martedì 28 aprile 2015

Ulisse, l'erranza e il ritorno

Ulisse è narratore supremo di se stesso, forse il primo autobiografo e romanziere dell’Occidente. È dal suo stesso racconto nei Libri IX-XII che l’Odissea prende forma, significativamente subito dopo che Ulisse ha pianto dinanzi all’evocazione della guerra di Troia fatta dall’aedo Demodoco e che ha finalmente dichiarato la propria identità al re dei Feaci, Alcinoo (Aristotele definiva questa, con intuito geniale, una scena di riconoscimento «attraverso la memoria»). Le avventure che Ulisse narra alla corte di Alcinoo (Ciconi, Ciclopi, Eolo, Lestrigoni, Lotofagi, Circe, Ade, Sirene, Scilla e Cariddi, isola del Sole, Calipso) divengono cosi tappe non solo di un viaggio nel mondo del fantastico, ma anche di un percorso attraverso il ricordo verso l’autocoscienza.
Discutere in dettaglio di ciascuna di queste avventure sarebbe fuori luogo nel presente contesto. Occorrerà invece sottolineare l’inesauribile fascino che esse esercitano sui primi ascoltatori, i Feaci stessi che, in silenzio, sono disposti a seguire il racconto per tutta la notte, nonché attraverso i secoli sino ai nostri giorni; e il loro carattere immediatamente esemplare, il quale darà luogo ben presto alle interpretazioni allegoriche e morali. Che l’incontro con i Mangiatori di Loto rappresenti la tentazione suprema dell’oblio è osservazione tanto ovvia a una prima lettura quanto tuttora pertinente. Che la sosta presso Circe, trasformatrice di uomini in animali, illustri l’abbandono alla carne o l’unione a quella sapienza che è diversa dalla mera intelligenza, sembra altrettanto evidente (il metro DI del Libro IV della Consolazione della Filosofia di Boezio, dedicato a questo episodio e più volte ripreso nel Medioevo, viene spesso miniato con Ulisse in figura di pellegrino). Il confronto con Polifemo può essere letto come lo scontro con l’altro da sé, l’inumano, il mostro (l’orco delle fiabe), il selvaggio, il primitivo, il cannibale. Le Sirene saranno la seduzione del canto, della morte, della conoscenza, della bellezza carnale (e Ulisse legato all’albero della nave quando questa passa davanti alle Sirene verrà interpretato in ambito cristiano come figura Christi, cioè come prefigurazione di Cristo inchiodato alla croce). Il lungo soggiorno presso Calipso, il rifiuto dell’immortalità, potranno essere presi per incrollabile fedeltà al proprio essere uomo, per rigetto della divinità, ma anche come anelito di Ulisse non verso la terra natale, ma verso la Patria celeste.
La visita all’Ade – l’incontro con la madre, con Achille, Agamennone, Aiace, gli eroi e le eroine del mito – è collocata significativamente al centro di tale trama: perché costituisce l’esperienza suprema di ciò che non è più, del mondo della morte dal quale l’eroe è toccato sin nel profondo delle sue radici esistenziali (la madre), della propria giovinezza (i compagni di Troia), del passato tutto della sua razza; nel quale egli deve sprofondare per poterne emergere vivo e cosciente. Non sarà un caso, del resto, se proprio nell’altro mondo Platone presenterà Ulisse al termine della Repubblica, nell’ambito del mito di Er: dove l’eroe dovrà scegliere una figura per la sua prossima reincarnazione e finirà, felice, per contentarsi di quella di un uomo privato e insignificante, lontano dai furori eroici e dalle erranze infinite dell’Ulisse omerico, preannunciando quindi l’«ognuno», l’uomo comune che rappresenterà nell’Ulisse di Joyce.
La discesa all’Ade costituisce una tappa fondamentale per l’intera Odissea e per tutto il futuro mitico di Ulisse. È infatti nel mondo dei morti che l’eroe incontra, come gli ha consigliato Circe, l’indovino tebano Tiresia, dal quale apprende come prepararsi per, e compiere il ritorno verso Itaca. Tiresia, tuttavia, va ben oltre tali istruzioni e pronuncia una profezia che riguarda gli eventi della vita di Ulisse dopo la riconquista del proprio regno: profezia tanto importante che Ulisse la ripeterà parola per parola a Penelope nel momento cruciale in cui, dopo ben venti anni di separazione, marito e moglie si dirigono finalmente al ritrovato letto coniugale radicato nell’ulivo. Essa prevede per l’eroe una «prova senza misura, lunga e difficile»: un ultimo viaggio con un remo sulle spalle, verso un paese i cui abitanti non conoscono i remi, il mare, il cibo condito col sale, e dove un «altro viandante» scambierà il suo remo per una pala da grano. Quando questo accadrà, Ulisse dovrà compiere sacrifici appropriati per placare definitivamente l’ira di Poseidone; quindi, la morte gli verrà ex halos «così serenamente da coglierlo consunto da splendente vecchiezza».
L’ambiguità di questa parte della profezia di Tiresia ha dato luogo, sia nell’esegesi che nella narrativa, a una serie di interpretazioni divergenti, potendosi l’ex halos leggere allo stesso tempo come «da entro il mare» o «fuori, lontano dal mare», e la collocazione del paese che non conosce il mare allargando progressivamente l’orizzonte dei viaggi di Ulisse. Dalla Telegonia di Eugamnon a Ditti Cretese, a Servio ed altri sino ad Eustazio nel XII secolo della nostra era, Ulisse muore, così, tante e diverse morti ex halos (anche per mano del figlio avuto da Circe, Telegono). Contemporaneamente, i suoi vagabondaggi si estendono sempre di più: c’è chi, come Teopompo, gli fa visitare l’Etruria; altri, come Dionigi di Alicamasso, lo vuole fondatore di Roma assieme ad Enea; Solino sostiene che abbia stabilito Lisbona (Ulixabona); per Tacito, Ulisse ha navigato l’Atlantico e dato i natali ad Asberg, in Germania; Strabone ne colloca i viaggi oltre le Colonne d’Ercole; Seneca, dando per scontato che la domanda sia una di quelle la cui risposta non ha poi tanta importanza, chiede se Ulisse si sia spinto «al di là del mondo a noi conosciuto»; tra le questioni affrontate da Aulo Gellio nelle Notti attiche, c’è anche quella se l’errare di Ulisse abbia avuto per teatro, come sostiene Aristarco, il «mare interno», o, come vuole Cratete, quello «esterno».
Le due mete estreme dell’erranza di Ulisse sono forse simbolicamente rappresentate da Licofrone e da Tibullo: il primo dichiara infatti nell’Alexandra che, «dopo aver sperimentato tante pene, Ulisse ritornerà nell’Ade (da cui non si dà ritorno) senza mai aver visto un solo giorno tranquillo in tutta la sua vita» (telos ultimo è dunque la morte, prefigurata dal primo viaggio di Ulisse nell’aldilà e dal suo costante muoversi verso l’occidente, il tramonto del sole e l’oscurità); il secondo apre invece il futuro di Ulisse alla speranza e alla scoperta geografica, scrivendo nel Panegiricum Messallae che «la leggenda potrebbe aver collocato i suoi viaggi in un novus orbisi, un altro, nuovo mondo.
La profezia di Tiresia e le interpretazioni che ne conseguono gettano un’ombra lunga ed ampia su tutto il futuro di Ulisse: da un lato, sul piano esistenziale, egli si dirigerà, oltrepassando i limiti ontologici delle Colonne, verso il destino di ognuno di noi; trasgressore dell’essere, andrà tragicamente incontro al non-essere; sul piano figurale e storico, al momento opportuno Ulisse farà invece vela, con i navigatori moderni, verso il Nuovo Mondo. Verremo a queste vicende fra poco.
L’Ulisse dell’Odissea, dopo l’incantato, fuggente incontro con Nausicaa, torna tuttavia a casa, trasportato nel sonno dalla veloce nave dei Feaci piena di doni ricchissimi. Non riconosce la propria terra, il cui nome deve essergli dichiarato da Atena travestita da pastorello, e viene trasformato in mendicante vecchio e cencioso al fine di non essere immediatamente riconosciuto ed eliminato dai pretendenti di Penelope, i Proci. Anche qui, dunque, Ulisse parte dalla consistenza del Nessuno per giungere infine alla riconquista del regno. Tutta la seconda parte dell’Odissea abbandona il mondo del fantastico e dell’irreale per concentrarsi invece sul domestico, il quotidiano, il familiare. L’essenza di Ulisse si manifesta nella pazienza e nell’astuzia, la sua identità si costruisce e decostruisce nelle tante false identità con le quali egli si presenta ai propri interlocutori (eccolo quindi uno e molti assieme), la sua storia diviene una serie di non-riconoscimenti, rivelazioni, agnizioni tra le più intense della letteratura occidentale: il cane Argo, la vecchia nutrice Euriclea, il figlio Telemaco, infine Penelope e il padre Laerte. Se, nella prima parte del poema, un Ulisse ignoto conosceva persone e luoghi strani e affascinanti, ora un Ulisse ignoto viene progressivamente riconosciuto in casa sua. Il ritorno si compie come una riacquisizione non solo del possesso, ma anche e soprattutto dell’essere posseduto, e della continuità con il passato nonostante l’abisso di venti anni: tra Ulisse e Argo c’è un legame che solo la morte del secondo può sciogliere, ma Ulisse piange vedendolo e ricordandone l’antica prestanza; quando Euriclea lava la cicatrice sulla coscia di Ulisse, quel che tocca – come la digressione nel mezzo dell’episodio chiarisce – è l’origine stessa dell’eroe, del suo nome (da odyssomai, ‘odio’), la sua infanzia (Euriclea è quanto di più vicino a una madre ancora in vita); nel rivelarsi a Telemaco, Ulisse si mostra non solo padre, ma quasi Padre divino; il riconoscimento con Laerte fa risorgere quest’ultimo dalla desolata vecchiaia, dalla morte imminente; la lunghissima scena con Penelope è, letteralmente, un ritorno alle radici, a quell’ulivo piantato nel terreno, dal quale Ulisse stesso ha costruito il letto nuziale – un ritorno nel quale l’identità di marito e moglie si fondono, Penelope venendo paragonata, nel momento culminante, a un naufrago incrostato di salsedine che tocca finalmente terra. E se Ulisse dimostra, nella vendetta contro i Proci e le ancelle infedeli, una violenza tremenda, che sembra farlo tornare al furore della guerra troiana, tale scena è poi seguita dal ricongiungimento con il padre e dalla pace imposta da Atena alle due fazioni itacesi.
Per tutto questo, l’intera Odissea, e soprattutto la sua parte finale, diverrà un modello di narrazione, il «ritorno» trasformandosi in archetipo nell’epica medievale, nel romanzo cortese, nella Commedia dantesca, nel Don Chisciotte, nel Faust, in Guerra e pace, nel Conte di Montecristo, nella Recherche di Proust e nell’Ulisse di Joyce.

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