martedì 12 maggio 2015

Ernesto De Martino antropologo

Adriano Favole
Il tarantismo ai margini della magia
Corriere della Sera, 10 maggio 2015














Nel settembre del 1959 Amalia Signorelli consegnò a Ernesto de Martino la sua Appendice a La terra del rimorso. La giovanissima antropologa aveva partecipato a una delle più note missioni etnografiche italiane, quella che avrebbe documentato, attraverso interviste, immagini e registrazioni sonore, il fenomeno del tarantismo. Vittime di crisi esistenziali dovute alla precarietà delle condizioni di vita, i contadini pugliesi cercavano un riscatto attraverso un lungo e complesso rito: «posseduti» dalla taranta (un ragno velenoso il cui morso era ritenuto causa della crisi psicosomatica), essi danzavano accompagnati da gruppi di suonatori. La musica e la danza svolgevano un ruolo catartico, «liberandoli» progressivamente dalle «bestie» che erano in loro. Alla taranta rituale si è poi richiamato negli anni Novanta Eugenio Bennato per fondare il movimento Taranta Power, che ha recuperato in chiave creativa, con grande successo, i ritmi della tradizione.
Dopo aver consegnato il suo contributo a de Martino, Signorelli lo informò che presto si sarebbe sposata andando a vivere a Cosenza. Il severo professore si limitò a dirle freddamente: «Lei è matta!». «Rimasi senza parole, furibonda; e feci ricorso a tutto il mio ideologico moralismo, per convincermi che anche lui era uno di quegli intellettuali che volevano riscattare il Sud d’Italia, però se ne stavano comodamente a Roma».
L’episodio apre il libro di Amalia Signorelli Ernesto de Martino (L’Asino d’oro) che esce a cinquant’anni dalla sua morte. L’incipit in realtà è un trompe l’oeil: il libro non è né una collezione di aneddoti né una presa di distanza dall’autore de Il mondo magico. Dopo aver partecipato alla spedizione nel Salento (1958-59), Signorelli prenderà altre strade di vita e accademiche e tuttavia le lezioni di de Martino segneranno profondamente l’ethos della sua ricerca.
L’obiettivo del volume è fornire una presentazione a tutto tondo del pensiero demartiniano. Non attraverso una rassegna sintetica dei suoi contributi allo studio dei contadini lucani, della morte e del pianto rituale, ma illustrandone il metodo e un’architettura teorica troppo spesso utilizzata in maniera frammentaria e settoriale.
Autore originale e «indisciplinato», incline a percorrere territori di confine, de Martino è stato oggetto di un rinnovato interesse a partire dagli anni Ottanta. È del 1995 il convegno Ernesto de Martino nella cultura europea e sono ancora più recenti le traduzioni dei suoi lavori in francese, inglese e spagnolo.
Il paradosso di de Martino, scrive Signorelli, è che è uno dei pochi antropologi ad aver raggiunto una fama internazionale e un buon grado di popolarità, eppure non è molto studiato, letto e apprezzato da una parte consistente dell’antropologia italiana. Se è vero che non sono mancate al pensiero di de Martino accuse di essere rimasto imbrigliato nelle categorie della «ragione occidentale», limitandosi a mostrare per contrasto la marginalità forzata del mondo magico e atavico dei contadini che «sono nella storia senza sapere di starci», l’affermazione di Signorelli appare eccessiva. Nei lavori degli antropologi italiani la presenza di de Martino è diffusa, anche se — qui concordo con l’autrice — rari sono i libri che tentano una sintesi ampia del suo pensiero.
Secondo Signorelli, l’etnocentrismo critico di de Martino e lo «scandalo dell’incontro etnografico» risultano in assonanza con la sensibilità antropologica contemporanea. Caduta l’idea naturalistica di un’antropologia «scientifica» e classificatoria, l’idea demartiniana secondo cui il «campo» consiste nel mettere in gioco le proprie categorie culturali, cogliendone la parzialità, rimane una lezione fondamentale. Sul piano teorico, nozioni come «angoscia territoriale», «appaesamento», «crisi della presenza» appaiono utili ad affrontare le migrazioni del nostro tempo. In un clima post postmoderno, caratterizzato da un rinnovato bisogno se non di certezze, almeno di conforti teorici, l’antropologia demartiniana, orientata da valori e «impegnata» sul fronte politico, sembrerebbe una eredità ancora in gran parte da valorizzare.