Francesca De Benedetti Trionfo di Magyar, l’Ungheria cambia pagina: Orbán ammette la sconfitta. Smacco per gli alleati globali Domani, 13 aprile 2026
BUDAPEST – «Viktor Orbán si è congratulato con me per la vittoria». Lo ha annunciato alle 21 circaPéter Magyar, mentre i numeri già facevano sognare a lui una super-maggioranza, agli ungheresi e all’Europa una svolta. Pochi minuti dopo,il leader di Fideszha messo la faccia sulla sconfitta, «la accetto» ha detto presentandosi con la sua squadra davanti a telecamere e supporter. Andrà all’opposizione, ha confermato, anche se «mai ci arrenderemo». Superata la mezzanotte e a scrutinio quasi totale, la proiezione del futuro parlamento consegnava a Tisza ben 138 seggi su 199, confermando così per Magyar i due terzi abbondanti coi quali anche la Costituzione può essere modificata (anche per questo la maggioranza è «super»), con una situazione capovolta per Fidesz, che dal 2022 aveva ereditato la mega-maggioranza e ora si ritrova invece con soli 55 seggi. L’unico altro partito che è riuscito a entrare in parlamento, superando la soglia del 5 per cento, è l’estrema destra di Mi Hazánk, come previsto.
(Budapestini in festa sulla sponda del Danubio di fronte al Parlamento. Foto Afp/Ansa)
Cambiare quasi nulla e così cambiare comunque tutto: è la scommessa vinta da Magyar. La sola idea che Orbán sloggiasse dopo 16 anni ininterrotti di governo ha scatenato questa domenica una partecipazione record, file ai seggi come in quel 2023 in cui Tusk mise fine all’era Pis in Polonia. «Un’affluenza così in Ungheria non si vedeva dagli anni Novanta», ha rivendicato a ora di cena Magyar dal podio, «ottimista». Fino all'ultimo il leader di Fidesz, in consapevole difficoltà, aveva chiamato al voto «i patrioti, tutti», mentre la turbodestra globale incrociava le dita: «Votate per l’amico di mio padre», si era messo a implorare pure Donald Trump junior, come se non fossero bastate le uscite del padre, dell’intera amministrazione, il sostegno del Cremlino, di Netanyahu, l’endorsement di Meloni al congresso di Fidesz di gennaio e Salvini a insistere sullo stesso chiodo, Le Pen, AfD, chi più ne ha a destra più ne metta.
L’Ungheria ha scelto la scommessa di Magyar.
Un cambio di epoca
Influencer globale e teorico della «democrazia illiberale» quando ancora non era così di moda, autocrate smaccato da anni anche se per lungo tempo l’Europa ha preferito non vedere, il leader di Fidesz ha una biografia politica che ha l’unica coerenza della rincorsa spregiudicata del potere. Già nel 1993, quando il suo partito allora liberale ottenne una sede, fu venduta a una banca per dare i soldi al padre di Orbán, Győző. La vera natura dell’orbanismo – autocrate e corrotto – era lì, sotto gli occhi di tutti, in pieno centro in via Váci 38. Dal 2010 l’autocrate si è preso tutto, l’economia, i media, la costruzione del discorso, l’immaginario, ma gli ungheresi sanno che ha anche tolto. Economia sempre più buia, sanità e welfare disastrosi, fondi Ue congelati, isolamento europeo.
(Magyar nel giorno del voto. Foto Afp/Ansa)
Perciò Magyar – conoscendo gli anni di assuefazione e la tendenza destrorsa dell’elettorato – sapeva che cambiando quasi nulla – lui che richiama allo stesso apparato ideologico di Fidesz, che viene dallo stesso contesto, che dà prova di stile accentratore e opaco, che ha abbastanza cinismo da gestire senza rotture pure la transizione con Mosca, che esibisce lo stesso slancio filo Usa – avrebbe potuto far leva sulla stanchezza degli ungheresi e sulla rabbia delle nuove generazioni, cambiando così comunque tutto.
«Non importa l’uomo, importa il cambiamento», come avevano detto i giovanissimi budapestini al concerto di venerdì. Setacciare coi comizi cittadina per cittadina, villaggio per villaggio, a ritmi forsennati, è servito al fondatore di Tisza per mantenere «l’onda», come lui stesso l’ha chiamata quando il sorpasso su Fidesz è cominciato, a ottobre 2024. E questo 12 aprile è diventata tsunami politico. «Mi avete sempre protetto, proteggetemi anche ora», ha detto il premier ungherese ai suoi supporter alla vigilia. Magyar minaccia di «indagare» i corrotti e gli scandali, lo tsunami fa sentire le scosse di assestamento da settimane, mesi. Pezzi di esercito e servizi, per non parlare dei cambi di giacca dell’ultima ora dei sindaci di paese una volta fidesziani convinti, sono usciti allo scoperto per Tisza, indicando i sommovimenti, gli spostamenti dalla parte del possibile vincente.
Una scelta di campo
ANSA
L’idea che Tisza possa essere un Fidesz dei primi duemila, senza esasperazioni filorusse e quindi anti Ue, spiega gli entusiasmi in giro per l’Europa ed è in fin dei conti anche la vera debolezza strategica di Orbán, che ha varcato le porte del Cremlino 17 anni fa e che, finita l’era merkeliana dell’appeasement con Berlino, finisce per essere troppo esposto verso Mosca per l’Ue, dunque pure per gli ungheresi europeisti.
Nel 2009 Orbán varca le porte del Cremlino e in quel preciso punto della storia – prima ancora del voto del 2010 che lo riporta al governo – mette a punto l’idea di una Budapest equilibrista, con l’Ue nella misura in cui l’Ue paga, ma con Mosca e poi pure con Pechino se conviene. Alle elezioni del 2022 la Cina e la Russia avevano già fatto dell’Ungheria il loro cavallo di Troia nell’Ue, tra fabbriche di batterie cinesi (Catl), banche russe e cinesi in piena capitale, e soprattutto per il ruolo sabotatore nelle decisioni europee. Ad aprile di quattro anni fa, quando Orbán vinse, la sua posizione verso Putin era già evidente. Alla Balna, quartier generale di Fidesz ora come allora, il megafono del premier, Zoltán Kovács, interrogato da Domani sui rapporti con la Russia in pieno massacro in Ucraina, augurava «che siano il più normali e pragmatiche possibile».
Non ci sarebbe stato neppure bisogno delle registrazioni rese pubbliche in questa campagna elettorale da un consorzio di media, nelle quali si sente il premier dirsi «al servizio» di Putin e il ministro degli Esteri offrire a Lavrov documenti del Consiglio Ue, per sapere che Péter Szijjártó, premiato con medaglia dell’amicizia da Mosca, era un gancio putiniano in Europa.
Cosa è cambiato allora? Cosa ha reso intollerabile la già nota anomalia orbaniana, spesso sfruttata dagli stessi leader europei per mediazioni sotto traccia? La vera variabile sta nei rapporti deteriorati con l’Europa, spostatasi nel frattempo in direzione di Polonia e Baltici, ovvero nello sgretolamento della politica di appeasement con Orbán praticata dalla Germania almeno fino ad Angela Merkel (anche nel 2025, nel presentare il libro a Budapest, è stata accolta con tutti gli onori dall’autocrate).
Sotto la guida di Merkel, la Germania aveva visto nell’Ungheria prima di tutto lo sbocco delle sue manifatture automobilistiche, con basso costo del lavoro e condizioni favorevoli (che Fidesz garantiva). Anche nel Partito popolare europeo (dove la Cdu siede) negoziare piuttosto che bacchettare Orbán era la norma. Per questo – non perché non fossero chiare già dall’inizio – le derive autocratiche dell’Ungheria erano tollerate in Ue, con lo stesso spirito con cui il Ppe e von der Leyen fanno finta di non vedere le derive orbaniane della loro alleata tattica Giorgia Meloni.
Era stata proprio Merkel, a fine mandato e con la presidenza di turno Ue in mano, a contrattare con l'autocrate l’ennesimo dei compromessi. Quando il premier teneva in ostaggio i piani di ripresa pandemici con l’ennesimo veto, lei con la complicità di von der Leyen promise che il meccanismo per condizionare l’erogazione dei fondi europei al rispetto dello stato di diritto (approvato nel 2020) sarebbe stato innescato verso l’Ungheria solo dopo il voto del 2022. Patto a cui von der Leyen tenne fede, attivandolo infatti pochi giorni dopo.
Ecco come mai solo in queste elezioni il tema dei fondi Ue congelati (eppur in parte sbloccati da Bruxelles per compromessi) si aggiunge e pesa assieme ai dati pesanti sull’economia, aumentando le insofferenze popolari. Nel frattempo, nell’èra post Merkel, il Ppe dal 2021 con Orbán ha divorziato, e anche in funzione filoatlantica ha coltivato i rapporti con Meloni – vera continuatrice della strategia orbaniana nel post orbanismo – sperando così di gestire le arrembanti destre estreme.
Magyar si è infilato da sùbito sotto l’ombrello del Ppe, pur contrattando una sorta di autonomia di necessità rispetto al gruppo, giustificata cioè dall’idea di assecondare un elettorato impregnato di propaganda orbaniana. L’ex fidesziano non ha mai davvero rotto con l’apparato ideologico di provenienza (Ucraina compresa) come si è visto anche dai voti difformi di Tisza rispetto al Ppe in Europarlamento. Anche in futuro non c’è da aspettarsi la brusca rottura di un incantesimo orbaniano: Péter Magyar, pensando a una transizione da gestire, ha già detto che non smetterà d’improvviso di comprare energia russa (anche se riconosce che Mosca è l’aggressore di Kiev). A Budapest i più avvezzi alle mosse sotto traccia ironizzano che il Cremlino, fiutata la sconfitta dell’alleato, avrà già pensato ad aprire un canale con il leader alternativo.
Senza la protezione tedesca dei tempi d’oro, l’autocrate ha scommesso dall’inizio e fino all’ultimo sulla «golden age» di Trump, anche per la fitta infrastruttura che accomuna le estreme destre e di cui Budapest è uno snodo chiave. Ma per il tycoon quel che conta è la convenienza – «Magyar? Non lo conosco», aveva detto ambiguamente a fine 2025, mentre il premier ungherese alla Casa Bianca contrattava il prezzo dell’endorsement – e ha sfruttato la debolezza dell’amico in declino per strappare gli ennesimi affari (accordi energetici e via dicendo).
Il leader di Tisza non ha solo garantito a Washington che in caso di vittoria avrebbe messo questa relazione al primo posto, ma ha anche significativamente preparato per il ministero degli Esteri una figura che con quel mondo ha contatti stretti, sia culturali che economici (ha pure lavorato per una compagnia di gnl), Anita Orbán, ex Fidesz, dichiaratamente filoatlantica.
Donald J. Trump prende di mira Papa Leone XIV. E cosi tradisce un disagio profondo. Quando il potere politico si accanisce contro una voce morale, è perché non riesce a contenerla. Trump non discute Leone: lo implora di rientrare in un linguaggio che possa dominare. Ma il Papa parla un’altra lingua, che non si lascia ridurre alla grammatica della forza, della sicurezza, dell’interesse nazionale.
In questo senso, l’attacco è una dichiarazione di impotenza. Non potendo assimilare quella voce, il potere tenta di delegittimarla. Ma così facendo ne riconosce implicitamente il peso. Se Leone fosse irrilevante, non meriterebbe una parola. Invece viene chiamato in causa, nominato, combattuto: segno che la sua parola incide.
È qui che emerge la forza morale della Chiesa. Non come contro-potere, ma come spazio in cui il potere viene giudicato da un criterio che non controlla. Leone non risponde sul terreno della polemica, e proprio per questo resta fuori dalla presa. È libero.
E quella libertà, disarmata e disarmante , è forse ciò che più inquieta. E, nello stesso tempo, ciò che più conta.
Le parole di Trump
“Papa Leone è DEBOLE sulla criminalità, ed è pessimo in politica estera”, hs scritto Trump su Truth. "Parla della ‘paura’ dell’Amministrazione Trump, ma non menziona la PAURA che la Chiesa cattolica, e tutte le altre organizzazioni cristiane, hanno vissuto durante il COVID, quando arrestavano sacerdoti, ministri e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo distanze di tre o persino sei metri. Mi piace molto di più suo fratello Louis, perché Louis è totalmente MAGA. Lui capisce, mentre Leo no! Non voglio un Papa che pensi che vada bene per l’Iran avere un’arma nucleare. Non voglio un Papa che pensi che sia terribile che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che stava inviando enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, cosa ancora peggiore, svuotando le proprie prigioni — inclusi assassini, spacciatori e killer — mandandoli nel nostro Paese. E non voglio un Papa che critichi il presidente degli Stati Uniti quando sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, con una VITTORIA SCHIACCIANTE, ottenendo numeri record di criminalità ai minimi storici e creando il più grande mercato azionario della storia. Leo dovrebbe essere riconoscente perché, come tutti sanno, è stato una sorpresa scioccante. Non era in nessuna lista per diventare Papa ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e si pensava che quello fosse il modo migliore per trattare con il Presidente Donald J. Trump. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leo non sarebbe in Vaticano. Sfortunatamente, Leo è debole sulla criminalità, debole sulle armi nucleari, e questo non mi piace affatto, né mi piace il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un PERDENTE della sinistra, uno di quelli che volevano far arrestare i fedeli e il clero. Leo dovrebbe rimettersi in carreggiata come Papa, usare il buon senso, smettere di compiacere la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande Papa, non un politico. Questo lo sta danneggiando molto e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica! Presidente DONALD J. TRUMP”.
Rebecca
Solnit Gli Stati Uniti si stanno autodistruggendo The
Guardian, 12 aprile 2026
Gli
Stati Uniti sono sotto attacco, e si tratta di un complotto interno.
Ogni dipartimento, ogni ramo, ogni ufficio e funzione del governo
federale viene corrotto in modo fatale, smantellato o reso
inutilizzabile. Tutto ciò è di dominio pubblico, ma poiché emerge
a poco a poco in articoli di cronaca riguardanti questo o quel
dipartimento specifico, i resoconti non descrivono mai adeguatamente
un'amministrazione che sabota il funzionamento del governo federale e
che, al contempo, sta devastando l'economia globale, le alleanze e le
relazioni internazionali, nonché l'ambiente nazionale e globale, in
modi che avranno conseguenze a catena per decenni e forse,
soprattutto per quanto riguarda il clima, per secoli. In
tutti i rami del governo, i servizi che dovrebbero proteggerci – il
monitoraggio degli arsenali nucleari, la sicurezza informatica, la
lotta al terrorismo – vengono indeboliti, ridotti di personale o
completamente smantellati. Anche un altro tipo di protezione, che
comprende la sanità pubblica, i programmi di vaccinazione, la
sicurezza alimentare, l'aria e l'acqua pulite, i servizi sociali, i
diritti civili e lo stato di diritto, è sotto attacco. Il governo
federale che dovrebbe essere al nostro servizio viene affamato,
mentre il governo federale che serve l'agenda di Trump e l'oligarchia
si sta ingozzando di denaro pubblico, comprese le somme grottesche
destinate al Dipartimento per la Sicurezza Interna e alle forze
armate statunitensi, ora trasformate nella contorta visione di Pete
Hegseth in una spietata forza mercenaria. Secondo alcune fonti,
Hegseth avrebbe ostacolato
le promozionidi
oltre una dozzina di ufficiali neri e donne.
È
sorprendente che il ritornello costante del team di Trump sia che non
possiamo permetterci di proteggere i più vulnerabili o di provvedere
alla popolazione, motivo per cui l'uomo più ricco del mondo, Elon
Musk, in cima al Doge, ha
smantellato l'USAID lo scorso anno,
causando già decine di migliaia di morti per fame e malattie
prevenibili. La guerra con l'Iran sta creando una crisi dei
fertilizzanti in Europa, Africa e Asia che potrebbe a sua volta
provocare carestie diffuse. Nel frattempo, l'ex capo della sicurezza
interna Kristi Noem ha speso più di 200 milioni di dollari in una
campagna pubblicitaria con se stessa come protagonista, prima di
essere licenziata.
Sebbene
la guerra contro l'Iran, del tutto gratuita e letteralmente
ingiustificata, presenti aspetti ben peggiori, il fatto che stia
bruciando miliardi di dollari al giorno è impressionante,
considerando gli enormi tagli alla tutela ambientale e ai parchi
nazionali, il sabotaggio di fattodel
servizio forestale e la concessione di
terreni pubblicia compagnie
di combustibili fossili e interessi minerari.
Le sedi centrali del servizio forestale vengono spostate in tutto il
paese, il che probabilmente provocherà numerose dimissioni, come già
accaduto per il Bureau
of Land Management durante il primo mandato di Trump.
Più di 50
stazioni di ricerca del servizio forestaleverranno
chiuse, con conseguente ulteriore perdita di ricerche, dati,
strutture e personale insostituibili.
Trump
ha detto nel suo noioso e monotono discorso della scorsa settimana:
"Non possiamo occuparci degli asili nido. Siamo un grande
Paese... Stiamo combattendo guerre... Non è possibile per noi
occuparci degli asili nido, di Medicaid, di Medicare, di tutte queste
cose individuali". I vostri soldi, i nostri soldi, le nostre
terre pubbliche, i nostri figli. Trump ha persino corrotto i
costruttori di parchi eolici offshore con quasi un miliardo di
dollari per fermarli, solo perché ha una vendetta personale contro i
sistemi di energia pulita. Gli Stati Uniti un tempo erano leader
mondiali nella ricerca scientifica, compresa la ricerca medica, che
aveva portato a importanti scoperte nel trattamento delle malattie e
nella salute, ma tutto ciò è stato drasticamente ridotto. Questo è
un omicidio.
Il
vecchio aforisma sul tempo necessario a una portaerei per invertire
la rotta potrebbe spiegare perché la nazione sembra relativamente
stabile e perché le reazioni sono state inadeguate; l'impatto
completo deve ancora manifestarsi. A un certo punto, se la nave non
inverte la rotta, forse inizierà a imbarcare acqua, a inclinarsi
pericolosamente o a colpire un iceberg, o forse l'iceberg è sempre
stato lì e si chiama Donald Trump. Ha iniziato una guerra senza un
motivo preciso – è stata usata la parola " divertimento" –
che
sta ulteriormente minando l'economia globale che ha già gravemente
danneggiato con i suoi dazi in continua evoluzione. Le imprese hanno
bisogno di poter pianificare, e i dazi che triplicano, si annullano e
riappaiono come i suoi umori minano questa capacità. Allo stesso
modo, le minacce non mantenute, i colloqui mai avvenuti, le azioni
dell'amministrazione annullate dai tribunali diventano forme di
scossa politica, che sballottano tutti e tutto, una dimostrazione di
forza che è anche una dimostrazione di incoerenza e incoerenza.
Dobbiamo
parlare della ricostruzione che un paese devastato e corrotto deve
affrontare per tornare a funzionare.
Ma
l'offensività potrebbe distrarre dalla distruttività. Un intero
settore dei media mainstream ora funge da medium, tentando di
interpretare le azioni di Trump per cercare di inserirle nel contesto
di una leadership competente e di programmi coerenti e consistenti.
Se ci fosse un programma coerente, sarebbe distruttivo, malevolo. Il
nuovo slogan popolare "lo scopo di un sistema è ciò che fa"
è utile in questo caso, perché ciò che questo sistema fa è
indebolire, danneggiare, corrompere e nuocere. L'idea che esista un
programma coerente guidato da Vladimir Putin funziona nel senso che
la maggior parte di ciò che Trump ha fatto è positivo per l'anziano
dittatore russo, ma negativo per gli Stati Uniti.
È
anche evidente che Trump voleva tornare al potere in parte per
vendicarsi di un Paese che nel 2020 lo aveva respinto, come a volte
un ex partner si trasforma in uno stalker omicida nei confronti della
donna che ha osato sfuggirgli, e nello specifico per vendicarsi degli
individui e delle istituzioni che lo avevano perseguitato per crimini
o che in altro modo lo avevano ostacolato. Trump, a un certo livello,
sa di star fallendo politicamente, cognitivamente e fisicamente e
vuole trascinare tutto con sé nella rovina, come gli antichi sovrani
venivano sepolti con i loro cavalli e servitori sacrificati. Inoltre,
mentre la morte gli incombe, cerca di conquistarsi un po' di
immortalità apponendo il
suo nomesu
edifici, permessi per i parchi e persino sulla moneta.
Ma
cercare di capire le motivazioni è un passatempo quando l'attenzione
deve essere rivolta alle conseguenze. Non abbiamo bisogno di capire
questi criminali per cercare di contenerli e, in definitiva,
eliminarli. Non dureranno per sempre, e dobbiamo pensare a cosa
succederà quando se ne saranno andati – parlare del tipo di
ricostruzione che gli Stati Uniti dovranno affrontare per la prima
volta dalla guerra civile, la ricostruzione che un paese devastato e
corrotto deve attraversare per tornare a funzionare. Ma non per
tornare a come erano le cose prima.
Sono
le debolezze antidemocratiche del nostro sistema ad aver creato le
vulnerabilità che hanno permesso che ciò accadesse: il collegio
elettorale e la soppressione del voto che hanno dato a Trump una
vittoria di minoranza nel 2016, la manipolazione dei distretti
elettorali che ha conferito a un partito di minoranza la maggioranza
al Congresso e nelle assemblee statali, una Corte Suprema
grottescamente corrotta e non responsabile e l'influenza corrosiva
degli ultra-ricchi in un sistema che conferisce loro un potere di
portata tale da rappresentare un attacco diretto alla democrazia.
Dobbiamo immaginare un Paese più democratico, più egualitario, più
generoso, un Paese che operi riconoscendo l'abbondanza di ricchezza
che dovrebbe servire a tutti noi – e anche alla natura e alle
generazioni future – anziché essere guidato dalla povertà
morale dei miliardari.
Nicolas Truong Edgar Morin: "Dubito dell'umanità pur continuando a credere in essa" Le Monde, 11 aprile 2026
Intervista Nel corso di diversi scambi avvenuti tra il 2024 e il 2026 con "Le Monde", il filosofo, ex combattente della resistenza, analizza gli sconvolgimenti del mondo contemporaneo, dalla regressione autoritaria in Occidente ai conflitti identitari in Medio Oriente, passando per le nuove tecnologie o l'ecologia, drammaticamente relegate in secondo piano.
Nato nel 1921, Edgar Morin è un ex membro della Resistenza francese, un antropologo della morte e un sociologo del presente, un intellettuale profetico profondamente impegnato nella vita civica. Analista dei nuovi paradigmi scientifici che lo hanno portato a sviluppare, nei sei volumi di *La Méthode* (Seuil, 1977-2004), il suo concetto di "complessità ", e interessato a comprendere le forze motrici delle dinamiche storiche, come recentemente esplorato in *Y a-t-il des leçons de l'histoire?* (Denoël, 2025), il filosofo centenario riflette sulla situazione francese e globale.
Come si analizza l'attuale clima politico?
Una grande ondata di regressione neoautoritaria si sta diffondendo in tutto il mondo. La sua forma più estrema è il neototalitarismo cinese, che si basa non solo sulla polizia ma anche sulla tecnologia informatica – riconoscimento facciale, monitoraggio di email e telefonate, ecc. – per consolidare il proprio potere. In Russia, la dittatura di Putin si è aggravata con la guerra in Ucraina. L'Ungheria è sotto un regime neoautoritario. L'Italia è guidata da un governo i cui membri nutrono nostalgia per il fascismo – si osservano recrudescenze fasciste in tutto il mondo, ma il fascismo come stato totalitario a partito unico non è risorto in quanto tale. Donald Trump ha portato al trionfo di un'America reazionaria. E potrei citare molti paesi asiatici e latinoamericani. Forse presto sarà la mezzanotte del secolo.
Anche la Francia è minacciata?
Sì, perché il nazionalpopulismo favorisce una delle due France: quella che è stata a lungo monarchica, aristocratica e religiosa – una Francia pétainista durante la guerra – in contrapposizione alla Francia repubblicana, laica e sociale. Possiamo resistergli solo attraverso la lucidità e il pensiero critico.
Eppure, non è forse proprio in nome dei valori repubblicani che la Francia conservatrice odierna conduce le sue battaglie ideologiche, soprattutto sul tema della laicità?
La laicità è tolleranza, non proibizione. Uno dei problemi principali è quello dell'identità francese: gli anti-umanisti o i reazionari la vedono come monolitica nella sua unità. Tuttavia, questa unità include la diversità delle culture, che è una risorsa per la Francia. Ci sono certamente difficoltà di integrazione perché la Francia non è stata in grado di attuare con successo una politica di immigrazione inclusiva. Oggi ne paghiamo il prezzo.
Cosa si può fare, visto il peggioramento della situazione politica, soprattutto in vista della possibile vittoria del Rassemblement National nel 2027?
Gli umanisti dovrebbero entrare in contatto tra loro e unirsi. Dominique de Villepin, infatti, ha lanciato il suo movimento, La France humaniste (La Francia umanista). In questi tempi difficili, sarebbe saggio ampliare e amplificare questa iniziativa, al fine di forgiare alleanze che possano estendersi da Dominique de Villepin a François Ruffin e molti altri. Ma credo che, prima di tutto, dobbiamo ridefinire quello che chiamo un umanesimo rigenerato, consapevole delle origini comuni e del destino condiviso di tutta l'umanità.
Il Medio Oriente è precipitato in una guerra senza precedenti a seguito degli attacchi israeliani e statunitensi contro l'Iran, seguiti dal conflitto in Libano. Come possiamo comprendere questa nuova conflagrazione, le cui ripercussioni sono ormai globali?
L'ignobile regime dei mullah sta subendo gli ignobili attacchi di Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Ma è il popolo iraniano a subire un martirio dopo l'altro. L'intero Medio Oriente sta cadendo sotto il controllo israelo-americano, in gran parte perché il sentimento filo-israeliano è una pietra angolare del trumpismo. È in atto un processo catastrofico, anche se Trump e Netanyahu non sono immortali. Al momento non c'è speranza di salvezza. Possiamo solo assistere nella nostra impotenza. L'unica speranza risiede nell'improbabile. Resistiamo.
Il regime iraniano, con il suo programma nucleare, non rappresenta forse una minaccia esistenziale per Israele?
L'Iran e Israele rappresentano una minaccia reciproca.
Lei ha scritto ampiamente sul Medio Oriente. In che modo il paradigma della "complessità" da lei sviluppato ci permette di analizzare il conflitto israelo-palestinese odierno?
Innanzitutto fornendo il contesto. Considerando i secoli di persecuzione religiosa e razziale subiti dagli ebrei. Considerando che, per quanto potente possa essere Israele, si trova in un ambiente potenzialmente ostile, che la sua sicurezza futura non è garantita e che cerca di perseguirla attraverso la potenza militare e l'espansione territoriale. Considerando la scomparsa della sinistra israeliana e il predominio politico di reazionari laici e religiosi che non riescono a concepire ciò che Yitzhak Rabin aveva immaginato: l'esistenza di due Stati.
Considerando il contesto geopolitico in cui Israele è diventato l'avanguardia e il baluardo avanzato dell'Occidente in un mondo arabo dove le popolazioni gli sono ostili e dove gli incidenti militari rischiano ogni volta di degenerare in guerra; credendo che il diritto di Israele ad esistere e il diritto di una nazione palestinese a nascere siano imperativi sia dal punto di vista etico che politico, tutti questi punti costituiscono presupposti o preliminari che ho cercato di sviluppare in * Il mondo moderno e la condizione ebraica* [Seuil, 2006] .
Come il filosofo Martin Buber (1878-1965), avreste preferito "una nazione comune a ebrei e arabi" piuttosto che questa guerra senza fine tra israeliani e palestinesi. Che speranza c'è oggi?
Spero nell'inaspettato.
«Credo di rendere più onore all'identità ebraica attraverso il mio lavoro universalista rispetto a coloro che insultano o calunniano in nome di un'identità chiusa ed esclusiva», hai scritto in «Lezioni da un secolo di vita» (Denoël, 2021). La pensi ancora così oggi?
Mi definisco secondo un'unità plurale. Sono di discendenza ebraica sefardita e ho reso omaggio a mio padre e ai miei antenati sefarditi in * Vidal et les siens* [Seuil, 1989] . Ho mantenuto il mio nome di battesimo, Nahoum, sui miei documenti d'identità. Ho adottato uno pseudonimo quando mi sono unito alla Resistenza, Morin, e l'ho conservato per le mie attività pubbliche. Non provo disprezzo per me stesso. Porto dentro di me un'identità mediterranea, italiana e spagnola che abbraccia diversi secoli.
Innanzitutto, sono un essere umano per il quale, come diceva Montaigne, ogni persona è un mio compatriota; poi sono francese, ebreo, mediterraneo, nutrito da un umanesimo universalista portato dal marrano Montaigne e dall'apostata Spinoza, un umanesimo ulteriormente coltivato dalla mia cultura francese, plasmata dalla mia familiarità con le opere di Voltaire, Denis Diderot e Victor Hugo. Per chiarire la mia posizione, appartengo a quel gruppo di ebrei umanisti che si oppongono a ogni forma di persecuzione, disprezzo e rifiuto.
Lei ha analizzato a fondo i movimenti giovanili, dalla generazione yé-yé a quelli disorientati dalle crisi ecologiche e geopolitiche. Come percepisce questa gioventù che manifesta solidarietà con la popolazione palestinese?
Non ho più la possibilità di condurre indagini come facevo in passato. Sono colpito e commosso dalla compassione dimostrata da alcuni giovani in Europa e negli Stati Uniti per la tragica situazione di un popolo che rischia la distruzione: i palestinesi, in parte cacciati dalla loro terra e in parte colonizzati, come in Cisgiordania. I palestinesi rischiano di essere espulsi dalla Cisgiordania dallo Stato di Israele e costretti alla diaspora, come lo furono gli ebrei nell'Impero romano.
In seguito a un articolo d'opinione pubblicato su "Le Monde" nel 2002 , in cui si parlava di un "cancro israelo-palestinese che si sta diffondendo in tutto il mondo", due associazioni l'hanno citata in giudizio per "diffamazione razziale" e "apologia del terrorismo". Ritiene che sia ancora difficile parlare della difficile situazione dei palestinesi, soprattutto quando si è ebrei?
È frequente ricevere aspre critiche per aver criticato le politiche repressive di Israele nei confronti dei palestinesi. Per alcuni strenui sostenitori di ogni azione intrapresa dal governo israeliano, essere ebrei è considerato tradimento. Eppure non ho mai messo in discussione l'esistenza di Israele. Nel mio caso, desidero allinearmi alla tradizione degli umanisti ebrei, da Baruch Spinoza ad Hannah Arendt, ma anche a quella di intellettuali israeliani come lo storico Shlomo Sand e molti altri, compresi i redattori del quotidiano Haaretz . Detto questo, esiste una distinzione – sebbene a volte i confini si confondano – tra antisemitismo, antigiudaismo e antiisraelismo: ho affrontato questo tema in un articolo del 2004 per Le Monde che credo rimanga attuale ancora oggi .
Come valuta la recrudescenza dell'antisemitismo che si sta diffondendo in tutto il mondo?
Il dominio israeliano sui palestinesi ha alimentato l'antisemitismo nel mondo arabo e musulmano, un mondo che un tempo accoglieva gli ebrei, come l'Impero Ottomano. Ha anche dato origine a un nuovo antisemitismo che equipara tutti gli ebrei a un Israele oppressivo, vedendo solo la lealtà incondizionata delle istituzioni ebraiche ufficiali della diaspora verso Israele. Pertanto, il vecchio antisemitismo è stato in qualche modo riattivato. Ma non dimentichiamo il sentimento anti-islamico, altrettanto devastante.
«Tutte le arti hanno prodotto meraviglie. Solo la politica ha prodotto mostri», scrisse Saint-Just, che lei ama citare. Perché sostiene che la politica sia l'aspetto meno sviluppato della nostra società?
Non esiste più una cultura politica fondata su grandi pensatori come Marx o Tocqueville. Molte figure politiche attuali mancano di conoscenze storiche. E in questo vuoto di pensiero indipendente, la politica si riduce all'economia, e persino alla sola economia neoliberista. Ma non è solo la politica a essere sottosviluppata nella nostra società; lo sono anche il pensiero e l'equità.
Lei è un sociologo dei giorni nostri. Qual è la sua definizione di sociologia?
La sociologia deve definire la società come un'entità complessa e auto-organizzata. Su questa base, è possibile condurre una ricerca sociologica aperta. Inoltre, ogni studio sul campo concreto richiede una propria metodologia, con il coinvolgimento attivo del ricercatore. Questo è ciò che ho fatto in Bretagna nel mio studio del comune di Plozévet tra il 1966 e il 1968 , così come nel mio studio sulla voce di corridoio di Orléans nel 1969 e durante gli eventi del maggio '68. Comprendere il presente richiede un approccio multidisciplinare, non solo sociologico.
“La vita è dubbio/ E la fede senza dubbio è solo morte”, dici, riecheggiando il poeta spagnolo Miguel de Unamuno (1864-1936). Tu elogi il dubbio e l'incertezza. Perché?
Il pensiero complesso riconosce la propria incompletezza e, di conseguenza, l'inevitabilità dell'incertezza. In termini di dubbio, mi identifico con Montaigne. Ma nutro anche fiducia nel potenziale umano. Per me, fede e dubbio sono in costante dialogo.
Di cosa dubita? E in cosa crede?
Dubito di ogni affermazione finché non ne ho la prova della veridicità. Dubito dell'umanità pur continuando a crederci. Ho fede nell'amore e nella fratellanza.
L'amore non è forse l'elemento più rilevante del tuo "Metodo", che hai scritto tra il 1977 e il 2004?
Il metodo parte dall'osservazione che armonia e discordia sono il padre e la madre di tutte le cose, che nel mondo fisico come nella vita e nella storia umana, esiste un conflitto tra le forze dell'unione e quelle della distruzione, tra Eros e Thanatos. Io sto dalla parte di Eros, cioè dell'amore. Detto questo, il Metodo è prima di tutto un inno alla conoscenza e alla "connessione". L'amore è il culmine della connessione, la complessa unione di esseri che sono al tempo stesso simili e diversi.
In che modo il paradigma della complessità, che collega ordine e disordine, creazione e distruzione, rimane valido per comprendere il presente?
Mentre il paradigma dominante impone separazione e semplificazione, la relazione tra ordine e disordine, distruzione e creazione, è innegabile se si considerano gli ambiti fisico, biologico e umano. Essa ci impone di abbandonare l'idea di ordine assoluto insita nel determinismo della scienza classica e la nozione di caso assoluto che si è affermata in biologia. I concetti più efficaci dipendono dall'oggetto di studio.
In che misura i progressi della scienza contemporanea invalidano o confermano le tue intuizioni?
La scoperta del bosone di Higgs, come la teoria delle stringhe, conferma la complessità dell'Universo. L'intelligenza artificiale è l'ultima creazione umana fino ad oggi, a conferma del fatto che possiamo essere manipolati dai nostri stessi strumenti. Questa è stata una delle mie domande centrali: gli esseri umani possono essere manipolati dai loro stessi strumenti di manipolazione?
In che modo l'uomo può essere manipolato oggi dai suoi stessi strumenti di conoscenza?
Gli strumenti creati per manipolare le cose o addomesticare la natura sono diventati anche armi per uccidere gli esseri umani e devastare la natura, creando una minaccia ecologica per la biosfera e per l'umanità, così come la macchina che libera le energie umane ha anche reso possibile la schiavitù dei lavoratori dediti a compiti monotoni o estenuanti.
Per quanto riguarda idee, miti e dèi, essi sono prodotti della mente umana, ma così facendo acquisiscono una realtà e un potere tali da poter asservire la mente stessa. Obbediamo ciecamente a dèi e ideologie come se fossero entità superiori esterne a noi. Chiamo "noologia" lo studio di questa sfera di idee e miti che hanno origine nella mente umana, ma che paradossalmente ne diventano padroni e sovrani.
SERGIO AQUINDO
Allo stesso modo, dipendiamo da strumenti utili come automobili, computer e smartphone; inizialmente dipendenti da noi, ne diventiamo poi dipendenti. Sperimentiamo ingorghi stradali e congestioni informative. I mezzi tecnici sono ambivalenti, mentre i mezzi di conoscenza sono fallibili e rischiano di condurci all'errore o all'illusione.
Perché scrive, in "Il metodo del metodo" (Actes Sud, 2024), che "il concetto di scienza è crollato"? E come è giunto alla consapevolezza della necessità di misurare la razionalità della follia e del ruolo fondamentale dell'irrazionalità nella conoscenza?
La mia schietta formulazione diventa chiara nel contesto della mia argomentazione: mostro che, pur essendoci continuità, esiste anche una rottura tra la scienza classica e il meglio della scienza contemporanea. Come molti altri, ho sostenuto che la scienza classica, fondata unicamente sul determinismo e sulla chiusura disciplinare, sia superata, e credo che si stia sviluppando una scienza aperta alla complessità e al lavoro transdisciplinare, in particolare seguendo le orme di Ilya Prigogine e Isabelle Stengers, i quali, in *La Nuova Alleanza* [Gallimard, 1979] , dimostrano le interazioni tra scienza e cultura. Tutti i problemi globali richiedono la mobilitazione di conoscenze provenienti da molteplici discipline.
Come percepisce l'evoluzione delle relazioni di genere a partire dalla rivoluzione #MeToo?
Il rapporto tra uomini e donne si basa biologicamente sul sesso e culturalmente sul genere. La sottomissione delle donne agli uomini è un retaggio della biologia. La rivoluzione femminista, che a mio avviso è la più importante del nostro tempo, è iniziata con le suffragette inglesi, si è sviluppata ed è culminata nel movimento #MeToo, ovvero nell'affermazione dell'emancipazione sessuale. Dovremmo arrivare al punto in cui le donne siano riconosciute come uguali e al contempo distinte dagli uomini.
Qual è la sua opinione sulla questione transgender?
Sono assolutamente a favore di tutto ciò che riguarda il "trans", intendendo con questo termine qualsiasi cosa che crei un legame. Ma se ti riferisci specificamente alle questioni transgender o transessuali, vorrei ricordarti che esiste un aspetto femminile atrofizzato all'interno della mascolinità, anche fisicamente (seno), e un aspetto maschile atrofizzato all'interno della femminilità, anche fisicamente (clitoride). Quando questo aspetto atrofizzato si risveglia, nasce il desiderio di cambiare sesso o di incarnare pienamente entrambi i sessi.
La questione ambientale sembra essere passata in secondo piano. Perché?
Le guerre in corso, l'industria degli armamenti, il potere dei grandi produttori di cereali della FNSEA, il problema del potere d'acquisto della popolazione, tutto ciò oscura il problema ecologico e ne ostacola la consapevolezza.
Nel 1972 ha scritto "Il primo anno dell'era ecologica". In quale era siamo entrati adesso?
Allora credevo nell'inesorabile sviluppo dell'ecologia. Ci troviamo nell'Antropocene, il che significa che le attività umane determinano il destino del pianeta.
Di quali nuove discipline umanistiche abbiamo bisogno?
La cultura scientifica è cieca alla soggettività, mentre la cultura umanistica ignora le scoperte scientifiche che illuminano il posto dell'umanità nella vita e nel mondo. Queste due culture devono essere collegate nelle nuove discipline umanistiche.
Qual è la sua opinione sul "diritto a morire con dignità" e sulla legge relativa alle cure di fine vita?
Una persona che soffre eccessivamente, che è affetta da una malattia incurabile, che non vuole che la sua vecchiaia sia un peso per gli altri ha il diritto di decidere della propria morte.
La mattina del 6 giugno, nel caffè che frequentavo, regnava una gioiosa eccitazione: erano sbarcati. Felicità ! Poi, per tutto il giorno, l'ansia che lo sbarco fosse stato respinto dalle forze tedesche, finché non abbiamo appreso via radio in inglese della prima svolta.
Oggigiorno sembra che tra alcune persone si stia diffondendo un senso di disperazione, soprattutto a causa della frequenza delle guerre, della catastrofe ecologica in corso e della crisi che incombe sul futuro. Condivide questa osservazione? E qual è la sua natura?
Stiamo vivendo una serie di crisi storiche interconnesse. Nonostante i loro confini geografici, le guerre si sono già internazionalizzate e rischiano di diffondersi su vasta scala. Il futuro è incerto e le probabilità allarmanti. Ma è già successo nella storia – e io l'ho vissuto in prima persona nel dicembre del 1941 con l'offensiva di liberazione di Mosca, l'ingresso degli Stati Uniti in guerra dopo Pearl Harbor, seguito nel 1942 dalla battaglia di Stalingrado, e durante i miei anni nella Resistenza – che l'improbabile si sia avverato.
La speranza non gode di buona reputazione tra i filosofi. Perché ritiene, tuttavia, che la speranza e il mantenimento di questo "principio di speranza" formulato negli anni '50 dal filosofo Ernst Bloch abbiano dei pregi?
La speranza può nascere anche quando tutto sembra perduto. Nella sua superba opera teatrale *La tragedia dell'uomo* [1861] , l'ungherese Imre Madach ci mostra un mondo futuro congelato nel tempo. Improvvisamente, la donna partorisce, nasce un bambino, i genitori sorridono e la speranza ritorna. "Non è necessario sperare per intraprendere, né avere successo per perseverare", come disse il principe Guglielmo d'Orange. Ciò che conta è la lucidità e la vigilanza. Finché l'irreparabile non è certo, la speranza è possibile e incoraggia l'azione.
Quali sono i segnali, le azioni e i gesti, le iniziative e le alternative, o le utopie che osservate oggi e che offrono speranza?
Tutto ciò che implica solidarietà.
Ha 104 anni. Come si può invecchiare senza sentirsi vecchi nella mente?
Quando l'amore e la curiosità rimangono presenti.
Cosa direbbe ai bambini che tra vent'anni scoprissero questa intervista?
Resisti. Procedi nella direzione delle tue aspirazioni, ma evita le illusioni!
La complessa storia di Edgar Morin, gli ultimi episodi
«I fatti sono ostinati » , diceva Lenin. Edgar Morin crede che le idee lo siano ancor di più. Per questo, in *Ci sono lezioni dalla storia?* (Denoël, 2025), l'ex «comunista in tempo di guerra» e combattente della Resistenza, ora filosofo della «Patria », setaccia il velo della continuità storica, in una serie di brevi lezioni collaudate. Prima lezione: il risultato di un'azione può essere contrario all'intenzione che l'ha provocata: inizialmente concepita per avviare una riforma finanziaria, la convocazione degli Stati Generali nel 1789 da parte di Luigi XVI scatenò la Rivoluzione francese. Seconda lezione: «Invece di dominare la storia da un trono sovratemporale », lo storico deve a sua volta essere contestualizzato: il comunista Albert Mathiez «esaltò» Robespierre e il Comitato di Salute Pubblica, il liberale François Furet «rifiutò» la storia giacobina, ci ricorda.
La sezione sui miti e le religioni monoteiste è senza dubbio la parte più corposa di questo breve testo. Pur non esitando ad affrontare l'elemento di violenza nella "storia di conquista" dell'Islam, il sociologo evoca le metamorfosi dell'ebraismo e ritiene che "non basti essere stati perseguitati per evitare di diventare persecutori " .
A differenza di un approccio derivante dalla scuola delle Annales, basato sull'analisi materiale ed economica dei fatti storici, Edgar Morin propende per una storia incentrata sugli eventi, che privilegia la singolarità delle personalità, alla luce del percorso di Giovanna d'Arco, Robespierre o del generale de Gaulle, la cui "azione fu tre volte decisiva nella storia della Francia" .
Bisogna dire che Edgar Morin ha vissuto "la storia con la sua grande ascia", per usare l'espressione dello scrittore Georges Perec. Una storia tragica, come testimonia *L'anno perduto la primavera* (Denoël, 2024), il suo romanzo autobiografico rimasto inedito per molti anni. Scritto nel 1946, questo romanzo di formazione racconta il percorso di un figlio unico, Albert Mercier, al quale il padre nasconde la morte della madre e che, nonostante questa "Hiroshima interiore ", rinasce attraverso l'irruzione della storia, in particolare all'interno della Resistenza.
Un altro manoscritto riscoperto ha segnato la storia recente del sociologo. Il manoscritto perduto, intitolato "Il Metodo del Metodo" (Actes Sud, 2024), era destinato a essere il terzo volume dell'opera più importante di Edgar Morin, " Il Metodo", scritta tra il 1977 e il 2004, in cui viene sviluppato il paradigma della complessità, che egli ha continuamente rivisitato. Edgar Morin ha ragione su questo punto: le idee sono ostinate.
Pubblicato di recente anche: “Conversazioni con Edgar Morin. ABC filosofici, dall’anima alla discordia”, a cura di Alain Siciliano, Patrick Frémeaux e Stéphanie Acquette (Frémeaux & Associés, 198 p., 20 €).