giovedì 9 luglio 2015

Monica Bardi, Luca, il suo mondo, i suoi amici



Anche se quello di fb non è un balcone da cui mi affaccio spesso, ritrovo qui stamattina, svegliandomi all'alba del giorno in cui Luca avrebbe compiuto 54 anni, tante parole che mi scaldano il cuore. E' una parte consistente di quella rete di affetti e di coraggio che ci ha consentito in questi dieci anni di non cadere nel vuoto della disperazione e nel sacco della malattia. Ho tirato fuori una foto di Luca bambino seduto al banco di scuola. Ha il grembiule e in mano una penna un po' sollevata dal foglio. Le sopracciglia ben disegnate, che ho cercato di imprimermi bene nella memoria nelle ore dell'agonia. Quella penna si è poi posata su molti fogli e, come ha ricordato Guido Montanari ieri sera, è stato uno strumento duttile e tagliente. Una penna che ha saputo dare forma al racconto dell'accoglienza dei profughi, a memorie familiari e storiche, al racconto di luoghi lontani (dall'Ucraina all'Afghanistan e alla Somalia), alla denuncia delle mistificazioni e della falsità (per la Tav come per lo smercio del marchio della "bontà"). Quel bambino non sapeva, non sa. Ma l'espressione seria, concentrata, attenta, racconta molte cose sulle origini delle molte strade percorse, con lo sguardo vigile di chi vuole capire e a occhi aperti si tuffa nella vita "a testa in giù". Come ho detto ieri. è stato Luca stesso a descriversi in questo modo, in "Piove all'insù": "Sedici anni, più o meno, voglia di urlare e di portarmi una ragazza pulita dentro quel mondo di urla spine spigoli in cui mi sentivo ficcato a testa in giù". Luca ha percorso davvero tutta la vita "a testa in giù" e io (la ragazza pulita) l' ho seguito, finché è stato difficile, in molte imprese difficili. Perché il suo motto era per davvero, come ci ha spiegato lui stesso nella "lettera alle pulci", SI PUO' FARE. Si poteva inseguire un amore con ardore donchisciottesco e romantico (la madre dovette spedirlo a fare un viaggio perché si togliesse "la ragazza pulita" dalla testa); ma si poteva anche provare a risvegliare mio padre dal coma dopo un'operazione all'aorta (e ci riuscì davvero), importare 365 profughi dalla ex Jugoslavia (e farne passare 29 da casa nostra), affrontare una malattia mortale. Per lui si poteva sempre "fare" al di là di ogni evidenza e di ogni compromesso. E ha fatto davvero tantissime cose, sentendosi anche una persona fortunata e felice (quando le condizioni oggettive erano quelle di una lunga marcia in salita). Lo so che è facile scivolare nel fossato della retorica e lui non lo vorrebbe. Ma pensare il mondo senza le meccaniche dell'intelligenza di Luca e senza i battiti del suo cuore generoso per me è molto difficile. Ci mettemmo insieme nel 1979 e trentasei anni sono una vita, sono la parte più consistente della mia vita. Si è meritato tutto e, come ha detto il suo amico Lorenzo Fazio, si sarebbe meritato anche di più: ma poi riusciva sempre a dire la verità, a indispettire, a essere lucido (cosa che non è di questo mondo e di questi tempi). Ma tutte queste cose, amici di una vita, voi le sapete e allora forse la cosa più saggia è abbracciarvi tutti, senza dimenticare nessuno. Siete i compagni con cui abbiamo navigato nella bonaccia e nella tempesta, tutti diversi ma tutti solidali, pronti e pieni di affetto. Tutto il mondo del d'Azeglio, che ha impresso il marchio indelebile sulle nostre vite, il comitato profughi ex Jugoslavia (una sua geniale invenzione il "permesso turistico per motivi umanitari" con cui tirò fuori dall'inferno della guerra molte persone), gli allievi di ogni scuola e di ogni tipo, i fans, i lettori, i colleghi dei giornali in cui ha lavorato. Mi siete passati davanti uno a uno in questi giorni, in una sorta di "rivista militare" che a lui sarebbe molto piaciuta (come la preghiera dell'alpino della quarantesima batteria). Lo avete accompagnato nel passaggio difficile di cui parlammo molte volte in questi anni in vario modo (dal grottesco al tragico al faceto) per poi concludere, qualche giorno fa con un "non farà poi male". Un altro SI PUO' FARE come un guanto di sfida gettato in faccia alla morte. Ha vinto lui, amici, sarete tutti d'accordo. E vi ringrazio tutti, dal primo all'ultimo, per averlo accompagnato (nel modo a lui più congeniale, fra preghiere bosniache e fette di anguria, musica e parole che abbiamo provato a versare nelle sue orecchie). Non sapete il bene che mi ha fatto attraversare i vostri sguardi profondi e grati, disperati e allegri, per strapparmi un sorriso che proprio non veniva, perché, come diceva credo Machiavelli (alias il professor Caldi) "rido e il riso non entra dentro, piango e il pianto non esce fuori". Un abbraccio fortissimo