giovedì 17 settembre 2015

La Dea Bianca, un mito






Claudio Magris
Il mito matriarcale
Nicholas Carter: Dionisiaca e crudele la dea bianca è musa e visione del mondo
Corriere della Sera, 17 settembre 2015



Il mito, è stato scritto, è ciò che non è mai accaduto e accade sempre. Nessuna creatura, divina o umana, è mai nata come Afrodite dalla spuma del mare e dai genitali dell’evirato Urano, ma l’infinito del cielo e del mare associati alla dea dell’amore dicono tante verità su quest'ultimo. Mito, afferma Valéry, è ciò che accade soltanto nella parola e solo questo gli 
conferisce verità che attraversa il tempo. Mito, in greco, vuol dire racconto; parla certo anche del mistero, ma del mistero che c’è nel vivere, innamorarsi, morire. Mistero di tutti, non occulto segreto di pochi custodito da pretesi iniziati né oscurità ineffabile, come pretende tanta cultura esoterica, spesso pacchiana. C’è stato pure un uso fascista del mito, che Mann o Broch — grandi autentici poeti del mito — volevano esorcizzare. Il mito ha bisogno dell’illuminismo e viceversa; altrimenti si ha soltanto uno pseudo arcano kitsch o una piatta e ottusa ragione strumentale.
Nel Novecento il mito è stato fondamentale per la letteratura, che ha trovato in esso le sue strutture profonde — basti pensare, per fare solo un esempio fra molti, a Joyce. Sono pure usciti molti libri che hanno rinarrato, interpretandoli, i miti — specie greci — costitutivi della nostra civiltà o di civiltà a noi prossime, facendoli «echeggiare di nuovo tra noi», come scrive Pietro Citati. I libri di Kerényi, di Calasso, di Guidorizzi, di Mascioni, di Graves (che insieme a Patai ha rinarrato pure quegli ebraici) e altri ancora.
Uno dei grandi mitografi del Novecento è Robert Graves, il celebre scrittore e poeta inglese noto soprattutto per i suoi romanzi storici — Io, Claudio (1934); Il divo Claudio (1934) — e grande specialmente come poeta. Quale mitologo, il suo capolavoro è forse La Dea Bianca (1948), vastissima e poetica summa che ricostruisce, analizza e interpreta una tradizione mitica che abbraccia soprattutto le divinità e i culti celti, gallesi e irlandesi, spingendosi sino all’Asia minore e più oltre ancora e celebrando il mito femminile, lunare, matriarcale e infero contrapposto a quello olimpico, virile, patriarcale, gerarchico. La Grande madre contro Zeus.
Ne parlo con uno dei più esperti interpreti e conoscitori di Graves, Nicholas Carter. Nato in Inghilterra nel 1942, cresciuto in Rhodesia e in Sudafrica dove ha studiato all’Università del Natal, prima di tornare in Inghilterra a diplomarsi all’Università di Oxford e di conseguire il Ph.D al famoso Trinity College di Dublino. È fra l’altro autore di una grande monografia su Graves. Nel 1986 è arrivato a Trieste, a insegnare inglese, e si è fermato; uno di quei nomadi che — come l’inglese Richard Burton o i fratelli Joyce — la storia ha depositato sulle spiagge di una città eterogenea cresciuta in un impero diverso da quello britannico.
«In questo libro, gli chiedo, Graves sembra assomigliare più a Mircea Eliade che a Kerényi o a Thomas Mann; sembra credere a una verità arcana ma oggettiva di questi miti, soprattutto celti. Una verità da prendere alla lettera come quella delle religioni, non una metafora poetica della vita, della natura e del mondo...».
Nicholas Carter — Nel suo romanzo La figlia di Omero, Nausicaa, che è il narratore, afferma, con una ferma convinzione che è pure di Graves, che non esiste alcuna vera vita aldilà di quella che conosciamo e che si svolge sotto il sole, la luna e le stelle. Ma una volta, mentre ero con lui nel suo giardino e lui mi insegnava come si deve diserbare, improvvisamente mi disse che avrebbe ricostruito a Colchester l’altare dell’imperatore Claudio. In senso metaforico, credevo pensando al progetto di un libro, ma lui — guardandomi direttamente negli occhi e lasciandomi spiazzato e incapace di replicare — mi disse: «Claudio, come lei sa, è un dio».
I miti mi hanno affascinato fin da quando avevo dieci anni e, trascurando le letture scolastiche, ho comperato i due volumi sui miti di Graves restandone sconcertato, perché non rinarravano solo le vicende a me care di Giasone o della guerra di Troia, ma nei commenti si addentravano nella storia e nell’antropologia, indagavano la società matriarcale a suo avviso originariamente dominante nel Mediterraneo e poi scalzata dai popoli patriarcali invasori. Più tardi ho capito che nel mito Graves cercava di rimpiazzare la civiltà distrutta dalla Prima guerra mondiale e cercava pure una salvezza personale, trovandola o credendo di trovarla nella Dea Bianca, che era insieme una visione del mondo e la sua Musa. Anche il suo Danubio, del resto, ha un’analoga funzione unificante, risonanze che forse non esistevano prima del suo libro e che forse nascono dalla scrittura...
Claudio Magris — Certo, ogni nuova configurazione di qualsiasi realtà la cambia, la arricchisce; ogni commento al mito è mitico a sua volta ossia una nuova narrazione. Glissant mi ha detto una volta che ho fatto parlare l’inconscio del Danubio. Pure io da ragazzo ero affascinato dal mito, leggevo compilazioni e riassunti dei miti delle più diverse civiltà. Mi sono confrontato con i significati anche contraddittori del mito: idea-forza e/o verità essenziale, come nel mio Mito absburgico. In altri libri la struttura profonda è costituita da miti — di Euridice, di Alcesti, del Vello d’oro. La Dea Bianca celebra — contro la mitologia olimpica maschile — quella femminile e matriarcale; mi chiedo se tale civiltà sia mai veramente esistita. La Dea Bianca è anche il sesso che tutto abbraccia e annienta. Non la Grecia apollinea ma la Grecia e l’Asia dionisiaca, la notte, il grembo polimorfo di ogni vita. Questa Dea Bianca è tuttavia pure dominio crudele, soprattutto sessuale, della donna sull’uomo. Si può parlare di una sessualità masochista in Graves?
Nicholas Carter — Posso rispondere con le parole dello stesso Graves, il quale diceva che, da quando aveva quindici anni, la passione determinante della sua vita era stata la poesia, in contrapposizione all’ambiente ostile della scuola. Certezza nella poesia significava incertezza nella vita, non meno di quanto lo sia l’amore romantico. Ed è qui che arriva, salvifica, la Dea madre di tutto ciò che vive e che sa pure incarnarsi in una donna mortale, Musa di cui il poeta si innamora perdutamente, benché consapevole di ciò che lo attende, dolore e tradimento. Come osserva Rougemont, «l’amore felice non ha storia».
Claudio Magris — Pure nella cultura tedesca nazisteggiante c’era una contrapposizione fra mito maschile — solare olimpico, dorico, gerarchico — e mito femminile in cui l’amore della madre non va particolarmente all’eroe, come nella visione dorica, ma egualmente a tutti i suoi figli, forti o deboli, però solo ai figli usciti dal suo stesso grembo, a tutti quelli dello stesso sangue, della stessa razza...
Nicholas Carter — Nessun albero ha una sola radice e le origini della Dea Bianca sono molteplici. Strettamente individuali — la forte personalità delle tre donne dominanti nella prima parte della sua vita, la madre tedesca, la sua prima moglie femminista e la sua prima vera Musa, la poetessa americana Laura Reading — e oggettive, lo choc della Prima guerra mondiale che aveva distrutto il suo mondo, mondo che egli voleva ricostruire col suo mito.
Claudio Magris — Dubito che la Dea Bianca potesse ricostruire il mondo distrutto dalla Grande guerra... La contestazione femminista del dominio maschile ha vagheggiato una politica femminile dell’amore anziché maschile della guerra. Ma se guardiamo agli ultimi decenni, i grandi leader sono stati soprattutto donne, ma donne che hanno esercitato con efficacia e durezza le classiche e odiate virtù maschili. Margaret Thatcher, Indira Gandhi o Golda Meir hanno saputo usare la forza, il potere, la gerarchia più dei politici uomini... Ma Graves ha scritto pure romanzi storici come quelli sull’imperatore Claudio, un genere molto frequentato nella narrativa. Basti pensare a quel capolavoro che sono le Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, ma ci sono anche altri, ad esempio Gore Vidal. Che senso può avere oggi il romanzo storico e, per quanto riguarda Graves, come s’inquadra nella sua opera accanto agli altri generi da lui coltivati e soprattutto rispetto alla sua opera poetica, in cui egli ha raggiunto i suoi risultati più alti ?
Nicholas Carter — Dietro Io, Claudio, ci sono due figure molto diverse: il prozio di Graves, Leopold von Ranke — «il primo storico moderno», com’egli lo chiama, e la cui meta era «semplicemente accertare com’erano andate le cose» — e Maigret, l’eroe di uno degli scrittori da lui più amati, Simenon. Strana coppia, accomunata tuttavia da un’ostinata ricerca di verità e da un modo intuitivo di perseguirla. La Dea Bianca e Io, Claudio sono anche storie poliziesche, la cui esigenza di verità è la stessa del poeta. Che cosa sono i romanzi su Claudio, i libri più famosi di Graves, se non la testimonianza di un uomo bizzarro e spaiato, un folle che balbetta, un sopravvissuto di professione ma anche custode di salute spirituale e della verità, consapevole che «le cose, prima di migliorare, dovranno andare ancor peggio»? E cos’è La Dea Bianca se non una rappresentazione fantastica e barocca della nostra civiltà distruttiva e suicida ? Tuttavia pure i poeti hanno bisogno di denaro per vivere e Graves ha risolto questo problema scrivendo romanzi storici: «I miei libri in prosa sono cani da esposizione che allevo e vendo per mantenere il mio gatto».
 

Traduzione di Mariagrazia Portera