mercoledì 4 novembre 2015

La bellezza alla prova del tempo


 Pompeo Batoni, Il Tempo che ordina alla Vecchiaia di distruggere la Bellezza (1746)
























Giuseppe Di Giacomo
Treccani.it 

Nella seconda metà dell'Ottocento la riflessione filosofica intorno all'idea del bello tematizza il rapporto che unisce la bellezza, pensata nella sua stretta connessione con la nozione di arte, e la sfera della vita, considerata nella sua contingenza e temporalità. In questo senso acquista un'importanza decisiva l'opera di F. Nietzsche. Contro J.J. Winckelmann e contro G.F.W. Hegel, che vedono nella bellezza un ideale di assoluta perfezione garantita dall'equilibrio armonico della forma e dal suo ordine razionale, Nietzsche afferma, in particolare nella Nascita della tragedia (1872), che la bellezza è sempre e solo una "bella apparenza". Così per Nietzsche la bellezza non può darsi indipendentemente da un fondo oscuro e indeterminato che essa rivela. È quello che viene tematizzato attraverso il rapporto originario che lega Apollo, appunto il dio della bellezza, e Dioniso, che invece rappresenta il pathos, ossia la vita.
Questo riconoscimento del rapporto indissolubile che unisce l'idea di bellezza (e quindi l'idea di arte) e la nozione di pathos (la vita) viene ripreso e rielaborato da A. Warburg, per il quale il bello implica sempre un rimando alla vita e alla sua insuperabile temporalità, senza che tuttavia tale rimando annulli l'importanza degli elementi formali dell'opera.

Bellezza e temporalità

Tale rapporto tra arte e vita, che W. Benjamin affronta nel saggio sulle Affinità elettive di W. Goethe affermando che la bellezza, come mostra la figura di Ottilia, è sempre legata alla temporalità e dunque alla morte, è centrale anche nella Teoria estetica (1970) di T. Adorno. Secondo quest'ultimo, nella modernità l'arte ha abbandonato l'illusione di un puro regno della bellezza, facendo emergere quella dimensione di crudeltà che ritroviamo in modo esemplare nelle opere di F. Kafka e di S. Beckett. Il fatto è che anche Adorno, come Nietzsche, si riferisce all'affermazione di Stendhal che definisce la bellezza "promessa di felicità". E come per Stendhal la bellezza, che si dà soltanto nel tempo, annuncia la possibilità di qualcosa che nel tempo è impossibile realizzare, così per Adorno quella promessa non può essere mantenuta da un'opera che, pur conservando la sua forza utopica, tuttavia, autodenunciandosi come finzione, dichiara il carattere negativo di quell'utopia, vale a dire la sua impossibilità di realizzarsi nel tempo al quale l'opera appartiene. Del resto già F.M. Dostoevskij, nell'Idiota (1868-69), facendo chiedere da Ippolit al principe Myškin se e quale bellezza salverà il mondo, ci dice che quello che la bellezza può e deve fare non è redimere la vita dalla sua finitezza, ma passare attraverso quelle sofferenze e quei dolori che rendono tale la vita.
Questa connessione tra bellezza e temporalità è decisiva anche nell'opera di M. Proust. Esemplare, a tale proposito, è la figura dello scrittore Bergotte che muore davanti alla Veduta di Delft di J. Vermeer, quadro giudicato di una bellezza assoluta e come tale fuori dal tempo. La morte di Bergotte rappresenta in qualche modo la morte di un'idea di bellezza intesa come valore eterno e immutabile. Questo significa che la bellezza, piuttosto che essere superamento del tempo e rivelazione dell'eternità, si può dare invece solo passando attraverso il tempo.


http://machiave.blogspot.it/2013/02/proust-quel-piccolo-lembo-di-muro-giallo.html
http://un-idiot-attentif.blogspot.it/2011/06/la-beaute-sauvera-le-monde.html