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martedì 9 giugno 2026

Un cattivo maestro

 


bertrand russell, gigante imperfetto

Grandi intellettuali. Piergiorgio Odifreddi ne traccia un ritratto dichiaratamente partecipe in cui attraversa la sua densa e intricata vita e delle opere senza trasformarlo in santino. Un libro riuscito che invita a tornare ai testi del filosofo

Giorgio Vallortigara

Il Sole 24ore, 7 giugno 2026

Ho letto con grande interesse il nuovo libro di Piergiorgio Odifreddi su Bertrand Russell, Cattivo maestro, anche per ragioni personali. La prima è che Russell è stato, per molti della mia generazione, una vera porta d’ingresso al pensiero critico. I suoi libri nelle edizioni economiche Longanesi, che costavano poco e si trovavano nelle edicole delle stazioni, furono tra i primi saggi che lessi da ragazzo. La seconda ragione riguarda una figura che Odifreddi ricorda di passaggio nel libro: Douglas Spalding, biologo e precettore nella famiglia Russell, scopritore del fenomeno dell’ imprinting, che è il mio eroe scientifico. La terza ha a che fare con la logica, che fu tra le mie passioni giovanili, proprio grazie a Russell.

Il libro non è una biografia in senso stretto, e neppure pretende di esserlo. È piuttosto un ritratto dichiaratamente partecipe, un attraversamento selettivo della vita e dell’opera di Russell guidato dall’ammirazione, ma anche da una consuetudine lunga con i suoi testi. Ne emerge un Russell molto riconoscibile: il logico di prim’ordine, certo, e il filosofo, ma anche il polemista laico, il moralista anticonformista, il pacifista radicale, l’intellettuale pubblico capace di intervenire su quasi tutto ciò che contava nel suo secolo. Il libro restituisce l’ampiezza di una figura che appartiene a un’epoca in cui si poteva ancora immaginare che un filosofo, un matematico e un militante civile coincidessero nella stessa persona. Si capisce perché Odifreddi lo ammiri e, immagino, un poco si identifichi in lui. Tutti abbiamo bisogno di eroi scientifici.

Odifreddi è, come sempre, terribilmente efficace quando racconta. Il suo Russell prende forma attraverso episodi, incontri, battaglie, libri, processi, amori, prese di posizione. E ciò consente al lettore di vedere in azione non solo un sistema di idee, ma un temperamento intellettuale. Del resto, uno dei meriti maggiori di Russell fu proprio questo: avere unito alla potenza analitica una straordinaria chiarezza espositiva. Anche quando aveva a che fare con gli aspetti più tecnici della matematica o della teoria della relatività non smetteva mai di considerare importante il fatto di poter essere capito.

Per chi, come me, ha incontrato Russell innanzitutto attraverso la logica, resta centrale il suo grande progetto giovanile: il logicismo, cioè il tentativo di fondare la matematica su basi puramente logiche. Fu un’impresa grandiosa, e non è un’esagerazione dire che contribuì a cambiare il volto della filosofia del Novecento. Ma è anche un progetto che, come sappiamo, fallì. Non perché fosse ingenuo, né perché Russell mancasse di strumenti. Al contrario: proprio la raffinatezza dell’impresa mise in luce il problema. Per fondare la matematica, Russell dovette introdurre principi che non erano puramente logici; il tentativo di ridurre la matematica alla logica si scontrò con la necessità di assumere, per fondare la matematica stessa, ingredienti che appartenevano già a ciò che si voleva fondare. In breve: il progetto risultò circolare (e di questo si accorse lo stesso Russell) o incompleto (e questo lo mostrò Gödel).

Questo punto ha avuto per me una risonanza personale. Non essendo abbastanza intelligente per fare il logico o il matematico, ho finito per occuparmi delle basi neurobiologiche del numero. Ma la fascinazione iniziale veniva da lì: dal tentativo di capire se il pensiero matematico fosse qualcosa di puramente logico. Oggi, paradossalmente, torniamo a porci domande non del tutto lontane in un contesto completamente diverso. Con una collega, Manuela Piazza, stiamo studiando, usando tecniche di neuroimaging, se i logici e i matematici utilizzino le stesse aree cerebrali quando devono giudicare se una proposizione sia sensata nei rispettivi domini. In altre parole: se il cervello tratti le operazioni logiche e matematiche come parenti oppure no. Piergiorgio Odifreddi ci ha dato una mano a trovare i logici volontari per questi esperimenti; spero di poter raccontare presto che cosa dicono i risultati.

Naturalmente Russell non è stato soltanto un logico. Odifreddi insiste giustamente anche sulla sua dimensione di «cattivo maestro» laico, cioè di pensatore capace di mettere in questione le ortodossie morali, religiose e politiche del suo tempo. Tra i temi più noti vi è il suo ateismo, o meglio la sua critica della religione. Celebre è la sua idea che la religione derivi principalmente dalla paura: paura della morte, dell’incertezza, del disordine morale. È una tesi forte e storicamente influente. Ma oggi appare probabilmente parziale. Le scienze cognitive contemporanee tendono infatti a vedere la religione come un sottoprodotto di meccanismi evolutivi più generali: la nostra propensione a vivere in mondi sociali complessi e, soprattutto, ad attribuire agentività e intenzioni anche dove non ce ne sono. In questo senso, la religione non nascerebbe tanto dalla paura, quanto da una mente progettata per interpretare il mondo in termini di stati mentali e intenzioni altrui. Russell, insomma, aveva visto bene un pezzo del problema, ma non tutto.

Odifreddi sottolinea più volte il carattere duplice di Russell: aristocratico per nascita, legato a una tradizione secolare, e insieme liberale radicale, spesso in aperto conflitto con il mondo da cui proveniva. Questa frizione tra appartenenza e critica attraversa tutta la sua opera, e non sempre si risolve in modo coerente. Spalding parlava di «istinto imperfetto» per descrivere l’imprinting: una progettualità innata, ma non completamente determinata. In questa luce, anche Russell appare come una figura «imperfetta» nel senso più interessante del termine: non un personaggio sempre coerente, bensì attraversato da continue tensioni.

Cattivo maestro è un libro assai riuscito, che guarda a Russell come a un maestro, ma senza trasformarlo in un santino. Il suo merito principale è forse proprio questo: indurre a tornare ai testi di Russell, o a entrarvi per la prima volta. E ricordarci che dietro un sistema di idee c’è sempre una vita più intricata, in cui logica, carattere, passioni ed esperienza continuano a mescolarsi.

Piergiorgio Odifreddi
Cattivo Maestro. Bertrand Russell: logico, ateo, libertino, pacifista
Raffaello Cortina, pagg. 256, € 16

lunedì 25 novembre 2024

Kant e Casanova



Laura Marzi, Una cena a Königsberg con Immanuel Kant e Giacomo Casanova
il manifesto, 22 novembre 2024

La notte brava di Kant e Casanova per Neri Pozza (pp. 144, euro 17) è l’esordio alla narrativa di Daniele Archibugi, docente di filosofia politica in diversi atenei nazionali e internazionali. Il professore ha immaginato che durante la visita che davvero Casanova fece a Königsberg al governatore Hans von Lehwaldt abbia incontrato il grande filosofo, allora conosciuto col titolo di magister: Immanuel Kant. L’amicizia fra i due non è attestata dalle fonti storiche, ma è un desiderio della fantasia di Archibugi, che ha in questo modo messo a confronto due personaggi talmente diversi da poter essere considerati agli antipodi.

Nel corso di una prima serata insieme, a cena dal governatore, fra i due c’è una certa diffidenza, o meglio Kant teme che il famoso avventuriero veneziano seduca la giovane donna per cui prova trasporto, Charlotte, ma poi nel corso del tempo fra i due prevale una simpatia reciproca e una certa affinità intellettuale. Alla fine della serata l’ospite sottopone a Casanova un enigma: se fosse possibile attraversare i sette ponti della città di Königsberg passando su ognuno di essi solo una volta.

SI TRATTA DI UN PROBLEMA logico su cui aveva lavorato il matematico Eulero e che Casanova, famoso anche per essere riuscito a fuggire dalle carceri di Venezia dove era stato rinchiuso dall’Inquisizione, riesce a risolvere anche grazie all’aiuto del suo servo Lambert, personaggio realmente esistito, particolarmente dotato per la matematica. Casanova compie l’esplorazione della città e dei suoi ponti proprio in compagnia di Kant.

IL TITOLO del romanzo fa poi riferimento all’avventura che i due condividono, dopo una serata a teatro, quando Casanova ha deciso di lasciare la cittadina tedesca alla volta della Russia, dove si augura di poter godere dell’ospitalità della grande Caterina e individua in Kant l’unico interlocutore possibile per la richiesta di un prestito che gli permetta di proseguire nel viaggio. Casanova, dopo aver fatto amicizia con la compagnia che aveva messo in scena lo spettacolo di quella sera, porta con sé Kant nella locanda dove attrici e attori stanno continuando la loro serata.

QUI IL FILOSOFO, che in prima battuta è piuttosto restio a entrare nell’osteria, temendo che la sua reputazione ne possa venire macchiata, si lascia andare, complice la birra, e gode per una volta dei piaceri della vita. Trascorre una notte d’amore con la giovane attrice Madeleine, di cui crede di innamorarsi, tanto da chiederle l’indomani di sposarlo, ma lei fraintende la sua richiesta e riparte insieme a quello che probabilmente è il suo ragazzo, un giovane giocoliere che fa anche lui parte della compagnia teatrale.

Archibugi avvicina due personaggi che nel momento in cui si svolge la storia sono entrambi quarantenni, quindi per l’epoca sul viale del tramonto, i quali condividono anche una profonda solitudine. Kant dedica la sua vita allo studio e all’insegnamento ed è descritto come un uomo troppo timido per provare ad avere delle relazioni e troppo vecchio per sposarsi. Casanova d’altra parte è sempre alla ricerca di un modo per continuare a sopravvivere e a spostarsi, non potendo più tornare nella sua città. Al di là delle loro evidenti differenze i due riescono a trovare un’intesa e a sostenersi, seppur per poco tempo: «accanto a lui aveva smesso di sentirsi solo». 

domenica 9 novembre 2014

Evariste Galois, vita e morte di un matematico

Paul Nizan
Aden Arabie

A adolescenti già stanchi di anni di liceo, corrotti dagli studi umanistici, dalla morale e dalla cucina borghese delle loro famiglie, viene propinato l'esempio di illustri predecessori: Pasteur, Taine, Lemaitre, Giraudoux, François Poncet, e gli si promette la Croce [= la Legion d'onore] per meriti di anzianità e l'Accademia alla fine dei loro giorni: ma nessuno racconta a quei ragazzi la vita di Evariste Galois.



LA TEORIA DI GALOIS in breve



Nella ricerca di un criterio per determinare quando un'equazione algebrica possa essere risolta «per radicali», Galois introdusse il concetto di gruppo di sostituzioni, un'idea nuova e di fondamentale importanza. Per questo è giustamente considerato il fondatore della moderna algebra astratta.



Maurizio Melis


"All'improvviso, nel bel mezzo di una conversazione privata tra me e la persona seduta a sinistra, le mie orecchie sentirono il nome di Luigi Filippo, seguito da cinque o sei fischi. Mi voltai. A quindici o venti posti di distanza da me si stava svolgendo una delle scene più animate della serata. Un giovane che teneva nella stessa mano un bicchiere e un pugnale aperto cercava di farsi sentire dagli altri.
Si trattava di Evariste Galois. Riuscii a percepire solo che si trattava di una minaccia, e che era stato pronunciato il nome di Luigi Filippo. Il coltello aperto lasciava trasparire le intenzioni del giovane."

A scrivere queste parole fu il celebre scrittore Alexandre Dumas, nel 1831, un anno davvero schifoso per il protagonista della nostra storia, segnato dalla galera e da ogni possibile disavventura. Oggetto della sua attenzione, uno dei matematici più geniali di tutti i tempi, e probabilmente la figura più tragica e romantica della storia della scienza.
Evariste Galois nacque il 25 ottobre del 1811 nelle vicinanze di Parigi, e non ebbe il tempo di invecchiare.
La sua vita si sarebbe conclusa tragicamente pochi mesi dopo l'episodio del coltello, durante un duello, con un colpo di pistola sparato da 25 passi di distanza da quello che, se non un amico, era certamente stato un compagno di battaglie politiche. Infatti erano entrambi rivoluzionari e aderivano all'ala militante del partito Repubblicano, la Società degli Amici del Popolo, che aveva come obbiettivo la deposizione del Re negli anni tumultuosi che seguirono la parabola di Napoleone Bonaparte. Quando fu ucciso, Galois aveva appena vent'anni e un posto assicurato nell'olimpo della matematica.

La sua fu una vita vissuta intensamente tra matematica, politica e un amore breve e non corrisposto, sfociato nel tragico duello. Lei si chiamava Stéphanie Potterin du Motel e Galois l'aveva conosciuta solo pochi mesi prima. La relazione tra i due, però, si era interrotta quasi subito per ragioni che non sono note, ma che avevano portato Galois, il quale aveva un carattere esplosivo, a lasciarsi sfuggire qualche commento non proprio lusinghiero sulla ragazza. Per difendere il suo onore Ernest Duchâtelet, "patriota" e una delle migliori pistole di Francia, l'aveva sfidato a duello. E tirarsi indietro non era contemplabile all'epoca. La notte prima di morire, certo che la fine stesse per giungere, Galois si gettò a capofitto sui propri appunti redigendo tre memorie destinate a mutare profondamente la matematica.
Del tutto incostante negli studi; geniale, ma refrattario all'istruzione formale e insofferente verso chi non era in grado di seguirlo mentre svolgeva complicati calcoli a mente (inclusi i propri esaminatori), Galois aveva fallito per due volte l'ingresso all'Ecole Polytechnique, la più importante università francese, e aveva dovuto ripiegare sull'Ecole Normale, da cui in seguito il direttore, un conservatore privo di spina dorsale, lo espulse. In realtà, ancora diciannovenne, aveva risolto un problema che resisteva da secoli agli attacchi dei matematici ma, poiché pochissimi lo avevano capito,  Galois che tra l'altro aveva sviluppato una specie di mania di persecuzione era convinto che sarebbe stato dimenticato.
Quelle memorie, scritte con foga e rassegnazione, sono note oggi come Teoria di Galois. [...]
Le sue idee sopravvissero grazie al lavoro di alcuni amici, tra cui i matematici Auguste Chevalier e Carl Jacobi, e del fratello Alfred. Nel 1856, la teoria di Galois venne introdotta nei corsi avanzati di algebra in Francia e Germania. Nel 1909, [...] l'Ecole Normale chiese ufficialmente scusa al mondo per non aver saputo riconoscere, e anzi per avere espulso, una delle menti più brillanti del XIX secolo.



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Si vedano inoltre
http://rudimatematici-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/10/25/25-ottobre-1811-buon-compleanno-evariste/
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/10/25/evariste-galois-equazioni-duelli-quel-piccolo-genio.html
http://matematica.unibocconi.it/articoli/%C3%A9variste-galois-il-personaggio-e-il-lavoro
http://www.galois-group.net/dupuy/ (Paul Dupuy era surveillant général de l'Ecole Normale, il che spiega la familiarità di Nizan con l'argomento)



http://it.wikipedia.org/wiki/Non_ho_tempo (film di Ansano Giannarelli, 1973)




Evariste Galois era stato allievo del liceo Louis le Grand, lo stesso frequentato in epoche diverse da Voltaire, Robespierre, Victor Hugo, Jaurès, Aimé Césaire, Mendès France, Maurice Merleau-Ponty e Pierre Bourdieu tra gli altri. http://en.wikipedia.org/wiki/Lyc%C3%A9e_Louis-le-Grand

 








Infeldìnfelt›, Leopold. - Fisico (Cracovia 1898 - Varsavia 1968); dopo aver svolto varie ricerche teoriche sulla relatività, nel 1936 si trasferì a Princeton dove collaborò con A. Einstein; insegnò presso l'università di Toronto dal 1938 al 1950, anno in cui divenne direttore dell'Istituto di fisica teorica dell'università di Varsavia. Autore di numerosi studî in varî campi della fisica teorica, e in particolare sulla teoria della relatività generale.