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mercoledì 24 giugno 2015

Cenerentola ragazza da marito

Nella favola di Cenerentola sono presenti i temi della rivalità fraterna, con conseguenti angosce, della speranza di riscatto, e soprattutto quello dell’identità femminile.




Per quanto riguarda il tema della rivalità si hanno esempi biblici: Caino/Abele, Esaù/Giacobbe, che evidenziano la distruzione di un fratello ad opera di un altro.
Nella Fiaba dei fratelli Grimm, come in quella di Perrault, questa distruzione è rappresentata dall’umiliazione subita dalla fanciulla ad opera delle sorellastre. Nella fiaba dei fratelli Grimm, però, si colgono echi di un antico racconto in cui Aschenputtel era un ragazzo “cenerentolo” in seguito divenuto re.
Vivere in mezzo alla cenere è un’espressione che denota una condizione di inferiorità, inadeguatezza e sottomissione a cui Cenerentola è posta: essa fu costretta a vivere in mezzo alla cenere ma questo ha un significato importante e non è un dettaglio di poco conto.
Se ci fermiamo alla superficie allora non c’è complessità, perché possiamo molto sbrigativamente risolvere la cosa dicendo che la cenere è il simbolo di umiliazioni, di declassamento da una posizione di prestigio di cui essa beneficiava in una posizione di umile sguattera. Ma se torniamo indietro nel tempo e operiamo una equiparazione con il mito, occuparsi del focolare era una posizione importante, addirittura desiderabile - custodi del focolare erano le vergini vestali – era una carica  prestigiosa cui una donna potesse aspirare.
Un'altra implicazione delle ceneri si collega al lutto: il giorno delle Ceneri ci si cosparge il capo; nell’Odissea viene narrato l’atto di sedersi fra le ceneri in segno di cordoglio ed era praticato da molti popoli (James Hastings, Ashes, cit. in B.Bettelheim, Il Mondo incantato), in seguito i richiami alla purezza, al lutto, si sono trasformati nei significati di sporcizia e straccioneria.
Nei racconti moderni, l’accento viene posto sulla rivalità/ostilità nutrita dalle sorelle.
Le diverse versioni aiutano a comprendere quanto il tema della rivalità sia così presente nella vita del Bambino/a e quanto sia un archetipo universale dell’inconscio collettivo: Armonia opposta ad Animosità ed è per questo motivo che si assiste alla trasformazione delle sorelle in sorellastre, dei fratelli in fratellastri, della madre in matrigna o in strega, del padre in orco.
La rivalità si riferisce a una costellazione complessa di sentimenti e sulle loro cause espressione di come, nelle diverse epoche dello sviluppo del bambino/a, le figure della madre e dei fratelli vengano scisse, per proiezione di sentimenti ostili, anche se appartengono alle stesse persone.
Solo attraverso l’assimilazione degli aspetti negativi rimossi e degli aspetti positivi giacenti nell’Ombra,  il bambino/a può ricongiungere le figure scisse in figure intere, in un processo interiore che ha luogo ogni qualvolta l’energia psichica lotta per superare ostacoli, difficoltà,  per conquistare un rinnovamento. Il/la Bambino/a si trova ad esperire sentimenti opposti: talvolta si sente spregevole e sporco, pieno di odio nei confronti dei genitori e dei fratelli, immediatamente dopo è l’innocente maltrattato da creature malvage.

 










Al di là di quelle che possano essere le condizioni esterne, ciò che importa è che questi anni si connettono ad un periodo di sofferenza interiore, privazione, esperienze fatte di incomprensioni, di solitudine, di emarginazione. L’infelicità provata è talmente profonda che agli occhi del/della bambino/a sembra durare all’infinito, e Cenerentola pare provare la stessa intensità di dolore. Così, gli anni trascorsi da Cenerentola in mezzo alla cenere suggeriscono al bambino/a che nessuno può sfuggire a tale esperienza, anche se ci sono momenti in cui sembrano prevalere  forze ostili, il sollievo ottenuto da Cenerentola grazie all’intervento di forze benevole rassicura e tranquillizza il bambino/a.
Altri temi centrali sono: il nocciolo, la scarpina, il piedino, l’identità femminile, che esamineremo in seguito. 


Cenerentola è nota principalmente in due forme diverse: una dovuta ai fratelli Grimm e l'altra a Perrault, le due versioni hanno notevoli differenze.
La fiaba presentata da Perrault ha un inconveniente -peraltro comune a tutte le sue favole - di essere stata in qualche misura "depurata" di contenuti a suo avviso volgari, per rendere il racconto un prodotto più adatto a corte. Egli prese spunto dal materiale tratto dalla tradizione orale, forse anche da Basile, certamente ha operato, però, tagli e aggiustamenti inserendo elementi più raffinati, inventando particolari e modificando altri in modo che la storia risultasse conforme ai suoi concetti estetici, come ad esempio l'invenzione della "scarpina di vetro". Questo è un dettaglio importante che si ritrova esclusivamente nelle versioni derivate da quella di Perrault e che è stato ed è ancora oggetto di controversie.
Sembra, infatti, che Perrault udita la storia abbia scambiato il termine vair (che significa pelliccia variegata) per  verre (che significa vetro); in francese le due parole hanno la stessa pronuncia e quindi è probabile che il favolista abbia scambiato una pantofola foderata di pelliccia per una fatta di vetro. Ad ogni modo, non vi è dubbio alcuno che la scarpetta di vetro sia una deliberata invenzione di Perrault così come tutte le favole di Cenerentola da lui derivate, si trascinano dietro questa modifica.
La versione scozzese di Rashin Coatie è molto più antica della Gatta Cenerentola di Basile e di quella di Perrault, è citata da Murray (1872); si racconta della pantofola di pelliccia indossata dalle sorellastre di Rashin Coatie, dopo che la madre le ha costrette ad amputarsi il tallone e le dita dei piedi. Se la scarpetta fosse stata di vetro il sangue si sarebbe visto immediatamente, mentre sembra che sia stato un uccello a rivelare l'inganno.
La versione dei Fratelli Grimm  ha il pregio di rimanere fedele ai racconti tradizionali, come d'altra parte lo sono tutte le fiabe da loro recuperate; le storie raccolte dai fratelli, trattengono vivo il folklore locale come è stato tramandato oralmente, le immagini sono più vicine a persone reali, così ad esempio, in Cenerentola si evidenzia l'assenza di autosvilimento della fanciulla che viene presentata non come un'eroina melensa e sdolcinata, senza iniziativa che si auto emargina, al contrario, ella è una ragazza che chiede, tanto per portare un altro esempio, di partecipare al ballo, ubbidisce sì alle richieste assurde della matrigna e delle sorellastre, ma non demorde continua a chiedere, desidera partecipare al ballo.
E va al ballo, se ne va spontaneamente e si nasconde al principe che cerca di seguirla. Nella versione di Perrault, allo scoccare della mezzanotte Cenerentola fugge non perché le sembra giusto farlo, ma soltanto in ottemperanza all'ordine della fata madrina: ella rischia che la carrozza si trasformi in zucca, i valletti in topini, i suoi bellissimi abiti in stracci.
Un altro aspetto che sottolinea le differenti versioni dei due autori si presenta quando viene il momento di fare la prova della deliziosa scarpetta: nella fiaba di Perrault, non è il principe che va alla ricerca della fanciulla, egli invia il suo ciambellano alla ricerca della proprietaria del prezioso oggetto. Prima che Cenerentola incontri il principe, interviene la fata madrina che la veste con un abito meraviglioso; qui si perde un particolare importante presente, invece, nella versione dei Fratelli Grimm: è il principe che si muove alla ricerca della ragazza, egli non si lascia influenzare dall'aspetto trasandato, misero e cencioso di Cenerentola, egli riconosce le qualità intrinseche della giovane a dispetto della sua apparenza esteriore.
Il principe porge la "scarpetta" a Cenerentola ed è lei ad indossarla, dimostrandogli - come dice Bettelheim - che "sarebbe stata in grado di determinare il suo destino e il suo piacere"; in termini di psicologia analitica Cenerentola presenta il suo Animus, la componente maschile della sua psiche, ma solo dopo che il principe, nel porgerle la scarpetta, compie un gesto importante:il riconoscimento della sua identità e della sua femminilità.
Nella versione dei Fratelli Grimm quando il padre di Cenerentola parte, chiede cosa desiderino come doni, le figliastre chiedono vestiti e gioielli mentre Cenerentola un ramo di nocciolo. In alcune versioni, invece del nocciolo è un Pero, in altre un albero di datteri. Nel mondo della simbologia l'albero di nocciolo e il frutto hanno grande rilevanza nella popolazione germanica e nelle popolazioni nordiche: Iduna, dea della vita e della fertilità è liberata da Locki che, trasformatosi in Falco, la rapisce sottoforma di Nocciola. Al ritorno del padre Cenerentola ottiene il dono richiesto e va subito sulla tomba della madre, pianta il ramo e lo innaffia di lacrime unitamente alle preghiere più volte al giorno fin quando il ramo non diventa albero.
 La nocciola, nei riti matrimoniali (ad Hannover in particolare) è presente nel grido tradizionale della folla "nocciole, nocciole" e  il terzo giorno dopo le nozze, la sposa distribuisce nocciole per indicare che il matrimonio è stato consumato. In seguito questo albero della fertilità è stato trasformato dall'immaginario collettivo - condizionato dal Cattolicesimo del Medioevo - in albero della dissolutezza e in alcuni canti folkloristici il nocciolo è opposto all'Abete considerato l'albero della costanza.
  Nella Tradizione celtica il Nocciolo è da sempre collegato a pratiche magiche: in tutti i testi celtici insulari, il nocciolo, insieme al Sorbo, è considerato albero sacro dal carattere magico e, a questo proposito, entrambi sono impiegati dai Druidi come supporto di incantesimi. Sul suo legno vengono incisi Ogam o lettere misteriose dal sapore magico. Per il tempo lungo impiegato dai suoi frutti per giungere a maturazione, si associa il simbolo della pazienza e della costanza nello sviluppo dell'esperienza mistica i cui frutti si fanno attendere.
  Il Pero in Cina era simbolo di lutto per i suoi fiori bianchi che rappresenterebbero e significherebbero il carattere effimero dell'esistenza; i fiori sono di estrema fragilità e durano poco. Il suo frutto - la Pera - "è un simbolo tipicamente erotico e pieno di sensualità, ciò è probabilmente dovuto al suo sapore dolce, all'abbaondanza di succo, ma anche alla sua forma che evoca qualcosa di femminile" (E. Aeppli, I sogni e la loro interpretazione, 1949).
La simbologia della Scarpa è vasta e di questo oggetto di abbigliamento se ne parla anche nella Bibbia. In lingua germanica Skarpa, significa "tasca di pelle" ed è facile la vicinanza a "pantofola di pelliccia" invece che a "scarpetta di vetro". Oggetto dell'evoluzione dallo stato selvaggio alla civiltà, la scarpa è collegata allo spostamento e, se accostata al forma mitica, ha proprietà magiche che permettono al possessore di liberarsi delle leggi fisiche che lo ancorano alla terra, alla materia.
Le origini del simbolismo della scarpa vengono da lontano, forse a partire dall'immagine del Potere (Re, Faraoni, Sacerdoti, Cavalieri,ecc.) i cui piedi sono calzati come pure quelli di uomini liberi in contrasto con gli schiavi che camminano a piedi nudi.
Anticamente lo scambio o il dono delle scarpe assumeva il valore di firma di patti e di contratti; questo rituale aveva particolare importanza nel matrimonio. Nella Bibbia vi sono diversi accenni alla scarpa: lanciando la scarpa della giovane sposa, il padre trasferisce la sua autorità al futuro marito, gesto che allude simbolicamente all'appropriazione, cioè che da quel momento in poi la moglie "appartiene", diventa proprietà del suo sposo. Una tradizione che si è perpetuata nel tempo, se ancora oggi in alcuni paesi è in uso attaccare le scarpe al veicolo degli sposi.
Nella favola di Cenerentola la scarpetta assicura il legame tra il principe e la fanciulla oltre a chiarire il simbolismo sessuale della scarpa e del piede. Esiste un'espressione popolare "trovare la giusta scarpa per il proprio piede" indicante anche l'identità del possessore.
Non c'è che un unico piede al mondo che può calzare quella "scarpetta di vetro" anzi, "quella preziosa pantofola di pelliccia", metafora inequivocabile per dire che il cuore del principe non può che battere per una sola fanciulla: Cenerentola, appunto.
Nella lettura psicoanalitica il simbolismo della scarpa è la incarnazione della vagina e il piede del pene. La penetrazione del secondo rivela la necessità di un adattamento che può arrivare all'adeguamento perfetto. In quanto oggetto che contiene, la scarpa è simbolo del femminile, esattamente come lo sono la matrice, la conchiglia, la coppa; il piede, di contro, per la sua forma e in quanto parte del corpo che entra nella scarpa, è il simbolo del maschile. Appartenendo entrambi alla stessa persona si rappresentano i due lati della personalità il lato maschile e femminile sia nella donna sia nell'uomo.

http://guidapsicologiadsteck.blogspot.it/2012/03/fiabe-2.html
con adattamenti 

 

mercoledì 8 aprile 2015

Genealogia di Cappuccetto rosso


Massimiliano Panarari
E Cappuccetto Rosso rottamò la nonna
Tra implicazioni psicanalitiche e valenze rituali l’indagine di Yvonne Verdier alla ricerca delle versioni più antiche e dimenticate della fiaba

La Stampa, 7 aprile 2015

Le fiabe possiedono implicazioni psicanalitiche e valenze rituali «toste». Gli analisti, che si erano parecchio dedicati fin da subito a illuminarne i dark side, potrebbero sbizzarrirsi nuovamente intorno al racconto di Cappuccetto Rosso, visto che ne esistono alcune versioni dimenticate. Nel libro L’ago e la spilla (che esce ora in italiano per le Edizioni Dehoniane Bologna, pp. 106, € 10; prefazione di Augusto Palmonari), l’etnologa e sociologa Yvonne Verdier (1941-1989) compie un autentico lavoro di genealogia, riportando alla luce le varianti misconosciute di una delle fiabe europee universalmente più famose, la cui funzione era quella di comunicare nel tempo una serie di preoccupazioni «pedagogiche» (sulle quali si potrebbe oggi eccepire ampiamente) delle comunità in cui circolavano.

La variante hard

L’innalzamento letterario ha quindi edulcorato e trasfigurato il contenuto vero (e sottaciuto) della tradizione orale che veicolava la storia di Cappuccetto Rosso. Che coincide per noi con due versioni soltanto: quella di Charles Perrault (1697), in cui la malcapitata protagonista viene sbranata dal lupo, o, in alternativa, quella ancora più nota e diffusa, e a lieto fine, dei fratelli (Jacob e Wilhelm) Grimm, nella quale «arrivano i nostri», vale a dire il cacciatore che squarta il lupo cattivo e ne estrae sane e salve nonna e nipotina. La prima più hard e cruda, la seconda fantastica - e, appunto, favolistica - anche nell’happy ending, ma entrambe differenti dalle antiche tradizioni orali delle province francesi da cui questa narrazione ha tratto origine ed è stata perpetuata. La studiosa transalpina aveva deciso di andare «alla sorgente», e si mise così a passare al setaccio le versioni popolari e folcloriche raccolte presso varie fonti orali dagli etnografi di fine Ottocento specialmente in alcune aree (bacino della Loira, Nivernese, Velay, Forez, regione settentrionale delle Alpi), finendo per arrivare a contarne ben 34. Mentre, per contro, non esisteva una tradizione orale di trasmissione della favola in Germania, con l’eccezione di una porzione del Tirolo italiano.

Il colore della pubertà

Dopo avere comparato quello che i narratori delle varie zone si tramandavano, Verdier scoprì che esistevano almeno due varianti «sensibili» rispetto agli adattamenti letterari. La prima concerneva la scelta del percorso prospettata dal lupo alla nostra Cappuccetto Rosso nel momento in cui le loro strade si incrociano. «Quale sentiero vuoi prendere, le disse, quello degli spilli o quello degli aghi»? (da cui il titolo della ricerca). A una prima occhiata qualcosa di incomprensibile, se non addirittura di assurdo, di cui l’etnologa compie l’esegesi sulla base delle consuetudini (anche linguistiche) delle campagne francesi ottocentesche, dove l’ago (ossia il cucire) indicava le attività domestiche, mentre la spilla (che veniva donata dai ragazzi durante la fase del corteggiamento) rimandava all’agghindarsi e al farsi belle. Lavoro e «frivolezza», due opzioni solo in apparenza contrapposte (perché, alla fine, in moltissimi casi si tenevano tranquillamente insieme), che compendiavano l’assai limitato (per non dire inesistente) «orizzonte di possibilità» delle giovani nell’universo contadino dell’epoca.
La vicenda di Cappuccetto Rosso manifesta allora la natura di «apologo educativo» per le ragazze della Francia profonda e rurale (e non solo). E assume anche, antropologicamente, il carattere di rito di iniziazione e passaggio, come evidenziano gli «stadi» del soggiorno di Cappuccetto nell’abitazione della nonna-maestra di vita, dove l’ingresso corrisponde alla morte e la partenza alla rinascita, una volta raggiunta la nuova condizione di adulta. Tanto l’ago quanto la spilla, oggetti aguzzi e appuntiti, in grado di ferire e far sgorgare il sangue, rappresenterebbero, giustappunto, la pubertà femminile (ribadita pure dal colore rosso del vestiario della bambina che sta per diventare grande).



Un pasto cannibalesco

Ad accomunare le versioni popolari c’è poi - seconda cospicua variazione rispetto al racconto di Perrault - il «pasto cannibalesco» e antropofago, quello che il lupo travestito da nonna offre all’inconsapevole bambina, la quale finisce per mangiarsi dei brandelli dell’antenata. Questo momento decisamente splatter e gore identifica (diremmo ora) il «conflitto generazionale» - o, forse, un’ancestrale rottamazione ante litteram… - come richiesto dalle ferree e primitive regole di quel mondo rurale, dove le più giovani scalzavano le anziane innanzitutto sulla base (e lo palesa la componente iniziatico-rituale) dell’acquisizione o della perdita delle facoltà riproduttive. Che rappresentavano precisamente il mezzo, insieme con l’ago e la spilla (e a ciò che sottintendevano), in virtù del quale le ragazze potevano addomesticare il lupo cattivo (la società maschile patriarcale) che si era appena sbranato la donna in età avanzata, facendo il lavoro sporco imposto proprio dalle spietate convenzioni comunitarie. E, dunque, Cappuccetto Rosso «attenta al lupo» - o forse no…