lunedì 13 aprile 2026

L' esistenza labile



Per capire la scena che stiamo per raccontare bisogna avere bene in mente il contesto in cui si svolge. Nella Grande Guerra i soldati al fronte erano dei condannati a morte. Potevano sopravvivere, certo, ma le probabilità di perdere la vita erano molto alte. Per questo l'infermeria era un luogo fortunato, posto al riparo dalle sorprese della prima linea. I soldati arrivavano a desiderare le ferita giusta, quella che non ti uccide ma ti obbliga a prendere le distanze dal pericolo. In un clima dominato dalla precarietà dell'esistenza, la morte diventava molto presto dopo le prime esperienze di vita nelle trincee un evento ordinario. Il combattente viveva alla giornata, puntava ad assicurarsi migliori condizioni di vita nella misura del possibile. La morte o la disgrazia fisica di un commilitone tra gli altri poteva essere un'occasione per ereditare i suoi scarponi, per esempio. È il senso di un famoso episodio che si verifica in Niente di nuovo sul fronte occidentale (1928), il romanzo di Erich Maria Remarque. Il protagonista Paul  Bäumer assiste al ferimento e al successivo ricovero in ospedale di un suo commilitone e amico, ex compagno di scuola tra l'altro, Franz Kemmerich. Viene allora decisa l'amputazione di una gamba. Kemmerich indossa un paio di scarponi di cuoio pregiato, molto superiori per qualità a quelli previsti nella normale dotazione. Mentre Kemmerich è ancora in agonia, un altro commilitone, Müller, si fa avanti reclamando per sé le calzature che si stanno rendendo disponibili. Più che la vita o la morte di un proprio simile quello che conta è il benessere immediato contro ogni indulgenza al sentimento.
Nel Fuoco (1916) di Henri Barbusse un intero capitolo è dedicato a una visita in infermeria, al posto di soccorso. Sfilano i personaggi più vari, l'aviatore con lo sguardo perduto, uno zuavo con un braccio al collo, due coloniali che si sorreggono l'un l'altro, un malato che sputa sangue, un uomo senza piedi. Segue una scena raccapricciante di budella e viscere raccolte da un grosso sergente di sanità, in un lungo vicolo cieco pieno di gemiti. Il narratore incontra poi Farfadet, un commilitone che sta perdendo l'uso degli occhi. Infine si arriva all'episodio più significativo. Siamo sempre alla vita che si svaluta, come nella vicenda degli scarponi. Qui però il bene che passa di mano non è un oggetto qualsiasi, per quanto prezioso, è l'identità stessa di un uomo. Le circostanze sono molto particolari. Il narratore si sposta, si butta giù un po' più lontano, in un vuoto e incrocia "due uomini coricati che parlano sottovoce; mi sono così vicini che li sento senza ascoltarli. Sono due soldati della legione straniera, dall'elmetto e dal pastrano giallo scuro".
 — Le chiacchiere sono chiacchiere – dice sprezzante uno dei due. – Stavolta ci resto. È finita: ho l'intestino bucato. Se fossi in uno spedale, in una città, mi opererebbero in tempo e si potrebbe aggiustare. Ma qua! Sono stato beccato ieri. Siamo a due o tre ore dalla strada di Béthune, nevvero? E di strada ce n'è, quante ore ci vogliono, dì un po',  per arrivare ad un'ambulanza dove ti possono operare? E poi, quand'è che verranno a prenderci? Non è colpa di nessuno, tu capisci; ma bisogna vedere le cose per come stanno. Oh! da questo momento in poi, lo so bene, non posso stare peggio di adesso. Soltanto che non si può tirare avanti, perchè ho un buco tutto per il lungo nel pacchetto delle budella. Tu, la tua zampa andrà a posto, oppure te ne metteranno un'altra. Io invece sto per morire. —
Questa la situazione, dunque, queste le circostanze che danno luogo a una curiosa proposta. Il soldato promesso a morte certa offre all'altro in regalo la propria identità: 
— Ascolta, Dominique, tu hai fatto una brutta vita. Rubavi e avevi la sbronza violenta. Hai una brutta fedina penale.
Dopo qualche schermaglia verbale spunta l'idea:
— Io sono senza famiglia come te. Non ho nessuno, tranne Luisa; che non è della mia famiglia, visto che non siamo sposati. E non ho condanne all'infuori di qualche punizione militare. Il mio nome è pulito. — E poi? Me ne infischio. — E poi, io ti dico: prendi il mio nome. Prendilo. Visto che siamo tutt'e due senza famiglia, te lo regalo. — Il tuo nome? — Ti chiamerai Leonard Carlotti, ecco tutto. - 
Il resto sono modalità precise dello scambio, tu prendi il mio libretto personale, io prendo il tuo. "Potrai vivere dove vorrai, salvo che al mio paese, dove mi comoscono un poco, a Longueville in Tunisia. -
Quello che colpisce, in entrambi i racconti, in Remarque come in Barbusse, è una particolarità della costruzione narrativa. Il personaggio che sta per ecclissarsi è ancora sulla scena in un primo tempo. Kemmerich non assiste alla sua spoliazione, mentre Leonard Carlotti compie di sua iniziativa il bel gesto che anticipa la sua scomparsa finale. In un caso come nell'altro la vita umana, l'esistenza del singolo, sembra diventare un fattore secondario. Si può parlare di una esistenza labile, resa tale dalle circostanze della guerra. 


La caduta di Orban


Francesca De Benedetti
Trionfo di Magyar, l’Ungheria cambia pagina: Orbán ammette la sconfitta. Smacco per gli alleati globali
Domani, 13 aprile 2026

BUDAPEST – «Viktor Orbán si è congratulato con me per la vittoria». Lo ha annunciato alle 21 circa Péter Magyar, mentre i numeri già facevano sognare a lui una super-maggioranza, agli ungheresi e all’Europa una svolta. Pochi minuti dopo, il leader di Fidesz ha messo la faccia sulla sconfitta, «la accetto» ha detto presentandosi con la sua squadra davanti a telecamere e supporter. Andrà all’opposizione, ha confermato, anche se «mai ci arrenderemo». Superata la mezzanotte e a scrutinio quasi totale, la proiezione del futuro parlamento consegnava a Tisza ben 138 seggi su 199, confermando così per Magyar i due terzi abbondanti coi quali anche la Costituzione può essere modificata (anche per questo la maggioranza è «super»), con una situazione capovolta per Fidesz, che dal 2022 aveva ereditato la mega-maggioranza e ora si ritrova invece con soli 55 seggi. L’unico altro partito che è riuscito a entrare in parlamento, superando la soglia del 5 per cento, è l’estrema destra di Mi Hazánk, come previsto.

(Budapestini in festa sulla sponda del Danubio di fronte al Parlamento. Foto Afp/Ansa)
(Budapestini in festa sulla sponda del Danubio di fronte al Parlamento. Foto Afp/Ansa)

Cambiare quasi nulla e così cambiare comunque tutto: è la scommessa vinta da Magyar. La sola idea che Orbán sloggiasse dopo 16 anni ininterrotti di governo ha scatenato questa domenica una partecipazione record, file ai seggi come in quel 2023 in cui Tusk mise fine all’era Pis in Polonia. «Un’affluenza così in Ungheria non si vedeva dagli anni Novanta», ha rivendicato a ora di cena Magyar dal podio, «ottimista». Fino all'ultimo il leader di Fidesz, in consapevole difficoltà, aveva chiamato al voto «i patrioti, tutti», mentre la turbodestra globale incrociava le dita: «Votate per l’amico di mio padre», si era messo a implorare pure Donald Trump junior, come se non fossero bastate le uscite del padre, dell’intera amministrazione, il sostegno del Cremlino, di Netanyahu, l’endorsement di Meloni al congresso di Fidesz di gennaio e Salvini a insistere sullo stesso chiodo, Le Pen, AfD, chi più ne ha a destra più ne metta.

L’Ungheria ha scelto la scommessa di Magyar.

Un cambio di epoca


Influencer globale e teorico della «democrazia illiberale» quando ancora non era così di moda, autocrate smaccato da anni anche se per lungo tempo l’Europa ha preferito non vedere, il leader di Fidesz ha una biografia politica che ha l’unica coerenza della rincorsa spregiudicata del potere. Già nel 1993, quando il suo partito allora liberale ottenne una sede, fu venduta a una banca per dare i soldi al padre di Orbán, Győző. La vera natura dell’orbanismo – autocrate e corrotto – era lì, sotto gli occhi di tutti, in pieno centro in via Váci 38. Dal 2010 l’autocrate si è preso tutto, l’economia, i media, la costruzione del discorso, l’immaginario, ma gli ungheresi sanno che ha anche tolto. Economia sempre più buia, sanità e welfare disastrosi, fondi Ue congelati, isolamento europeo.

(Magyar nel giorno del voto. Foto Afp/Ansa)
(Magyar nel giorno del voto. Foto Afp/Ansa)

Perciò Magyar – conoscendo gli anni di assuefazione e la tendenza destrorsa dell’elettorato – sapeva che cambiando quasi nulla – lui che richiama allo stesso apparato ideologico di Fidesz, che viene dallo stesso contesto, che dà prova di stile accentratore e opaco, che ha abbastanza cinismo da gestire senza rotture pure la transizione con Mosca, che esibisce lo stesso slancio filo Usa – avrebbe potuto far leva sulla stanchezza degli ungheresi e sulla rabbia delle nuove generazioni, cambiando così comunque tutto.

«Non importa l’uomo, importa il cambiamento», come avevano detto i giovanissimi budapestini al concerto di venerdì. Setacciare coi comizi cittadina per cittadina, villaggio per villaggio, a ritmi forsennati, è servito al fondatore di Tisza per mantenere «l’onda», come lui stesso l’ha chiamata quando il sorpasso su Fidesz è cominciato, a ottobre 2024. E questo 12 aprile è diventata tsunami politico. «Mi avete sempre protetto, proteggetemi anche ora», ha detto il premier ungherese ai suoi supporter alla vigilia. Magyar minaccia di «indagare» i corrotti e gli scandali, lo tsunami fa sentire le scosse di assestamento da settimane, mesi. Pezzi di esercito e servizi, per non parlare dei cambi di giacca dell’ultima ora dei sindaci di paese una volta fidesziani convinti, sono usciti allo scoperto per Tisza, indicando i sommovimenti, gli spostamenti dalla parte del possibile vincente.

Una scelta di campo

ANSA
ANSA

L’idea che Tisza possa essere un Fidesz dei primi duemila, senza esasperazioni filorusse e quindi anti Ue, spiega gli entusiasmi in giro per l’Europa ed è in fin dei conti anche la vera debolezza strategica di Orbán, che ha varcato le porte del Cremlino 17 anni fa e che, finita l’era merkeliana dell’appeasement con Berlino, finisce per essere troppo esposto verso Mosca per l’Ue, dunque pure per gli ungheresi europeisti.

Nel 2009 Orbán varca le porte del Cremlino e in quel preciso punto della storia – prima ancora del voto del 2010 che lo riporta al governo – mette a punto l’idea di una Budapest equilibrista, con l’Ue nella misura in cui l’Ue paga, ma con Mosca e poi pure con Pechino se conviene. Alle elezioni del 2022 la Cina e la Russia avevano già fatto dell’Ungheria il loro cavallo di Troia nell’Ue, tra fabbriche di batterie cinesi (Catl), banche russe e cinesi in piena capitale, e soprattutto per il ruolo sabotatore nelle decisioni europee. Ad aprile di quattro anni fa, quando Orbán vinse, la sua posizione verso Putin era già evidente. Alla Balna, quartier generale di Fidesz ora come allora, il megafono del premier, Zoltán Kovács, interrogato da Domani sui rapporti con la Russia in pieno massacro in Ucraina, augurava «che siano il più normali e pragmatiche possibile».

Non ci sarebbe stato neppure bisogno delle registrazioni rese pubbliche in questa campagna elettorale da un consorzio di media, nelle quali si sente il premier dirsi «al servizio» di Putin e il ministro degli Esteri offrire a Lavrov documenti del Consiglio Ue, per sapere che Péter Szijjártó, premiato con medaglia dell’amicizia da Mosca, era un gancio putiniano in Europa.

Cosa è cambiato allora? Cosa ha reso intollerabile la già nota anomalia orbaniana, spesso sfruttata dagli stessi leader europei per mediazioni sotto traccia? La vera variabile sta nei rapporti deteriorati con l’Europa, spostatasi nel frattempo in direzione di Polonia e Baltici, ovvero nello sgretolamento della politica di appeasement con Orbán praticata dalla Germania almeno fino ad Angela Merkel (anche nel 2025, nel presentare il libro a Budapest, è stata accolta con tutti gli onori dall’autocrate).

Sotto la guida di Merkel, la Germania aveva visto nell’Ungheria prima di tutto lo sbocco delle sue manifatture automobilistiche, con basso costo del lavoro e condizioni favorevoli (che Fidesz garantiva). Anche nel Partito popolare europeo (dove la Cdu siede) negoziare piuttosto che bacchettare Orbán era la norma. Per questo – non perché non fossero chiare già dall’inizio – le derive autocratiche dell’Ungheria erano tollerate in Ue, con lo stesso spirito con cui il Ppe e von der Leyen fanno finta di non vedere le derive orbaniane della loro alleata tattica Giorgia Meloni.

Era stata proprio Merkel, a fine mandato e con la presidenza di turno Ue in mano, a contrattare con l'autocrate l’ennesimo dei compromessi. Quando il premier teneva in ostaggio i piani di ripresa pandemici con l’ennesimo veto, lei con la complicità di von der Leyen promise che il meccanismo per condizionare l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto (approvato nel 2020) sarebbe stato innescato verso l’Ungheria solo dopo il voto del 2022. Patto a cui von der Leyen tenne fede, attivandolo infatti pochi giorni dopo.

Fondi congelati


Ecco come mai solo in queste elezioni il tema dei fondi Ue congelati (eppur in parte sbloccati da Bruxelles per compromessi) si aggiunge e pesa assieme ai dati pesanti sull’economia, aumentando le insofferenze popolari. Nel frattempo, nell’èra post Merkel, il Ppe dal 2021 con Orbán ha divorziato, e anche in funzione filoatlantica ha coltivato i rapporti con Meloni – vera continuatrice della strategia orbaniana nel post orbanismo – sperando così di gestire le arrembanti destre estreme.

Magyar si è infilato da sùbito sotto l’ombrello del Ppe, pur contrattando una sorta di autonomia di necessità rispetto al gruppo, giustificata cioè dall’idea di assecondare un elettorato impregnato di propaganda orbaniana. L’ex fidesziano non ha mai davvero rotto con l’apparato ideologico di provenienza (Ucraina compresa) come si è visto anche dai voti difformi di Tisza rispetto al Ppe in Europarlamento. Anche in futuro non c’è da aspettarsi la brusca rottura di un incantesimo orbaniano: Péter Magyar, pensando a una transizione da gestire, ha già detto che non smetterà d’improvviso di comprare energia russa (anche se riconosce che Mosca è l’aggressore di Kiev). A Budapest i più avvezzi alle mosse sotto traccia ironizzano che il Cremlino, fiutata la sconfitta dell’alleato, avrà già pensato ad aprire un canale con il leader alternativo.

Senza la protezione tedesca dei tempi d’oro, l’autocrate ha scommesso dall’inizio e fino all’ultimo sulla «golden age» di Trump, anche per la fitta infrastruttura che accomuna le estreme destre e di cui Budapest è uno snodo chiave. Ma per il tycoon quel che conta è la convenienza – «Magyar? Non lo conosco», aveva detto ambiguamente a fine 2025, mentre il premier ungherese alla Casa Bianca contrattava il prezzo dell’endorsement – e ha sfruttato la debolezza dell’amico in declino per strappare gli ennesimi affari (accordi energetici e via dicendo).

Il leader di Tisza non ha solo garantito a Washington che in caso di vittoria avrebbe messo questa relazione al primo posto, ma ha anche significativamente preparato per il ministero degli Esteri una figura che con quel mondo ha contatti stretti, sia culturali che economici (ha pure lavorato per una compagnia di gnl), Anita Orbán, ex Fidesz, dichiaratamente filoatlantica.

L' attacco di Trump al papa

 



Come Trump sta distruggendo il suo paese

Rebecca Solnit
Gli Stati Uniti si stanno autodistruggendo
The Guardian, 12 aprile 2026

Gli Stati Uniti sono sotto attacco, e si tratta di un complotto interno. Ogni dipartimento, ogni ramo, ogni ufficio e funzione del governo federale viene corrotto in modo fatale, smantellato o reso inutilizzabile. Tutto ciò è di dominio pubblico, ma poiché emerge a poco a poco in articoli di cronaca riguardanti questo o quel dipartimento specifico, i resoconti non descrivono mai adeguatamente un'amministrazione che sabota il funzionamento del governo federale e che, al contempo, sta devastando l'economia globale, le alleanze e le relazioni internazionali, nonché l'ambiente nazionale e globale, in modi che avranno conseguenze a catena per decenni e forse, soprattutto per quanto riguarda il clima, per secoli.
In tutti i rami del governo, i servizi che dovrebbero proteggerci – il monitoraggio degli arsenali nucleari, la sicurezza informatica, la lotta al terrorismo – vengono indeboliti, ridotti di personale o completamente smantellati. Anche un altro tipo di protezione, che comprende la sanità pubblica, i programmi di vaccinazione, la sicurezza alimentare, l'aria e l'acqua pulite, i servizi sociali, i diritti civili e lo stato di diritto, è sotto attacco. Il governo federale che dovrebbe essere al nostro servizio viene affamato, mentre il governo federale che serve l'agenda di Trump e l'oligarchia si sta ingozzando di denaro pubblico, comprese le somme grottesche destinate al Dipartimento per la Sicurezza Interna e alle forze armate statunitensi, ora trasformate nella contorta visione di Pete Hegseth in una spietata forza mercenaria. Secondo alcune fonti, Hegseth avrebbe ostacolato le promozioni di oltre una dozzina di ufficiali neri e donne.

È sorprendente che il ritornello costante del team di Trump sia che non possiamo permetterci di proteggere i più vulnerabili o di provvedere alla popolazione, motivo per cui l'uomo più ricco del mondo, Elon Musk, in cima al Doge, ha smantellato l'USAID lo scorso anno , causando già decine di migliaia di morti per fame e malattie prevenibili. La guerra con l'Iran sta creando una crisi dei fertilizzanti in Europa, Africa e Asia che potrebbe a sua volta provocare carestie diffuse. Nel frattempo, l'ex capo della sicurezza interna Kristi Noem ha speso più di 200 milioni di dollari in una campagna pubblicitaria con se stessa come protagonista, prima di essere licenziata.

Sebbene la guerra contro l'Iran, del tutto gratuita e letteralmente ingiustificata, presenti aspetti ben peggiori, il fatto che stia bruciando miliardi di dollari al giorno è impressionante, considerando gli enormi tagli alla tutela ambientale e ai parchi nazionali, il sabotaggio di fatto del servizio forestale e la concessione di terreni pubblici compagnie di combustibili fossili e interessi minerari . Le sedi centrali del servizio forestale vengono spostate in tutto il paese, il che probabilmente provocherà numerose dimissioni, come già accaduto per il Bureau of Land Management durante il primo mandato di Trump . Più di 50 stazioni di ricerca del servizio forestale verranno chiuse, con conseguente ulteriore perdita di ricerche, dati, strutture e personale insostituibili.

Trump ha detto nel suo noioso e monotono discorso della scorsa settimana: "Non possiamo occuparci degli asili nido. Siamo un grande Paese... Stiamo combattendo guerre... Non è possibile per noi occuparci degli asili nido, di Medicaid, di Medicare, di tutte queste cose individuali". I vostri soldi, i nostri soldi, le nostre terre pubbliche, i nostri figli. Trump ha persino corrotto i costruttori di parchi eolici offshore con quasi un miliardo di dollari per fermarli, solo perché ha una vendetta personale contro i sistemi di energia pulita. Gli Stati Uniti un tempo erano leader mondiali nella ricerca scientifica, compresa la ricerca medica, che aveva portato a importanti scoperte nel trattamento delle malattie e nella salute, ma tutto ciò è stato drasticamente ridotto. Questo è un omicidio.

Il vecchio aforisma sul tempo necessario a una portaerei per invertire la rotta potrebbe spiegare perché la nazione sembra relativamente stabile e perché le reazioni sono state inadeguate; l'impatto completo deve ancora manifestarsi. A un certo punto, se la nave non inverte la rotta, forse inizierà a imbarcare acqua, a inclinarsi pericolosamente o a colpire un iceberg, o forse l'iceberg è sempre stato lì e si chiama Donald Trump. Ha iniziato una guerra senza un motivo preciso – è stata usata la parola " divertimento" – che sta ulteriormente minando l'economia globale che ha già gravemente danneggiato con i suoi dazi in continua evoluzione. Le imprese hanno bisogno di poter pianificare, e i dazi che triplicano, si annullano e riappaiono come i suoi umori minano questa capacità. Allo stesso modo, le minacce non mantenute, i colloqui mai avvenuti, le azioni dell'amministrazione annullate dai tribunali diventano forme di scossa politica, che sballottano tutti e tutto, una dimostrazione di forza che è anche una dimostrazione di incoerenza e incoerenza.

Dobbiamo parlare della ricostruzione che un paese devastato e corrotto deve affrontare per tornare a funzionare.

Ma l'offensività potrebbe distrarre dalla distruttività. Un intero settore dei media mainstream ora funge da medium, tentando di interpretare le azioni di Trump per cercare di inserirle nel contesto di una leadership competente e di programmi coerenti e consistenti. Se ci fosse un programma coerente, sarebbe distruttivo, malevolo. Il nuovo slogan popolare "lo scopo di un sistema è ciò che fa" è utile in questo caso, perché ciò che questo sistema fa è indebolire, danneggiare, corrompere e nuocere. L'idea che esista un programma coerente guidato da Vladimir Putin funziona nel senso che la maggior parte di ciò che Trump ha fatto è positivo per l'anziano dittatore russo, ma negativo per gli Stati Uniti.

È anche evidente che Trump voleva tornare al potere in parte per vendicarsi di un Paese che nel 2020 lo aveva respinto, come a volte un ex partner si trasforma in uno stalker omicida nei confronti della donna che ha osato sfuggirgli, e nello specifico per vendicarsi degli individui e delle istituzioni che lo avevano perseguitato per crimini o che in altro modo lo avevano ostacolato. Trump, a un certo livello, sa di star fallendo politicamente, cognitivamente e fisicamente e vuole trascinare tutto con sé nella rovina, come gli antichi sovrani venivano sepolti con i loro cavalli e servitori sacrificati. Inoltre, mentre la morte gli incombe, cerca di conquistarsi un po' di immortalità apponendo il suo nome su edifici, permessi per i parchi e persino sulla moneta.

Ma cercare di capire le motivazioni è un passatempo quando l'attenzione deve essere rivolta alle conseguenze. Non abbiamo bisogno di capire questi criminali per cercare di contenerli e, in definitiva, eliminarli. Non dureranno per sempre, e dobbiamo pensare a cosa succederà quando se ne saranno andati – parlare del tipo di ricostruzione che gli Stati Uniti dovranno affrontare per la prima volta dalla guerra civile, la ricostruzione che un paese devastato e corrotto deve attraversare per tornare a funzionare. Ma non per tornare a come erano le cose prima.

Sono le debolezze antidemocratiche del nostro sistema ad aver creato le vulnerabilità che hanno permesso che ciò accadesse: il collegio elettorale e la soppressione del voto che hanno dato a Trump una vittoria di minoranza nel 2016, la manipolazione dei distretti elettorali che ha conferito a un partito di minoranza la maggioranza al Congresso e nelle assemblee statali, una Corte Suprema grottescamente corrotta e non responsabile e l'influenza corrosiva degli ultra-ricchi in un sistema che conferisce loro un potere di portata tale da rappresentare un attacco diretto alla democrazia. Dobbiamo immaginare un Paese più democratico, più egualitario, più generoso, un Paese che operi riconoscendo l'abbondanza di ricchezza che dovrebbe servire a tutti noi – e anche alla natura e alle generazioni future – anziché essere guidato dalla povertà morale dei miliardari. 


domenica 12 aprile 2026

La fede, il dubbio e la speranza

Nicolas Truong 
Edgar Morin: "Dubito dell'umanità pur continuando a credere in essa"
Le Monde, 11 aprile 2026

Nato nel 1921, Edgar Morin è un ex membro della Resistenza francese, un antropologo della morte e un sociologo del presente, un intellettuale profetico profondamente impegnato nella vita civica. Analista dei nuovi paradigmi scientifici che lo hanno portato a sviluppare, nei sei volumi di *La Méthode* (Seuil, 1977-2004), il suo concetto di "complessità ", e interessato a comprendere le forze motrici delle dinamiche storiche, come recentemente esplorato in *Y a-t-il des leçons de l'histoire?* (Denoël, 2025), il filosofo centenario riflette sulla situazione francese e globale.

Come si analizza l'attuale clima politico?

Una grande ondata di regressione neoautoritaria si sta diffondendo in tutto il mondo. La sua forma più estrema è il neototalitarismo cinese, che si basa non solo sulla polizia ma anche sulla tecnologia informatica – riconoscimento facciale, monitoraggio di email e telefonate, ecc. – per consolidare il proprio potere. In Russia, la dittatura di Putin si è aggravata con la guerra in Ucraina. L'Ungheria è sotto un regime neoautoritario. L'Italia è guidata da un governo i cui membri nutrono nostalgia per il fascismo – si osservano recrudescenze fasciste in tutto il mondo, ma il fascismo come stato totalitario a partito unico non è risorto in quanto tale. Donald Trump ha portato al trionfo di un'America reazionaria. E potrei citare molti paesi asiatici e latinoamericani. Forse presto sarà la mezzanotte del secolo.

Anche la Francia è minacciata?

Sì, perché il nazionalpopulismo favorisce una delle due France: quella che è stata a lungo monarchica, aristocratica e religiosa – una Francia pétainista durante la guerra – in contrapposizione alla Francia repubblicana, laica e sociale. Possiamo resistergli solo attraverso la lucidità e il pensiero critico.

Eppure, non è forse proprio in nome dei valori repubblicani che la Francia conservatrice odierna conduce le sue battaglie ideologiche, soprattutto sul tema della laicità?

La laicità è tolleranza, non proibizione. Uno dei problemi principali è quello dell'identità francese: gli anti-umanisti o i reazionari la vedono come monolitica nella sua unità. Tuttavia, questa unità include la diversità delle culture, che è una risorsa per la Francia. Ci sono certamente difficoltà di integrazione perché la Francia non è stata in grado di attuare con successo una politica di immigrazione inclusiva. Oggi ne paghiamo il prezzo.

Cosa si può fare, visto il peggioramento della situazione politica, soprattutto in vista della possibile vittoria del Rassemblement National nel 2027?

Gli umanisti dovrebbero entrare in contatto tra loro e unirsi. Dominique de Villepin, infatti, ha lanciato il suo movimento, La France humaniste (La Francia umanista). In questi tempi difficili, sarebbe saggio ampliare e amplificare questa iniziativa, al fine di forgiare alleanze che possano estendersi da Dominique de Villepin a François Ruffin e molti altri. Ma credo che, prima di tutto, dobbiamo ridefinire quello che chiamo un umanesimo rigenerato, consapevole delle origini comuni e del destino condiviso di tutta l'umanità.

Il Medio Oriente è precipitato in una guerra senza precedenti a seguito degli attacchi israeliani e statunitensi contro l'Iran, seguiti dal conflitto in Libano. Come possiamo comprendere questa nuova conflagrazione, le cui ripercussioni sono ormai globali?

L'ignobile regime dei mullah sta subendo gli ignobili attacchi di Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Ma è il popolo iraniano a subire un martirio dopo l'altro. L'intero Medio Oriente sta cadendo sotto il controllo israelo-americano, in gran parte perché il sentimento filo-israeliano è una pietra angolare del trumpismo. È in atto un processo catastrofico, anche se Trump e Netanyahu non sono immortali. Al momento non c'è speranza di salvezza. Possiamo solo assistere nella nostra impotenza. L'unica speranza risiede nell'improbabile. Resistiamo.

Il regime iraniano, con il suo programma nucleare, non rappresenta forse una minaccia esistenziale per Israele?

L'Iran e Israele rappresentano una minaccia reciproca.

Lei ha scritto ampiamente sul Medio Oriente. In che modo il paradigma della "complessità" da lei sviluppato ci permette di analizzare il conflitto israelo-palestinese odierno?

Innanzitutto fornendo il contesto. Considerando i secoli di persecuzione religiosa e razziale subiti dagli ebrei. Considerando che, per quanto potente possa essere Israele, si trova in un ambiente potenzialmente ostile, che la sua sicurezza futura non è garantita e che cerca di perseguirla attraverso la potenza militare e l'espansione territoriale. Considerando la scomparsa della sinistra israeliana e il predominio politico di reazionari laici e religiosi che non riescono a concepire ciò che Yitzhak Rabin aveva immaginato: l'esistenza di due Stati.

Considerata la tragedia degli arabi palestinesi, in parte cacciati dalle loro terre e in parte rifugiati nei campi, e la continua colonizzazione israeliana della Cisgiordania, che tende, oltre alla sottomissione, all'eliminazione; considerato che il massacro di 1.221 israeliani da parte di Hamas il 7 ottobre 2023  [secondo un conteggio effettuato dall'Agence France-Presse sulla base di cifre ufficiali] , seguito dalla strage stimata in oltre 70.000 abitanti di Gaza [secondo il Ministero della Salute dell'enclave] sotto gli assalti dell'esercito israeliano, ha aggravato la situazione.

Considerando il contesto geopolitico in cui Israele è diventato l'avanguardia e il baluardo avanzato dell'Occidente in un mondo arabo dove le popolazioni gli sono ostili e dove gli incidenti militari rischiano ogni volta di degenerare in guerra; credendo che il diritto di Israele ad esistere e il diritto di una nazione palestinese a nascere siano imperativi sia dal punto di vista etico che politico, tutti questi punti costituiscono presupposti o preliminari che ho cercato di sviluppare in * Il mondo moderno e la condizione ebraica* [Seuil, 2006] .

Come il filosofo Martin Buber (1878-1965), avreste preferito "una nazione comune a ebrei e arabi" piuttosto che questa guerra senza fine tra israeliani e palestinesi. Che speranza c'è oggi?

Spero nell'inaspettato.

«Credo di rendere più onore all'identità ebraica attraverso il mio lavoro universalista rispetto a coloro che insultano o calunniano in nome di un'identità chiusa ed esclusiva», hai scritto in «Lezioni da un secolo di vita» (Denoël, 2021).  La pensi ancora così oggi?

Mi definisco secondo un'unità plurale. Sono di discendenza ebraica sefardita e ho reso omaggio a mio padre e ai miei antenati sefarditi in * Vidal et les siens* [Seuil, 1989] . Ho mantenuto il mio nome di battesimo, Nahoum, sui miei documenti d'identità. Ho adottato uno pseudonimo quando mi sono unito alla Resistenza, Morin, e l'ho conservato per le mie attività pubbliche. Non provo disprezzo per me stesso. Porto dentro di me un'identità mediterranea, italiana e spagnola che abbraccia diversi secoli.

Lei ha analizzato a fondo i movimenti giovanili, dalla generazione yé-yé a quelli disorientati dalle crisi ecologiche e geopolitiche. Come percepisce questa gioventù che manifesta solidarietà con la popolazione palestinese?

Non ho più la possibilità di condurre indagini come facevo in passato. Sono colpito e commosso dalla compassione dimostrata da alcuni giovani in Europa e negli Stati Uniti per la tragica situazione di un popolo che rischia la distruzione: i palestinesi, in parte cacciati dalla loro terra e in parte colonizzati, come in Cisgiordania. I palestinesi rischiano di essere espulsi dalla Cisgiordania dallo Stato di Israele e costretti alla diaspora, come lo furono gli ebrei nell'Impero romano.

In seguito a un articolo d'opinione pubblicato su "Le Monde" nel 2002 , in cui si parlava di un "cancro israelo-palestinese che si sta diffondendo in tutto il mondo", due associazioni l'hanno citata in giudizio per "diffamazione razziale" e "apologia del terrorismo". Ritiene che sia ancora difficile parlare della difficile situazione dei palestinesi, soprattutto quando si è ebrei?

È frequente ricevere aspre critiche per aver criticato le politiche repressive di Israele nei confronti dei palestinesi. Per alcuni strenui sostenitori di ogni azione intrapresa dal governo israeliano, essere ebrei è considerato tradimento. Eppure non ho mai messo in discussione l'esistenza di Israele. Nel mio caso, desidero allinearmi alla tradizione degli umanisti ebrei, da Baruch Spinoza ad Hannah Arendt, ma anche a quella di intellettuali israeliani come lo storico Shlomo Sand e molti altri, compresi i redattori del quotidiano Haaretz . Detto questo, esiste una distinzione – sebbene a volte i confini si confondano – tra antisemitismo, antigiudaismo e antiisraelismo: ho affrontato questo tema in  un articolo del 2004 per Le Monde che credo rimanga attuale ancora oggi .

Come valuta la recrudescenza dell'antisemitismo che si sta diffondendo in tutto il mondo?

Il dominio israeliano sui palestinesi ha alimentato l'antisemitismo nel mondo arabo e musulmano, un mondo che un tempo accoglieva gli ebrei, come l'Impero Ottomano. Ha anche dato origine a un nuovo antisemitismo che equipara tutti gli ebrei a un Israele oppressivo, vedendo solo la lealtà incondizionata delle istituzioni ebraiche ufficiali della diaspora verso Israele. Pertanto, il vecchio antisemitismo è stato in qualche modo riattivato. Ma non dimentichiamo il sentimento anti-islamico, altrettanto devastante.

«Tutte le arti hanno prodotto meraviglie. Solo la politica ha prodotto mostri», scrisse Saint-Just, che lei ama citare. Perché sostiene che la politica sia l'aspetto meno sviluppato della nostra società?

Non esiste più una cultura politica fondata su grandi pensatori come Marx o Tocqueville. Molte figure politiche attuali mancano di conoscenze storiche. E in questo vuoto di pensiero indipendente, la politica si riduce all'economia, e persino alla sola economia neoliberista. Ma non è solo la politica a essere sottosviluppata nella nostra società; lo sono anche il pensiero e l'equità.

Lei è un sociologo dei giorni nostri. Qual è la sua definizione di sociologia?

La sociologia deve definire la società come un'entità complessa e auto-organizzata. Su questa base, è possibile condurre una ricerca sociologica aperta. Inoltre, ogni studio sul campo concreto richiede una propria metodologia, con il coinvolgimento attivo del ricercatore. Questo è ciò che ho fatto in Bretagna nel mio studio del comune di Plozévet tra il 1966 e il 1968 , così come nel mio studio sulla voce di corridoio di Orléans nel 1969 e durante gli eventi del maggio '68. Comprendere il presente richiede un approccio multidisciplinare, non solo sociologico.

“La vita è dubbio/ E la fede senza dubbio è solo morte”, dici, riecheggiando il poeta spagnolo Miguel de Unamuno (1864-1936). Tu elogi il dubbio e l'incertezza. Perché?

Il pensiero complesso riconosce la propria incompletezza e, di conseguenza, l'inevitabilità dell'incertezza. In termini di dubbio, mi identifico con Montaigne. Ma nutro anche fiducia nel potenziale umano. Per me, fede e dubbio sono in costante dialogo.

Di cosa dubita? E ​​in cosa crede?

Dubito di ogni affermazione finché non ne ho la prova della veridicità. Dubito dell'umanità pur continuando a crederci. Ho fede nell'amore e nella fratellanza.

L'amore non è forse l'elemento più rilevante del tuo "Metodo", che hai scritto tra il 1977 e il 2004?

Il metodo parte dall'osservazione che armonia e discordia sono il padre e la madre di tutte le cose, che nel mondo fisico come nella vita e nella storia umana, esiste un conflitto tra le forze dell'unione e quelle della distruzione, tra Eros e Thanatos. Io sto dalla parte di Eros, cioè dell'amore. Detto questo, il Metodo è prima di tutto un inno alla conoscenza e alla "connessione". L'amore è il culmine della connessione, la complessa unione di esseri che sono al tempo stesso simili e diversi.

In che modo il paradigma della complessità, che collega ordine e disordine, creazione e distruzione, rimane valido per comprendere il presente?

Mentre il paradigma dominante impone separazione e semplificazione, la relazione tra ordine e disordine, distruzione e creazione, è innegabile se si considerano gli ambiti fisico, biologico e umano. Essa ci impone di abbandonare l'idea di ordine assoluto insita nel determinismo della scienza classica e la nozione di caso assoluto che si è affermata in biologia. I concetti più efficaci dipendono dall'oggetto di studio.

In che misura i progressi della scienza contemporanea invalidano o confermano le tue intuizioni?

La scoperta del bosone di Higgs, come la teoria delle stringhe, conferma la complessità dell'Universo. L'intelligenza artificiale è l'ultima creazione umana fino ad oggi, a conferma del fatto che possiamo essere manipolati dai nostri stessi strumenti. Questa è stata una delle mie domande centrali: gli esseri umani possono essere manipolati dai loro stessi strumenti di manipolazione?

In che modo l'uomo può essere manipolato oggi dai suoi stessi strumenti di conoscenza?

Gli strumenti creati per manipolare le cose o addomesticare la natura sono diventati anche armi per uccidere gli esseri umani e devastare la natura, creando una minaccia ecologica per la biosfera e per l'umanità, così come la macchina che libera le energie umane ha anche reso possibile la schiavitù dei lavoratori dediti a compiti monotoni o estenuanti.

Per quanto riguarda idee, miti e dèi, essi sono prodotti della mente umana, ma così facendo acquisiscono una realtà e un potere tali da poter asservire la mente stessa. Obbediamo ciecamente a dèi e ideologie come se fossero entità superiori esterne a noi. Chiamo "noologia" lo studio di questa sfera di idee e miti che hanno origine nella mente umana, ma che paradossalmente ne diventano padroni e sovrani.

Allo stesso modo, dipendiamo da strumenti utili come automobili, computer e smartphone; inizialmente dipendenti da noi, ne diventiamo poi dipendenti. Sperimentiamo ingorghi stradali e congestioni informative. I mezzi tecnici sono ambivalenti, mentre i mezzi di conoscenza sono fallibili e rischiano di condurci all'errore o all'illusione.

Perché scrive, in "Il metodo del metodo" (Actes Sud, 2024), che "il concetto di scienza è crollato"? E come è giunto alla consapevolezza della necessità di misurare la razionalità della follia e del ruolo fondamentale dell'irrazionalità nella conoscenza?

La mia schietta formulazione diventa chiara nel contesto della mia argomentazione: mostro che, pur essendoci continuità, esiste anche una rottura tra la scienza classica e il meglio della scienza contemporanea. Come molti altri, ho sostenuto che la scienza classica, fondata unicamente sul determinismo e sulla chiusura disciplinare, sia superata, e credo che si stia sviluppando una scienza aperta alla complessità e al lavoro transdisciplinare, in particolare seguendo le orme di Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, i quali, in *La Nuova Alleanza* [Gallimard, 1979] , dimostrano le interazioni tra scienza e cultura. Tutti i problemi globali richiedono la mobilitazione di conoscenze provenienti da molteplici discipline.

Come percepisce l'evoluzione delle relazioni di genere a partire dalla rivoluzione #MeToo?

Il rapporto tra uomini e donne si basa biologicamente sul sesso e culturalmente sul genere. La sottomissione delle donne agli uomini è un retaggio della biologia. La rivoluzione femminista, che a mio avviso è la più importante del nostro tempo, è iniziata con le suffragette inglesi, si è sviluppata ed è culminata nel movimento #MeToo, ovvero nell'affermazione dell'emancipazione sessuale. Dovremmo arrivare al punto in cui le donne siano riconosciute come uguali e al contempo distinte dagli uomini.

Qual è la sua opinione sulla questione transgender?

Sono assolutamente a favore di tutto ciò che riguarda il "trans", intendendo con questo termine qualsiasi cosa che crei un legame. Ma se ti riferisci specificamente alle questioni transgender o transessuali, vorrei ricordarti che esiste un aspetto femminile atrofizzato all'interno della mascolinità, anche fisicamente (seno), e un aspetto maschile atrofizzato all'interno della femminilità, anche fisicamente (clitoride). Quando questo aspetto atrofizzato si risveglia, nasce il desiderio di cambiare sesso o di incarnare pienamente entrambi i sessi.

La questione ambientale sembra essere passata in secondo piano. Perché?

Le guerre in corso, l'industria degli armamenti, il potere dei grandi produttori di cereali della FNSEA, il problema del potere d'acquisto della popolazione, tutto ciò oscura il problema ecologico e ne ostacola la consapevolezza.

Nel 1972 ha scritto "Il primo anno dell'era ecologica". In quale era siamo entrati adesso?

Allora credevo nell'inesorabile sviluppo dell'ecologia. Ci troviamo nell'Antropocene, il che significa che le attività umane determinano il destino del pianeta.

Di quali nuove discipline umanistiche abbiamo bisogno?

La cultura scientifica è cieca alla soggettività, mentre la cultura umanistica ignora le scoperte scientifiche che illuminano il posto dell'umanità nella vita e nel mondo. Queste due culture devono essere collegate nelle nuove discipline umanistiche.

Qual è la sua opinione sul "diritto a morire con dignità" e sulla legge relativa alle cure di fine vita?

Una persona che soffre eccessivamente, che è affetta da una malattia incurabile, che non vuole che la sua vecchiaia sia un peso per gli altri ha il diritto di decidere della propria morte.

È stato commosso l'ingresso di Missak Manouchian e di sua moglie Mélinée nel Pantheon ?

Tanto più che ha risvegliato i ricordi dell'epoca della Resistenza! Ricordo con disgusto il manifesto rosso [un manifesto di propaganda del 1944 che riproduceva foto di combattenti della resistenza di origine straniera, paragonandoli a un "esercito del crimine"] . Ricordo anche l'eroismo del MOI [Forza Lavoro Immigrata] , che, pur essendo comunista, iniziò a resistere fin dall'inizio dell'occupazione, mentre il Partito Comunista si unì alla resistenza solo dopo l'attacco nazista all'URSS [22 giugno 1941] .

Quali ricordi ha del 6 giugno 1944?

La mattina del 6 giugno, nel caffè che frequentavo, regnava una gioiosa eccitazione: erano sbarcati. Felicità ! Poi, per tutto il giorno, l'ansia che lo sbarco fosse stato respinto dalle forze tedesche, finché non abbiamo appreso via radio in inglese della prima svolta. 

Oggigiorno sembra che tra alcune persone si stia diffondendo un senso di disperazione, soprattutto a causa della frequenza delle guerre, della catastrofe ecologica in corso e della crisi che incombe sul futuro. Condivide questa osservazione? E qual è la sua natura?

Stiamo vivendo una serie di crisi storiche interconnesse. Nonostante i loro confini geografici, le guerre si sono già internazionalizzate e rischiano di diffondersi su vasta scala. Il futuro è incerto e le probabilità allarmanti. Ma è già successo nella storia – e io l'ho vissuto in prima persona nel dicembre del 1941 con l'offensiva di liberazione di Mosca, l'ingresso degli Stati Uniti in guerra dopo Pearl Harbor, seguito nel 1942 dalla battaglia di Stalingrado, e durante i miei anni nella Resistenza – che l'improbabile si sia avverato.

La speranza non gode di buona reputazione tra i filosofi. Perché ritiene, tuttavia, che la speranza e il mantenimento di questo "principio di speranza" formulato negli anni '50 dal filosofo Ernst Bloch abbiano dei pregi?

La speranza può nascere anche quando tutto sembra perduto. Nella sua superba opera teatrale *La tragedia dell'uomo* [1861] , l'ungherese Imre Madach ci mostra un mondo futuro congelato nel tempo. Improvvisamente, la donna partorisce, nasce un bambino, i genitori sorridono e la speranza ritorna. "Non è necessario sperare per intraprendere, né avere successo per perseverare", come disse il principe Guglielmo d'Orange. Ciò che conta è la lucidità e la vigilanza. Finché l'irreparabile non è certo, la speranza è possibile e incoraggia l'azione.

Quali sono i segnali, le azioni e i gesti, le iniziative e le alternative, o le utopie che osservate oggi e che offrono speranza?

Tutto ciò che implica solidarietà.

Ha 104 anni. Come si può invecchiare senza sentirsi vecchi nella mente?

Quando l'amore e la curiosità rimangono presenti.

Cosa direbbe ai bambini che tra vent'anni scoprissero questa intervista?

Resisti. Procedi nella direzione delle tue aspirazioni, ma evita le illusioni!

https://www.lemonde.fr/idees/article/2026/04/11/edgar-morin-je-doute-de-l-humanite-tout-en-croyant-en-elle_6679321_3232.html?search-type=classic&ise_click_rank=1

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La complessa storia di Edgar Morin, gli ultimi episodi

«I fatti sono ostinati » , diceva Lenin. Edgar Morin crede che le idee lo siano ancor di più. Per questo, in *Ci sono lezioni dalla storia?* (Denoël, 2025), l'ex «comunista in tempo di guerra» e combattente della Resistenza, ora filosofo della «Patria », setaccia il velo della continuità storica, in una serie di brevi lezioni collaudate. Prima lezione: il risultato di un'azione può essere contrario all'intenzione che l'ha provocata: inizialmente concepita per avviare una riforma finanziaria, la convocazione degli Stati Generali nel 1789 da parte di Luigi XVI scatenò la Rivoluzione francese. Seconda lezione: «Invece di dominare la storia da un trono sovratemporale », lo storico deve a sua volta essere contestualizzato: il comunista Albert Mathiez «esaltò» Robespierre e il Comitato di Salute Pubblica, il liberale François Furet «rifiutò» la storia giacobina, ci ricorda.

La sezione sui miti e le religioni monoteiste è senza dubbio la parte più corposa di questo breve testo. Pur non esitando ad affrontare l'elemento di violenza nella "storia di conquista" dell'Islam, il sociologo evoca le metamorfosi dell'ebraismo e ritiene che "non basti essere stati perseguitati per evitare di diventare persecutori " .

A differenza di un approccio derivante dalla scuola delle Annales, basato sull'analisi materiale ed economica dei fatti storici, Edgar Morin propende per una storia incentrata sugli eventi, che privilegia la singolarità delle personalità, alla luce del percorso di Giovanna d'Arco, Robespierre o del generale de Gaulle, la cui "azione fu tre volte decisiva nella storia della Francia" .

Bisogna dire che Edgar Morin ha vissuto "la storia con la sua grande ascia", per usare l'espressione dello scrittore Georges Perec. Una storia tragica, come testimonia *L'anno perduto la primavera* (Denoël, 2024), il suo romanzo autobiografico rimasto inedito per molti anni. Scritto nel 1946, questo romanzo di formazione racconta il percorso di un figlio unico, Albert Mercier, al quale il padre nasconde la morte della madre e che, nonostante questa "Hiroshima interiore ", rinasce attraverso l'irruzione della storia, in particolare all'interno della Resistenza.

Un altro manoscritto riscoperto ha segnato la storia recente del sociologo. Il manoscritto perduto, intitolato "Il Metodo del Metodo" (Actes Sud, 2024), era destinato a essere il terzo volume dell'opera più importante di Edgar Morin, " Il Metodo", scritta tra il 1977 e il 2004, in cui viene sviluppato il paradigma della complessità, che egli ha continuamente rivisitato. Edgar Morin ha ragione su questo punto: le idee sono ostinate.

Pubblicato di recente anche: “Conversazioni con Edgar Morin. ABC filosofici, dall’anima alla discordia”, a cura di Alain Siciliano, Patrick Frémeaux e Stéphanie Acquette (Frémeaux & Associés, 198 p., 20 €).