domenica 5 aprile 2015

Maigret e il caso Saint-Fiacre: una lettura critica

Alessandro Bullo
http://www.thrillercafe.it/il-caso-saint-fiacre-georges-simenon/


L’affaire Saint-Fiacre è il tredicesimo romanzo della saga Maigret. Simenon lo scrisse, nel gennaio del 1932, presso la villa Les Roches Grises di Antibes e fu pubblicato il mese successivo da Fayard.


Trama

Maigret si trova a Saint-Fiacre di Matignon, la cittadina in cui è nato, dopo aver letto una nota della Polizia municipale di Moulins. Alla nota era allegata una lettera anonima, in cui si avvertiva che, durante la prima messa del giorno di Ognissanti, nella chiesa del paese sarebbe stato commesso un delitto.
Nella chiesa della sua infanzia, durante la funzione del mattino, Maigret assiste alla morte dell’anziana contessa di Saint-Fiacre. Un delitto impossibile!
Com’era possibile parlare di delitto? Non si erano uditi spari! Nessuno si era avvicinato alla contessa! Per tutta la messa Maigret non le aveva praticamente tolto gli occhi di dosso! E non una goccia di sangue, non una ferita visibile!”
Più tardi, il commissario visita il castello di Saint-Fiacre, dove suo padre era intendente e si occupava di gestire le proprietà dei conti. L’edificio è ipotecato, le sale sono prive degli arredi e dei quadri antichi, venduti per far fronte ai debiti. La contessa e suo figlio, Maurice, hanno dilapidato quasi tutto il patrimonio.
Un Maigret, particolarmente malinconico e nostalgico, faticherà a trovare la soluzione del misterioso e macchinoso delitto, fino a che, durante una cena al castello, l’inchiesta si concluderà con la scoperta dell’insospettabile colpevole.

 

Perché leggere Il caso Saint-Fiacre?


Il caso Saint-Fiacre è uno dei più fiacchi Maigret del primo periodo. Improbabile è il modo in cui Maigret viene a conoscenza del delitto imminente (la lettera anonima spedita alla polizia non ha alcun senso) così come lo è il delitto stesso, e altrettanto incredibile è il modo in cui viene scoperto l’assassino, alla fine del romanzo. Il problema è che Simenon non sa decidersi tra il giallo classico e quello psicologico e ne esce un ibrido inverosimile e privo di tensione.
La scelta della chiesa per il delitto, all’inizio, e della sala del castello per la rivelazione dell’omicida, alla fine, dicono molto sulle intenzioni dello scrittore belga. Simenon, per Il caso Saint-Fiacre, recupera, infatti, la tradizione del delitto impossibile del giallo classico, con una cerchia ristretta di persone all’interno di uno spazio chiuso; lo stesso vale per il motivo della scena finale, ricorrente nei romanzi ad enigma di Nero Wolfe, Ellery Queen e Agatha Christie:
Dai romanzi inglesi, e specialmente da quelli di Agatha Christie, Simenon sembra aver preso anche il topos di una seduta finale che riunisce tutti i personaggi del romanzo, cioè tutti i sospetti del crimine, per identificare fra di loro il colpevole… (Ulrich Schulz-Buschhaus, Georges Simenon motivi di un successo letterario, in “Il giallo degli anni trenta”, Edizioni Lint Trieste, 1988, p. 51)
La scena dei capitoli 9 e 10, ambientata in una sala in penombra rischiarata solo dalle candele, è invece un omaggio alla tradizione del romanzo gotico e di quello storico di Walter Scott (il 9 capitolo è intitolato All’insegna di Walter Scott). Simenon, infatti, in molti dei primi Maigret (1931-1934), si muove ecletticamente dal giallo tradizionale al romanzo popolare e storico. Per quanto riguarda l’ambientazione di molte scene nel castello dei Saint-Fiacre è interessante notare che:
Verso la fine del XVIII secolo in Inghilterra si forma e si stabilizza nel cosiddetto romanzo «gotico» o «nero» un nuovo territorio di compimento degli eventi romanzeschi: il castello (per la prima volta, in questo senso, nel Castello di Otranto [The Castle of Otranto] di Horace Walpole, poi nei romanzi di Radcliffe, Lewis, ecc.) …. Le tracce del tempo vi hanno, è vero, un certo carattere di museo e di antiquariato. Walter Scott seppe superare questo pericolo dell’antiquariato orientandosi principalmente sulla leggenda del castello, sul legame del castello col paesaggio storicamente inteso e interpretato … (Cfr. Michail Bachtin, Estetica e romanzo, Biblioteca Einaudi)
Simenon, a parte la scena “gotica” finale, utilizza invece il castello per mostrare la decadenza della nobile famiglia dei Saint-Fiacre, attraverso le realistiche immagini di stanze e pareti prive del mobilio.
Per il resto, Il caso Saint-Fiacre è un “noir” psicologico alla francese, dove contano i dialoghi e le atmosfere. Simenon, infatti, abbandona quasi subito l’idea iniziale del “delitto impossibile”,anche se, in questo modo, priva il lettore del piacere di scoprire come sia stata uccisa la contessa, come invece avrebbero fatto Dickson Carr e Agatha Christie. Lo nota e lo sottolinea anche Sergio Sacchi:
… mai (mi sembra) il romanzo di Simenon è veramente concepito per tirarci, col fiato sospeso, dall’enigma alla sua soluzione; anzi, alla soluzione il suo lettore tipico probabilmente non vorrebbe arrivarci mai: non si tratta di una liberazione, ma solo della fine…(Simenon, l’opera al grigio, in Il “Roman Noir”. Forme e significato antecedenti e posterità, a cura di Barbara Wojciechowska Bianco, Atti del XVIII Convegno della Società Universitaria per gli studi di Lingua e Letteratura francese, Lecce, 16-19 maggio 1991, pp. 403-404)
Ancora una volta, comunque, sono proprio le atmosfere il punto di forza di un romanzo che altrimenti avrebbe ben poco da offrire. Anche il paese di Saint-Fiacre e la vita di provincia sono ben raffigurate dallo scrittore belga. L’ambientazione è molto curata: si inizia subito con la descrizione di una notte “fonda … di primo inverno”, le foglie morte, l’acqua ghiacciata, il vento di tramontana. L’atmosfera gelida riflette la scoperta dell’omicidio della vecchia contessa e la squallida decadenza morale dell’antica e nobile famiglia.
… gli ambienti vivono di una vita propria, e in Simenon, anzi, le atmosfere sono la parte più viva del libro, quella che non si dimentica più a lettura finita …(Giuseppe Petronio, Sulle tracce del giallo, Roma, 2000, p. 108)
La stessa forza non la troviamo nei personaggi del romanzo, figure sbiadite che sembrano muoversi senza vita, oppure che compaiono in qualche pagina per poi essere dimenticate, come capita a Marie Vassiliev, l’amante del giovane conte di Saint-Fiacre. Anche i dialoghi sono poveri di invenzioni e privi della tipica tensione psicologica, che di solito gli conferisce l’arte di Simenon. Le uniche tre figure con uno spessore psicologico sono lo stesso Maigret, il conte di Saint-Fiacre e Marie Tatin, quella che, nei ricordi del commissario, è la bambina con gli occhi storti.
Marie Tatin, la locandiera del paese, è un personaggio bellissimo e “vero”, il primo incontrato da Maigret. Marie è una donna di chiesa, tanto devota quanto bigotta, e Simenon è bravissimo nel descrivere il suo turbamento, all’idea che Maigret faccia la strada con lei sino alla chiesa.
Fare la strada in compagnia di un uomo! Un uomo che veniva da Parigi, per di più! Marie si sentiva a disagio, e camminava a passi rapidi e brevi, piegata in avanti nel freddo del mattino.

Maigret nostalgico e malinconico …

Simenon ci offre, in questo romanzo, un commissario molto umano e nostalgico. Maigret si muove per il paese, mettendo a confronto i suoi idilliaci ricordi infantili e la solida e ricca dinastia dei Saint-Fiacre di un tempo con la triste e deludente immagine del presente. La contessa dal portamento aristocratico e rispettata da tutti, nel ricordo di Maigret, ora è fonte di chiacchere tra il volgo.
… non poteva sopportare che infangassero i suoi ricordi d’infanzia! Soprattutto la contessa, che gli era sempre apparsa nobile e bella come il personaggio di un libro illustrato… E la ritrovava trasformata in una vecchia matta che manteneva dei gigolo!
Da sottolineare come, in questo romanzo, Maigret, da protagonista dell’inchiesta si trasforma in spettatore. Gli avvenimenti si susseguono causticamente senza che Maigret riesca in qualche modo ad arginarli, e anche gli altri personaggi si sentono preda del disordine. «Il disordine chiama il disordine …», afferma il parroco ad un certo punto dell’indagine, parlando con Maigret. Alla fine, infatti, sarà Maurice, giovane figlio della contessa defunta, a farsi giustizia, scoprendo il vero colpevole.

Conte di Saint-Fiacre

Maurice, figlio della contessa di Saint-Fiacre, è per sua stessa ammissione un “buono a nulla”. Il giovane conte è uno smidollato, amante della bella vita, delle macchine sportive e delle donne, che ha sempre vissuto sulle spalle della madre (si noti come la storia richiami quella del famoso capolavoro Papà Goriot di Honoré de Balzac, pubblicato nel 1834). La contessa, dopo che lui se ne è andato, si è circondata di giovani furbi e meschini, intenzionati a rubarle tutto ciò che possiede, anche la sua dignità.
Probabilmente tutto il Berry sparlava della vecchia pazza che gettava al vento gli ultimi anni della sua vita con sedicenti segretari! E delle terre che erano costretti a vendere l’una dopo l’altra! E del figlio che faceva l’imbecille a Parigi!
Nei romanzi degli anni trenta, Simenon descrive spesso famiglie altoborghesi che hanno perduto il potere sociale ed economico, e anche in questo si ispira alla grande letteratura del passato.
… la struttura dei più tipici romanzi-Maigret segue un peculiare schema narrativo che rimanda ad una tradizione proveniente dal «roman réaliste» ottocentesco … uno schema cioè che insiste continuamente sul contrasto fra l’apparenza ingannevole di una facciata e la realtà che si nasconde dietro la facciata: una realtà composta di passioni oscure e soppresse che, il più delle volte, conducono alla decadenza, alla distruzione e alla scomparsa di una famiglia altoborghese.
(Ulrich Schulz-Buschhaus, Georges Simenon motivi di un successo letterario, in “Il giallo degli anni trenta”, Edizioni Lint Trieste, 1988, p. 54)
In questo caso, però, Simenon propone una variante significativa. La morte violenta della madre risveglia il conte di Saint-Fiacre, lo mette di fronte alle sue responsabilità e gli offre un’inattesa possibilità di redenzione. Maurice comprende che è stata colpa della sua fuga a Parigi, se la madre ha cercato in giovani segretariquell’affetto, che lui le aveva negato con la sua assenza. Si tratta di ciò che è stato definito da Simenon il “passaggio della linea”: un avvenimento costringe il protagonista a valicare una linea immaginaria, con il passaggio da una condizione ad un’altra [...]. Si può trattare di un incontro, di una malattia o della morte, e il futuro ne risulta stravolto.
Il mutamento di Maurice ha ancora più valore, perché egli appartiene ad una categoria, quella dei giovani ricchi, dissoluti e scapestrati, per cui Maigret/Simenon ha sempre dimostrato ben poca simpatia. I motivi di questa “variante” potrebbero essere due:
  • Simenon vuole dimostrare che l’evento che cambia l’esistenza e che provoca “il passaggio della linea”, può colpire ogni essere umano, qualsiasi classe egli appartenga. È evidente, inoltre, per quanto riguarda la figura del giovane conte, l’influenza delle letture adolescenziali di Simenon, soprattutto quelle dei romanzi di Stendhal: “Certo è che gli eroi stendhaliani, nei romanzi maggiori, si aggireranno vuoti e spenti, nelle varie circostanze della vita, finché su di loro non giunga quella chiamata impetuosa, a fuorviarli, a investirli di una carica energetica che li rende capaci di compiere gli atti più sbilanciati e temerari …” (Renato Barilli, La narrativa europea in età moderna. Da Defoe a Tolstoj, edizioni Bompiani)
  • Il ricordo nostalgico del periodo (dal 1923 al 1924) in cui aveva lavorato come segretario privato presso il castello del Marchese Raymond de Tracy, a Moulins. Un periodo felice e tranquillo. Simenon affermò: “Ho imparato molte cose in due anni, e il marchese, in fondo, mi era simpatico, anche se ogni tanto gli suscitavo un sorrisetto alla Talleyrand perché restavo pur sempre il ragazzetto provinciale di Outremeuse e il mio spirito di ribellione non si era attenuato … Ci siamo lasciati da buoni amici, lui e io, e l’ho poi rivisto parecchie volte in contesti diversi…” (Georges Simenon, Memorie intime, Edizioni Adelphi 2009, pp. 32-33; per altre notizie su questo periodo e sulla figura del marchese, cfr. Pierre Assouline, Georges Simenon. Una biografia, Edizioni Odoya 2014, pp. 74-82).
Lo stesso Maigret, comunque, si sente a disagio di fronte a questo “nuovo” Maurice, e per questo, a differenza degli altri romanzi, è solo un mero spettatore dello spettacolo finale messo in scena dal conte:
Maigret si sentiva in presenza di una forza alla quale era impossibile opporsi. Ci sono individui che, in un dato momento della loro esistenza, vivono un’ora di pienezza, un’ora durante la quale essi sono in qualche modo al di sopra del resto dell’umanità e di se stessi … Maurice de Saint-Fiacre stava vivendo quell’ora di pienezza. Avvertiva in sé una forza insospettata, e gli altri non potevano che chinare il capo.