Visualizzazione post con etichetta Alain Delon. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alain Delon. Mostra tutti i post

giovedì 22 agosto 2024

Alain Delon, la meraviglia

 


Nicoletta Verna, Una bellezza insopportabile, La Stampa, 19 agosto 2024

Nella scena più iconica di Rocco e i suoi fratelli Alain Delon è sulle Terrazze del Duomo di Milano insieme ad Annie Girardot, e le sta dicendo che, pur amandola, la deve lasciare. Per tutta la sequenza Luchino Visconti evita attentamente di inquadrarlo frontalmente, riprendendolo sempre di spalle o di tre quarti. Solo in due scene vediamo finalmente il viso di Delon: quando dice a Nadia che solo lei può aiutare Simone (una frase dettata dalla buona fede, ma che carica la donna di una responsabilità impossibile da sopportare) e quando poi, più tardi, dichiara: «Non ci vedremo più, Nadia». In questi due primi piani la bellezza di Delon è quasi insopportabile, deturpata ad arte da un cerotto che ne mette in luce la dimensione morale (è stato picchiato ingiustamente) e l'assoluta perfezione, che fu cifra della ricerca estetica e stilistica di Visconti. Ed è, come non mai, una bellezza dolorosa. Dolorosa perché sfuggente: Delon si sta sottraendo all'amore, alla donna che ama, alla vita, in nome di un ideale impossibile. E dolorosa perché spietata: mentre lascia senza appello Nadia una lacrima gli riga il viso angelico, ma negli occhi si accende un barlume glaciale. Lei gli ripete per tre volte «Ti odio», e scappa: è confusa, persa fra le buone intenzioni e la crudeltà priva di speranza di Rocco.
Visconti come nessun altro ha saputo illuminare la cifra della bellezza di Delon, ovvero il magnetico contrasto fra il candore dei lineamenti e l'acume impietoso dello sguardo. Nella sua bellezza imperscrutabile c'è un mistero, di fronte al quale non c'è risposta razionale bensì una reazione di meraviglia: e la meraviglia («una sorpresa improvvisa dell'anima», come la definiva Cartesio) è la chiave per capire la fascinazione esercitata da Delon. L'incarnazione di un'era del cinema fatta di immaginazione più che di raziocinio, quella descritta da Edgar Morin nel suo saggio Il cinema o l'uomo immaginario, che infatti esce nel 1956, l'anno prima del debutto di Delon. Sul grande schermo, dice Morin, l'illusione di realtà è inseparabile dalla coscienza che si tratta effettivamente di un'illusione: nessuno, coscientemente, si chiede cosa c'è dietro. Delon ha costruito il suo mito sulla bellezza divistica di quegli anni, astratta più che empirica, simbolica più che fenomenica. Eppure del tutto reale. La bellezza di Delon è una grande illusione collettiva che parte dalla meraviglia per il segreto che si cela nel suo viso e diventa vera. È il rapporto fra bellezza e verità tipico dell'era moderna: come ci ricorda Philippe Daverio nel suo breve e illuminante saggio Che cos'è la bellezza, diventiamo uomini moderni quando passiamo dal concetto seicentesco per cui «nulla è bello se non ciò che è vero», al concetto romantico secondo il quale «è vero soltanto ciò che è bello». È la bellezza che genera verità. Non solo: la dimensione della bellezza diventa, nei secoli, sempre più dimensione morale. La bellezza salverà il mondo, dice il principe Myskin nell'Idiota di Dostoevskij, richiamando il concetto di pulchritudo dei di sant'Agostino. E la pulchritudo dei non è la bellezza di Dio, ovviamente, bensì l'armonia. La bellezza, nella concezione novecentesca, sta nella grazia.
Oggi il dibattito prosegue e si allarga. La verità, la bellezza, la dimensione morale e i rapporti che le legano sono concetti sempre più estesi, tentacolari, complessi, specie per quanto riguarda gli uomini di spettacolo. Da un lato, la star è sempre più illuminata nei dettagli nascosti e ambigui della sua vita personale, infrangendo il confine fra scena e retroscena che un tempo ne definiva l'identità. Dall'altro, movimenti come il #MeToo hanno portato a riflessioni sulle abiette e spesso taciute condotte di molti divi. Questo conduce sempre più spesso a mischiare i piani dell'arte e della vita privata: e poiché la bellezza è una dimensione della morale, se l'aspetto morale non è eccellente ne può fare le spese anche la bellezza, o la fascinazione.
Alain Delon, allora, è stato l'artista più incantevole mai visto, ma anche, si obietta, un individuo misogino, omofobo, conservatore. Ha rappresentato un modello di mascolinità oggi discutibile, o apertamente criticato. Il mistero inquietante del suo aspetto genera, in molti, fastidio più che fascinazione, poiché è lo specchio di un individuo moralmente grigio. Un artista che è anche un uomo. Un doppio. Sembra di essere in William Wilson, il capitolo diretto da Louis Malle del film collettivo Tre passi nel delirio, dove Delon è un cinico e sadico ufficiale austriaco perseguitato per tutta la vita da un uomo che gli somiglia e che lo tormenta. È il suo alter ego, la sua coscienza, la sua metà buona: e l'unico epilogo possibile è ucciderlo.
Oggi ciò che resta della bellezza è quel che filtra dalle maglie della verità, della morale, dell'ossessiva conoscenza di ogni dettaglio della vita intima. Delon ai nostri tempi sarebbe l'immenso divo che è stato allora? La risposta, o forse un'estrema domanda, forse sta in un'altra scena iconica della sua carriera: il dialogo con Monica Vitti nell'Eclisse di Antonioni, quando lei gli dice: «Io credo che non bisogna conoscersi per volersi bene. E poi, forse, non bisogna volersi bene». —

mercoledì 21 agosto 2024

Delon, bello e maledetto

 


Maurice Ulrich, Mort d'Alain Delon, une légende et ses mythes, L'Humanité, 18 agosto 2024

Il n’était pas un saint et n’a jamais prétendu l’être. Difficile quand on a un peu la beauté du diable et même si Visconti, en 1960, en fait dans Rocco et ses frères une sorte d’archange se sacrifiant pour son frère perdu, Simone. Quelques mois plus tôt, c’est le personnage de Tom Ripley dans Plein Soleil qui le révèle. Manipulateur, cynique et assassin, quand bien même on entrevoit en lui comme la fêlure des humiliations subies à n’être qu’un domestique de luxe dans le film, un enfant rejeté dans la vie, peut-être.

C’est déjà la marque d’Alain Delon, décédé dimanche 18 août à l’âge de 88 ans. On le retrouvera dans plus de quatre-vingt-dix films, sans compter les téléfilms et les apparitions au théâtre. Le regard bleu parfois glacial, le visage fermé, le sourire inquiétant, le corps qui occupe l’espace, un peu comme un félin. La tendresse, ce n’était pas trop son truc, même quand il dit à Claudia Cardinale dans Le Guépard qu’il veut qu’elle soit sa femme et non pas une maîtresse.

Le Guépard, bien sûr et Tancrède, le neveu désargenté du Prince Salina. On dirait que Visconti, dont on peut préjuger au passage qu’il n’était pas insensible à sa beauté, a su, comme peu d’autres, faire coller le personnage à la vérité de l’acteur. Tancrède ne calcule pas. Il est dans des phases de sincérité successives. Garibaldien quand il le faut, satisfait de son mariage avec Angelica quand on fusille ses anciens compagnons d’armes et que, selon la célèbre formule qu’il donne à son oncle comme explication des temps nouveaux, il fallait que tout change pour que tout reste comme avant.

Mais parle-t-on de Delon, Alain, né en 1935 à Sceaux, dans ce qui est actuellement les Hauts-de-Seine, ou de son image, plutôt ses images ? Son père dirige un cinéma à Bourg-la-Reine, sa mère travaille dans une pharmacie. Mais il a quatre ans lorsqu’ils divorcent et qu’il est confié à une famille d’accueil où le père est gardien de prison à Fresnes. Placé dans une pension catholique, il est renvoyé à plusieurs reprises et en arrive à préparer un CAP de charcuterie auprès de l’homme que sa mère a épousé en secondes noces. 

À 17 ans, il s’engage dans la marine nationale. Après un vol de matériel, il est invité à partir ou à prolonger son engagement pour trois ou cinq ans. Ce sera à Saïgon pendant la guerre d’Indochine. Vers la fin de sa période, il est mis aux arrêts après le vol d’une jeep. Ce n’est pas pour autant qu’il rejette la chose militaire, au contraire.

Il a déjà 21 ans quand il rentre à Paris où il enchaîne les petits boulots comme les fréquentations douteuses. Jean-Claude Brialy le remarque à Saint-Germain-des-Près où il a rencontré l’actrice Brigitte Auber et l’invite au Festival de Cannes. Sa belle gueule, ange et un peu voyou, lui ouvre un peu plus que les portes. En 1957, il a un premier rôle dans Quand la femme s’en mêle d’Yves Allégret, en 1958, c’est Christine avec Romy Schneider et Brialy.

Dans Sois belle et tais-toi de Marc Allégret, il croise déjà Belmondo. Il tourne régulièrement mais après le succès de Plein soleil, c’est le prix spécial du jury à Venise pour Rocco et ses frères qui l’installe dans la lumière avec Annie Girardot, bouleversante.

Il enchaîne avec l’Éclipse d’Antonioni, avec à ses côtés Monica Vitti et, en 1963, la Palme d’or du Festival de Cannes pour Le Guépard et le Golden globe du meilleur film en langue étrangère aux États-Unis pour Mélodie en sous-sol, d’Henri Verneuil, avec celui qui est toujours le plus grand acteur français, Jean Gabin, le propulsent au premier rang de ceux de sa génération, lui qui dit l’être devenu « par accident ». Il songe déjà à la production de films. Il le fera avec un film audacieux, l’Insoumis, d’Alain Cavalier, autour de l’OAS, censuré pour partie après avoir été interdit et resté confidentiel.

Dès lors on suit, en même temps que s’allonge la liste des films, la chronique de ses amours. Il y avait eu Dalida, en 1956, et avec qui il chantera plus tard Paroles, paroles, Brigitte Auber, Michèle Cordoue, la femme, donc, d’Yves Allégret, Romy Schneider avec une romance qui dure cinq ans, Francine Canovas qui deviendra Nathalie Delon.

En 1964, ils ont un fils, Anthony. Il enchaîne les tournages en s’offrant même le luxe de résilier un contrat à Hollywood. On retient Les Centurions, le rôle de Chaban-Delmas dans Paris brûle-t-il, Les Aventuriers de Robert Enrico avec Lino Ventura et la lumineuse Joanna Shimkus.

1967. Le film Le Samouraï s’ouvre sur une citation du Bushido, la voie du guerrier au Japon : « Il n’est pire solitude que celle du samouraï, si ce n’est celle du tigre dans la jungle, peut-être ». Avec ce film, Jean-Pierre Melville et lui créent une esthétique et comme une mystique. Jeff Costello est un tueur à gages presque mutique, impassible et dont on ne connaît rien sauf sa façon de lisser le bord de son feutre et la chambre qu’il occupe avec un canari dans une cage.

Le personnage acquiert une dimension d’un hiératisme tragique que Melville va décliner. Le grand banditisme devient un cérémonial entre hommes où les femmes ne sont que des maîtresses. Dans Le Cercle rouge, Delon est aux côtés de Gian Maria Volonte et Yves Montand. Bourvil, exceptionnel dans le rôle du commissaire qui les traque, est comme une incarnation du destin. Dans Un flic, c’est Delon le flic, mais comme en miroir.

Dans cette période, la réalité semble se confondre pour partie avec la fiction. Son garde du corps, Stevan Markovic, est retrouvé mort dans une décharge et un de ses amis, François Marcantoni, est accusé de l’assassinat. Il est soupçonné, interrogé à plusieurs reprises. Ses fréquentations anciennes ou présentes d’alors ne plaident pas en sa faveur. L’affaire prendra des proportions considérables en impliquant jusqu’au premier ministre Georges Pompidou et son épouse Claude. Rien ne sera retenu contre lui, et le fin mot de l’affaire ne sera jamais connu. 

Au même moment, il tourne La Piscine de Jacques Deray. Là, il n’est pas truand, ni flic, mais quand même assassin. Il retrouve Romy Schneider, découvre Jane Birkin et pour la deuxième fois, il tue Maurice Ronet. Drôle d’histoire. C’est aussi une réussite.

Son personnage de flic ou truand, il va en abuser dans nombre de films dont il est lui-même le producteur, en même temps qu’il fait prospérer sa marque, ses affaires, enrichit sa collection d’œuvres d’art. Borsalino fait exception avec l’amitié de jeunes caïds qui se noue à coups de poing entre lui et Belmondo.

On retrouve cependant le Delon de glace lorsqu’il liquide dans le foyer d’une locomotive le chef du gang adverse. Il sort du genre sous la conduite de Joseph Losey pour l’Assassinat de Trotsky et surtout l’exceptionnel Monsieur Klein ou son apparente indifférence aux événements, en l’occurrence la rafle du Vel d’Hiv, ne laisse rien présager de son geste final. Dans La veuve Couderc, il tourne avec Simone Signoret.

Dans Traitement de choc, il retrouve Annie Girardot et profite d’une scène de dispute pour la gifler plus violemment que prévu, en raison de son infidélité d’alors à son grand ami Renato Salvatori. Côté cœur, Mireille Darc a succédé à Nathalie. Ils resteront toujours amis.

En 1985, il est récompensé par le César du meilleur acteur pour Notre histoire de Bertrand Blier. Godard avec Nouvelle Vague, en 1990, lui donne une sorte de brevet intello, mais sa grande période s’achève, les vrais succès se font rares et Bernard-Henri Lévy lui offre le premier et retentissant échec de sa carrière avec Le jour et la nuit dont la prétention n’a d’égale que la vacuité. Il revient cependant au théâtre à plusieurs reprises, dans des téléfilms, au cinéma aussi, parfois dans des galères comme avec le rôle de Jules César dans Astérix aux jeux Olympiques en 2008.

En mai 2019, il reçoit la palme d’honneur du Festival de Cannes pour l’ensemble de sa carrière. Avec les années 2000, le temps est venu des hommages et des bouquets de fleurs. Le temps aussi du retrait, que ce soit en Suisse ou en France dans sa propriété de Douchy à l’abri de son mur d’enceinte, avec ses chiens. « Je hais cette époque, je la vomis », dit-il en 2018 dans un entretien à Paris-Match.

Alain Delon dans la vie était souvent violent, son fils en a témoigné dans son livre appelé, précisément, Entre chien et loup (éditions Points). Le monde mythique des amitiés viriles, régi par le code de l’honneur, pour lui était de droite, voire plus.

Il rappelait sans problème qu’il connaissait Jean-Marie le Pen depuis des décennies et les archives biographiques sont bavardes où l’on découvre une photo, prise en 1973, alors qu’il tourne Zorro en Espagne. Il pose avec Léon Degrelle, le chef des rexistes, réplique belge des nazis, engagé avec les SS sur le front russe, réfugié en Espagne après-guerre et révisionniste quand il fallait nier l’indéniable.

Une méprise, peut-être ? On voudrait le croire. En 2020, dans un autre entretien à Paris-Match, il déclarait : « J’étais très heureux quand j’étais Alain Delon au cinéma. Très heureux ». Oui, on préférait.

----------------------------------------------------------------------------------------

Il silenzio della sinistra di fronte alla morte di Alain Delon 
 
LE FIGARO
Mort d'Alain Delon : la gauche largement silencieuse
Par Mayeul Aldebert
Publié le 19/08/2024 à 11:19, Mis à jour le 19/08/2024 à 15:30
Gaulliste revendiqué, l’acteur français décédé dimanche a été salué presque uniquement par des personnalités de droite.
Le monde de la culture lui a rendu hommage, en France comme à l’étranger. Les journaux français et la presse internationale ont célébré la mémoire du «dernier géant du cinéma français». Décédé le 18 août, Alain Delon a aussi reçu les honneurs du monde politique.
«Légende» pour Marine Le Pen, «immense vie» pour Bruno Le Maire, «monstre sacré» pour Bruno Retailleau. Emmanuel Macron a aussi salué «un monument français». «Mélancolique, populaire, secret, il était plus qu'une star», a écrit dans un tweet le chef d’État.
Cette «émotion nationale», pour reprendre les mots de la ministre Aurore Bergé, ne semble en revanche pas partagée par tous. Ainsi, rares sont les personnalités politiques de gauche à avoir rendu hommage à l’acteur. Parmi les principaux leaders de l’alliance du NFP, seul le chef du parti communiste Fabien Roussel, habitué des déclarations décomplexées sur des thématiques de droite, a salué «une icône du cinéma qui s'en va et que le monde entier pleure ce matin».
Un «grand acteur»
Sur Twitter, c’est aussi la candidate de la gauche au poste de première ministre, en campagne pour forcer la main d’Emmanuel Macron à la nommer à Matignon, qui a salué un «grand acteur». «Toutes mes condoléances à sa famille et ses proches. Que ce grand acteur repose en paix», a écrit Lucie Castet dans un tweet d’une remarquable sobriété, loin des hommages émus.
En dehors de ces deux prises de paroles, la gauche est restée muette après la mort de l’acteur, préférant souvent rendre hommage à Louis Mermaz, ancien ministre de François Mitterrand et ancien président de l’Assemblée nationale décédé le 15 août.
«Patriote sincère et homme de droite, Alain Delon a toujours défendu une certaine idée de la France», a écrit de son côté Éric Ciotti. L’acteur n’a jamais caché ses convictions de droite et premier lieu, son admiration pour le général de Gaulle. Il a ensuite soutenu Jacques Chirac, Nicolas Sarkozy puis François Fillon en 2017.
Amitié avec Jean-Marie Le Pen
Mais c’est sans doute ses prises de paroles sur le Front national ou la loi sur le mariage et l’adoption pour les couples homosexuels qui ont suscité le plus de rejet de la gauche. Alain Delon a revendiqué très tôt ses liens avec Jean-Marie Le Pen «avant qu’il ne soit député», expliquait-il en 2010 sur France 3. Il expliquait aussi en 2013 dans le journal suisse Le Matin qu’il approuvait «la place très importante» du Front national dans le monde politique.
«J'ai rien contre les gays qui se mettent ensemble, mais je veux dire… C'est contre-nature. On est là pour aimer une femme», expliquait-il la même année au moment des débats sur l’adoption de la loi Taubira. «Je ne suis pas contre le mariage gay, je m'en fous : les gens font ce qu'ils veulent. Mais je suis contre l'adoption par deux personnes du même sexe. Un enfant doit selon moi avoir un papa et une maman», déclarait-il quelques années plus tard, en 2019, dans un entretien au JDD. «Ce n'est pas à 83 piges que je vais passer à gauche!», avait aussi répondu l’acteur.
Ne pas «vérifier ses bulletins de vote»
«Pensées pour les proches», a écrit sur Twitter l’ex humoriste de France Inter Guillaume Meurice en épinglant une photo d’Alain Delon avec Jean-Marie Le Pen déclenchant un flot de critique sur le réseau social. Si aucun des principaux cadres des partis de gauche ne se sont aventurés pour autant à critiquer la star à l’heure de sa disparition, le tweet reflète sans doute l’état d’esprit. «Delon: un petit facho qui faisait bien du cinéma. Un peu de recul ou du silence mais pas d'hommage déplacé», n’a pas hésité à écrire de son côté sur la plateforme le maire communiste de Gennevilliers Patrice Leclerc.
Une voix à gauche prend le contre-pied : celle d’Aymeric Caron. Le député du 18e arrondissement de Paris a demandé sur X à ne pas «vérifier (l)es bulletins de vote» avant de rendre hommage à des artistes disparus. «En la circonstance, les opinions politiques d'Alain Delon n'ont pas d'importance, d'autant plus qu'il n'a jamais joué aucun rôle politique», a-t-il expliqué.