martedì 7 luglio 2015

Luca Rastello, ritratto di un operatore umanitario

La scelta di scrivere un romanzo è tutt’altra cosa: è la scelta di affrontare temi generali, se non universali, che riguardano prima di tutto i lati oscuri di chi scrive. Ho voluto raccontare un male che è ovunque e che io per primo porto dentro (se c’è un personaggio a chiave ne “I buoni” è forse il solo Andrea, costruito su di me e sulle mie potenzialità più negative).
Luca Rastello, Lettera al Direttore di minima et moralia, 3 aprile 2014








... Sente freddo, allora tira fuori dalla tasca il suo quadernetto e dalla controcopertina estrae una foto della donna che lo tormenta, e la foto lo calma, come guardare la terra quando è in volo. Non si vede niente, solo un lampo e questa tregua fra lui e il cielo. una carcassa di aereo schiantata al suolo e arrugginita sul prato, al di là di un recinto. Poi qualcuno arriva e in pochi minuti c’è un’auto che schiva la metropoli lungo strade dove l’asfalto è morto da secoli e lo porta attraverso periferie e poi campi e steccati, fino a un villaggio dai colori smorti, battuto dalla pioggia. Un complesso di baracche, quasi tutte di legno, un cortile pieno d’erba come l’aia di una vecchia cascina. Bambini. Sembra che vengano su dalle fessure fra le pietre, gli corrono incontro e si fermano a un metro o due, più curiosi che timidi, e poi la voce di un Mauro che lui conosce: «Andrea. Ti aspettavano tutti». Lo aspettavano tutti. Andrea Vitaliano, operatore umanitario. Poco tempo per salutarsi, un abbraccio, poi i bambini gli sono addosso, parlano, e molte cose si confondono.
«Quanto ti fermi?»
Orazio, occhi grandi, più della testa sottile, mani lunghe da pianista che non userà.
«Parli la mia lingua…»
«Tutti parliamo.»
Hanno imparato dal frate.
«Allora quanto?»
«Qualche giorno, non so… Dipende…»
Mauro lo porta dentro il refettorio, hanno viaggiato insieme tante volte, amano raccontare delle guerre che hanno visto, come un biglietto da visita di quella vita trascinata in giro in cerca di seduzioni e stracci d’emozione (e allora il rumore delle batterie pesanti che colpivano la Krajina, e il piccolo Izet che piangeva, e i giorni in cui lui era pieno del pensiero di lei, e lei lo aspettava, e ogni volta che lui tornava da aver salvato il mondo lo guardava con gli occhi pieni di grazia e lui raccontava e raccontava).
Mauro è un fotografo, gira per il mondo ma lo fa per tirar su i soldi, per campare. Andrea no, lui lo fa per i progetti. Ha accettato di incontrare Mauro quaggiù per mostrargli il presidio per l’aids pediatrico allestito dalla sua ong. Mauro Bulgarelli, fotografo, crede che possa valere un buon servizio, anche fosse solo sulle pagine di quei settimanali del volontariato che pagano poco. È così che si tira avanti, ormai. Andrea tollera, ma vorrebbe guardare altrove.
Orazio ha un pattino solo ma ci sa andare da maestro, gira frenetico nella sala, schivando le panche all’ultimo momento e lo tempesta di parole, in italiano. Andrea si lascia stordire da quel fulmine magro, e riconosce la voglia di padre che ha già incontrato tante volte per il mondo. Mentre Orazio volteggia, c’è anche un piccolo Christi che rimane attaccato alla spalla e al ginocchio di Andrea, in silenzio, e lo guarda da sotto.
Orazio dice: «Hai braccia grandi».
«Sì, ce le ho. Appenditi.»
Si appende. Alza la gamba senza pattino, si appoggia alle rotelle sul piede sinistro, si aggrappa con tutte e due le braccia, Andrea corre, corrono, curva parabolica, urla: eh sì, ora stanno pattinando. Orazio sparisce, ricompare con grandi occhiali rossi: «I miei occhi non vedono più».
Andrea ha portato una foto per Florentina, che gliel’aveva chiesta l’anno scorso, ma Florentina se n’è andata dieci giorni fa. Gli volano in braccio da tutte le parti, sputano, lui si copre con la mano una graffiatura al polso, vogliono essere toccati.




Luca Rastello
I buoni
Chiarelettere, Milano 2014