estero tene­vano in vita le sten­tate for­tune di quel par­tito. Nel tempo si è tra­sfor­mato, anche, in un «genere let­te­ra­rio» aperto a scor­ri­bande com­plot­ti­sti­che, a pro­cessi som­mari basati su bran­delli di docu­menti decon­te­stua­liz­zati.
Oggi con il libro di Gior­gio Fabre (Lo scam­bio Come Gram­sci non fu libe­rato, Sel­le­rio «La dia­go­nale», pp. 536, euro 24,00) si esce deci­sa­mente dal com­plot­ti­smo o dalla reti­cenza (che è stata a esso spe­cu­lare), e la vicenda viene ripor­tata alla sua dimen­sione sto­rica effet­tiva, den­tro la quale però si annida anche un grumo di pen­sieri, di cose non dette e solo accen­nate o adom­brate, e che tali ine­vi­ta­bil­mente reste­ranno.
È un qua­dro molto ampio e fra­sta­gliato, di cui è impos­si­bile ren­dere conto in det­ta­glio. Forse non tutto è egual­mente signi­fi­ca­tivo, e non è detto che die­tro a ogni sin­golo gesto, sup­po­si­zione od omis­sione debba nascon­dersi parte di un dise­gno o di molti dise­gni che si inter­se­cano.
La trat­ta­zione segue le tre fasi che si suc­ce­dono: una prima col­le­gata a una spe­rata media­zione vati­cana tra potere fasci­sta e governo sovie­tico (scam­bio con vescovi) che si rivela incon­si­stente. Poi quello che Gram­sci defi­ni­sce il «ten­ta­tivo grande», fase più lunga, che inter­viene men­tre i rap­porti fra Ita­lia fasci­sta e Urss cono­scono un momento di incon­tro e col­la­bo­ra­zione (Patto di ami­ci­zia del set­tem­bre 1933), che non dà vita nep­pure sta­volta allo scam­bio auspi­cato ma che si con­clude comun­que con la con­ces­sione della «libertà con­di­zio­nale» presso le cli­ni­che di For­mia e poi di Roma. Libertà che diviene però ben pre­sto molto con­di­zio­nata e sor­ve­gliata e non si tra­duce nella con­ces­sione dell’espatrio in Rus­sia per ricon­giun­gersi alla fami­glia, che è l’ultimo ten­ta­tivo di un Gram­sci ormai pie­gato e desti­nato a spe­gnersi il 27 aprile del 1937.
Posto che la man­cata libe­ra­zione di Gram­sci dipese in ultima istanza dalla volontà di Mus­so­lini di man­te­nere uno stretto con­trollo sulla sua per­sona, la discus­sione che si apre riguarda il ruolo dei sovie­tici e, soprat­tutto, dei comu­ni­sti ita­liani.
Qui si pos­sono cogliere molte novità. Intanto, con­tra­ria­mente a quanto molti ave­vano adom­brato, si può dire che non viene mai meno l’impegno dei sovie­tici per otte­nere la libe­ra­zione di un loro uomo, mal­grado le cri­ti­che del 1926, rivolte non tanto alla mag­gio­ranza sta­li­niana quanto alle moda­lità di eser­ci­zio del suo pre­do­mi­nio. Più com­pli­cato e dolente è il qua­dro dei rap­porti con i com­pa­gni ita­liani. Lasciando da parte dis­sensi e dis­sa­pori sulle scelte dell’Internazionale, che pure agi­scono sullo sfondo, la que­stione si pone sui pochi e spesso male improv­vi­sati inter­venti nella que­stione. Alla fine, si può anche con­ve­nire con l’autore che «gli ita­liani non face­vano una gran bella figura» nella vicenda, sia per­ché «era dif­fi­cile tro­vare qual­che epi­so­dio che li vedesse posi­ti­va­mente coin­volti nei ten­ta­tivi di libe­ra­zione del loro lea­der», sia per­ché alcuni inter­venti furono con­tro­pro­du­centi e tali ven­nero seve­ra­mente giu­di­cati da Gram­sci. Imba­razzo e reti­cenza che accom­pa­gne­ranno tale memo­ria e che impe­di­ranno fino all’ultimo una rico­stru­zione veri­tiera della vicenda. Ma qui è giu­sto ricor­dare che i comu­ni­sti ita­liani si mos­sero sotto un con­di­zio­na­mento dif­fi­ci­lis­simo tanto da igno­rare quanto da accet­tare pie­na­mente.
Infatti la novità più rile­vante del libro è quella di porre al cen­tro di tutta la vicenda Gram­sci stesso, non solo in quanto oggetto di ini­zia­tive altrui ma soprat­tutto in quanto regi­sta e stra­tega delle tor­tuose strade che avreb­bero dovuto con­durre alla sua libe­ra­zione. Una stra­te­gia lar­ga­mente fal­li­men­tare, biso­gna pur dire. Fin dall’inizio, con una fidu­cia immo­ti­vata nella dispo­ni­bi­lità vati­cana a trat­tare il suo scam­bio. Ma soprat­tutto con una stra­te­gia pro­ces­suale debo­lis­sima e che si sarebbe rive­lata all’origine di tutti i con­tra­sti e di tutte le ama­rezze vis­sute nel rap­porto con i com­pa­gni ita­liani.
Volontà di Gram­sci era che gli ita­liani si tenes­sero fuori da ogni aspetto di quella trat­ta­tiva, inte­ra­mente deman­data all’impulso sovie­tico. Una pesante intro­mis­sione era stata con­si­de­rata la «fami­ge­rata» let­tera di Grieco del 1928, sulla quale molto si è scritto, e che pro­curò in Gram­sci un’irritazione desti­nata a riaf­fio­rare nel tempo, men­tre non suscitò rea­zioni simili in Ter­ra­cini e Scoc­ci­marro, che erano gli altri desti­na­tari della mis­siva. Al riguardo, biso­gne­rebbe comin­ciare pure a chie­dersi se dav­vero una poli­zia effi­cien­tis­sima come quella fasci­sta avesse biso­gno della let­tera di Grieco per «sco­prire» che Gram­sci era uno dei mas­simi diri­genti del par­tito comu­ni­sta. Ma tutta la stra­te­gia pre­scelta pun­tava ad atte­nuare e porre in dub­bio l’esercizio di quel ruolo diri­gente: il che com­por­tava anche la rac­co­man­da­zione di evi­tare cam­pa­gne pro­pa­gan­di­sti­che volte a riven­di­care la sua libe­ra­zione.
A que­sto era par­ti­co­lar­mente dif­fi­cile atte­nersi, per un par­tito clan­de­stino in patria e che aveva un com­pito natu­rale di mobi­li­ta­zione di coscienze sul piano inter­na­zio­nale. Tanto più diverrà dif­fi­cile col pas­sare del tempo, quando, ad esem­pio, col patto di unità d’azione siglato con i socia­li­sti nel 1934 il nome di San­dro Per­tini verrà sta­bil­mente ad asso­ciarsi a quello di Ter­ra­cini tra le vit­time del car­cere fasci­sta di cui si chie­deva la libe­ra­zione.
Al riguardo, è sin­go­lare che in que­sta let­te­ra­tura non si sia mai tenuto conto della let­tera di Togliatti a Turati del 30 otto­bre 1930, nella quale veni­vano segna­late le gravi con­di­zioni di salute di Per­tini nel car­cere di Santo Ste­fano, si invi­tava a una mobi­li­ta­zione uni­ta­ria e si sug­ge­riva di inol­trare la richie­sta di tra­sfe­ri­mento a un car­cere più ido­neo: come poi avvenne, nel carcere-sanatorio di Turi nel quale era recluso anche Gram­sci (San­dro Per­tini com­bat­tente per la libertà, a cura di S. Caretti e M. Degl’Innocenti, Lacaita 2006, pp. 70–71). La vicenda, tanto più signi­fi­ca­tiva per­ché avve­nuta in piena epoca di «social­fa­sci­smo», fa com­pren­dere come da parte comu­ni­sta si tenes­sero unite le dimen­sioni dell’agitazione poli­tica e dell’esperire le vie «legali» con­sen­tite dai rego­la­menti.
Se si eccet­tuano cadute appros­si­ma­tive e dilet­tan­te­sche (il modo in cui Azione popo­lare del 29 dicem­bre 1934, diretta da Teresa Noce, diede conto della scar­ce­ra­zione di Gram­sci, irri­gi­dendo la posi­zione di Mus­so­lini e dando luogo a quello che ancora nel 1969 Sraffa defi­niva un «disa­stro» rispetto alle spe­ranze di Gram­sci), la posi­zione del gruppo diri­gente comu­ni­sta fu nel com­plesso di accet­ta­zione della richie­sta di Gram­sci, se pure non con­di­visa e rite­nuta sicu­ra­mente one­rosa sul piano poli­tico. Anche il ruolo di Togliatti emerge come par­ti­co­lar­mente rispet­toso della per­so­na­lità dell’amico e vòlto a sal­va­guar­darne la memo­ria, attri­buen­do­gli per­fino colo­rite espres­sioni con­tro Tro­tskij nel momento in cui Grieco, Di Vit­to­rio e altri sol­le­ci­ta­vano un pro­cesso postumo con­tro Gram­sci, che riu­scì a bloc­care. A Togliatti si deve in larga misura anche l’invenzione della frase eroica pro­nun­ciata di fronte al Tri­bu­nale spe­ciale, dibat­ti­mento che invece si svolse in forma timida e sten­tata.
Quando all’inizio del 1934 Dimi­trov venne espulso dalla Ger­ma­nia, dopo avere trion­fato con­tro il Tri­bu­nale nazi­sta, Gram­sci dovette pro­ba­bil­mente porsi delle que­stioni e venire assa­lito da dubbi. Per­ché la stra­te­gia seguita dall’«eroe di Lip­sia» era stata esat­ta­mente oppo­sta a quella che Gram­sci aveva pre­scelto: poli­ti­ciz­zare al mas­simo il dibat­ti­mento, dare a esso la mas­sima pub­bli­cità, con­vo­gliare l’attenzione della stampa e dell’opinione pub­blica inter­na­zio­nale.
Gli ultimi anni di Gram­sci furono ama­ris­simi, segnati da delu­sione e sco­ra­mento, da sen­sa­zioni di abban­dono e tra­di­mento. Un esito di cui fu cer­ta­mente vit­tima, ma che in qual­che misura con­tri­buì anche a determinare.

https://palomarblog.wordpress.com/2015/10/21/come-gramsci-non-fu-liberato/