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mercoledì 8 aprile 2015
Genealogia di Cappuccetto rosso
Massimiliano Panarari
E Cappuccetto Rosso rottamò la nonna
Tra implicazioni psicanalitiche e valenze rituali l’indagine di Yvonne Verdier alla ricerca delle versioni più antiche e dimenticate della fiaba
La Stampa, 7 aprile 2015
Le fiabe possiedono implicazioni psicanalitiche e valenze rituali «toste». Gli analisti, che si erano parecchio dedicati fin da subito a illuminarne i dark side, potrebbero sbizzarrirsi nuovamente intorno al racconto di Cappuccetto Rosso, visto che ne esistono alcune versioni dimenticate. Nel libro L’ago e la spilla (che esce ora in italiano per le Edizioni Dehoniane Bologna, pp. 106, € 10; prefazione di Augusto Palmonari), l’etnologa e sociologa Yvonne Verdier (1941-1989) compie un autentico lavoro di genealogia, riportando alla luce le varianti misconosciute di una delle fiabe europee universalmente più famose, la cui funzione era quella di comunicare nel tempo una serie di preoccupazioni «pedagogiche» (sulle quali si potrebbe oggi eccepire ampiamente) delle comunità in cui circolavano.
La variante hard
L’innalzamento letterario ha quindi edulcorato e trasfigurato il contenuto vero (e sottaciuto) della tradizione orale che veicolava la storia di Cappuccetto Rosso. Che coincide per noi con due versioni soltanto: quella di Charles Perrault (1697), in cui la malcapitata protagonista viene sbranata dal lupo, o, in alternativa, quella ancora più nota e diffusa, e a lieto fine, dei fratelli (Jacob e Wilhelm) Grimm, nella quale «arrivano i nostri», vale a dire il cacciatore che squarta il lupo cattivo e ne estrae sane e salve nonna e nipotina. La prima più hard e cruda, la seconda fantastica - e, appunto, favolistica - anche nell’happy ending, ma entrambe differenti dalle antiche tradizioni orali delle province francesi da cui questa narrazione ha tratto origine ed è stata perpetuata. La studiosa transalpina aveva deciso di andare «alla sorgente», e si mise così a passare al setaccio le versioni popolari e folcloriche raccolte presso varie fonti orali dagli etnografi di fine Ottocento specialmente in alcune aree (bacino della Loira, Nivernese, Velay, Forez, regione settentrionale delle Alpi), finendo per arrivare a contarne ben 34. Mentre, per contro, non esisteva una tradizione orale di trasmissione della favola in Germania, con l’eccezione di una porzione del Tirolo italiano.
Il colore della pubertà
Dopo avere comparato quello che i narratori delle varie zone si tramandavano, Verdier scoprì che esistevano almeno due varianti «sensibili» rispetto agli adattamenti letterari. La prima concerneva la scelta del percorso prospettata dal lupo alla nostra Cappuccetto Rosso nel momento in cui le loro strade si incrociano. «Quale sentiero vuoi prendere, le disse, quello degli spilli o quello degli aghi»? (da cui il titolo della ricerca). A una prima occhiata qualcosa di incomprensibile, se non addirittura di assurdo, di cui l’etnologa compie l’esegesi sulla base delle consuetudini (anche linguistiche) delle campagne francesi ottocentesche, dove l’ago (ossia il cucire) indicava le attività domestiche, mentre la spilla (che veniva donata dai ragazzi durante la fase del corteggiamento) rimandava all’agghindarsi e al farsi belle. Lavoro e «frivolezza», due opzioni solo in apparenza contrapposte (perché, alla fine, in moltissimi casi si tenevano tranquillamente insieme), che compendiavano l’assai limitato (per non dire inesistente) «orizzonte di possibilità» delle giovani nell’universo contadino dell’epoca.
La vicenda di Cappuccetto Rosso manifesta allora la natura di «apologo educativo» per le ragazze della Francia profonda e rurale (e non solo). E assume anche, antropologicamente, il carattere di rito di iniziazione e passaggio, come evidenziano gli «stadi» del soggiorno di Cappuccetto nell’abitazione della nonna-maestra di vita, dove l’ingresso corrisponde alla morte e la partenza alla rinascita, una volta raggiunta la nuova condizione di adulta. Tanto l’ago quanto la spilla, oggetti aguzzi e appuntiti, in grado di ferire e far sgorgare il sangue, rappresenterebbero, giustappunto, la pubertà femminile (ribadita pure dal colore rosso del vestiario della bambina che sta per diventare grande).
Un pasto cannibalesco
Ad accomunare le versioni popolari c’è poi - seconda cospicua variazione rispetto al racconto di Perrault - il «pasto cannibalesco» e antropofago, quello che il lupo travestito da nonna offre all’inconsapevole bambina, la quale finisce per mangiarsi dei brandelli dell’antenata. Questo momento decisamente splatter e gore identifica (diremmo ora) il «conflitto generazionale» - o, forse, un’ancestrale rottamazione ante litteram… - come richiesto dalle ferree e primitive regole di quel mondo rurale, dove le più giovani scalzavano le anziane innanzitutto sulla base (e lo palesa la componente iniziatico-rituale) dell’acquisizione o della perdita delle facoltà riproduttive. Che rappresentavano precisamente il mezzo, insieme con l’ago e la spilla (e a ciò che sottintendevano), in virtù del quale le ragazze potevano addomesticare il lupo cattivo (la società maschile patriarcale) che si era appena sbranato la donna in età avanzata, facendo il lavoro sporco imposto proprio dalle spietate convenzioni comunitarie. E, dunque, Cappuccetto Rosso «attenta al lupo» - o forse no…
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venerdì 9 agosto 2013
Gramsci postmoderno e l'immaginario
Massimiliano Panarari
Europa, 9 agosto 2013
pubblicato con il titolo Leggere Gramsci nella post-democrazia
Una premessa (alquanto) doverosa. Antonio Gramsci (1891-1937), per chi non lo ricordasse, era un comunista e, per la precisione, un leninista. Certamente, un marxista a suo modo eterodosso, sui generis ed eretico, e che pagò un duro prezzo personale anche per questa sua originalità e autonomia rispetto al movimento comunista internazionale egemonizzato dall’Unione Sovietica di Stalin (ed espresso in Italia dalla sua Togliatti’s Version). Ma sempre marxista (e, nella fattispecie, esponente del “marxismo occidentale”, al quale è assimilabile per la formazione di tipo storicista, antipositivista e idealista) – e questo va saputo nel momento in cui ci si accinge (come utilissimo e doveroso) a leggerlo ai giorni nostri. Perché, giustappunto, Gramsci è assolutamente e integralmente figlio dei propri tempi di ferro e di fuoco. Ma si rivela pure perfettamente in grado, in virtù di alcune categorie e intuizioni formidabili, e di portata molto durevole, di trascendere il Novecento per parlare ai nostri giorni postmodernizzati e divenuti tanto liquidi.
E, allora, va tenuto sempre presente, a rigor di storiografia e onestà intellettuale, che quando ci esercitiamo in qualche ermeneutica liberale o liberal (che, lo confessiamo, ci piace molto…) di Gramsci, stiamo compiendo una forzatura e una operazione di decontestualizzazione che cozza con la filologia. Ma proprio qui, d’altronde, ovvero nella loro capacità di oltrepassare la propria epoca, risiedono il landmark e la cifra distintiva dei classici: cosa che vale anche per il filosofo di origini sarde. Il quale, letto con gli occhi e il senno dell’oggi, ci descrive superbamente gli elementi non funzionanti nel rapporto tra popolo ed élites dirigenti che hanno unificato questa nazione, dicendoci tanto, anche ben oltre le finalità che perseguiva quando scriveva, dei problemi e dei deficit che ci trasciniamo da più di un secolo e mezzo, e ci impediscono di diventare (finalmente) un “Paese normale”. Perciò leggere alcuni passaggi dei Quaderni del carcere risulta estremamente interessante per comprendere alcune delle radici profonde e di lunga durata dell’antipolitica, e dell’antipartitismo che, in modo ciclico (e assai rumoroso), riaffiora nella politica italiana. E indica, per filo e per segno, quanto un partito di sinistra (ovvero intenzionato a trasformare – ovviamente senza la rivoluzione violenta che costituiva un must per i marxisti novecenteschi – lo stato delle cose esistente) abbia bisogno di intellettuali, o, come qualcuno direbbe ai nostri tempi, di analisti simbolici capaci di delineare un progetto di emancipazione dei più deboli, i quali ci sono ancora, e anzi, come dovrebbe apparire evidente, aumentano vieppiù al dilagare delle diseguaglianze.
Gli intellettuali “organici” (all’epoca andava così) al partito e alle masse (ovvero coloro che erano specializzati nell’esercizio della “funzione intellettuale”, perché Gramsci pensava che chiunque fosse, in certa misura, un intellettuale) erano infatti investiti di un compito delicatissimo e fondamentale. Ossia la missione di elaborare un universo culturale, fatto di visioni e istituzioni, contrapposto a quello dominante che ammaliava le classi subordinate, rendendole inconsapevolmente complici di chi le manteneva in stato di soggezione: in poche parole, a loro spettava la produzione di una controegemonia che se la giocasse alla pari con l’egemonia culturale vittoriosamente instaurata dalle classi dominanti (come, per fare un esempio attuale, e mutatis mutandis, il neoliberismo che respiriamo ininterrottamente dagli anni Ottanta dell’ascesa di Reagan e della Thatcher). L’egemonia è, quindi, la messa in opera di un poderoso lavoro di direzione culturale e di pedagogia di massa che stabilisce i connotati di ciò che diventerà nazionalpopolare (senso comune e gusto di massa).
Gramsci era infatti convinto che la cultura rappresentasse una straordinaria (anzi, un’imprescindibile) opportunità di emancipazione anche politica e sociale, e che gli intellettuali di professione (con il partito “intellettuale collettivo”, e fors’anche general intellect, come direbbe qualcuno) potessero costruire, da mediatori preziosi, una filosofia popolare al servizio degli oppressi e delle lotte per raddrizzare le storture della società.
Se si sostituisce l’espressione soft power alla parola direzione culturale, si pensa a quanto quella stessa egemonia si sovrapponga alla nozione postmoderna di immaginario (anche se Gramsci era, appunto, un campione tutto d’un pezzo della modernità), si ripercorrono le sue categorie di “crisi organica” e di “blocco storico”, si guarda alla fortuna straordinaria di cui gode in vari ambienti accademici e culturali anglosassoni – che ne hanno agevolato perfino la riscoperta in madrepatria – si percepisce nitidamente quanto il pensatore dei Quaderni vada ancor più letto in questa nostra epoca di postdemocrazia (e di postpolitica). E, allora, scusate se è poco…
Europa, 9 agosto 2013
pubblicato con il titolo Leggere Gramsci nella post-democrazia
Una premessa (alquanto) doverosa. Antonio Gramsci (1891-1937), per chi non lo ricordasse, era un comunista e, per la precisione, un leninista. Certamente, un marxista a suo modo eterodosso, sui generis ed eretico, e che pagò un duro prezzo personale anche per questa sua originalità e autonomia rispetto al movimento comunista internazionale egemonizzato dall’Unione Sovietica di Stalin (ed espresso in Italia dalla sua Togliatti’s Version). Ma sempre marxista (e, nella fattispecie, esponente del “marxismo occidentale”, al quale è assimilabile per la formazione di tipo storicista, antipositivista e idealista) – e questo va saputo nel momento in cui ci si accinge (come utilissimo e doveroso) a leggerlo ai giorni nostri. Perché, giustappunto, Gramsci è assolutamente e integralmente figlio dei propri tempi di ferro e di fuoco. Ma si rivela pure perfettamente in grado, in virtù di alcune categorie e intuizioni formidabili, e di portata molto durevole, di trascendere il Novecento per parlare ai nostri giorni postmodernizzati e divenuti tanto liquidi.
E, allora, va tenuto sempre presente, a rigor di storiografia e onestà intellettuale, che quando ci esercitiamo in qualche ermeneutica liberale o liberal (che, lo confessiamo, ci piace molto…) di Gramsci, stiamo compiendo una forzatura e una operazione di decontestualizzazione che cozza con la filologia. Ma proprio qui, d’altronde, ovvero nella loro capacità di oltrepassare la propria epoca, risiedono il landmark e la cifra distintiva dei classici: cosa che vale anche per il filosofo di origini sarde. Il quale, letto con gli occhi e il senno dell’oggi, ci descrive superbamente gli elementi non funzionanti nel rapporto tra popolo ed élites dirigenti che hanno unificato questa nazione, dicendoci tanto, anche ben oltre le finalità che perseguiva quando scriveva, dei problemi e dei deficit che ci trasciniamo da più di un secolo e mezzo, e ci impediscono di diventare (finalmente) un “Paese normale”. Perciò leggere alcuni passaggi dei Quaderni del carcere risulta estremamente interessante per comprendere alcune delle radici profonde e di lunga durata dell’antipolitica, e dell’antipartitismo che, in modo ciclico (e assai rumoroso), riaffiora nella politica italiana. E indica, per filo e per segno, quanto un partito di sinistra (ovvero intenzionato a trasformare – ovviamente senza la rivoluzione violenta che costituiva un must per i marxisti novecenteschi – lo stato delle cose esistente) abbia bisogno di intellettuali, o, come qualcuno direbbe ai nostri tempi, di analisti simbolici capaci di delineare un progetto di emancipazione dei più deboli, i quali ci sono ancora, e anzi, come dovrebbe apparire evidente, aumentano vieppiù al dilagare delle diseguaglianze.
Gli intellettuali “organici” (all’epoca andava così) al partito e alle masse (ovvero coloro che erano specializzati nell’esercizio della “funzione intellettuale”, perché Gramsci pensava che chiunque fosse, in certa misura, un intellettuale) erano infatti investiti di un compito delicatissimo e fondamentale. Ossia la missione di elaborare un universo culturale, fatto di visioni e istituzioni, contrapposto a quello dominante che ammaliava le classi subordinate, rendendole inconsapevolmente complici di chi le manteneva in stato di soggezione: in poche parole, a loro spettava la produzione di una controegemonia che se la giocasse alla pari con l’egemonia culturale vittoriosamente instaurata dalle classi dominanti (come, per fare un esempio attuale, e mutatis mutandis, il neoliberismo che respiriamo ininterrottamente dagli anni Ottanta dell’ascesa di Reagan e della Thatcher). L’egemonia è, quindi, la messa in opera di un poderoso lavoro di direzione culturale e di pedagogia di massa che stabilisce i connotati di ciò che diventerà nazionalpopolare (senso comune e gusto di massa).
Gramsci era infatti convinto che la cultura rappresentasse una straordinaria (anzi, un’imprescindibile) opportunità di emancipazione anche politica e sociale, e che gli intellettuali di professione (con il partito “intellettuale collettivo”, e fors’anche general intellect, come direbbe qualcuno) potessero costruire, da mediatori preziosi, una filosofia popolare al servizio degli oppressi e delle lotte per raddrizzare le storture della società.
Se si sostituisce l’espressione soft power alla parola direzione culturale, si pensa a quanto quella stessa egemonia si sovrapponga alla nozione postmoderna di immaginario (anche se Gramsci era, appunto, un campione tutto d’un pezzo della modernità), si ripercorrono le sue categorie di “crisi organica” e di “blocco storico”, si guarda alla fortuna straordinaria di cui gode in vari ambienti accademici e culturali anglosassoni – che ne hanno agevolato perfino la riscoperta in madrepatria – si percepisce nitidamente quanto il pensatore dei Quaderni vada ancor più letto in questa nostra epoca di postdemocrazia (e di postpolitica). E, allora, scusate se è poco…
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