martedì 5 gennaio 2016

L'autobiografia di Toni Negri


                                                                                Simonetta Fiori
L’ego-biografia di Negri che dimentica la Storia
Dall’infanzia agli anni Settanta, l’ex leader di Potere Operaio racconta la sua vita. Seicento pagine, nessuna autocritica

la Repubblica, 5 gennaio 2016




L’autobiografia è un genere disseminato di trappole, che in pochi riescono a disinnescare. Certo non vi riesce Toni Negri nei fluviali mémoires in cui ripercorre la sua vita dall’infanzia in un Veneto molto povero fino all’arresto il 7 aprile del 1979 per «insurrezione contro i poteri dello Stato ». (Storia di un comunista, a cura di Girolamo De Michele, Ponte alle Grazie). Una storia lunga oltre seicento pagine che può essere letta come documento del narcisismo intellettuale di una generazione, quella dei cattivi maestri che oggi si volta a guardare le macerie lasciate alle spalle rimpiangendo la rivoluzione mancata. Mancata naturalmente non per oggettive responsabilità, ma per colpa del «troppo piombo rovesciato dallo Stato assassino».
Un’occasione mancata sembra l’ego-histoire di Negri, figura che continua a esercitare fascino in alcuni ambienti intellettuali nonostante le gravi responsabilità penali, politiche e morali accumulate nella stagione del terrorismo. Il ponderoso volume poteva essere un’occasione per ripercorrere (auto)criticamente la storia italiana, anche gli errori e le dissennatezze di quegli anni. Ma tra le pieghe della meticolosa ricostruzione è difficile imbattersi in un ripensamento autentico («i compagni delle Brigate Rosse», continua a scrivere quarant’anni dopo). E rari sono gli accenti di umana solidarietà per chi quella storia oggi non può raccontarla, per le vittime del terrorismo e per le loro famiglie spezzate, anche per i giovani perduti dietro un folle velleitarismo. Così come invano si cerca un accenno alle ricadute che la lotta armata ha prodotto nel nostro paese, negli assetti politici e nella capacità di cogliere i cambiamenti in atto nel mondo. L’autore è troppo preso dal raccontare il suo «assalto al cielo» per accorgersi di tutto il resto, pur nella ripetuta deprecazione dell’omicidio, principio ribadito in vari passaggi. E il libro restituisce minuziosamente il vortice del suo progetto intellettuale e pratico, tra toni autocelebrativi e un evidente compiacimento.
I primi capitoli raccontano l’infanzia e l’adolescenza segnate da un pervasivo sentimento di morte provocato anche dalla guerra. «Ogni percezione del mondo è affogata nel lutto», scrive Negri in pagine raggelate da un dolore profondo, alimentato dalla tragedia del fratello repubblichino morto suicida. In questo contesto spicca luminosa la figura dell’Aldina, la “mutter courage” che ne favorisce la fuga da una vita di stenti. Quello che segue, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, è un percorso di tutto rispetto che lo mette in contatto con le energie migliori del paese – il cattolicesimo democratico, il movimento federalista europeo, la comunità olivettiana, la Normale di Pisa, le riviste operaiste, intellettuali della statura di Chabod, Bobbio e Garin. Un percorso di esperienze, studi e letture che lo conduce giovanissimo alla cattedra di Dottrina dello Stato – lui che lo Stato l’avrebbe voluto abbattere – e che forse rende ancora più inaccettabile l’approdo successivo al brivido del passamontagna esibito dal leader di Potere Operaio e poi di Autonomia. E anche l’accento commosso della rievocazione - «Perché un giovane che si presume intelligente, colto e più attivo che contemplativo si iscrive a Filosofia all’inizio degli anni Cinquanta? La risposta che mi do è: la ricerca della verità» - crea le premesse della biografia di un santo o di un profeta disarmato, non di un intellettuale condannato dal tribunale italiano per aver organizzato bande armate e per concorso morale a una rapina.
E nella ricostruzione degli anni Settanta colpisce che a distanza di quattro decenni il linguaggio resti inalterato - lo “Stato terrorista” e “i poliziotti assassini” – come una livida caricatura che invece di essere nascosta con vergogna viene impudicamente rivendicata. Però non manca l’inchino a Francesco Cossiga, ricordato come «uomo elegante, appassionato e critico» (una simpatia probabilmente favorita dal giudizio che Cossiga avrebbe espresso sulla sua condanna, «frutto di un «giustizialismo giacobino»).
L’autobiografia di Toni Negri è anche la storia di una vita intensa, di molti amori, di residenze confortevoli, di viaggi appassionanti, di incontri con il fior fiore dell’intellighenzia internazionale. Fu a casa di un aristocratico napoletano che imparò «l’esatta composizione delle bombe molotov ». «Una bellissima villa sulla costa sorrentina, piastrellata di Vietri e aperta a una vista straordinaria ». Perché un rivoluzionario, tiene anche a dircelo, non deve mai rinunciare a un buon stile di vita.

* IL LIBRO Storia di un comunista di Toni Negri, a cura di G. De Michele, Ponte alle Grazie, (pagg. 608 euro 18)

http://www.gadlerner.it/2016/01/05/lautobiografia-di-toni-negri-imbarazza-la-sinistra-ma-censurarla-non-ha-senso
http://www.loccidentale.it/node/97257

lunedì 4 gennaio 2016

Su Checco Zalone




Provando a spiegare il fenomeno Zalone   
Ritratto dell’uomo del momento che piace al pubblico (e ora anche alla critica) perché non pensa alla satira ma solo a far ridere
Il Foglio di oggi


«Mi chiamo come mio nonno, capostazione, sosia di Terence Hill e convinto mignottaro» (Luca Pasquale Medici, in arte Checco Zalone) [1].

Un milione di italiani ha deciso di iniziare l’anno con il nuovo film di Checco Zalone. Il primo gennaio Quo vado? ha incassato 6.852.291 di euro, oltre 930.000 spettatori. Un record assoluto, più del doppio rispetto all’ultimo capitolo di Harry Potter I doni della Morte – Parte II che deteneva il primato con 3,2 milioni nel primo giorno di programmazione [2].

A questo punto è difficile ipotizzare fino a dove potrà arrivare Quo Vado?. Marco Giusti: «Perché il film, qualche buonismo a parte e a parte l’appoggio di Mancuso e perfino di Mereghetti, è davvero buono, divertente, civile, uno spettacolo per tutti con poche parolacce (il mitico bokking), che non potrà che salire ai 50 e passa milioni. Non ha neanche rivali importanti per tutto gennaio» [2].

La trama del film in due righe: le avventure di un impiegato statale che, pur di mantenere il suo posto fisso in un ufficio che rilascia licenzia di pesca e caccia, è disposto a trasferirsi persino al Polo Nord. «Qualcuno ci leggerà una satira sull’incapacità di cambiare… qualche mio amico intellettuale (che ha smesso dopo questa affermazione di essere mio amico) ha parlato di Gattopardo… gli ho detto di stare zitto altrimenti lo denuncio, con ’sta roba non si incassa» [3].

Paolo Mereghetti: «Se passano gli anni per Luca Medici, passano anche per il suo personaggio Checco Zalone. Cado dalle nubi era del 2009 e il suo protagonista è cresciuto in consapevolezza e ambizione. Così come sono cresciuti i bersagli da colpire: ieri erano i luoghi comuni del politically correct oggi, in Quo Vado?, sono diventati i miti di una nazione che si ostina a non crescere: la cucina della mamma, la sicurezza della famiglia, la certezza del posto fisso» [4].

«Fino a dieci anni fa il posto fisso era la mia massima aspirazione, i miei genitori mi hanno inculcato da sempre il mito del posto in banca, ho fatto pure il concorso per vice-ispettore di Polizia» [5].

Giuseppe De Bellis (che ha fatto il liceo insieme a Zalone): «L’omosessualità, il terrorismo, la crisi, il lavoro. C’è qualcun altro che riesce a raccontare questi temi con leggerezza? Si può far ridere con un film sul posto fisso? Lo fa Checco. Con la stessa idea di fondo di una delle battute di Cado dalle nubi: “Vi faccio ascoltare una canzone. L’ho scritta l'altro giorno, dopo aver ascoltato un pezzo di Gianni Morandi, Uno su mille ce la fa. Mi sono chiesto: ma agli altri 999 stronzi nessuno ci deve dedicare una canzone? Ce l’ha fatta Checco”» [6].

A spiegare il successo di Zalone, per Giusti, concorre il fatto che «al suo quarto film ha ancora miracolosamente intatta la sua freschezza originale, come se fosse la sua prima pellicola. Grazie alla sua completa chiusura, niente pubblicità, pochissime apparizioni pubbliche, il suo ritorno è davvero un grande evento alla Celentano» [2].

Intervistato da Mariarosa Mancuso: «Ma come, non ti fai vedere mai, e ora che esce il tuo film vai dappertutto? Se io fossi il pubblico mi terrei sul cazzo». Fa eccezione Maria De Filippi, da cui è andato fuori promozione, con un magnifico Jep Gambardella: «Le dovevo un favore, dovevo andare a Italia’s Got Talent ma quel giorno non me la sentivo, quindi l’ho chiamata. Silenzio all’altra parte, poi “quando ti passa la depressione vieni” (imita la voce). E poi mi ha pagato, pure bene» [3].

Tra le pochissime apparizioni tv per presentare il film, quella da Fabio Fazio. Andrea Minuz: «Per un ventina di minuti Zalone ha trasformato Che tempo che fa in una gigantesca, formidabile presa per il culo di Che Tempo che fa. Faticavamo a capire se si rideva di pancia o di testa quando Zalone si è infilato gli occhiali per diventare Gramellini che racconta il senso profondo di Quo Vado?» [7].

Nato a Capurso, in provincia di Bari, 3 giugno 1977. La madre, Tonia, impiegata a scuola; il padre, Sandro, rappresentante farmaceutico. Diploma al liceo scientifico Sante Simone di Conversano, laurea in Giurisprudenza con 106 all’Università di Bari, Luca Medici ha un passato da pianista jazz («Non sono mai andato al Conservatorio, ma guardo sempre Bollani su internet») [1].

Per un anno ha fatto il rappresentante dell’Amuchina [8].

Gavetta a Telenorba (emittente locale pugliese), comincia a farsi conoscere con Zelig, le imitazioni e le canzoni. Autore, tra le altre, di Siamo una squadra fortissimi, inno trash trasmesso da Radio Deejay per i Mondiali di calcio 2006 («Dacci tanti orologi agli albitri internazionali/ si no co’ cazzo che vinciamo i mondiali» ecc.) [1].

«Il colpo di culo che mi ha cambiato la vita è stato il provino di Zelig. Cantante neomelodico, cafonissimo, in scena con una tremenda maglietta rosa aderente. Sul palco faccio un numero che a Bari ripetevo spesso e non faceva ridere nessuno: “Un bacione alla casa circondariale di Trani con gli auguri di una presta libertà”. Gino e Michele mi prendono da parte: “Che fai nei prossimi mesi?”. “Ho la pratica per diventare avvocato”. “Annulla tutto, non prendere impegni per un anno”. Un sogno» [9].

«Il 23 luglio del 2004 dopo essere sceso dal Milano-Bari in un giorno di caldo infernale, zanzare e bestemmie, trovo mio padre: “Mo’ mi hai rotto i coglioni, non c’ho più soldi, sto andando sotto in banca, falla finita”. Imbarazzatissimo, vado dal produttore di Zelig: “Non posso più venire”. Senza fiatare, mi stacca un assegno da 5.000 euro. Mi sembrò Dio. Chi cazzo li aveva mai visti 5.000 euro? Ne prendevo 50 a serata per fare il piano bar, mi pagavo la benzina e a volte mi toccava vestirmi pure da babbo Natale» (a Malcom Pagani) [9].

La consacrazione, nel 2009 col primo film Cado dalle nubi, che incassa 14 milioni di euro. Mariarosa Mancuso: «Ricordiamo perfettamente la prima risata a scroscio, quando “Angela” nella canzone faceva rima con “Losangela”: “Ami solo me, spositi con me, che in viaggio di nozze io ti porto a Losangela”. Va ascoltata da uno con la maglietta rosa, cantante di piano bar a Polignano a mare, voglioso di raggiungere “L’acne del successo” (era già una battuta di Marcello Marchesi, ma tra grandi si può fare). Salito a Milano canta la canzone Gli uominisessuali in un locale gay, indicando ogni avventore con il dito» [10].

«Quando ho iniziato chiamavo la macchina da presa telecamera suscitando le ire della troupe» [5].

Seguono Che bella giornata (43 milioni al botteghino nel 2011) e Sole a catinelle nel 2013 che con oltre 52 milioni di euro ha realizzato il più alto incasso della storia per un film italiano e il terzo in assoluto dopo Avatar e Titanic [5].

Dei 57 milioni incassati nei primi due film quanti ne ha messi in tasca? «Diciamo che ho guadagnato meno della metà del 10%. Sarebbero stati molti più soldi se avessi preso una percentuale sugli incassi. Ma il contratto che avevo firmato non la prevedeva» [11].

Qual è la sua donna ideale? «Quella con le tette» (ad Alessandra Comazzi) [8].

Fidanzato con Mariangela Eboli (qualche cameo nei suoi film), hanno una figlia, Gaia, nata nel 2013. «La bambina comincia a capire, la prima volta era stranita guardando la mia immagine in tv, adesso non gliene frega un cazzo» [3].

Un fratello, Francesco ha fatto l’aiutante di produzione nei primi due film: «Portava sul set gli attori, e poi li riaccompagnava a casa o in albergo. Ma ora fa l’aiuto attrezzista: gli attori, a volte, sono troppo antipatici». L’altro fratello fa lo steward per la Ryanair. «È identico a me. L’hanno chiamato all’Isola dei famosi: gli avrebbero dato 40mila euro. Lui mi ha preso in giro al telefono: “Se me ne dai 45mila, non vado”» [11].

«Detesto gli artisti che fanno finta che i soldi non contino. La prima volta che ho visto un set mi è preso un colpo: 70 persone, 70 famiglie, 70 bocche da sfamare. A qualsiasi uomo di coscienza il dubbio verrebbe: “Chi cazzo li paga questi qui?”» [9].

Ci dice una cosa di sinistra? «Le donne hanno gli stessi diritti dell’uomo. Specie se bone». E una di destra? «La famiglia è importante, l’amante meno» (ad Annalisa Venezia) [12].

Qual è la cosa che le dà più fastidio? «Sentirmi ripetere che sono “l’uomo del momento”. Perché il momento, prima o poi, passa, e ancora non ho un piano B. Di sicuro so che a 50 anni non farò il comico. A quell’età si inizia a essere tristi, la scorreggia diventa patetica, e io le corde drammatiche non le ho. Potrei aprire un ristorante, dedicarmi alla produzione, cinematografica o musicale. Sono anni che tento di scrivere canzoni serie: purtroppo mi scappa sempre la cazzata» (ad Andrea Scarpa) [11].

Apertura a cura di Luca D'Ammando
Note: [1] Catalogo dei viventi 2009, Marsilio 2008; [2] Marco Giusti, Dagospia 2/1; [3] Mariarosa Mancuso, Il Foglio 30/12/2015; [4] Paolo Mereghetti, Corriere della Sera 30/12/2015; [5] Arianna Finos, la Repubblica 30/12/2015; [6] Giuseppe De Bellis, il Giornale 30/12/2015; [7] Andrea Minuz, Il Foglio 22/12/2015; [8] Alessandra Comazzi, Stampa 29/10/2011; [9] Malcom Pagani, Il Fatto Quotidiano 28/10/2013; [10] Mariarosa Mancuso, Il Foglio 24/12/2015; [11] Andrea Scarpa, Vanity Fair 20/7/2011; [12] Annalisa Venezia, Panorama 23/12/2010.

domenica 3 gennaio 2016

Cercate l'antica madre


Edoardo Boncinelli
La curiosità salverà il mondo
Corriere della Sera La Lettura, 3 gennaio  2015


















... Il poeta siriano Adonis ha il coraggio di affermare che «l’islam è fondato su tre punti essenziali. Primo, il profeta Maometto è il sigillo di tutti i profeti. Secondo, le verità tramandate sono di conseguenza le verità ultime. Terzo, l’individuo, o credente, non può aggiungere né modificare nulla. Deve limitarsi a obbedire ai precetti». Ma anche senza squilli di tromba o toni guasconi, per quante altre confessioni si può escludere che si sia visceralmente convinti di qualcosa di simile? Il problema è che la civiltà è una macchina che si alimenta di esplorazioni e novità. Non accetta, non può accettare, chiusure e preclusioni, altrimenti si smarrisce e si perde. E se ci dovessimo smarrire in viaggio, meglio sarebbe stato non essere mai partiti. Perché nell’universo siamo soli, o quasi. Alla ricerca di un fondamento unico e di un senso.
Forse il viaggio può ripartire dall’arte e nell’arte. Mai come oggi possiamo vedere e apprezzare le opere d’arte di tutto il mondo, e leggere poesie e racconti di scrittori di tutte le nazioni, cosa che una volta non era facile, per un difetto di comunicazione e perché i cittadini di molti Stati del mondo non accedevano al grande circo della letteratura, cioè dell’immanente trascendimento dell’umano. E a parte l’apprezzamento letterario, anche così si può soddisfare la nostra curiosità di vicende umane diverse che ci portino a farci «del mondo esperti e de li vizi umani e del valore». Nella grande diversità delle sue espressioni, l’arte declina comunque un paradigma comune, profondamente e autenticamente umano, per esempio nelle architetture delle parti più diverse del mondo, e nel cinema, la decima musa che ha oscurato e allo stesso tempo riassunto tutte le altre, e che è divenuta una pratica moneta di scambio culturale ed esistenziale tra le genti dei quattro angoli del mondo. Cioè tra esseri umani così vicini e a volte così lontani.
Qualcuno parla di un futuro d’innesti, di piccole protesi o di dispositivi tecnologici, sul corpo umano e sulla psiche a quello associata. Forse l’innesto più promettente è quello di uomini con altri uomini, alla ricerca di un qualcosa di sempre più propriamente umano. Questa, e non altra, deve essere la nostra ricerca delle «radici», per non parlare dell’incontro con l’altra metà del cielo, quel femminile che ci deve ancora mostrare la sua autenticità. Antiquam exquìrite matrem, aveva detto l’oracolo di Delo a Enea, prima che quello si mettesse per mare con tutti i suoi alla ricerca di un nuovo ubi consistam. Cercate l’antica madre. Io, alla mia età, da qualche tempo le mie esplorazioni le conduco sui social network, cogliendo al volo immagini di quadri, di sculture, di palazzi e di chiese, scintillanti versi di poesie e brani di musica. E «m’illumino d’immenso».

sabato 2 gennaio 2016

Le ragioni del cuore

Blaise Pascal
Pensieri 
S. 144, 146; B. 282, 277


144. Noi conosciamo la Verità non soltanto con la ragione, ma anche con il cuore. In quest’ultimo modo conosciamo i princípi primi; e invano il ragionamento, che non vi ha parte, cerca d’impugnare la certezza. I pirroniani, che non mirano ad altro, vi si adoperano inutilmente. Noi, pur essendo incapaci di darne giustificazione razionale, sappiamo di non sognare; e quell’incapacità serve solo a dimostrare la debolezza della nostra ragione, e non come essi pretendono, l’incertezza di tutte le nostre conoscenze. Infatti, la cognizione dei primi princípi – come l’esistenza dello spazio, del tempo, del movimento, dei numeri -, è altrettanto salda di qualsiasi di quelle procurateci dal ragionamento. E su queste conoscenze del cuore e dell’istinto deve appoggiarsi la ragione, e fondarvi tutta la sua attività discorsiva. (Il cuore sente che lo spazio ha tre dimensioni e che i numeri sono infiniti; e la ragione poi dimostra che non ci sono due numeri quadrati l’uno dei quali sia doppio dell’altro. I princípi si sentono, le proposizioni si dimostrano, e il tutto con certezza, sebbene per differenti vie). Ed è altrettanto inutile e ridicolo che la ragione domandi al cuore prove dei suoi primi princípi, per darvi il proprio consenso, quanto sarebbe ridicolo che il cuore chiedesse alla ragione un sentimento di tutte le proposizioni che essa dimostra, per indursi ad accettarle. […]

146. Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce: lo si osserva in mille cose. Io sostengo che il cuore ama naturalmente l’Essere universale, e naturalmente sé medesimo, secondo che si volge verso di lui o verso di sé; e che s’indurisce contro l’uno o contro l’altro per propria elezione. Voi avete respinto l’uno e conservato l’altro: amate forse voi stessi per ragione?

Commento

Di tutto questo discorso solo la frase in grassetto è passata nel linguaggio corrente. Viene usata di norma per contrapporre il cuore alla ragione e per suggerire che il sentimento è destinato a prevalere. Pascal voleva dire un’altra cosa, come si capisce anche guardando al contesto. Il cuore per lui è qualcosa che va oltre il sentimento coinvolgendo l’intelligenza o lo spirito. Insomma sia il cuore che la ragione sono modalità di accesso alla conoscenza.

http://www.persee.fr/doc/phlou_0035-3841_1997_num_95_3_7043

martedì 29 dicembre 2015

Lo Zar sono io

 « Le Tsar, c’est moi. L’imposture permanente », de Claudio Ingerflom

Vladimir Poutine a-t-il pris la relève des « faux tsars » qui ont peuplé l’histoire russe des derniers siècles ? Dans ce livre époustouflant, Claudio Ingerflom s’intéresse au phénomène dit « de l’autonomination » : entre le XVIIe et le XXe siècle, des nobles, des moines ou même de simples villageois ont proclamé qu’ils étaient le véritable tsar, fustigeant donc « l’imposteur » qui régnait à leur place. Ces « faux » tsars ont parfois entraîné derrière eux de vastes mouvements populaires. De même, après la révolution de 1917, la Russie vit proliférer les faux « Lénine » ou les faux « Trotski »… Or, comme le montre l’auteur, on aurait tort de prendre ce phénomène à la légère. En l’étudiant de près, on comprend qu’il touche à quelque chose de très profond dans le fonctionnement et la nature du pouvoir, non seulement en Russie, mais bien au-delà. Pierre Karila-Cohen

Le Tsar, c’est moi. L’imposture permanente, d’Ivan le terrible à Vladimir Poutine, de Claudio Sergio Ingerflom, PUF, 520 p., 29 €.

Per saperne di più http://www.lemonde.fr/livres/article/2015/12/17/un-thriller-de-jo-nesbo-de-faux-tsars-la-jeunesse-du-roi-soleil-trois-livres-avant-noel_4833457_3260.html#567KfZCtuMOzLdXc.99

Le citazioni false



Claudio Magris
Il rischio della citazione
Corriere della Sera, 17 dicembre 2015














I Balcani, ha detto Churchill, producono più storia di quanta ne possano digerire. Un bell’inizio per un articolo. Poche cose come una citazione aiutano a cominciare uno scritto o comunque a rafforzarlo. La citazione è una specie di chiave musicale, dà un’intonazione al discorso e conferisce autorità a quanto si scrive e alle tesi che si sostengono. Inoltre è una sintesi che semplifica ed esprime con chiarezza le idee che vengono espresse. È anche rischiosa, perché spesso viene tirata in ballo senza controllarla, risuona nella mente e nella memoria con una sicurezza che esime dallo scrupolo di verificarne l’esattezza; nessuno va a rileggersi Giulio Cesare per accertarsi che egli abbia detto esattamente «veni, vidi, vici». I giornali e ancor più i dibattiti pubblici, con la fretta che impongono all’espressione delle opinioni, accentuano il ricorso alla citazione incisiva. Quando si discute, non si può consultare l’enciclopedia. Sotto questo profilo, la citazione è l’opposto del plagio: si cita senza talora copiare alla lettera, mentre nel plagio si copia senza citare l’autore del testo rubato e anzi attribuendosi la paternità di quest’ultimo.
Ma la citazione si presta all’inconsapevole falsificazione. La paternità di molte delle più famose fra esse è data per scontata, ma spesso è falsa. Voltaire non ha mai detto «non condivido quello che dici ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo». Questa frase è certo fedele al pensiero di Voltaire, ma a dirla o meglio a scriverla è stata Evelyn Beatrice Hall, scrittrice britannica e autrice di una biografia del filosofo del 1906 intitolata Gli Amici di Voltaire. Non è stato Goebbels a dire «quando sento la parola cultura tolgo la sicura alla mia Browning», bensì, in un suo testo teatrale, Hanns Johst, drammaturgo tedesco nazista. Maria Antonietta non ha mai detto «se non hanno pane mangino brioche». La frase è sicuramente precedente perché già nota ai tempi di Jean Jacques Rousseau, epoca in cui l’arciduchessa austriaca non era ancora nata. L’aneddoto da cui è tratta la frase è contenuto nel libro VI delle sue Confessioni, pubblicate peraltro postume. Machiavelli non ha mai detto esplicitamente «Il fine giustifica i mezzi», parole che certo riflettono il suo pensiero ma da lui mai proferite.
Gli esempi potrebbero continuare. A elencarmeli, non senza qualche rimprovero per alcuni miei cedimenti in questo campo, è Adriano Ausilio, accanito cacciatore di bufale d’ogni genere e implacabile soprattutto con le attribuzioni inesatte di frasi celebri. Di formazione giuridica, Ausilio è un appassionato lettore e studioso di filosofia, in particolare del pensiero di Augusto Del Noce, il geniale filosofo cattolico di cui ho avuto la fortuna di essere amico, grande critico dell’ateismo e della società opulenta, avversario inesorabile e affascinato del marxismo. Perché, gli chiedo, tale ostinata caccia proprio a questo tipo di errore? «Perché — risponde — con l’avvento di Internet e dei media sociali si è diffusa una nuova tendenza. L’uso incontrollato della citazione. Si prendono per buoni passi o frasi famose solo perché li si è letti da qualche parte o per sentito dire, senza preoccuparsi di controllare se provengano effettivamente da una fonte veritiera. La Rete è piena di siti che contengono sillogi di citazioni storiche e letterarie. Ed è lì che si annida l’errore, perché le citazioni non provengono più da una conoscenza diretta dei testi, bensì da raccolte compilatorie non molto affidabili. Del resto già Hegel diceva che “il noto in genere, proprio perché noto, non è conosciuto”. A Lei è mai capitato di incorrere in errori del genere?». Non ricordo, gli dico, crederei di no; ho fatto altri, per fortuna piccoli ma errori veri e propri e dunque più gravi, come quando ho citato un verso di Shelley attribuendolo a Tennyson o quando ho confuso, penso anche causa la grafia del nome, una cittadina russa con un’altra, dov’erano accaduti rilevanti fatti storici.
Intelligente, generoso e amabile, Ausilio rischia di contagiare, grazie alla simpatia e al suo modo di essere e di parlare, il suo interlocutore e di lanciarlo come un cane da caccia sulle piste degli errori e delle imprecisioni. Non si rischia tuttavia, gli chiedo, di cadere in una mania della precisione, in un gusto di cogliere tutti in fallo, sia pure minimale? Anche la verità può diventare un fanatismo, scadere in un formalismo che perde di vista la sostanza, dato che quelle citazioni sbagliate non falsificano il pensiero dell’autore citato bensì ne ribadiscono l’essenziale? (Voltaire era un campione della tolleranza, la pistola di Johst messa in mano a Goebbels corrisponde all’atteggiamento nazista verso la cultura). Inoltre c’è il peso, l’autorità della storia che ha fatto entrare magari da secoli nella testa delle persone l’identificazione di una frase famosa con un autore sia pure sbagliato. Naturalmente se si trattasse di uno sbaglio che adultera un’opera o un autore, ad esempio una falsa citazione dei Vangeli che attribuisse a Cristo un’espressione malvagia, sarebbe doveroso smascherarla anche dopo millenni, cosa non necessaria se la bufala non altera la sostanza. Il peso della storia è così forte, che si continua ad attribuire una frase a chi non l’ha detta anche quando il presunto autore lo ha dichiarato lui stesso: la famosa, grande espressione «pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà», non è di Gramsci, come tutti ripetiamo, bensì di Romain Rolland ed è stato Gramsci stesso a precisarlo. Ma ormai è entrata nel mondo come frase di Gramsci e tutti lo ripetono, anche chi sa — grazie a Gramsci — che è di Rolland...
«Concordo con Lei — replica Ausilio — che ogni eccesso debba essere evitato. Se, per esempio, dopo una partita a carte, qualcuno dicesse “l’importante non è vincere ma partecipare” per consolare i perdenti, mi sembrerebbe inopportuno chiedergli chi ne sia l’autore per poi correggerlo. Ma, al contrario, riterrei doveroso intervenire nel caso di un uso strumentale della citazione. Chi non ricorda la celebre frase “eppur si muove”, attribuita a Galileo Galilei che volle così rispondere, ci viene detto, alla condanna dei giudici dell’Inquisizione per le sue scoperte scientifiche? Quella frase mai pronunciata da Galileo fu inventata, come ormai è risaputo, dallo scrittore italiano Giuseppe Baretti nel 1757, con lo scopo di creare il mito di una Chiesa oscurantista e incapace di aprirsi alle nuove scoperte scientifiche».
A proposito, gli dico alla fine della nostra chiacchierata, ho appreso di recente da Pierre Assouline, autorevole scrittore e biografo francese, che Flaubert non ha mai detto «madame Bovary c’est moi, madame Bovary sono io». Spero che sia stato veramente Churchill a dire quelle parole sui Balcani...

domenica 27 dicembre 2015

La ricerca del senso

Romano Màdera
La filosofia come stile di vita
Bruno Mondadori, Milano 2003
















La filosofia è sempre stata un modo di vivere, quel modo di vivere che riceveva la sua impronta dall'amore per la sapienza.
Eppure, se oggi chiedessimo alla maggior parte dei filosofi in che cosa consista il loro particolare stile di vita, ci accorgeremmo che esso tende a coincidere con quello dei professori: la filosofia, come modo di vivere, è diventata il modo di vivere dei professori che si occupano di filosofia. Se questa è la pratica filosofica essa si riduce all'esercizio dello studio, della scrittura e dell'insegnamento dei risultati di tale studio. Nella maggior parte dei casi non viene neppure percepito il problema della riducibilità, o dell'irriducibilità, della figura del filosofo a quella di un mestiere. Tuttavia, amare la sapienza non può essere un mestiere particolare: questa vocazione può toccare tutti, indipendentemente dal lavoro svolto e dal ruolo ricoperto nella società. Anche i personaggi dei libri di storia della filosofia sono stati insegnanti di filosofia solo in epoche determinate, soprattutto nella modernità, e pur sempre con vistose eccezioni. Questa semplice verità, provata da numerosissimi esempi, leggendari e biografici (da Talete a Socrate, Diogene, Epicuro, Marco Aurelio, Avicenna, Bruno, Spinoza, Kierkegaard, Marx, Wittgenstein), è stata oscurata per decenni dall'identificazione tra filosofia e insegnante di filosofia. Benché libera, la vocazione filosofica è stata, nella maggior parte dei casi, vincolata per secoli alle modalità previste dalle legislazioni degli stati per insegnare qualsiasi altra "materia scolastica".
Oggi l'insegnamento della filosofia nelle scuole è una possibilità occupazionale assai ridotta, e questa incertezza sugli "sbocchi professionali" può diventare un'occasione per riproporre una domanda cruciale per ogni epoca; quali possono essere le forme della filosofia in quanto pratica della filosofia? Una pratica unita a un discorso filosofico, ma non riducibile a esso?
Studiare, insegnare e scrivere devono certamente continuare a riguardare la filosofia come arte dell'inesauribile domandare ragione di ogni conoscenza in ogni campo della conoscenza. Amare la sapienza significa prima di tutto sentirsi spinti a oltrepassare ogni risposta che trova acquietamento in una sua bastante funzionalità. La sapienza chiede a volte l'inutile, il sapere per il sapere, per la bellezza e il tormento della sua stessa impresa. Ma la sapienza non è senza mondo: il suo desiderio nasce nelle passioni, nei comportamenti, nelle tecniche, nelle scienze e nelle arti del mondo. La storia della filosofia non può quindi autoriferirsi alla storia della sola filosofia senza esaurire l'humus dal quale nasce. Ogni volta essa riprende vigore dalle domande del mondo, dalle circostanze della storia di una particolare comunità umana, dalla vita quotidiana di singoli individui. Credo che nel nostro mondo la filosofia si debba rinnovare ma che, per rinnovarsi, debba uscire dalle limitazioni di una pratica solo professorale e reimmergersi nella sua più ampia vocazione di ricerca della via alla sapienza. Pretesa apparentemente risibile, sommersi come siamo da ingestibili quantità di informazioni e infinite offerte di formazione. Ancor peggio, pretesa anacronistica per rilevanti settori di specialisti che ritengono ormai proponibile solo una filosofia nei limiti della storia della filosofia, e assurda per una diversa e significativa parte della comunità filosofica, potremmo dire di derivazione quiniana, che assegna alla filosofia il compito di essere scienza fra le scienze, dedita ai problemi di tipo generalistico che attraversano diversi campi scientifici. Dunque la filosofia come viene concepita e proposta in questo scritto rappresenta un diverso modo di praticarla, che intende rinnovarla ritornando alla sua vocazione originaria, per aprire un sentiero di saggezza che accolga le domande di senso della nostra epoca.
Secondo questa scelta, praticare la filosofia significa mettersi alla scuola della domanda sul senso e del senso del tutto. Sentendo questa domanda come un intenso desiderio. Niente di meno, e niente di più lontano dalla mentalità maggioritaria di un'epoca prostrata dalle delusioni dei miti del moderno che, a loro volta, avevano relegato nei musei dello spirito i miti religiosi. Ma è esattamente la combinazione fra il debito con ciò che il tempo pare aver abbandonato e il profluvio di offerte per rimediare a un'angosciosa domanda di senso che chiede una svolta. Non possiamo sottrarci, anche se il compito appare disperato, perché la domanda di senso sembra, già nel suo porsi, sapersi destinata all'elusione: infinite e reciprocamente relativizzabili le risposte, e presumibilmente ininfluenti. 

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