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sabato 16 maggio 2026

La verità in letteratura

Giorgio Mariani
Herman Melville, una finzione in grado di avvalorare il vero

il manifesto, 10 maggio 2026

Se per Cesare Pavese, all’inizio degli anni Trenta, tradurre Moby-Dick era un modo per «mettersi al passo coi tempi», una ventina d’anni più tardi, in Marinai, rinnegati e reietti, CLR James avrebbe sostenuto che la storia di Herman Melville e quella «del mondo in cui viviamo» erano sovrapponibili, perché l’universo culturale e ideologico descritto in Moby-Dick anticipava di un secolo quello della Guerra Fredda. Anche per Paolo Simonetti, autore de L’arte della fiducia Herman Melville, letteratura e post-verità (Mimesis, pp. 336, € 28,00), lo scrittore americano è indubbiamente nostro contemporaneo, ma — e questa è la prima novità di uno studio ricco di sorprese — l’analisi non si sviluppa a partire dall’abituale centralità di Moby-Dick. A fungere da perno del discorso critico è viceversa l’ultimo romanzo di Melville, The Confidence-Man. His Masquerade, apparso nel 1857 e condannato a un lungo oblio cui neppure il «Melville Revival» degli anni Venti era riuscito a porre fine, ma che negli ultimi decenni è stato elevato dagli americanisti di ogni latitudine al rango di secondo grande romanzo melvilliano, soprattutto in virtù della sua impietosa analisi della società americana.

Tradotto in italiano con tre titoli diversi (L’uomo di fiducia, Il truffatore di fiducia, L’impostore) Il romanzo è ambientato su un battello in viaggio lungo il fiume Mississippi con destinazione New Orleans. L’azione, con una scelta che anticipa l’Ulisse joicyano, si svolge nello spazio di una sola giornata (non a caso un primo di aprile) su un palcoscenico dove una galleria di variopinti personaggi si confronta con uno, o forse più truffatori, il cui scopo non è tanto quello di estorcere loro del denaro quanto metterne a nudo la grettezza, l’ipocrisia, il cinismo. «Romanzo-enciclopedia, che fonde narrazione e speculazione in una struttura polifonica, abbandonando tutti gli elementi codificati della forma romanzesca» e in cui è assente «un protagonista con cui il lettore può identificarsi», The Confidence-Man, per Simonetti, non è solo «un libro-labirinto [ …] profondamente teatrale, vicino all’astrattezza dell’enciclopedia e del dialogo filosofico» ma un’opera in cui Melville «mette in scena un repertorio di strategie discorsive che oggi riconosciamo con inquietante familiarità: dalla costruzione di identità fittizie alla manipolazione delle fonti, dal gaslighting all’influenza delle echo chambers, dalla ripetizione ipnotica di accuse, smentite e giustificazioni fino alle più smaccate professioni di sincerità e onestà».

«Post-verità» è il concetto chiave dell’impianto teorico del libro. Se le preoccupazioni melvilliane nei confronti della Verità, icasticamente riassunte nella definizione della letteratura come Great Art of Telling the Truth, sono state spesso indagate alla luce di un contesto romantico e metafisico, in questo studio la questione della verità, o meglio della sua relativizzazione, cancellazione o destrutturazione acquista uno spessore marcatamente storico-sociale e ideologico. In The Confidence-Man Melville ci pone di fronte a domande cruciali per ogni società che voglia definirsi democratica: «come affrontare la discrepanza tra ciò che riteniamo vero e ciò che ci viene raccontato? Su quali basi fondare la fiducia nel prossimo, e quando è legittimo concederla, pretenderla o negarla? Quali effetti produce una narrazione quando si confonde, o viene fatta passare, per verità? O, viceversa, quando vengono presentati come fake news eventi palesemente documentati?»

«La tesi cardine di questo libro», precisa Simonetti, «è che The Confidence-Man costituisca il perno della produzione melvilliana – cerniera tra due fasi della sua carriera e autentico centro gravitazionale del suo percorso artistico e intellettuale». L’arte della fiducia non offre dunque solo un’interpretazione dettagliata di The Confidence-Man, ma si avventura con successo in una ricognizione dell’intero corpus melvilliano, dai primi schizzi giovanili sino alle ultime poesie. Senza per questo negare che altre ricostruzioni della produzione melvilliana siano possibili, L’Arte della fiducia risulta convincente nella sua lettura di The Confidence-Man come «crocevia da cui si diramano i percorsi della narrativa melvilliana» e, soprattutto, nella sua insistenza sull’attualità dei temi che il romanzo esplora, e che spaziano dall’etica capitalista allo sfruttamento della natura, dal discorso religioso alla violenza insita in una società che ha costruito le sue fortune sulla base di un colonialismo sanguinario.

Come molte critiche radicali dell’esistente, che non pretendono di avanzare soluzioni sul piano pratico, la satira è segnata da un profondo e onnipervasivo scetticismo, riconducibile, a giudizio di Simonetti, alla lettura da parte di Melville non solo di autori come Montaigne ma in particolare all’attenta frequentazione delle opere di Pierre Bayle (e in particolare del suo Dizionario storico-critico, del 1697). «Bayle offre a Melville un modello alternativo tanto al dogmatismo quanto al nichilismo: una via narrativa, obliqua e refrattaria a ogni conclusione definitiva» che per Simonetti si configura come un atteggiamento vigile e critico nei confronti di qualsiasi assoluto.

Quest’ultimo punto merita di essere sottolineato perché conduce a un’ulteriore, anche se da Simonetti solo parzialmente percorsa, via interpretativa, in grado di aprire una nuova prospettiva sul rapporto tra Herman Melville e il filosofo e saggista Ralph Waldo Emerson, dal primo ammirato e al tempo stesso dileggiato.  Per decenni la critica si è concentrata sugli attacchi che il romanzo muove alla visione trascendentalista di Emerson e Thoreau, denunciandola in termini sprezzanti come non solo ingenuamente ottimista, ma anche come gelidamente cinica. Melville ha colto senza dubbio alcuni dei più perniciosi usi ideologici che il capitalismo americano ha fatto della filosofia di Emerson, ma si deve al tempo stesso osservare che tutta la fase più tarda del suo pensiero è profondamente influenzata dallo scetticismo di quello stesso Montaigne cui anche Melville attinge a piene mani in The Confidence-Man.

Non è facile rintracciare nella mascherata melvilliana segnali, seppur flebili, di speranza. A mano a mano che le pagine scorrono, il riso si fa sempre più amaro e, nelle pagine finali lo stesso testo biblico è impietosamente coinvolto nell’infinito gioco di specchi e narrazioni fittizie di un universo postmoderno ante litteram, connotato però non dalle scintillanti immagini della società dei consumi bensì dall’oscurità di una notte senza fine. Ma se «l’ultima beffa dell’Uomo della fiducia è aver prefigurato, nella parodia della fine da lui orchestrata, l’era della post-verità», per Simonetti qualcosa d’importante sopravvive, perché «se è vero che l’arte getta la verità nella confusione, non lo fa per renderla opaca né per compiacersi di un gioco intertestuale, ma per restituircela più preziosa, una volta riconquistata attraverso la fiction».


mercoledì 23 ottobre 2024

Chiamatemi Ismaele




Moby Dick

Il romanzo ha per autore Herman Melville e fu pubblicato per la prima volta nel 1851. Narra le avventure marinare del capitano Ishmael Achab, assetato di vendetta nei confronti di quella candida balena, un odio così feroce che "se il suo petto fosse stato un cannone, egli, gli avrebbe sparato contro il suo cuore". È stato tradotto in italiano per la prima volta dallo scrittore Cesare Pavese nel 1932, che nella prefazione del libro Racconti di mare e di costa di Joseph Conrad definisce il mare descritto da Melville "titanico e biblico" All'epoca della sua prima pubblicazione, il libro non incontrò un'accoglienza favorevole, ma è oggi unanimemente riconosciuto come uno dei capolavori della narrativa statunitense.

Nell'ormai celebre incipit viene presentato il narratore Ishmael o Ismaele: è attraverso i suoi occhi e le sue parole che viene descritta l'intera impresa. Un narratore onnisciente che si presenta con la nota frase "Chiamatemi Ismaele", il nome che nel libro della Genesi appartiene a uno dei figli di Abramo. Moby Dick racchiude dunque in sé caratteristiche di un'autobiografia spirituale, di un saggio sulla caccia alle balene, di una potente allegoria sugli archetipi del bene e del male ma anche di un vero e proprio poema epico.
 
http://www.ilsussidiario.net/News/Cultura/2012/10/18/HERMAN-MELVILLE-L-esperta-Moby-Dick-capolavoro-tra-simbolo-e-realta/330403/ 

H. Melville, Moby Dick, 1851
Call me Ishmael. Some years ago- never mind how long precisely- having little or no money in my purse, and nothing particular to interest me on shore, I thought I would sail about a little and see the watery part of the world. It is a way I have of driving off the spleen and regulating the circulation. Whenever I find myself growing grim about the mouth; whenever it is a damp, drizzly November in my soul; whenever I find myself involuntarily pausing before coffin warehouses, and bringing up the rear of every funeral I meet; and especially whenever my hypos get such an upper hand of me, that it requires a strong moral principle to prevent me from deliberately stepping into the street, and methodically knocking people’s hats off- then, I account it high time to get to sea as soon as I can.

H. Melville, Moby Dick, Adelphi, 1994, 588 pgg. (trad. Cesare Pavese)
Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto.

 

Matthias StomSara presenta Agar a Abramo, 1632


"Chiamatemi Ismaele", l'incipit di Moby Dick è rimasto famoso. Perché Ismaele? E perché "chiamatemi" e non "mi chiamo"? Melville è americano e chiaramente cita la Bibbia. Ismaele è il primogenito di Abramo, il figlio avuto dalla schiava Agar, prima accettato e poi respinto per volontà della moglie Sara. «Call me Ishmael: chiamatemi Ismaele, non già mi chiamo Ismaele. Non ha importanza il nome del protagonista narratore, ma
 ciòche egli simboleggia. 
Ismaele è l’uomo che si sa dotato di una superiorità non riconosciuta dal mondo: il primogenito di Abramo è un bastardo cacciato nel deserto, fra altri reietti; là impara  a sopravvivere a questa morte, in perfetta solitudine, indurito contro le avversità» (Elémire Zolla).

Achab non dice "mi chiamo Ismaele", perché non è quello, evidentemente, il nome che porta dalla nascita. Quello è il nome con il quale vuole identificarsi, vuole essere conosciuto dagli altri nel mondo, vuole affrontare l'avventura della sua vita. Il bastardo respinto nel deserto con sua madre non ha una patria, non ha neppure una dimora fissa. "Chiamatemi Ismaele" vuol dire pure chiamatemi esule, vagabondo. Nella società attuale non sono pochi gli individui che potrebbero dire altrettanto: "io sono quello che sono diventato per mia scelta, quella persona, quella maschera sociale con la quale ho poi deciso di affrontare la vita". È il tema dell'individuazione nella psicologia di Jung. 

Un uomo libero
"L'individuazione, il divenire sé, non è soltanto un problema spirituale: è il problema della vita in generale" (C.G. Jung)
"Ognuno nella vita può riuscire a costruirsi un suo centro, una sua filosofia, a elaborare insomma la propria verità; una verità che esprima tutta una esperienza di vita e perciò si giustifica nella fedeltà a se stessi e non agli altri. ... il miracolo della crescita consiste proprio nel diventare padri e madri di se stessi ... Tutto questo esige però un prezzo: le persone autonome sono infatti le più perseguitate, poiché un uomo libero non si può controllare". (Aldo Carotenuto)



Appelez-moi Ismaël

Charles Olson

Traduction Thierry Gillyboeuf

Préface de Thierry Gillyboeuf

 Appelez-moi Ismaël, premier livre publié par Charles Olson en 1947, est également une œuvre maîtresse des études melvilliennes, dont Olson fut l’un des pionniers. Il s’intéressa à l’auteur de Moby Dick alors même que, plus de trente ans après sa mort dans l’oubli général, on commençait seulement à redé­couvrir son œuvre. Olson a été l’un des premiers à comprendre l’importance de Shakespeare et de la Bible dans Moby Dick, transfigurant l’histoire d’une pêche à la baleine en un mythe universel au souffle épique et tragique. Il réussit le tour de force d’embrasser la démesure du souffle melvillien pour proposer une lecture originale de l’un des plus grands livres de la littérature universelle qui fascine par une extraordinaire érudition.

En rencontrant la petite-fille de l’écrivain et en accédant ainsi à certains docu­ments inédits, dont le propre exemplaire de Melville des œuvres de Shakespeare, annoté copieusement de sa main, Olson écrit un essai captivant, exaltant, entraînant le lecteur par une trame originale.

https://machiave.blogspot.com/2025/05/suona-ragazzo-suona-herman-melville.html


giovedì 5 ottobre 2017

Il mare, acqua e meditazione




Valentina Pigmei, La parola sospesa tra il dire e il mare, Minima & Moralia, 3 ottobre 2017. Questo pezzo è apparso su Pagina 99.

Quando lessi per la prima volta il celebre primo capitolo di “Moby Dick”, quello sulla potenza del mare e dell’acqua, pensai che fosse intrigante ma un po’ esagerato. Troppo americano. Troppo retorico. “Perché quasi ogni ragazzo sano e robusto, che abbia dentro in se uno spirito sano e robusto”, si chiedeva Melville, “prima o poi ammattisce dalla voglia di mettersi in mare? Perché al tempo del vostro primo viaggio come passeggero, avete sentito in voi un tal brivido mistico, non appena vi hanno detto che la nave e voi stesso eravate fuori vista da terra?”. Innegabile che Melville sia un grande scrittore, eppure la sua mistica del mare mi suonò pomposa. “Acqua e meditazione sono sposate per sempre”, declamava Melville sempre in quel celebre primo capitolo.
Anni dopo, durante una traversata oceanica – per la quale non avevo alcuna preparazione né psicologica né nautica né avevo mai praticato la meditazione – la faccenda mi fu chiara: era quell’assenza di tempo, o meglio quel tempo svuotato da pensieri ossessivi, quella incredibile, benefica, riposante pulizia mentale. Quello stato di benessere, a cui in fondo noi tutti aspiriamo quotidianamente, chi facendo yoga, chi lavando i piatti, chi leggendo self help. Non era poi così misticheggiante Melville; e in ogni caso molto meglio della lirica disperazione di John Masefield, il poeta inglese e ex capitano di Marina che scrisse “Sea fever”: “Devo tornare sul mare, alla vita / di zingaro vagabondo; alla via/ delle balene e degli uccelli marini,/ dove il vento è una lama tagliente”.
Di ritorno dalla mia traversata, per spiegare ai “normali terrestri” la qualità della concentrazione che si ha in mezzo al mare, dicevo che se avessi voluto in quei giorni avrei potuto imparare il giapponese. Non è facile da far comprendere a chi non ha vissuto il mare aperto, anche soltanto un “primo viaggio come passeggero“. Fiumi di inchiostro sono stati scritti nel frattempo sugli effetti benefici dal mare. Conferenze, studi universitari, ricerche scientifiche. Il mare fa bene. “Il mare può ripulire da ogni male”, diceva Ifigenia, riferendosi al fratello Oreste dopo dall’assassinio di sua madre, lei davvero un po’ iperbolica.
Ne “La traversata” (Bompiani) di Andrew Miller, una donna silenziosa e anaffettiva, dopo il peggiore dei lutti, si mette in mare, da sola e attraversa l’oceano Atlantico, in un “viaggio nella ferita” a dir poco estremo. Se la navigazione in solitario è “uno stato d’animo”, come scrive Miller, e di certo non è per tutti, lo stato mentale “blue mind” è raccontato da in egual misura surfisti, velisti, pescatori, nuotatori in mare aperto: il mare è una medicina potente, è pura adrenalina, una droga, perfino.
Lo sostengono medici, neuro-scienziati, biologi, psicologi, cartoni animati. Nel lungometraggio d’animazione “Oceania” il mare è un autentico personaggio, muto ma determinato. Un po’ come il tappeto volante di Aladdin è compagno fidato della protagonista, è trasparente e dispettoso o salvifico. I creatori del film (gli stessi de “La Sirenetta”, che tra l’altro nella versione di Andersen è una delle storie di mare più seminali e struggenti di sempre) sono andati nel Pacifico e hanno studiato costumi e leggende locali, forse semplificandole un po’, ma il risultato è eccellente. Nella versione originale il cartone s’intitola “Moana”, come il nome della protagonista (in quella italiana si chiama meno rischiosamente Vaiana), che significa “nel blu più profondo”: secondo la cosmologia polinesiana infatti “moana” è l’ottavo e ultimo strato dell’oceano. In buona sostanza, per costruire una storia moderna sul mito dell’Oceano, gli americani sono andati proprio alla ricerca di quelle culture antichissime – polinesiana e maori – dove il culto del mare è un fatto assodato. E dai quali, sembrano dirci, quelli della Disney un po’ disneyamente, dovremmo imparare anche noi occidentali.
A La Paz in Bolivia si festeggia ogni anno il Día del Mar, il 23 marzo. Ma il mare non c’è. O meglio non c’è più, da quando nel 1979 durante la Guerra del Pacifico i boliviani persero la loro costa in guerra contro il Cile. La ferita nella Nazione è talmente grossa che di recente è stata fatto un appello alla Corte Costituzionale dell’Aia per riavere l’accesso al mare, che nondimeno portava enormi vantaggi economici. La Bolivia ha ancora una marina militare che si tira i pollici sul Lago Titicaca. Ogni anni “bambini e soldati vanno in parata per le strade della capitale, perché solo ciò che è perduto ci appartiene in eterno, e forse neanche quello”, scrive Morten A. Stroksnes ne “Il libro del mare” (Iperborea). “Il mare se la cava bene senza di noi, siamo noi che senza di lui non ce la caviamo”, continua.
Nel libro di Ströksnes, che tiene in sé il simbolismo tipico della letteratura di mare, non c’è la balena bianca o il pescespada di Hemingway, ma lo squalo della Groenlandia, un essere ancestrale, l’animale più longevo del pianeta. Storia vera: due amici – uno dei quali è l’autore stesso – che vanno a pescare il pesce impossibile, ma si capisce che sono tutte scuse per raccontare gli abissi ancora inesplorati dall’uomo, l’ossessione per la preda, l’ansia dei marinai di tornare in mare (“I marinai a terra fanno pensare a ospiti irrequieti”) e ancora una volta il desiderio lacerante di tornare in mare.
Ströksnes ci spiega il mare in modo moderno, sottolineando anche l’emergenza ambientale che lo circonda, ma “senza piagnucolare su quanto è cattivo l’essere umano”, come ha scritto Fredrik Sjöberg. Per lo scrittore norvegese rimane il fatto che il mare è sostanzialmente crudele e indifferente (quella “sua insondabile crudeltà”, per dirla con Conrad): “Il mare nero, profondo e salato ci rotola incontro, freddo e indifferente, privo di qualsiasi empatia. Non di proposito, è solo se stesso. È ciò che fa ogni giorno, anche senza di noi, non si preoccupa delle nostre speranze, né delle nostre paure – e non gli importa niente delle nostre descrizioni. L’oscura pesantezza dell’oceano è una forza superiore. Molti si sono ritrovati in questa situazione, da quando alcuni nostri temerari antenati misero in acqua un tronco scavato, partirono pagaiando sulle onde sonnecchianti e arrivarono lontano, troppo lontano, dove le correnti erano più forti delle braccia e della pagaia. O forse, come noi, furono sorpresi da una burrasca. Dovettero provare tutti la stessa sensazione, lo stesso brivido freddo, quando capirono che il mare non ha sentimenti né memoria”.
Anche per Andrew Miller il mare è solo “la curva del mondo”. O forse addirittura, azzarda lo scrittore britannico, il mare ci fa così bene, ci riposa la mente e cura il cuore, proprio per la sua mancanza di senso: “Quando chiude gli occhi vede solo il mare, il suo moto incessante, né duro né calmo, né contrario né propizio, una visione libera da qualsiasi cosa che somigli a un senso”.
C’è anche chi come David Foster Wallace ne ha terrore e lo considera “come un nada primordiale, senza fondo – abissi popolati da esseri con denti affilati che risalgono verso di te alla velocità di una piuma che cade”. Per Wallace l’oceano è “salato come l’inferno e non è altro che “una gigantesca macchina di decomposizione”. Allora forse stiamo bene al mare, lo cerchiamo, ne facciamo un luogo del desiderio, cerchiamo il suo abbraccio nuotandoci dentro, proprio perché lui non ci chiede nulla in cambio, come un amante senza richieste. “Chi o cosa l’ha mai abbracciata come fa il mare?”, scrive ancora Miller.
Nuotare nel mare, come fa la protagonista de “La traversata”, ti connette con la tua mortalità. “Ti ricorda che potresti morire”, come mi ha raccontato una volta Philip Hoare, il più grande cantore contemporaneo del mare, a proposito delle sue folli nuotate al buio. Del resto “il mare è l’origine”, come scrive oggi Ströksnes, senza suonare niente affatto pomposo.

https://palomarblog.wordpress.com/2016/03/03/umberto-saba-ulisse/