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mercoledì 7 agosto 2024

Astolfo sulla luna. Il senno

 


 

 Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, XXXIV, 72-92 

70
  Tutta la sfera varcano del fuoco,
ed indi vanno al regno de la luna.
Veggon per la più parte esser quel loco
come un acciar che non ha macchia alcuna;
e lo trovano uguale, o minor poco
di ciò ch'in questo globo si raguna,
in questo ultimo globo de la terra,
mettendo il mar che la circonda e serra.

71
  Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia:
che quel paese appresso era sì grande,
il quale a un picciol tondo rassimiglia
a noi che lo miriam da queste bande;
e ch'aguzzar conviengli ambe le ciglia,
s'indi la terra e 'l mar ch'intorno spande,
discerner vuol; che non avendo luce,
l'imagin lor poco alta si conduce.

 

 72
 Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
sono là su, che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
c’han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai le più magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ample e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve.

 73
     Non stette il duca a ricercare il tutto;
che lá non era asceso a quello effetto.
Da l’apostolo santo fu condutto
in un vallon fra due montagne istretto,
ove mirabilmente era ridutto
ciò che si perde o per nostro diffetto,
o per colpa di tempo o di Fortuna:
ciò che si perde qui, lá si raguna.

74
     Non pur di regni o di ricchezze parlo,
in che la ruota instabile lavora;
ma di quel ch’in poter di tor, di darlo
non ha Fortuna, intender voglio ancora.
Molta fama è là su, che, come tarlo,
il tempo al lungo andar qua giù divora:
là su infiniti prieghi e voti stanno,
che da noi peccatori a Dio si fanno.

75
     Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desidèri sono tanti,
che la piú parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giú perdesti mai,
lá su salendo ritrovar potrai.


76
     Passando il paladin per quelle biche,                                          biche = mucchi
or di questo or di quel chiede alla guida.
Vide un monte di tumide vesiche,
che dentro parea aver tumulti e grida;
e seppe ch’eran le corone antiche
e degli Assirii e de la terra lida,
e de’ Persi e de’ Greci, che giá furo
incliti, et or n’è quasi il nome oscuro.

77
     Ami d’oro e d’argento appresso vede
in una massa, ch’erano quei doni
che si fan con speranza di mercede
ai re, agli avari principi, ai patroni.
Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede,
et ode che son tutte adulazioni.
Di cicale scoppiate imagine hanno
versi ch’in laude dei signor si fanno.

78
     Di nodi d’oro e di gemmati ceppi
vede c’han forma i mal seguiti amori.
V’eran d’aquile artigli; e che fur, seppi,
l’autoritá ch’ai suoi danno i signori.
I mantici ch’intorno han pieni i greppi,                                               greppi = declivi
sono i fumi dei principi e i favori
che danno un tempo ai ganimedi suoi,
che se ne van col fior degli anni poi.

79
     Ruine di cittadi e di castella
stavan con gran tesor quivi sozzopra.
Domanda, e sa che son trattati, e quella
congiura che sí mal par che si cuopra.
Vide serpi con faccia di donzella,
di monetieri e di ladroni l’opra:                                                      monetieri = falsari di monete
poi vide boccie rotte di piú sorti,                                                        boccie = ampolle
ch’era il servir de le misere corti.


80
     Di versate minestre una gran massa
vede, e domanda al suo dottor ch’importe.
— L’elemosina è (dice) che si lassa
alcun, che fatta sia dopo la morte. —                                 qualcuno lascia l'elemosina perché sia fatta
Di varii fiori ad un gran monte passa,
ch’ebbe giá buono odore, or putia forte.                                    putia = puzzava
Questo era il dono (se però dir lece)
che Constantino al buon Silvestro fece.

81
     Vide gran copia di panie con visco,                                      panie = trappole
ch’erano, o donne, le bellezze vostre.
Lungo sará, se tutte in verso ordisco
le cose che gli fur quivi dimostre;
che dopo mille e mille io non finisco,
e vi son tutte l’occurrenzie nostre:
sol la pazzia non v’è poca né assai;
che sta qua giú, né se ne parte mai.

82
     Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,
ch’egli giá avea perduti, si converse;                      si converse = si concentrò sui suoi fatti e giorni
che se non era interprete con lui,                                     era interprete = c'era una guida
non discernea le forme lor diverse.
Poi giunse a quel che par sí averlo a nui,
che mai per esso a Dio voti non fêrse;                   al punto che nessuno ne ha pregato presso Dio
io dico il senno: e n’era quivi un monte,
solo assai piú che l’altre cose conte.

83
     Era come un liquor suttile e molle,
atto a esalar, se non si tien ben chiuso;
e si vedea raccolto in varie ampolle,
qual piú, qual men capace, atte a quell’uso.
Quella è maggior di tutte, in che del folle
signor d’Anglante era il gran senno infuso;
e fu da l’altre conosciuta, quando
avea scritto di fuor: Senno d’Orlando.


84
     E cosí tutte l’altre avean scritto anco
il nome di color di chi fu il senno.
Del suo gran parte vide il duca franco;
ma molto piú maravigliar lo fenno
molti ch’egli credea che dramma manco
non dovessero averne, e quivi dénno
chiara notizia che ne tenean poco;
che molta quantitá n’era in quel loco.

85
     Altri in amar lo perde, altri in onori,
altri in cercar, scorrendo il mar, richezze;
altri ne le speranze de’ signori,
altri dietro alle magiche sciocchezze;
altri in gemme, altri in opre di pittori,
et altri in altro che piú d’altro aprezze.
Di sofisti e d’astrologhi raccolto,
e di poeti ancor ve n’era molto.

86
     Astolfo tolse il suo; che gliel concesse
lo scrittor de l’oscura Apocalisse.
L’ampolla in ch’era al naso sol si messe,
e par che quello al luogo suo ne gisse:
e che Turpin da indi in qua confesse
ch’Astolfo lungo tempo saggio visse;
ma ch’uno error che fece poi, fu quello
ch’un’altra volta gli levò il cervello.

87
     La piú capace e piena ampolla, ov’era
Il senno che solea far savio il conte,
Astolfo tolle; e non è sí leggiera,
come stimò, con l’altre essendo a monte.
Prima che ’l paladin da quella sfera
piena di luce alle piú basse smonte,
menato fu da l’apostolo santo
in un palagio ov’era un fiume a canto;


88
     ch’ogni sua stanza avea piena di velli
di lin, di seta, di coton, di lana,
tinti in varii colori e brutti e belli.
Nel primo chiostro una femina cana                    una donna canuta
fila a un aspo traea da tutti quelli,       traeva un filo da tutti quei batuffoli e lo avvolgeva ad un aspo
come veggián l’estate la villana
traer dai bachi le bagnate spoglie,
quando la nuova seta si raccoglie.

 

Stefano Jossa, Un poeta in lotta con la materia / Con Ariosto senza Calvino, Doppiozero, 7 gennaio 2007

Chi leggerà più di Rinaldo che chiede che quello che per gli uomini è motivo di vanto, avere degli amanti, non sia per le donne motivo di vergogna, di Ricciardetto che fa credere a Fiordispina di essere sua sorella Bradamante improvvisamente trasformatasi in maschio, di Marfisa che cambia le leggi ingiuste delle amazzoni nemiche degli uomini e del tiranno Marganorre che faceva scorciare la gonna a tutte le donne del suo regno, di Bradamante che vuol essere giudicata come cavaliere anziché come donna alla rocca di Tristano e di San Giovanni che mette in discussione la parola dei poeti fino a temere di aver messo in crisi pure la propria? Dopo aver letto Calvino e Celati, Ariosto non può essere questo: sarà fughe e inseguimenti, degustazione del racconto e trionfo della levità, impegno dell’intelligenza e risolino beffardo. Leggere gli scrittori che fanno i critici è bello, per capire loro e la loro scrittura; ma per capire gli autori di cui si occupano è sempre meglio andare a leggere questi ultimi. A volte ci sorprenderanno.




venerdì 8 novembre 2013

Come Orlando s'innamora



In questi tempi frettolosi l'attenzione minuta di un grande scrittore per l'eredità culturale acquista un significato nuovo. Chi siamo, da dove veniamo, che cosa possiamo sperare: a queste domande si può trovare risposta tornando ogni tanto con amoroso puntiglio sui nostri passi per ritemprare le energie e andare con altro animo incontro al futuro.


Orlando furioso di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino
1970 


Tra gli intellettuali e le produzioni artistiche popolari c'è sempre stato (e c'è più che mai nel 
nostro secolo, con le moderne forme dì «cultura di massa» e soprattutto il cinema) un rapporto mutevole: dapprima di rifiuto, di sufficienza sdegnosa, poi d'interesse ironico, poi di scoperta di 
valori che invano si cercano altrove. Finisce che l'uomo colto, il poeta raffinato s'appropria di 
ciò che era divertimento ingenuo, e lo trasforma.
Cosi fu della letteratura cavalleresca nel Rinascimento. Quasi contemporaneamente, nella
seconda metà del XV secolo, nelle due corti più raffinate d'Italia, quella dei Medici di Firenze e
quella degli Este di Ferrara, la fortuna delle storie di Orlando e di Rinaldo risalì dalle piazze agli
ambienti colti. A Firenze fu ancora un poeta un po' alla buona, Luigi Pulci (1432-84) che (pare su
commissione della madre di Lorenzo il Magnifico) mise in rima avventure già note ma con un
proposito caricaturale. Tanto che il suo poema prese nome non dai paladini protagonisti, ma da
una delle grottesche figure di contorno, Margutte, un gigante vinto da Orlando e diventato suo
scudiere.
A Ferrara, un dignitario della corte estense, Matteo Maria Boiardo conte di Scandiano (1441-94)
si rivolse alla epopea cavalleresca con uno spirito distaccato anch'egli, ma venato dalla
malinconica nostalgia di chi, scontento del suo tempo, cerca di far rivivere i fantasmi del passato.
Alla corte dì Ferrara erano molto letti i romanzi del ciclo brètone, tutti incantesimi, draghi, fate,
prove solitarie di cavalieri erranti; la contaminazione tra queste vicende fiabesche e l'epica
carolingia era già avvenuta in qualche poema francese e in molti cantari italiani; in Boiardo i due
filoni hanno il loro primo incontro con la cultura umanistica che tende a ricongiungersi, al di là
del Medioevo, ai classici dell'antichità pagana. I mezzi tecnici del poeta sono però ancora
primitivi, la vitalità generosa che i suoi versi comunicano viene in gran parte dal loro sapore
acerbo. L'Orlando innamorato, lasciato incompiuto alla morte dell'autore, è un poema dalla
versificazione rozza, scritto in un italiano incerto e che sconfina di continuo nel dialetto. La sua
fortuna fu anche la sua sfortuna; l'amore che altri poeti gli tributarono fu tanto carico di
sollecitudine a portargli aiuto, come a creatura inadatta a vivere con le sue forze, che finì per farlo
eclissare e scomparire dalla circolazione. Nel Cinquecento, ristabilitosi il primato dell'uso toscano
nella lingua letteraria, il Berni riscrisse tutto l'Orlando innamorato in «buona lingua», e per tre
secoli il poema non fu ristampato se non in questo rifacimento, finché nell’ottocento non fu
riscoperto il testo autentico, il cui valore per noi sta proprio in ciò che i puristi censuravano:
l'essere un monumento dell'italiano diverso che nasceva dai dialetti della pianura padana.
Ma soprattutto l'Innamorato fu oscurato dal Furioso, cioè dalla continuazione che Ludovico
Ariosto intraprese a scrivere una decina d'anni dopo la morte del Boiardo, una continuazione che
fu subito tutt'altra cosa: dalla ruvida scorza quattrocentesca il Cinquecento esplode come una
lussureggiante vegetazione carica di fiori e di frutti.
Questa fortuna-sfortuna continua: eccoci qui a parlare dell’Innamorato solo come d'un
«antefatto» al Furioso, a sbrigarcene come in un «riassunto delle puntate precedenti». Sappiamo
di fare cosa sbagliata e ingiusta: i due poemi sono due mondi indipendenti; eppure non possiamo
farne a meno.
L'Orlando della tradizione, come s'è detto, aveva tra i suoi pochi tratti psicologici quello d'essere
casto e inaccessibile alle tentazioni amorose. La «novità» del Boiardo fu di presentare un Orlando
innamorato. Per catturare i paladini cristiani, e soprattutto i due cugini campioni, Orlando e
Rinaldo, Galafrone re del Cataio (ossia della Cina) ha mandato a Parigi i suoi due figli: Angelica,
bellissima ed esperta nelle arti magiche, e Argalia, guerriero dalle armi fatate e dall'elmo a prova
d'ogni lama. Come se non bastasse hanno anche un anello che rende invisibili.
Argalia lancia una sfida: chi riuscirà a disarcionarlo avrà sua sorella, e chi sarà disarcionato da lui
diventerà suo schiavo. Appena vedono Angelica, tutti i cavalieri presenti, cristiani e infedeli (è la
tregua di Pasqua e sono tutti convenuti a un torneo), s'innamorano; perfino re Carlo perde la testa.
Argalia, dopo una serie di duelli fortunati, viene ucciso dal saraceno Ferraù (qui chiamato
Feraguto), ma a contendere la bella preda al vincitore sopraggiunge Orlando. Angelica ne
approfitta per fuggire, rendendosi invisibile, invano inseguita da Rinaldo (qui chiamato Ranaldo o
Rainaldo). Fuggendo, Angelica, assetata, beve a una fontana magica: è la fonte dell'amore; la
bella s'innamora di Rinaldo. Rinaldo beve anche lui a una fontana incantata, ma è quella del
disamore: da innamorato che era diventa nemico di Angelica e la sfugge. Angelica, che non può
vivere senza Rinaldo, lo fa rapire da una barca fatata, ma lui non ne vuoi sapere e dopo varie
avventure da un'isola all'altra riesce a sfuggirle. Ritiratasi nel Cataio, nella fortezza di Albraca o
Albracà, Angelica viene assediata da Agricane re dei Tartari e da Sacripante re dei Circassi,
anch'essi innamorati sfortunati. Il primo ha la meglio, ma in difesa di Angelica accorre Orlando,
sempre innamorato e sfuggito ad altri incantesimi. Duella un giorno e una notte con Agricane e
l'uccide. Questo duello (libro primo, canti XVIII-XIX) è giustamente l'episodio più ammirato del
poema: a un certo punto, stanchi di duellare i due campioni si sdraiano sull'erba a guardare le
stelle: Orlando parla di Dio ad Agricane che rimpiange d'esser sempre stato un grande ignorante;
ripreso il duello all'alba, Agricane ferito a morte chiederà il battesimo al suo avversario.
Raccontare le battaglie e i duelli attorno ad Albracà è difficile perché si sovrappongono sempre
nuovi eserciti e nuovi campioni, tra i quali Galafrone padre d'Angelica che vuoi vendicare il
figlio ucciso, Marfisa regina delle Indie che non si toglie mai le armi di dosso, e combattono allo
stesso tempo ognuno una sua guerra particolare, con frequenti scambi di nemici e d'alleati. Arriva
anche Rinaldo, odiando Angelica, per impedire al cugino Orlando di perdersi dietro quella vana
passione. Angelica si fa difendere da Orlando (il quale, da quel perfetto cavaliere che è, si guarda
bene dal toccarla), ma pensa solo a salvare la vita di Rinaldo dalla gelosia (immotivata) di
Orlando. Innumerevoli storie secondarie di fate e giganti e incantesimi si diramano dalle vicende
principali: per esempio Angelica riesce a distogliere Orlando dalla contesa contro Rinaldo
incaricandolo della difficile impresa di sfatare un giardino incantato.
Mentre i paladini scorazzano per l'Oriente, la Francia è insidiata da sempre nuove invasioni.
Prima era stato Gradasso re di Sericana che era riuscito a far prigioniero lo stesso re Carlo, ed era
stato poi sconfitto da Astolfo, entrato in possesso, senza darsene conto, della lancia fatata del
defunto Argalia. Poi è Agramante re d'Africa che fa sbarcare re Rodomonte (qui chiamato
Rodamonte) in Provenza e fa scavalcare i Pirenei a re Marsilio (su istigazione del solito Gano di
Maganza). Rinaldo torna a dar man forte a Carlo in pericolo, e Angelica gli corre dietro facendosi
seguire da Orlando. Passano davanti alle due fontane incantate, e stavolta è Angelica che beve
alla fonte dell'odio e Rinaldo a quella dell'amore. Orlando e Rinaldo sono di nuovo rivali; in un
momento tanto grave per le armi cristiane i due cugini non pensano che alla loro contesa.
Re Carlo allora si propone come arbitro: Angelica sarà tenuta in custodia dal vecchio duca Namo
di Baviera e verrà assegnata a quello dei due campioni che avrà più valorosamente combattuto
contro gli infedeli. E' a Montalbano presso i Pirenei che avviene la battaglia decisiva: decisiva
soprattutto perché - sebbene il poema di Boiardo continui ancora per qualche canto narrando
l'assedio di Parigi - è da questa battaglia che Ariosto prenderà le mosse del suo poema
riallacciando le fila dei vari personaggi. E decisiva anche perché è in questa battaglia che
Ruggiero, cavaliere saraceno discendente da Ettore di Troia, incontra la guerriera cristiana
Bradamante (qui chiamata Bradiamonte o Bradiamante o Brandimante o Brandiamante), sorella
di Rinaldo, e da nemici che erano si ritrovano innamorati.
L'episodio è importante perché era intento del Boiardo (pare su esplicita commissione di Ercole I
d'Este) convalidare la leggenda che la Casa d'Este traesse origine dalle nozze di Ruggiero di Risa
e Bradamante di Chiaromonte. A quel tempo una genealogia, anche se immaginaria, aveva
grande peso: i nemici degli Estensi avevano diffuso la diceria che i signori di Ferrara
discendevano dall'infame traditore Gano di Maganza; bisognava correre ai ripari. Boiardo
introdusse questo motivo genealogico quando il suo poema era già molto avanti, e non ebbe
tempo di svilupparlo; toccherà ad Ariosto portarlo a compimento. Ma nel frattempo a Ercole I,
che pareva ci tenesse molto, erano successi i figli, Alfonso I e il cardinale Ippolito, che di queste
fantasie poco si curavano. E Ariosto, del resto, non aveva certo lo spirito del cortigiano adulatore;
pure tenne fede al compito che s'era prefisso con scrupoloso impegno. Aveva le sue buone ragioni
per farlo. Primo, che era un motivo narrativo di prim'ordine: i due innamorati che sono leali
combattenti di due eserciti nemici e perciò non riescono mai a tradurre in realtà il destino nuziale
che è stato loro assegnato; e secondo, che questo lo portava a legare il tempo mitico della
cavalleria con le vicende contemporanee, col presente di Ferrara e dell'Italia.

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L'incipit dell'Orlando innamorato è questo: 

Signori e cavallier che ve adunati
Per odir cose dilettose e nove,
Stati attenti e quïeti, ed ascoltati
La bella istoria che 'l mio canto muove;
E vedereti i  gesti smisurati, 
L'alta fatica e le mirabil prove
Che fece il franco Orlando per amore
Nel tempo del re Carlo imperatore.

Quello dell'Orlando furioso invece è il seguente:

Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori,
le cortesie, l'audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l'ire e i giovenil furori
d'Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.