venerdì 10 aprile 2015

Le icone femminili italiane dall'Ottocento a oggi

Ilaria Porciani recensisce Stephen Gundle, Figure del desiderio. Storia della bellezza femminile italiana,  Laterza, Roma-Bari 2007
Sissco 2007








Gundle affronta lo studio di uno stereotipo «apparentemente statico», ma soprattutto «prevalentemente maschile» (p. XXXI). Lo sguardo maschile costituisce il filo conduttore del discorso, almeno fino agli ultimi decenni, quando - secondo l'a. - la parola passa anche ad alcune giornaliste donne: una tesi tutta da verificare, ora che tanti studi hanno messo in luce la grande ricchezza della stampa femminile italiana degli ultimi due secoli aprendo altre piste di ricerca possibili e meno ovvie.
Il discorso prende le mosse dall'800 (dal quale curiosamente manca la classica icona di Overbeck della giovane Italia medievaleggiante e bruna contrapposta alla bionda Germania) con i viaggiatori del grand tour e si snoda poi, in modo più convincente, fino al secondo '900. Il libro è un po' rapsodico, costruito in larga parte come una sorta di galleria di bellezze che comprende la regina Margherita e le modelle di Sargent ma anche attrici come Lina Cavalieri - alla quale è dedicato il lungo capitolo sull'Ascesa della bellezza professionale, per giungere poi a medaglioni dettagliati su singole figure: come Loren e Lollobrigida, ma anche Ilona Staller e Moana Pozzi, Alessandra Mussolini e così via.
La parte più solida del volume appare quella dedicata ai momenti forti della costituzione di uno stereotipo di bellezza «italiana» attraverso concorsi di bellezza e soprattutto le rubriche dei giornali. Il «Corriere italiano» degli anni del fascismo ad esempio ospitava una rubrica fissa intitolata Pareri sulle belle donne in cui gli intellettuali cercavano di definirne le qualità e finivano spesso per dichiarare con il pittore Armando Spadini: «le più belle donne sono in Italia, e probabilmente nel Lazio. Sono convinto che la bellezza si accentra in Roma» (cit. a p. 145) con la palese intenzione di contrastare miti basati su una esterofilia di lungo periodo e sui nuovi modelli hollywoodiani. L'ostilità del regime contro l'uso dei cosmetici e la moda straniera, e la riproposizione della bellezza contadina si affermano di pari passo con la critica della «donna crisi», duramente stigmatizzata persino dall'Enciclopedia italiana. Mentre Calzini esalta la bellezza fascista e si impone l'orgoglio razziale, il popolare personaggio della signorina Grandi Firme, disegnata da Boccasile a partire dal 1935, suscita lo sdegno di Mussolini, il quale fa chiudere la rivista perché la giovane protagonista ha la vita troppo sottile e non risponde ai canoni del regime. Interessante appare la messa a fuoco - caratterizzata da aperture e discontinuità - dello stereotipo della bellezza femminile nell'Italia repubblicana quando nasce Miss Italia ma la pratica dei concorsi di bellezza - qui documentati da una serie di fotografie significative - si afferma anche in ambienti comunisti con le miss Vie Nuove. Di rilievo appare infine il tema delle bellezze regionali italiane, destinate ad incorporare la varietà del paese tanto poco riducibile a un unico tratto, che consente anche una serie di incursioni nella recente letteratura meridionalista à la Moe, e che probabilmente potrebbe essere ulteriormente approfondito.


Lina Cavalieri

Sargent, Ciociara
Boccasile


Moana Pozzi











La recensione di Giorgio Boatti, Come sei bella mondina, sta in La Stampa Tuttolibri, 10 dicembre 2007, rubrica Luoghi comuni, pagina II. Ne riportiamo la parte conclusiva.

Un'ulteriore connotazione di come modelli di comportamento in rapidissimo cambiamento possano essere intercettati dal successo di un nuovo volto femminile è dato dall'esplosiva sensualità con cui Silvana Mangano, nel ruolo della mondina di Riso amaro, già nel 1949 dà voce all'irruzione della modernitàe dell'inquietudine femminile in una società ancora ampiamente statica come quella italiana.
In quel film che non convince né i critici cattolici né quelli comunisti, ma che accende d'ammirazione il ventiseienne Italo Calvino che ne scrive in termini entusiastici su l'Unità, Silvana Mangano svolge un'ulteriore funzione, assegnata, nei decenni successivi, a tutte le icone della femminilità italiana.

Loro compito sarà infatti di prestarsi a essere un "corpo-paesaggio", ovvero di offrire, con i tratti della propria bellezza, lasintesi di un'Italia prevedibile e complicata al tempo stesso. Paese dove l'intenso mixage di tradizione modernità, di resistenze all'emancipazione femminile e di trasgressione, è capace di parlare attraverso i volti indimenticabili che si succedono, dalla Lollobrigida e dalla Loren sino alle bellissime di oggi.