sabato 16 maggio 2015

Dio ci salvi da Zag


Guido Vitiello
Liberi servi
La paura di leggere Il Grande Inquisitore di Zagrebelsky e la voglia di fare come Kirillov: pum!
Il Foglio, 15 maggio 2015






Un giorno sulla Prospettiva Nevskij, per caso vi incontrai Gustavo Zagrebelsky (d’accordo, pagherò le royalty a Battiato, ma la tentazione era troppo forte). E insomma, il professore dalla voce chioccia e dalle antiche origini pietroburghesi ha scritto un libro su Dostoevskij, “Liberi servi. Il Grande Inquisitore e l’enigma del potere” (Einaudi). Confesso, ho paura di leggerlo. Lo adocchio da giorni in libreria, ci giro intorno, lo soppeso, lo sfoglio, quel piccolo inquisitore del commesso non mi leva gli occhi di dosso perché devo aver l’aria di un taccheggiatore, ma alla fine lo lascio lì.
Ho paura perché sono un tipo irascibile, e avvampare senza necessità non fa bene all’anima, lo insegna Zagrebelsky proprio in questo libro: solo “quando la calma tra dentro e fuori dell’essere entra in noi” possiamo avere “speranza di ‘salvazione’”. E quindi devo stare attento, perché la mia calma ha già rischiato brutto leggendo la recensione di Vito Mancuso. Quando una firma di Repubblica parla su Repubblica del libro di un’altra firma di Repubblica è sempre una specie di potlatch amerindio, uno scambio rituale di elogi iperbolici che lascia ammutolito l’etnologo. Stavolta, per dirne una, il libro è accostato alle “Variazioni Goldberg” e il suo autore è collocato tra Berdjaev e Mann. Ho paura anche perché quando uno come Dostoevskij finisce nelle mani dei liberi e giusti, gente che ha l’orizzonte morale di un parroco di campagna senza neppure il conforto della fede, ne possono venir fuori cose grottesche. Qualche anno fa toccò a Gherardo Colombo cimentarsi con quelle terribili pagine dei Karamazov, in un volumetto Salani intitolato appunto “Il Grande Inquisitore”, e il risultato furono trenta pagine su questo tono (fate un respiro profondo): “Nel mondo della globalizzazione, nel quale i confini hanno sempre minor importanza, dove lo Stato non è più l’esclusivo detentore del potere e i cittadini sembrano essere progressivamente trasformati in semplici consumatori, il Grande Inquisitore si nasconde dietro il concetto impersonale di mercato, e attraverso la pubblicità influenza non solo gli acquisti ma anche gli stili di vita. Stabilisce cosa è ‘in’ e cosa è ‘out’”. A metà lettura volevo piantarmi una pallottola in testa, come Kirillov. Chissà com’è andata, forse sotto la copertina dei Karamazov gli avevano rifilato “I love shopping” della Kinsella: fatto sta che ho paura per la mia salvazione.
Ho paura perché anche se Zagrebelsky è ben più raffinato di Colombo – per dire, è uno che ammalia Silvia Truzzi del Fatto quotidiano offrendole il tè al gelsomino in una terrazza fiorita, e altre delizie da aristocrazia zarista – è pure lui nel pool anime pulite, e questi qui sappiamo come sono fatti, anche se leggono Kafka o Céline l’ora di educazione civica è dietro l’angolo. Dal Grande Inquisitore Zagrebelsky trae lezioni come questa, che sarebbe parsa un po’ démodée anche in un libro Rusconi del 1971: “La tecnologia e il laboratorio, alimentati dalla finanza, saranno forse la fucina dell’essere umano liberato dalla libertà e programmato per essere docile o aggressivo a seconda delle circostanze. I dodicimila per ogni generazione (cioè gli assistenti dell’Inquisitore) saranno forse questi diafani tecnici in camice bianco che maneggiano provette e denaro”. Ma professore, almeno suoniamoli come si deve i vecchi cari “standards” dell’umanista di provincia che coltiva fantasie cospiratorie sulla stanza dei bottoni! I diafanoidi del laboratorio sono in camice bianco, va bene, ma i banchieri hanno da essere “grigi”, e gli speculatori finanziari al limite “inamidati”. C’è da sperare che, passando dalle provette al denaro e viceversa, i druidi del brave new world di Zagrebelsky si lavino almeno le mani. Le mani pulite sono importanti. Io però ho paura, non lo leggo: ne va della mia salvazione.

Nessun commento:

Posta un commento