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sabato 4 ottobre 2025

Lo sciopero e la protesta


Alessia Guerrieri
De Rita e le piazze pro-Pal: "Rabbia e sentimento, non si strumentalizzi"

Avvenire, 4 ottobre 2025

In piazza sfila «il movimento del sentire», che «non vuole essere partito» anche se all’interno - come spesso accade - «c’è qualcuno che strumentalizza il messaggio». Il sociologo e fondatore del Censis Giuseppe De Rita non ha ancora ben chiaro la definizione di questa «onda». Ma di una cosa è certo: «Lo sciopero generale non è lo strumento del sentire. Non appartiene a movimenti del genere».

Perché in tanti sono scesi in piazza per Gaza?

L'inizio di ogni processo sociale è legato ai movimenti, in questo caso è un movimento che non è ancora strutturato, che non vuole avere leader, che si basa sul tam tam sui social. Ma diversamente da altri movimenti legati a singole corporazioni, gruppi di interessi, a cose precise, questo è un movimento del sentire. C'è il sentimento che lega il sentire, che è di due tipi: uno molto uditivo nel senso che gli italiani hanno sentito per dieci mesi l'eccidio dei bambini e la parola genocidio e la loro è una ripetizione di quello che hanno sentito. Dall'altra parte, poi c'è un sentimento di rabbia, di disprezzo per Israele, di sconcerto per i bambini morti. Ecco perché lo definisco un movimento prevalentemente del sentire, un movimento molto più orizzontale di altri. Sorprende certo che siano però i Cobas, che sono sostanzialmente molto legati ad interessi specifici, e la Cgil, che è il grande sindacato di classe, ad aver cavalcato le piazze. Quello che mi sembra però è che il meccanismo che ha generato questa partecipazione è extra-sindacale, extra-politico potrei dire extra-partitico, non un movimento di classe, di interessi, di contrasti, neppure di conflitto. Il conflitto viene come passaggio successivo o strumentalizzato da qualcuno che sta in piazza con loro.

Perché questo sentire non ha avuto lo stesso impulso per altre guerre, come l'Ucraina?

Prima di tutto perché Gaza è stata un evento un po' più forte, fatto anche di immagini forti con persone e bambini che camminano non si sa per dove. Questo ripeto è un movimento del vedere e del sentire che si basa su fatti visivi. Immagini che per esempio per l'Ucraina non ci sono state, si dice che Mosca ha bombardato Kiev 70 volte, ma al di là di qualche immagine non si è visto molto.

Nel descrivere gli italiani spesso è stata usata l’immagine degli italiani sopiti, italiani in pantofole, questo movimento sembra un po' contraddire una tendenza?

In molti casi queste manifestazioni sono state passeggiate molto tranquille, tutti camminavano senza slogan, senza bandiere. E questa caratteristica è tipica di un movimento del sentire che è legato a una cultura del non drammatizzare. Adesso però in qualche modo si cerca di drammatizzare, adesso chi è che drammatizza non lo so. Alcuni sostengono che è l'opposizione, altri il sindacato. Continuo a pensare, comunque, che questo è un movimento che sta in piazza per consonanza, anche se c’è un gruppo interno che lo strumentalizza.

Non le sembra che l’atteggiamento del Governo italiano, e in parte dell’Occidente, finora sia stato di sudditanza nei confronti di Israele?

Chi fa politica e ha la responsabilità di governo non segue i movimenti, anche perché non si può governare solo seguendo i movimenti. Certo all’inizio Giorgia Meloni ha fatto politica seguendo i movimenti e le è andata bene. Ma ora che è a Palazzo Chigi fa politica avendo la visione dello scacchiere, a 360 gradi. Ora il movimento di piazza, se cresce per fare politica, ha dei leader, dei gruppi dirigenti, dei profeti, come fu nel ’68. Qui invece per ora non c'è nulla, non c'è nessuna traccia di un movimento che si attrezza a governare, è un movimento che vuole probabilmente restare in movimento. Però se resti in movimento devi sapere che sei solo un movimento, se invece vuoi dire che il movimento poi deve essere obbedito dal Governo, non è però possibile usare lo slogan del bloccare tutto, non ha senso. Perché bloccare tutto significa fare politica, ma la politica la fai se sei strutturato, non così.

Quindi lei è contrario alla logica dello sciopero generale?

Certo, perché lo sciopero generale è sempre stato uno strumento di interessi, non è uno strumento del sentire. Lo sciopero generale lo fai se c'è una crisi, se c'è un grave problema industriale, se ci sono interessi reali, se resti sul sentire, cavalcarlo politicamente significa non avere una capacità di trattarlo in chiave politica. Qui invece per giorni si sono rincorsi i Cobas e Landini, ed ecco che è venuto fuori lo sciopero generale.

Un'ultima domanda, secondo lei avere le piazze piene in questi giorni non è un messaggio anche per i partiti?

Chi va in piazza si aspetta sempre di essere ascoltato dai partiti, è una normale attesa. Però non essere politici è un'altra cosa, è un modo di incidere sul sentire dei partiti cercando di provocare le due reazioni fondamentali: quello come si dice in gergo del “tropismo positivo” e quello opposto “del tropismo negativo”. Il primo è la tendenza dei soggetti ad andare dietro il segnale e portare i partiti a occuparsi di questa questione e, dall'altra parte, c’è il tropismo negativo, cioè faccio politica contro quella tendenza. Non è un caso che ci siano due donne che vogliono fare tutte e due le presidenti del Consiglio. La prima segue il tropismo positivo, Schlein che segue l'onda del movimento, l'altra, Giorgia Meloni invece dice no, non la segue. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi nella dialettica parlamentare, con i 5 stelle che stanno continuando ad essere movimento ed Elly Schlein che è una movimentista a oltranza, in questo movimento del sentire ci stanno dentro e si posizionano nella sua direzione. Dall'altra parte Giorgia Meloni dice: se governo seriamente, gestendo l’accordo con Trump, riportando a casa i parlamentari e poi gli attivisti, se sguscio la bolla del sentire, una parte dell’Italia moderata è più con me che con la Schlein.






lunedì 25 novembre 2024

Il parricidio grillino




Massimiliano Panarari, La parabola dell'Elevato, La Stampa, 25 novembre 2024


 Game over: fine del grillismo. E della grilleide che ha sbeffeggiato e intimidito la politica italiana, finendo decisamente più per inquinarla (dal taglio dei parlamentari senza contrappesi alla criminalizzazione di qualsivoglia finanziamento pubblico) che per rinnovarla come da annunci programmatici. Ascesa, trionfi e, in queste ore, caduta di Beppe Grillo, il vero profeta per parecchi anni dell'antipolitica nazionale, e il dominus del «populismo al pesto». Sepolto dalla Costituente di «Nova», tramutatasi per lui in un buco nero che lo ha risucchiato, sotto la valanga del 63,24% dei consensi degli iscritti alla modifica dello statuto interno, con l'archiviazione della norma-tabù sui due mandati. E, soprattutto, l'abolizione del ruolo del Garante che equivale alla defenestrazione di colui che è stato il monarca assoluto del M5S. L'«ultima metamorfosi» del Movimento richiedeva l'espulsione nei fatti dell'unico fondatore rimasto, e l'uccisione simbolica del padre-padrone che lo aveva creato, comportatosi in modo sistematico come Crono che divora la prole, prima di questa nemesi in cui sono stati molti dei suoi ex pupilli e delfini - a lungo derubricati al rango di meri portavoce di una sedicente volontà generale popolare - a mangiarselo.

Nell'età del «divertirsi da morire» (descritta in maniera lungimirante dal sociologo Neil Postman), non
poteva certo mancare il capo comico che si erige a capo politico. Grillo è, per l'appunto, un figlio della società dello spettacolo e un prodotto dell'intrattenimento eletto a principio di vendita di qualunque cosa - politica compresa - che, per una serie di ragioni, «scende in campo». Atteggiandosi prima a vox clamantis in deserto, quindi a eretico perseguitato dal sistema e, dopo il debutto del ciclo delle vittorie elettorali, a «messia» salvatore del popolo oppresso dalle élites, ribadendo sempre una vena (anche lessicale) mistico-religiosa. Nel 1982, infatti, si era già molto calato nella parte del protagonista del film di Luigi Comencini «Cercasi Gesù», e siamo ancora lontani anni luce dalla sua versione di primattore della politica italiana. Per arrivarci transiterà attraverso i debordanti successi televisivi degli Anni Ottanta, la conversione ecologista e il luddismo degli Anni Novanta travasati in vari recital teatrali, le campagne contro banche e multinazionali dei Duemila. Ovvero il processo incubatore dell'attivazione di comitati civici - spesso portatori insani della «sindrome Nimby» - e gruppi territoriali impegnati in battaglie (e polemiche) di vario genere, pronti a trasformarsi nei meetup e nella rete degli Amici di Beppe Grillo, da lui coordinati attraverso il Blog e impiegati come le «falangi armate» dell'indignazione contro le classi dirigenti locali. Ecco, quindi, i sanculotti, resi operativi online, dell'incipiente ribellione antisistema che trovò i suoi palcoscenici nei Vaffaday del 2007 e 2008, autentiche dimostrazioni di forza e rappresentazioni di piazza dell'indignazione e della rabbia contro tutte le «caste». Il 2008 è l'anno della svolta e dell'avvio della campagna permanente del grillismo: il cantiere delle «liste civiche a 5 Stelle», approvate e certificate dallo showman ormai leader (anti)politico, e la sua candidatura alle primarie del Pd che sarà, infine, rigettata. E che viene cavalcata come la finestra di opportunità per indicare una sola strada praticabile: quella della fondazione di un movimento alternativo, presentato pubblicamente il 4 ottobre 2009, il giorno della festività di San Francesco, invocato da allora quale icona protettrice (o, per meglio dire, «santino») dell'azione del Movimento 5 Stelle. Era nato il «non-partito», di fatto il primo caso di «partito bipersonale» nell'Italia culla di quelli personali. Una formazione che rivendicava la propria alterità rispetto alla forma-partito e il proprio Dna di agitazione e movimentismo perenni, ma scaturiva innanzitutto dalla perfetta intesa e simbiosi, basata su una divisione funzionale dei compiti, della coppia che deteneva il controllo assoluto di questa organizzazione. Dentro la quale Gianroberto Casaleggio rappresentava l'eminenza grigia e il «tecnocrate», e Grillo il «visionario in seconda» e il trickster che diceva le verità che gli establishment vietavano di pronunciare. Soprattutto, nella postmodernità della politica come performance, il suo ruolo era quello del frontman e del comiziante, chiamato a recitare la buona novella antistemica e ad applicare via web - descritto come il luogo delle sorti magnifiche e progressive della partecipazione («ve la do io la partecipazione…») - le stesse strategie comunicative che gli avevano regalato tutta quell'audience in Tv nella fase precedente. Non per nulla, a dispetto dello storytelling dell'«uno vale uno» e della retorica della disintermediazione, l'utilizzo di Internet da parte dei dioscuri cofondatori si è rivelato altamente verticalizzato e top-down (e, dunque, manipolativo). Con una spruzzata di pauperismo (a parole), pseudo-spiritualismo new age e da «Silicon Valley di Ponente», e francescanesimo prêt-à-porter, brandito anche ieri da Grillo mediante uno stato di Whatsapp tanto critico e poco criptico: «Da francescani a gesuiti». Così, il «leader guitto e giullare» acerrimo nemico del berlusconismo comandava, insieme a Casaleggio, su un «non-partito» che costituiva, però, de facto un partito azienda, e fatturava lautamente col suo «sacro blog». La contraddizione incarnata, pronto a compiere slalom e a giustificare testa-coda repentini: ossia l'identikit del politico politicante più che di quello intransigente e «rivoluzionario». D'altronde, il personaggio è innanzitutto un (amorale) performer della vita pubblica, giustappunto, su cui cala adesso definitivamente il sipario dopo il «VaffaGrilloday».
Nondimeno, il lupo - non di San Francesco - perde i peli (e i grilli…), ma non certi vizi di posizionamento in politica estera, come mostra la corrispondenza di amorosi sensi antiliberali e antioccidentali fra il «Nuovo M5S-PdC (Partito di Conte)» e la formazione politica personale della rossobruna Sahra Wagenknecht. Ecco, quel lascito (e grumo) profondo del grillismo pare proprio destinato a perpetuarsi ancora a lungo.