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martedì 26 novembre 2024

L' Azzurro




Stéphane Mallarmé 

L'Azzurro
nella traduzione di Adriano Guerrini

Del sempiterno azzurro la serena ironia
Perséguita, indolente e bella come i fiori,
Il poeta impotente di genio e di follia
Attraverso un deserto sterile di Dolori.

Fuggendo, gli occhi chiusi, io lo sento che scruta
Intensamente, come un rimorso atterrante,
L’anima vuota. Dove fuggire? E quale cupa
Notte gettare a brani sul suo spregio straziante?

Nebbie, salite! Ceneri e monotoni veli
Versate, ad annegare questi autunni fangosi,
Lunghi cenci di bruma per i lividi cieli
Ed alzate soffitti immensi e silenziosi!

E tu, esci dai morti stagni letei e porta
Con te la verde melma e i pallidi canneti,
Caro Tedio, per chiudere con una mano accorta
I grandi buchi azzurri degli uccelli crudeli.

Ed ancora! Che senza sosta i tristi camini
Fùmino, e di caligine una prigione errante
Estingua nell’orrore dei suoi neri confini
Il sole ormai morente giallastro all’orizzonte!

-Il cielo è morto. – A te, materia, accorro! Dammi
L’oblio dell’Ideale crudele e del Peccato:
Questo martire viene a divider lo strame
Dove il gregge degli uomini felice è coricato.

Io voglio, poiché infine il mio cervello, vuoto
Come il vaso d’unguento gettato lungo il muro,
Più non sa agghindare il pensiero stentato,
Lugubre sbadigliare verso un trapasso oscuro…

Invano! Ecco trionfa l’Azzurro nella gloria
Delle campane. Anima, ecco, voce diventa
Per più farci paura con malvagia vittoria,
Ed esce azzurro angelus dal metallo vivente!

Si espande tra la nebbia, antico ed attraversa
La tua agonia nativa, come un gladio sicuro:
Dove andare, in rivolta inutile e perversa?
Mia ossessione. Azzurro! Azzurro! Azzurro! Azzurro!


Adele Succetti

Per Mallarmé, l’indicibile si colloca in quello che lui chiamava il “défaut des langues”, il difetto delle lingue. Le lingue, cioè, nonostante i loro vocabolari, le loro sintassi, le loro regole, ecc.. contengono un difetto, non sono mai complete, non sono mai tutte... Per questo sono vive, per questo sono sempre in movimento. E’ sempre possibile, cioè, inventare un termine nuovo, mentre un altro si perde con l’uso.... In questo senso, Mallarmé ha colto, anticipandolo, quello che Lacan, cento anni dopo, ha cercato di formalizzare a partire dall’esperienza dell’analisi, e cioè il fatto che la lingua è “non-tutta”. L’espressione “non-tutta” è da intendersi non come un limite – la lingua è incompleta, quindi limitata – ma nel senso opposto, dell’illimitato – c’è sempre una parola o un’espressione nuova che può aggiungersi al vocabolario.  Questa cosa può sembrare un’evidenza, ma non lo è affatto... la lingua, infatti, è tutta per chi non si interroga su di essa e, quindi, spesso è parlato dai linguaggi comuni, quelli dei mass-media e ora anche dei social network. 
Mallarmé, ad esempio, dà a questo indicibile il nome di Azur... 
« Mia ossessione. L’Azzurro! L’Azzurro! L’Azzurro! L'Azzurro!”. Dove l’azzurro viene a dire la parola che manca al vocabolario, il suono stesso dell’indicibile che, inoltre, grazie a una sinestesia, indica un colore che odora di infinito. La parola 
che manca al simbolico secondo Mallarmé, quella che lo ossessiona, è un suono colorato, l’Azur. 
Il ritmo soggettivo, quindi, non è legato al senso, alla comunicazione di quello che si vuole dire, ma piuttosto all’ambito del non-senso vale a dire a livello del significante inteso nel suo statuto di lettera e del godimento che esso veicola. Per questo motivo, il “senso poetico”, secondo Lacan, è un’obiezione al senso: non risponde cioè solo alla logica del senso, ma anche e soprattutto a quella del significante, sempre ambiguo, alla logica del suono e, quindi, a quella del silenzio. Così Lacan dice anche che la poesia è “effetto di senso ed effetto di buco”... oltre al senso, veicolato dalle immagini scritte e descritte, essa convoca la mancanza dell’Altro, il buco della struttura del linguaggio da cui si origina. 

L’AZUR

De l’éternel Azur la sereine ironie
Accable, belle indolemment comme les fleurs,
Le poëte impuissant qui maudit son génie
A travers un désert stérile de Douleurs.

Fuyant, les yeux fermés, je le sens qui regarde
Avec l’intensité d’un remords atterrant,
Mon âme vide. Où fuir ? Et quelle nuit hagarde
Jeter, lambeaux, jeter sur ce mépris navrant ?

Brouillards, montez ! versez vos cendres monotones
Avec de longs haillons de brume dans les cieux
Que noiera le marais livide des automnes,
Et bâtissez un grand plafond silencieux !

Et toi, sors des étangs léthéens et ramasse
En t’en venant la vase et les pâles roseaux,
Cher Ennui, pour boucher d’une main jamais lasse
Les grands trous bleus que font méchamment les oiseaux.

Encor ! que sans répit les tristes cheminées
Fument, et que de suie une errante prison
Eteigne dans l’horreur de ses noires traînées
Le soleil se mourant jaunâtre à l’horizon !

– Le Ciel est mort. – Vers toi, j’accours ! Donne, ô matière,
L’oubli de l’Idéal cruel et du Péché
A ce martyr qui vient partager la litière
Où le bétail heureux des hommes est couché,

Car j’y veux, puisque enfin ma cervelle, vidée
Comme le pot de fard gisant au pied d’un mur,
N’a plus l’art d’attifer la sanglotante idée,
Lugubrement bâiller vers un trépas obscur…

En vain ! l’Azur triomphe, et je l’entends qui chante
Dans les cloches. Mon âme, il se fait voix pour plus
Nous faire peur avec sa victoire méchante,
Et du métal vivant sort en bleus angelus !

Il roule par la brume, ancien et traverse
Ta native agonie ainsi qu’un glaive sûr ;
Où fuir dans la révolte inutile et perverse ?
Je suis hanté. L’Azur ! l’Azur ! l’Azur ! l’Azur !

https://www.bibliomanie.it/public/uploads/2021/10/L%E2%80%99azzurro-romanzo.pdf


giovedì 2 ottobre 2014

Mallarmé, due poesie


BREZZA MARINA

La carne è triste, ahimè! E ho letto tutti i libri.
Fuggire! laggiù fuggire! Io sento uccelli ebbri
d’essere tra l’ignota schiuma e i cieli!
Niente, né antichi giardini riflessi dagli occhi

5
terrà questo cuore che già si bagna nel mare
o notti! né il cerchio deserto della mia lampada
sul vuoto foglio difeso dal suo candore
né giovane donna che allatta il suo bambino.
Io partirò! Vascello che dondoli l’alberatura

10
l’àncora sciogli per una natura straniera!
E crede una Noia, tradita da speranze crudeli,
ancora nell’ultimo addio dei fazzoletti!
E gli alberi forse, richiamo dei temporali
son quelli che un vento inclina sopra i naufragi

15
sperduti, né antenne, né antenne, né verdi isolotti...
Ma ascolta, o mio cuore, il canto dei marinai!

(Stéphane Mallarmé, Poesie, trad. di L. Frezza, Feltrinelli, Milano 1980)



BRISE MARINE

La chair est triste, hélas! et j’ai lu tous les livres.
Fuir ! là-bas fuir! Je sens que des oiseaux sont ivres
D’être parmi l’écume inconnue et les cieux!
Rien, ni les vieux jardins reflétés par les yeux
Ne retiendra ce cœur qui dans la mer se trempe
Ô nuits ! ni la clarté déserte de ma lampe
Sur le vide papier que la blancheur défend
Et ni la jeune femme allaitant son enfant.
Je partirai ! Steamer balançant ta mâture,
Lève l’ancre pour une exotique nature!

Un Ennui, désolé par les cruels espoirs,
Croit encore à l’adieu suprême des mouchoirs!
Et, peut-être, les mâts, invitant les orages
Sont-ils de ceux qu’un vent penche sur les naufrages
Perdus, sans mâts, sans mâts, ni fertiles îlots…
Mais, ô mon cœur, entends le chant des matelots!

1866 

Il componimento presenta suggestioni legate all’immagine del viaggio e del mare che rinviano alla ricerca dell’Assoluto. Dopo avere sperimentato tutto, il poeta è colto da un profondo senso di stanchezza: non lo interessano più né le passioni carnali («carne») né quelle intellettuali («libri»), è preda di un’insoddisfazione che lo scoraggia. A tutto questo, egli oppone il suo forte desiderio di viaggiare verso terre lontane e sconfinate, poste tra cielo e mare, dove la libera creatività possa finalmente esprimersi. Né gli affetti familiari né i rischi dell’avventura lo frenano.
Questo contenuto viene espresso da Mallarmé in un discorso poetico che rinnega i normali nessi logici per ricorrere all’uso di simboli e astrazioni. In questa sua invocazione il diretto interlocutore è il suo cuore (v. 5 e v. 16): è a lui che si rivolge, perché possa imparare a volare tra il mare e i cieli («l’ignota schiuma e i cieli») da quegli «uccelli ebbri» che assaporano ogni giorno il gusto della libertà e perché dia ascolto al «canto dei marinai», simbolo di speranza per ogni uomo che aspiri a dare una svolta alla monotonia della vita.

APPARITION

La lune s'attristait. Des séraphins en pleurs
Rêvant, l'archet aux doigts, dans le calme des fleurs
Vaporeuses, tiraient de mourantes violes
De blancs sanglots glissant sur l'azur des corolles.
- C'était le jour béni de ton premier baiser.
Ma songerie aimant à me martyriser
S'enivrait savamment du parfum de tristesse
Que même sans regret et sans déboire laisse
La cueillaison d'un Rêve au coeur qui l'a cueilli.
J'errais donc, l'oeil rivé sur le pavé vieilli
Quand avec du soleil aux cheveux, dans la rue
Et dans le soir, tu m'es en riant apparue
Et j'ai cru voir la fée au chapeau de clarté
Qui jadis sur mes beaux sommeils d'enfant gâté
Passait, laissant toujours de ses mains mal fermées
Neiger de blancs bouquets d'étoiles parfumées.


1883

traduzione inglese

The moon was getting sad. Weeping cherubs
were dreaming, bow in hand in the quiet vaporous flowers
Played from their dying viols,
white tears rollied on the sky-blue petals

– That was the sacred day of our first kiss
And I became martyr to my own dreams
which fed on that perfume of sadness
which, even without regrets or mishaps, leaves
picking up a dream to the heart who picked it.

Here I was, wandering, with my eyes riveted on the ancient cobbles
When with sunshine in your hair, in the street,
and in the night, you appeared to me, laughing
And I thought I saw the fairy with a hat of light
That once visited my beautiful spoiled childhood’s slumbers
And from whose half closed hands
Kept snowing in white bunches of scented stars.