mercoledì 7 maggio 2025

Fitzgerald rivoluzionario e popolare


Giulio D'Antona 

La biografia: “Dietro la sua prosa festaiola la voglia di essere popolare”

L’americanista Sara Antonelli: “Fitzgerald era un rivoluzionario che credeva nella forza del romanzo”

È interessante interrogarsi sul lavoro, ma anche sulla figura personale, di Francis Scott Fitzgerald a centoventinove anni dalla sua nascita, ottantacinque dalla sua morte, e cento anni esatti dalla prima pubblicazione del suo capolavoro assoluto, Il grande Gatsby. Si rischia di arrivare a conclusioni per niente scontate. Gatsby è passato alla maggior parte della storia e della critica come un romanzo “leggero” – virgolette d’obbligo trattandosi di un caposaldo della letteratura americana; ma poi, chi ha detto che i capisaldi non possano essere leggeri? Fitzgerald è stato accusato di elitismo, di esaltazione dell’ostentazione, di fascinazione per un mondo del quale aspirava a fare parte, quello dei ricchi e dei potenti, festaioli superficiali e impuniti che oggi conosciamo anche troppo bene. E alla fine, è tutto sbagliato.

L’americanista e traduttrice Sara Antonelli ha scritto di Fitzgerald per Feltrinelli, non esattamente una biografia, ma una storia della sua vita attraverso la sua letteratura. Si intitola Domani correremo più forte e cita proprio le ultime frasi di Gatsby, con quel futuro che se ne va all’orizzonte e la necessità di inseguirlo. Un po’ come il sol dell’avvenire, in altri ambiti e altri contesti, sorprendentemente non così distanti.

Cosa è rimasto di Fitzgerald?

«Il segno. Il grande Gatsby in particolare ha lasciato, a partire da subito, segni del proprio passaggio in tutta la letteratura a venire. Secondo me è questa l’eredità più importante per le generazioni letterarie che lo hanno seguito. E questo segno sta in una straordinaria pulizia della prosa e in un utilizzo precisissimo della lingua parlata».

Sembrano due elementi in contrasto...

«Prima di Fitzgerald lo sarebbero stati, perché la lingua della letteratura era qualcos’altro. Ma lui è stato in grado di rendere il modo di parlare e di esprimersi intelligibile per i lettori senza rinunciare allo stile letterario. Faceva un lavoro sotterraneo di revisione della lingua impercettibile nella lettura: non si avverte mai la stanchezza dello sforzo estetico. Questa è una caratteristica che raramente si trova in letteratura americana».

Anche tra i suoi eredi?

«Mi domando se ne abbia. Da qualche anno e con qualche dovuta eccezione (penso a Catherine Lacey, per esempio) la letteratura americana ha paura di sperimentare, di uscire dai binari e di cercare nuove forme e nuove espressioni».

Come mai?

«Le scuole di scrittura hanno indubbiamente appiattito lo scenario, ma forse anche la ricerca ossessiva della storia minoritaria, del caso che vada oltre la narrativa. Siamo molto più attenti al messaggio sociale e ci perdiamo la spontaneità letteraria».

Fitzgerald era uno scrittore spontaneo?

«Forse il contrario. Il suo processo creativo era piuttosto complesso: prima batteva a macchina il testo con spaziatura tripla tra le righe per le revisioni; poi lo rivedeva diverse volte, e solo quando ne aveva una versione convincente lo rileggeva ad alta voce per verificare che suonasse bene. Era uno scrittore estremamente puntiglioso, eppure aveva trovato il modo di far funzionare questa sua caratteristica per riprodurre la spontaneità della quale aveva bisogno».

Aveva trovato il ritmo…

«Al Grande Gatsby si potrebbero tranquillamente togliere le parti descrittive – che sono fondamentali ai fini della lettura, naturalmente – e mantenere solamente i dialoghi e si avrebbe una perfetta trasposizione teatrale. È come se avesse sempre scritto per la scena e non ce ne fossimo mai accorti».

Lo hanno accusato di superficialità…

«Se uno scrittore del suo calibro non venisse accusato, forse avrebbe sbagliato qualcosa. Fitzgerald era tutt’altro che superficiale: i suoi romanzi sono infarciti di nozioni sottili. Aveva delle idee e voleva esprimerle, ma aveva anche intuito che la forma doveva essere perfetta. Nel Grande Gatsby, per esempio, c’è il colonialismo conradiano, ed emerge solo a una lettura attenta e precisa, ma una volta individuato non si può più ignorare. C’è Alexis de Tocqueville, c’è la sociologia politica, la lotta di classe, ma il messaggio è portato con un’intelligenza e con una leggerezza che non lasciano mai trapelare né fervore fuori luogo, né urgenza di apparire colto».

Perché non portare questi temi allo scoperto?

«Perché altrimenti i suoi romanzi non sarebbero arrivati alla maggioranza del pubblico. Fitzgerald era un romanziere e per vivere scriveva racconti. Prendere la strada della saggistica sociale o politica non era probabilmente qualcosa che potesse interessargli. Leggendo i suoi scritti privati, però, tutti questi temi emergono molto chiaramente».

Credeva nel romanzo?

«Immensamente. Credeva nell’estetica della narrativa. Quante volte si è detto, in letteratura americana, che il romanzo era una forma morta? Ecco, lui non ci ha mai creduto e lo ha sempre utilizzato come mezzo principale per esprimersi».

Lo si dice anche adesso…

«Eppure, a cent’anni dalla prima pubblicazione del Grande Gatsby ne stiamo ancora parlando e lo facciamo come di un capolavoro, non qualcosa di dimenticabile».

È rilevante per i lettori di oggi?

«È fondamentale: mostra senza alcun tipo di edulcorazione il capitalismo in tutta la sua brutalità e letto di questi tempi è basilare. Il fatto che alla fine di Gatsby Tom e Daisy Buchanan la facciano franca, che la ricchezza paghi, è straordinariamente speculare a quello che vediamo succedere tutti i giorni alla corte di Donald Trump. E anche questo è un tema che a Fitzgerald è sempre stato caro, nonostante tutte le critiche».

Ad esempio?

«Di essere un elitista. Dopo la prima pubblicazione, la sensazione, alimentata dal suo amico Ernest Hemingway, era che fosse un romanzo di esaltazione dello status sociale, quando invece mette in luce la decadenza e i lati grotteschi dell’arrivismo e dell’ostentazione. I ricchi erano la cosa che più al mondo faceva infuriare Fitzgerald: la loro impunità, la violenza del capitale».

Era l’opposto di un elitista, insomma…

«Ha cominciato a leggere Karl Marx prima di compiere trent’anni e fino alla fine si è definito marxista, anche se non ha mai aderito al Partito comunista statunitense».

Come mai?

«Non amava il modo in cui trattavano i neri. I comunisti americani sono sempre stati legati a una forma di socialismo molto derivativo del classismo sovietico. Fitzgerald promuoveva la libertà e l’uguaglianza in tutte le sue forme e senza eccezioni».

Non lo abbiamo mai capito?

«Lo abbiamo capito in parte. È ingiustamente passato ai posteri come l’autore di romanzi frivoli, ma la critica si è sempre accorta della sua anima profonda. Alberto Arbasino, leggendo le lettere, scriveva: “Abbiamo sempre pensato scrivesse romanzi un po’ scemini, e invece era un rivoluzionario”. Di certo non è un autore per il quale ci si può limitare a una lettura superficiale. Il livello della sua prosa era talmente elegante, rarefatto, festaiolo, che confondeva le acque. Forse riteneva che lo stesso esporsi lo avrebbe sottratto al pubblico o lo avrebbe reso difficile, mentre lui voleva essere popolare».

Lo è stato...

«E infatti siamo ancora qui a parlarne».

https://machiave.blogspot.com/2025/04/il-grande-gatsby.html

Veni creator Spiritus


Un momento di unanime concordia, almeno uno, sicuramente ci sarà nel Conclave che oggi si apre. Questo avverrà quando l’intero collegio cardinalizio invocherà la discesa dello Spirito santo con le note di struggente bellezza del 
Veni creator Spiritus. La melodia, costruita sul quarto tono della scala gregoriana (di inconsueta intonazione), ha un’arcaica solennità, una linea melodica che accompagna gli antichi versetti: Veni creator Spiritus, mente tuorum visita, imple superna gratia, quae tu creasti pectora – questa la prima strofa che, tradotta, diventa: Vieni Spirito creatore, visita le menti dei tuoi fedeli, colma di grazia divina i cuori che hai creato.  

Il vaticanista Jacopo Scaramuzzi che in tal modo presenta la circostanza aggiunge subito dopo:  "Sono parole che a un non credente possono dire poco, per chi invece appartiene alla fede cattolica acquistano un significato profondo perché l’entità chiamata in causa è una delle tre persone della Trinità, la più arcana, la più eterea del famoso terzetto".
E invece no. Ci permettiamo di non essere d'accordo. A un non credente quelle parole possono dire molto, a ben vedere. A Di martedì in televisione ieri sera l'ateo Corrado Augias ha definito molto bello l'inno Veni creator Spiritus. Parole e musica. Ma non c'è solo Corrado Augias. In un saggio del 1907, Ciò che è vivo e ciò che è morto nella filosofia di Hegel, Benedetto Croce scriveva: "Quando Hegel morì, fu cantato il Veni creator Spiritus".
Ora, il fatto non trova riscontro nelle biografie del filosofo tedesco. Che cosa è accaduto? Molto probabilmente Croce interpretava a suo modo, forzandone il senso, ciò che aveva affermato Karl Rosenkranz  nella Hegels Leben del 1844: «La mattina del 14 novembre 1831, Hegel morì improvvisamente di colera. [...] Sembrava che lo Spirito stesso, che aveva operato in lui con tanta potenza, ora lo chiamasse a sé. Veni Creator Spiritus!» Nota bene: il biografo non sostiene in nessun modo che l'inno sia stato realmente intonato in quella occasione.  Solo richiama l’importanza che viene ad avere lo spirito – non certo lo Spirito santo, ma la ragione umana esaltata al massimo grado come spirito assoluto – nella filosofia hegeliana. E allora, come per ribadire il punto, cita l’inno cristiano. Così facendo, in realtà, non si limita a ribadire il punto, conferisce alla visione hegeliana del mondo una sacralità e una antecedenza storica supplementari. Questa è l’operazione che poi in Croce dà luogo a quello che somiglia a un resoconto dei fatti: il Veni creator Spiritus intonato dai presenti alla morte di Hegel.

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Nella novella filosofica Una pagina sconosciuta degli ultimi mesi della vita di Hegel (1950), Benedetto Croce non cita direttamente l'inno liturgico Veni Creator Spiritus. Tuttavia, l'opera è permeata da una profonda riflessione sullo Spirito, concetto centrale sia nella filosofia hegeliana che nella tradizione cristiana. 
Nel testo, Croce immagina un dialogo tra Hegel e un giovane intellettuale napoletano, Francesco Sanseverino, che esprime la sua ammirazione per la filosofia hegeliana, in particolare per l'idea dell'«universale concreto» e per la dialettica in cui «il negativo non sta di fronte ma dentro il positivo» . Questi concetti riflettono una concezione dello Spirito come forza immanente e dinamica, in linea con l'interpretazione crociana della filosofia di Hegel. Sebbene l'inno Veni Creator Spiritus non sia menzionato esplicitamente, la tematica dello Spirito come principio vivificante e creativo è centrale nell'opera di Croce. In altri suoi scritti, come Perché non possiamo non dirci "cristiani", Croce riconosce l'importanza del cristianesimo nel promuovere una nuova visione della storia e della morale, basata sull'amore e sulla dignità umana, elementi che possono essere associati all'azione dello Spirito.
In sintesi, pur non citando direttamente il Veni Creator Spiritus, Croce esplora in Una pagina sconosciuta temi affini, riflettendo sull'idea dello Spirito come forza immanente che anima la storia e la coscienza umana.

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Il fascino del Veni creator Spiritus non ha agito solo sui filosofi idealisti come Rosenkranz e Croce. Molti sono stati i compositori che hanno ripreso il testo e/o il tema dell'inno cristiano: Bach (diverse rielaborazioni del tema), Charpentier (in due mottetti), Jommelli (opus 111 per solisti, coro e orchestra), Liszt (solo la base tematica in una partitura del 1862 per organo o armonium), Bruckner (in un mottetto), Mahler (nella prima parte dell'Ottava sinfonia), Duruflé (nell'opus 4 del 1930 per organo solo) , Penderecki, in un brano per coro misto a cappella, 1987). Da ultimo si può aggiungere che Mina incise una versione dell'inno nel disco di musica sacra Dalla terra, limitandosi a intonare la quarta strofa:

Accende lumen sensibus
infunde amorem cordibus
infirma nostri corporis
virtute firmans perpeti. 

Da' luce ai nostri sensi,
infondi l'amore nei cuori
sostenendo la miseria umana  
con la tua eterna potenza. 



Una morbida continuità

 

Il cardinale José Tolentino Calaça de Mendonça

Le chiacchiere sono finite, i cardinali cercano un Papa “maestro di umanità”(non proprio uno scoop). Ora non resta che fissare un comignolo

Roma. Non c’è più traccia della loquacità dei giorni scorsi, quando i cardinali si lasciavano andare a battute, puntavano (idealmente) sulla durata del Conclave, spiegavano che potrebbero anche esserci rose di “candidati” già pronte o forse no. Fine dei giochi. Da ieri mattina, silenzio. Entravano in Vaticano per l’ultima congregazione generale senza fermarsi, molti entravano in macchina. Volti tirati. E’ la spia che il momento s’avvicina, quello dell’ingresso nella Cappella Sistina e, soprattutto, quello in cui dovranno fare i conti solo con la propria coscienza, davanti al “Giudizio” di Michelangelo. Non trattandosi dell’elezione di un rappresentante di classe ma del vicario di Cristo in terra, l’agitazione è prevedibile. Forse più evidente in chi sa già che cos’è un Conclave e ha già vissuto sulla propria pelle la scarica di adrenalina e la tensione che si vive dopo il Veni Creator Spiritus che sarà intonato nel pomeriggio di domani. Questi ultimi giorni sono serviti a tracciare l’identikit dell’uomo che uscirà di bianco vestito alla Loggia delle Benedizioni, ma non è che dai concisi briefing della Sala Stampa si sia capito granché. O meglio, a seconda di chi interpreta tali parole, escono profili l’uno opposto all’altro.
... Prevedibilmente, il punto di caduta sarà quello di una morbida continuità, magari più ordinata rispetto all’esuberanza impulsiva di Francesco, ma chissà. Quali spinte prevarranno? Quelle di chi vuole un Papa in mezzo alle pecore (non rientrerebbero in questa categoria i curiali, salvo Tagle, che ha governato Manila, non proprio la più sperduta diocesi in mezzo alle Alpi) o quelle di chi preferirebbe un Papa in grado di far respirare un po’ la Chiesa dando una sistemazione organica ai tanti processi aperti da Bergoglio? E’ questo l’enigma che dovranno risolvere i 133 cardinali elettori. Tutti paiono in difficoltà, sottolineano che non si conoscono, che prima di queste due settimane si erano scambiati al più un paio di parole. E chiedono una collegialità maggiore, magari nuovi organismi in affiancamento a colui che sarà eletto. Va detto che la collegialità era garantita dal concistoro, che Francesco si è sempre ben guardato dal convocare, soprattutto dopo che all’inizio del pontificato si trovò davanti la ribellione delle porpore alla relazione Kasper sulla riammissione all’eucaristia dei divorziati risposati. Ora il tempo delle chiacchiere è finito. Non resta che guardare un comignolo.



martedì 6 maggio 2025

Dio salva Isacco

 

Sacrificio di Isacco è un dipinto a olio su tela (193x132,5 cm) realizzato nel 1635 dal pittore Rembrandt Van Rijn. È conservato nel Museo dell'Ermitage di San Pietroburgo.

Genesi 22,1-18

La fede di Abraamo messa alla prova con l'ordine di sacrificare Isacco
1 Dopo queste cose, Dio mise alla prova Abraamo, e gli disse: “Abraamo!”. Ed egli rispose: “Eccomi”. 2 E Dio disse: “Prendi ora tuo figlio, il tuo unico, colui che ami, Isacco, e va' nel paese di Moria, e là offrilo in olocausto sopra uno dei monti che ti dirò”. 3 Abraamo si alzò la mattina di buon'ora, mise la sella al suo asino, prese con sé due dei suoi servitori e Isacco suo figlio, spaccò della legna per l'olocausto, poi partì per andare al luogo che Dio gli aveva detto. 4 Il terzo giorno, Abraamo alzò gli occhi e vide da lontano il luogo. 5 Abraamo disse ai suoi servitori: “Rimanete qui con l'asino; io e il ragazzo andremo fin là e adoreremo; poi torneremo da voi”. 6 E Abraamo prese la legna per l'olocausto e la mise addosso a Isacco suo figlio; poi prese in mano il fuoco e il coltello, ed entrambi s'incamminarono assieme. 7 Isacco parlò ad Abraamo suo padre e disse: “Padre mio!”. Abraamo rispose: “Eccomi qui, figlio mio”. E Isacco: “Ecco il fuoco e la legna, ma dov'è l'agnello per l'olocausto?”. 8 Abraamo rispose: “Figlio mio, Dio se lo provvederà l'agnello per l'olocausto”. E camminarono entrambi assieme. 9 Giunsero al luogo che Dio gli aveva detto e Abraamo costruì l'altare, sistemò la legna, legò Isacco suo figlio e lo mise sull'altare, sopra la legna. 10 Poi Abraamo stese la mano e prese il coltello per sgozzare suo figlio. 11 Ma l'angelo dell'Eterno gridò dal cielo e disse: “Abraamo, Abraamo”. 12 Ed egli rispose: “Eccomi”. E l'angelo: “Non mettere la mano addosso al ragazzo e non fargli alcun male; poiché ora so che tu temi Dio, perché non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo”. 13 Allora Abraamo alzò gli occhi, guardò, ed ecco dietro di sé un montone, impigliato per le corna in un cespuglio. Abraamo andò, prese il montone, e l'offrì in olocausto al posto di suo figlio. 14 E Abraamo chiamò quel luogo “Iavè-Irè”. Per questo si dice oggi: “Al monte dell'Eterno sarà provveduto”. 15 L'angelo dell'Eterno chiamò dal cielo Abraamo una seconda volta, e disse: 16 “'Io giuro per me stesso', dice l'Eterno, 'che, siccome tu hai fatto questo e non mi hai rifiutato tuo figlio, l'unico tuo, 17 io certo ti benedirò e moltiplicherò la tua progenie come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; e la tua progenie dominerà la porta dei suoi nemici. 18 E tutte le nazioni della terra saranno benedette nella tua progenie, perché tu hai ubbidito alla mia voce'”.

Sognando una Papessa

 


Viola Ardone
Sognando una Papessa: cosa manca per un Vaticano egualitario
La Stampa, 5 maggio 2025 

Da piccola volevo diventare prete. Non suora, proprio prete. Frequentavo assiduamente la Chiesa per prepararmi alla prima comunione e durante l’anno di catechismo avevo imparato a memoria tutte le preghiere, anche il Credo, che sapevamo a menadito solo in due o tre in tutto il corso.

Rispondevo con prontezza alle domande sulle questioni teologiche più complesse: dov’è Dio? Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo. Qual è la natura di Dio? Dio è uno e trino. Che cosa ci ha insegnato Gesù? Ama il prossimo tuo come te stesso.

Cantavo nel coro della chiesa e dopo la funzione raccoglievo i fogli della messa abbandonati sulle panche e poi, a casa, dicevo messa per le mie bambole disposte in fila. La mia fede si incrinò quando maturai la consapevolezza che, essendo donna, non avrei mai potuto officiare, né indossare i paramenti sacri, neppure fare la predica ai fedeli.

E infine che ogni opportunità di carriera nel mondo ecclesiastico mi era preclusa per nascita. Non avrei mai potuto seguire il fulgido esempio di Giovanni Paolo II, affacciarmi benevola su piazza San Pietro, proferire parole di conforto e di fede urbi et orbi.

La mia delusione non aveva a che fare con un senso di ingiustizia di genere. Non ero offesa dal fatto che nessuna donna avrebbe mai potuto essere a capo della Chiesa. Mi dispiaceva che io non sarei mai potuta diventare papa. Forse mi ci sentivo portata, non so, da bambini sembra tutto possibile.

Ora, a pochi giorni dall’inizio del Conclave, mi riaffiora quel ricordo di bambina ma da una nuova prospettiva. Se fino a non molti anni fa assistere a un dibattito tra soli uomini era la norma, oggi un convegno, un’iniziativa, una trasmissione televisiva o radiofonica in cui manchi il punto di vista femminile appare inconcepibile.

I club delle cravatte esistono ancora, certamente, ma sono socialmente inaccettabili. Certo, è una strada in salita e costellata da criticità, e non tutte le donne (nelle istituzioni, nella finanza, nella cultura) sono o si sentono rappresentative anche delle altre.

Però è indubitabile che un cambiamento è in atto, e per questo assistere oggi all’elezione di un capo di Stato e del capo della cristianità da parte di 133 cardinali è una scena che, anche solo visivamente, appare straniante. Un’immagine che appartiene al passato.

Non voglio certo entrare in una disputa teologica né toccare questioni di diritto canonico sull’elezione del pontefice o sul sacerdozio femminile. Non sono (più) credente da molti anni ma resto convinta che ogni religione debba darsi le regole che vuole, a patto che non confliggano con la laicità dello Stato e con i diritti delle persone. Chi non approva quelle regole o non si riconosce in esse è libero di professare il suo ateismo o di rivolgersi a un’altra Chiesa, a un altro credo.

Mi resta però un dispiacere, che ha origine forse nelle mie ambizioni infantili: come può un’istituzione così radicata nel tempo e nello spazio, quale è la Chiesa cattolica, come può una voce così autorevole e influente per milioni di persone, quale è quella del papa, prescindere dalla visione femminile del mondo, della fede, della dottrina? Come si fa a essere pastore di anime senza confrontarsi con il punto di vista, le istanze, i bisogni, la ricchezza di pensiero di quello che Simone de Beauvoir definiva provocatoriamente il “secondo sesso”?

Se le donne della Chiesa avessero voce in capitolo (fuor di metafora, stavolta), quale sarebbe la posizione del mondo cattolico su temi come le coppie omosessuali, le persone transessuali, l’eutanasia, l’aborto, il divorzio? Certo, Papa Francesco, che ho avuto modo di incontrare in Cappella Sistina, in occasione di un’udienza dedicata alle scrittrici e agli scrittori, ha insegnato che la Chiesa è aperta a tutti, a todos, come non si stancava mai di ripetere.

Una posizione di enorme apertura (spesso criticata dai conservatori) che però non è bastata a modificare l’assetto di un’istituzione patriarcale basata sul potere degli uomini, in cui agli uomini sono riservati i ruoli apicali e che affida agli uomini la designazione del suo capo, il quale deve essere necessariamente un uomo.

Nel Medioevo si era diffusa, intorno al settimo secolo, la leggenda della Papessa Giovanna, che avrebbe regnato sulla Chiesa col nome pontificale di Giovanni VIII dall’855 all’857. Questa storia, quasi certamente priva di fondamento, ci testimonia un’atavica paura, quella che una donna potesse con l’inganno mettersi a capo della comunità cristiana.

Nacquero altre leggende, tra cui quella di una fantomatica sedia papale provvista di un foro centrale adibito a un’accurata ispezione intima. Per evitare altri spiacevoli incidenti, un incaricato avrebbe avuto il compito di sottoporre il papa a una sorta di “prova di virilità”, tastare con mano la presenza di attributi maschili, e solo in caso positivo esclamare a gran voce: “Virgam et testiculos habet”. A queste sue parole, i cardinali, sollevati, avrebbero risposto “Deo gratias!” procedendo alla ratifica della consacrazione.

L’immagine perturbante della Papessa è rimasta nei Tarocchi, che le dedicano uno degli arcani maggiori più importanti, la sua apparizione annuncia infatti l’intuizione, la saggezza e la capacità di affrontare le sfide con consapevolezza e forza interiore.

Un papa donna, in realtà, non è mai esistito e forse non esisterà mai, perché le religioni si basano su un sistema valoriale statico e tradizionale e proprio da questo traggono la loro forza e persistenza. Possiamo però augurarci che il nuovo papa, chiunque sia, abbia la capacità di comprendere anche il punto di vista femminile. Come sarà possibile? Per opera e virtù dello Spirito Santo. Così ho imparato da bambina.

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Raffaella Romagnolo
Il mondo è cambiato, la chiesa no: così le donne restano invisibili
La Stampa, 5 maggio 2025

Suore ne ho incontrate tante. Le prime, all’asilo. Una si chiamava suor Clemente, nome da maschio e piglio da generale prussiano, indimenticabile. Un’altra lavorava nell’ospedale della piccola città dove sono cresciuta, suor Tersilla. Era così solerte, esperta e benvoluta che a un certo punto la premiarono come cittadina dell’anno. Conobbi poi molte suore a scuola, alle medie mi insegnavano Italiano, Storia, Geografia, Musica e Ginnastica (sì, Ginnastica).

Ne conosco diverse che mandano avanti l’ospizio vicino a casa mia. Di altre mi sono arrivate solo le voci, le ho sentite cantare nella chiesa del convento di clausura a due chilometri da dove abito. L’ultima che ho incontrato ha circa la mia età e ha preso i voti da grande, dopo averne fatte di ogni (parole sue). Donne diverse, anche molto, simpatiche, antipatiche, accoglienti, respingenti, ambiziose, pazienti, generose, manipolatrici. Donne dai differenti talenti, nel senso evangelico del dovere da compiere per far fruttare al meglio il dono che il Padreterno ti ha fatto mettendoti al mondo. In comune due tratti essenziali: hanno consacrato la vita a Dio e, a differenza dei consacrati maschi, non possono immaginarsi parroco, vescovo, cardinale, papa.


Si dirà che è sempre stato così, che lo sapevano prima di prendere il velo. Che il “secolo” (cioè il mondo, nel linguaggio antico della Chiesa) non è per loro. Regola arcaica almeno quanto la parola (forse di più). Ma nel frattempo il secolo/mondo è cambiato e oggi le donne possono immaginarsi e poi diventare dirigente, magistrato, astronauta, capo di Confindustria, segretario generale della CGIL, ministro, presidente del Consiglio e, almeno in via teorica (ma confido sia solo questione di tempo), presidente della Repubblica. Non è facile, non è una strada in discesa, ma è una strada percorribile e percorsa. Per le donne consacrate, no.

L’uguaglianza è orizzonte e progetto di ogni democrazia, che è altro dalla monarchia assoluta che in questi giorni si appresta a celebrare il rito di sostituzione del capo. Cerimonia officiata da una sorta di consiglio degli anziani che sceglierà un proprio membro (funziona così dal 1389, dice Wikipedia).

Per i credenti, me compresa, saranno guidati dallo Spirito Santo. Che però, e spero non sia blasfemia, non me lo immagino a questionare se le donne in quanto donne siano indegne della massima carica o anche solo di dir messa. Ma si troverà comunque con le mani legate, lo Spirito Santo, legate da umani maschi che hanno stabilito le regole, e su un maschio gli toccherà quindi indirizzare le preferenze dei votanti. E così si rinnova ancora una volta il disagio, di più, l’insofferenza che provo ogni volta che, laddove si decide qualcosa di importante, al tavolo non sono invitate donne. La sensazione di non essere viste, rispettate, valorizzate nel nostro talento, sempre in senso evangelico, il dovere di vivere in pienezza la propria vita. È un’insofferenza crescente, la proviamo in tante, sempre di più.


Sul tavolo dove lavoro ho una bella immagine della Madonna. È una cartolina che la ritrae come l’ha dipinta Piero della Francesca nel Polittico della Misericordia, conservato al Museo Civico di Sansepolcro. Fondo oro abbagliante, Maria in posa ieratica, il volto un ovale perfetto, creatura solida, potente, ultraterrena. Sotto il mantello accoglie uomini e donne, buoni e cattivi, anche il boia. Si tratta di un soggetto tradizionale, medioevale, che dice protezione e a me parla del presente. Dice che non bisogna aver paura, che c’è speranza. Non basta però che il papa passato e quello futuro s’inginocchino alla Vergine. Se la Chiesa vuole stare nel secolo/mondo, qualche ragionamento in più, nelle segrete stanze, andrà pur fatto. Si ricordano i passi di Francesco in questa direzione, le nomine femminili in posti chiave. Persone (non uomini, non donne), persone giuste al posto giusto.

Serve ancora coraggio. L’alternativa è starne fuori, dal secolo/mondo, chiusi cerimoniosamente a chiave in una stanza meravigliosamente affrescata, in cui però metà degli umani, tenuti alla porta, hanno sempre meno voglia di entrare.




lunedì 5 maggio 2025

La scoperta della civiltà contadina



Nicola Lagioia, Perché il mio Carlo Levi non si è fermato a Eboli
La Stampa, 5 maggio 2025

Cristo si è fermato a Eboli è un cardine della letteratura italiana ed europea. È la scoperta di una diversa civiltà, un «viaggio al principio del tempo», il racconto di un popolo colonizzato fatto da chi, venuto dalla stirpe dei colonizzatori, si spoglia del proprio privilegio ricevendone in cambio una lingua nuova. È un romanzo, un documento, un resoconto, un memoriale, un libro antichissimo sbocciato nel cuore della modernità. Ed è un’evocazione, un discorso corale, un ponte tra mondi non riconciliati. Nessun lettore può inoltrarsi nei suoi capitoli e restare indifferente. Ed è, questo libro così umano, anche un problema che non siamo riusciti a risolvere.

Quando ero un ragazzo, e vivevo a Bari, i lettori di Carlo Levi con cui ero in contatto si dividevano in due categorie. C’erano quelli che si sentivano riscattati da Cristo si è fermato a Eboli perché aveva reso centrale, sul piano letterario, la civiltà contadina del Mezzogiorno. E poi c’erano quelli che, pur riconoscendo il valore del libro, gli imputavano la responsabilità di aver diffuso l’idea di un Meridione sprofondato nell’arretratezza.

Alla «vergogna nazionale» di cui parlò Palmiro Togliatti visitando Matera nel 1948 aveva insomma aperto retoricamente la strada proprio Levi, dicevano i suoi detrattori. Il Cristo era ambientato ad Aliano (trasformato in Gagliano per esigenze poetiche), ma la sua forza espressiva era tale da rendere la parte rappresentativa del tutto. Negli anni ’80 del Novecento – l’epoca in cui, da ragazzo, dovevo scegliere se guardare a Levi con sospetto o gratitudine – diverse zone della Basilicata e della Puglia (le due regioni, seppure diverse, venivano reputate sorelle) facevano ormai parte della piena modernità italiana, ma anche cercando tra quelli che avevano fatto il salto sociale era difficile trovare un ingegnere, un medico, un professore universitario, un principe del foro, un imprenditore di successo che non fosse figlio o nipote di contadini.

Una madre con il figlio a Teramo nel 1940

 

Il mondo raccontato da Carlo Levi era ancora molto vivo nella memoria della gente. Ricordo primari d’ospedale discettare di scienza medica, rischiarati dai lumi di Diderot e Voltaire, ma se un paziente chiedeva con troppa insistenza il giorno esatto in cui sarebbe guarito, allora quei medici cambiavano registro, e rispondevano con ironia: pescrille e pescruflo. («Crai è domani, e sempre», scrive Carlo Levi a proposito del modo in cui i contadini di Gagliano percepiscono il tempo, ma il giorno dopo domani è pescrai e il giorno dopo ancora è pescrille; poi viene pescruflo, e poi maruflo e maruflone; ed il settimo giorno è maruflicchio.

Ma questa esattezza di termini ha più che altro un valore di ironia. Queste parole non si usano tanto per indicare questo o quel giorno, ma piuttosto tutte insieme come un elenco, e il loro stesso suono è grottesco: sono come una riprova della inutilità di voler distinguere nelle eterne nebbie del crai. Nessuno può sapere con troppa precisione quando guarirà (o morirà) un malato. Un medico che abbia frequentato la civiltà contadina avrà speranze di evitare le trappole dello scientismo più sfrenato, l’altra faccia della superstizione.

Ho avuto un’educazione piccolo borghese, slanciata verso la modernità: liceo scientifico, università, collettivi studenteschi, concerti rock, mostre d’arte, cineforum. I miei nonni materni venivano tuttavia da lontano, erano coltivatori diretti, lavoravano la terra in microscopici fondi del sud barese. I loro padri erano stati braccianti, tra i padri dei loro padri c’erano i «cafoni all’inferno» di cui scrisse Tommaso Fiore quando riprese la leggenda del bracciante del Tavoliere il quale, una volta deceduto, fu spedito all’Inferno dove trovò condizioni migliori di quelle sperimentate nel latifondo. I giorni feriali frequentavo l’università. Il venerdì andavo al cinema. Il sabato andavo ad ascoltare Arto Lindsay (a Bari, in quel periodo, suonavano con regolarità Laurie Anderson, Robert Fripp, Roberto Gil, il meglio dell’avanguardia contemporanea). Provavo a immergermi nella cultura del mio tempo. La domenica mattina, però, andavo a trovare i nonni materni nell’entroterra e così piombavo, istantaneamente, in un’altra dimensione. Per conoscere le ultime novità musicali bastava recarsi in un negozio di dischi d’importazione, per i libri c’erano le librerie, le biblioteche.

Per accedere al tipo di conoscenza di cui erano depositari i nonni la porta era più stretta. Ho insomma avuto il privilegio di conoscere la civiltà contadina. L’ho frequentata gli ultimi anni durante i quali i suoi rappresentanti sono stati vivi, attivi, impegnati a difendere spicchi sempre più ridotti di un mondo che è andato poi distrutto in via definitiva. Non ne facevo parte, ne sono stato accolto. Quando poi ho letto Carlo Levi non ho trovato traccia d’esotismo nelle sue pagine, e non mi sono risentito. Oggi qualcuno accuserebbe forse Levi di appropriazione culturale, e non sarebbe più lontano dal dire una cosa esatta. Ho avuto sempre un tuffo al cuore leggendo il Cristo, mi sono sentito riconosciuto, confortato, persino consolato. Ho constatato ogni volta con quanta cura, precisione, capacità di scavo (quindi di ascolto) Carlo Levi avesse affrontato una civiltà a lui aliena.

In seguito, lo stesso Sud avrebbe relegato in modo sciagurato quella cultura nel folkore quando si sarebbe dato il compito di rappresentarla (al «cafone» si andava sostituendo il «cozzalo», il termine dispregiativo con cui nei contesti metropolitani venivano qualificati i contadini, considerati ormai dei rozzi semianalfabeti senza più un ruolo nella nuova società; tanto che quel termine, «cozzalo», indicherà poi in modo generico chi in città, contadino o meno, si comporterà in modo goffo, inadeguato), e l’avrebbe condannata alla dismissione se non all’oblio quando si sarebbe trattato di ragionarne politicamente.

Tra i lettori di Levi ero tra quelli che si sentivano risarciti, non danneggiati, dalla sua opera. Eppure il tema del «risarcimento» è fuorviante. Cristo si è fermato a Eboli non è un libro destinato a chi, nato nel Mezzogiorno, senta il bisogno di sentirsi nobilitato nelle proprie origini. È forse più utile a chi quel Sud lo conosce meno. «Chi non capisce il sud non capisce niente non solo dell’Italia, ma anche dell’Europa e forse del mondo», scriveva il sociologo Franco Chiarello affrontando l’opera di Franco Cassano. Ma non si tratta nemmeno solo di far conoscere la «luna dei Borboni» al resto del paese. Quello di Levi non è – mi sembra anche più chiaro oggi – un libro su un’Italia da migliorare sottraendo al degrado certe sue pur affascinanti aree geografiche, ma un’opera sapienziale sul costruire l’Italia (e l’Europa) anche attraverso la civiltà di quei luoghi remoti, e dunque, allo stato attuale, è un libro sul paese mancato, sul continente mancato.



Coprite quel seno

 


Una famosa battuta

… non solo l’autore ci induce fin dall’inizio a sposare le ragioni della simpatica famiglia di Orgone, oppressa dalla tirannica bigotteria del padrone di casa ben sobillato da Tartufo (1,1) ma gli concede una memorabile entrata in scena (3, II) che non ha forse eguali nella drammaturgia classica francese: è del tutto eccezionale che un protagonista entri in scena solo al terzo atto, quando, per di più, nei due atti precedenti si è parlato quasi esclusivamente di lui. In questa scena giustamente celebre, Molière riesce a non deludere le attese e a mostra, contemporaneamente, Tartufo e la sua maschera: l’uomo sensuale subito attirato dalla generosa scollatura della domestica. «Coprite quel seno che non saprei vedere» (v. 861) e il sedicente asceta che raccomanda al valletto: «Riponete il cilicio con la mia disciplina» (v. 853).
Letteratura europea Utet


Dorina poi se la cava molto bene. Visto il gioco, si difende con ironia e disprezzo:

Molière, Tartufo, Atto III, scena seconda

TARTUFO (estraendo di tasca un fazzoletto) Oh, santo Dio! vi prego,
Prima di aprire bocca prendete il fazzoletto.
DORINA Come?
TARTUFO Coprite quel seno, che non potrei* vedere:
L’anima è conturbata da simili visioni,
E mi posson venire dei pensieri indecenti.
DORINA Oh, quanto siete debole verso le tentazioni!
Quale effetto la carne desta sui vostri sensi!
Non so quale bollore vi sia venuto addosso
Io non son così pronta a lasciarmi sedurre,
E voi potreste essere nudo da cima a fondo
Senza che il vostro corpo mi tenterebbe un poco.
TARTUFO Mettete più modestia nei discorsi che fate,
Altrimenti vi pianto qui da sola all’istante.
DORINA No, no, son io che adesso voglio lasciarvi in pace;
Mi rimane soltanto da dirvi una parola.
La signora vorrebbe scendere in questa sala,
E per questo vi chiede la grazia di un colloquio.
TARTUFO Sì, con molto piacere.
DORINA (fra di sé) Come si raddolcisce!
Son più che mai convinta di quel che ho detto prima.

(*) non avrei il diritto di

Molière bambino (Mnouchkine)
TARTUFFE. Il tire un mouchoir de sa poche.
Ah! mon Dieu, je vous prie,
Avant que de parler prenez-moi ce mouchoir.
DORINE Comment?
TARTUFFE Couvrez ce sein que je ne saurais voir:
Par de pareils objets les âmes sont blessées,
Et cela fait venir de coupables pensées.
DORINE Vous êtes donc bien tendre à la tentation,
Et la chair sur vos sens fait grande impression!
Certes je ne sais pas quelle chaleur vous monte:
Mais à convoiter, moi, je ne suis pas si prompte,
Et je vous verrais nu du haut jusques en bas,
Que toute votre peau ne me tenterait pas.
TARTUFFE Mettez dans vos discours un peu de modestie,
Ou je vais sur-le-champ vous quitter la partie.
DORINE Non, non, c’est moi qui vais vous laisser en repos,
Et je n’ai seulement qu’à vous dire deux mots.
Madame va venir dans cette salle basse,
Et d’un mot d’entretien vous demande la grâce.
TARTUFFE Hélas! très volontiers.
DORINE, en soi-même.
Comme il se radoucit!
Ma foi, je suis toujours pour ce que j’en ai dit.