giovedì 23 luglio 2015

Il jihadismo radicale: una bibliografia

Paolo Di Motoli
L’Egitto come laboratorio della Jihad

Il recente attentato al consolato italiano in Egitto offre lo spunto per una possibile genealogia del jihadismo radicale che parte proprio dal paese delle piramidi. La piccola biblioteca che ci può aiutare, in un panorama ricco di testi sul fenomeno jihadista, si compone di due volumi che affrontano il fenomeno, il primo è il fondamentale Il Profeta e il Faraone di Gilles Kepel (Laterza 2006; il testo faceva seguito alla dissertazione di dottorato dell’autore sui movimenti islamisti nell’Egitto degli anni Settanta), il secondo è Il partito di Dio di Renzo Guolo (Guerini e Associati 2004) che in poche pagine ha il pregio di riuscire a collegare figure e movimenti che contribuiranno a formare il nucleo dei movimenti islamisti radicali degli ultimi vent’anni.

Rileggendo la presentazione di Kepel si comprende la soddisfazione di chi ha saputo comprendere l’importanza dei fenomeni politico-religiosi del mondo islamico quando gli accademici degli anni Ottanta li consideravano un residuo di arcaismo reazionario. Stesso discorso può farsi per lo studioso italiano che in tempi non sospetti ha compiuto un cammino simile al collega francese in un paese dove il ritardo della sociologia e il clima di fiducia verso la secolarizzazione avanzante proiettavano sul tema religione e politica un alone di “esotismo”. L’Egitto è centrale per il fenomeno jihadista radicale in quanto ha dato vita a movimenti che hanno prodotto pensatori, gruppi e leader decisivi per la storia recente.

La nascita dei Fratelli Musulmani nel 1928 rimane un evento fondamentale per tutto ciò che ne è seguito. Se la condotta dei suoi fondatori era volta a costruire un “ordine islamico” che pacificamente avrebbe portato le istituzioni a conformarsi ad esso nel corso degli anni (una sorta di egemonia gramsciana applicata all’Islam politico) la repressione nasseriana e le crisi degli anni settanta sotto Sadat produrranno invece nuovi movimenti volti a uccidere sovrani “empi” opponendosi frontalmente alle istituzioni con la violenza.  L’ideologo centrale della fase iniziale fu quel Sayyid Qutb che Nasser fece impiccare nel 1966. La riflessione dell’ideologo egiziano maturò nel terribile carcere di Tura che contribuì ad esacerbarne la costruzione ideologica.


Sayyid Qutb

Nel libro Ma'alim fi'l-Tariq (Pietre miliari sulla via) Qutb elaborò le categorie politiche del radicalismo islamico. La jihad contro l'apostasia e l'ignoranza, la rottura con l'ambiente empio sul modello del Profeta, la sovranità divina e il Jihad globale contro i nemici “interni” e quelli “esterni”. Il Nemico è centrale nella visione di Qutb che rifiutava la dicotomia della geopolitica religiosa per cui il mondo è diviso in Casa dell’Islam e casa della guerra. I musulmani considerano tutto ciò che si trova fuori dal proprio spazio casa della guerra. Per Qutb il nemico era interno al mondo musulmano. L’occidente diventava così interno e i partiti in campo erano il Partito di Dio e il Partito di Satana.

Detto questo bisogna sottolineare che la condotta dei Fratelli Musulmani fu molto prudente e che il pensiero di Qutb verrà disconosciuto dalla seconda guida spirituale del movimento, quell’Hasan Al Hudaybi che era succeduto al fondatore Al Banna. La fratellanza completò lo smantellamento del braccio armato proprio negli anni Settanta, avviando quella che gli studiosi come Omar Ashour chiamano la de-radicalizzazione. Proprio la costante diplomazia della fratellanza produrrà un fiorire di movimenti e militanti che ne usciranno per fondare gruppi di chiaro orientamento radicale e jihadista. Tra questi possiamo citare Takfir wa hijra (movimento che tentò di creare una vera e propria contro società in Egitto e uccise un ministro del governo Sadat nel 1977) e al Jihad, i cui esponenti uccisero il presidente egiziano Sadat nell’ottobre del 1981.


Anwar al-Sadat sulla copertina del Time, 2 gennaio 1978. Crediti di copertina Audrey Flack

La decisione di uccidere Sadat era maturata sulla via dell’analisi dell’ingegnere Muḥammad ʿAbd al-Salām Faraj che nella sua opera dal titolo Al farida al Ghaiba (L’obbligo assente) sosteneva che compiere un atto di Jihad contro il governante empio era il sesto pilastro dell’Islam. Faraj fallì nei suoi intenti a breve termine ma il suo libretto ebbe un'eco importante nel mondo del radicalismo islamico, e non solo in esso. Le idee contenute in quel libro, come quelle di Qutb, funsero da faro nel mondo dell'estremismo fondamentalista e terrorista di matrice islamica in Egitto durante tutti gli anni Ottanta e Novanta. Tra gli esponenti del gruppo al Jihad (oggi ormai de-radicalizzato come gli altri) troviamo figure di riferimento per l’islamismo globale come Ayman al Zawahiri e Omar ʿAbd al-Rahman. Alcuni teologi reagirono alle analisi compiute da questi “teologi mancati”. Jadd al-Haqq, dell’università al-Azhar, attaccò la dichiarazione che Sadat era un apostata e criticò certe interpretazioni del Corano, non appoggiate a solidi e ben sedimentati studi e riflessioni, incluso il noto passaggio del "versetto della Spada". Altri hanno misero in dubbio ancor più esplicitamente la debolezza della preparazione culturale di Muhammad Salam al Faraj, ricordando che i suoi studi avevano riguardato più l'elettricità che la Sharia. La scarsa solidità degli studi islamici è un fatto caratteristico di pressoché tutti i "nuovi dotti" del radicalismo.

Filiazioni dei Fratelli Mussulmani

Per comprendere meglio il fenomeno del radicalismo potremmo paragonare i Fratelli Musulmani al Partito Comunista Italiano e i gruppi jihadisti al fenomeno terroristico degli anni Settanta. Alcuni studiosi sostengono che la fratellanza sarebbe stata utile a contenere le spinte violente e radicali della società egiziana. La politica internazionale e quella interna al paese delle piramidi sembra essere andata però verso una direzione opposta. Sarebbe inoltre un errore considerare movimenti che pure hanno avuto la propria gestazione all’interno dei Fratelli Musulmani come espressione di questo movimento così come non possiamo considerare il ramo reggino delle Brigate Rosse espressione del partito comunista emiliano.

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