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lunedì 16 marzo 2026

L' Italia a tavola

 

persistente, come le nostre tante cucine
L’Italia a tavola

Le vicende della ristorazione italiana mostrano una narrazione che non conferma “una cucina italiana”, bensì tante cucine “italiana” (errore grammaticale voluto per esprimere un chiaro concetto). Dagli anni 70, come vedremo, il racconto della cucina può essere sintetizzato nella metafora di Antonio Gramsci: «L’Italia è un paese di tumulti, non di rivoluzioni». Una storia che ha avuto, qua e là, nel tempo sia leader, sia scuole di pensiero che, nell’espace d’un matin, hanno provocato tumulti, mai rivoluzioni, al pari della nouvelle cuisine, del movimento spagnolo di Ferran Adrià o come quello nordico di Rezdepi. Anzi di queste firme, molti cucinieri italiani, hanno subito il fascino, con ripercussioni sulla stessa ristorazione nostrana.

L’unica “riforma” del Buon Paese che ho riscontrato è stata quella di usare l’aggettivo “nuova”, spesso a sproposito, quando qualche critico voleva portare alla ribalta un manipolo di cucinieri, al momento, sulla cresta dell’onda.

La (mia) verità è che le diverse “cucine italiana”, frutto delle culture dei mille campanili, abbiano talmente lasciato il segno nella cultura gastronomica del Bel Paese, che neppure i continui stage all’estero di giovani cuochi, sono stati in grado di cancellare.

La distinzione fra grande cuisine e cuisine paysanne, esistente in Francia. non ha radici da noi, soprattutto perché la cucina di alta qualità (haute cuisine) ha una storia breve, e ci porta romanticamente alla fine degli anni 70, al mitico Gualtiero Marchesi.

Fino ad allora i modelli di riferimento sono stati identificati nella cucina così detta “internazionale”, i cui protagonisti sono i ristoranti degli alberghi e di cucina territoriale, ovverosia quella popolare.

Nel 1959 la guida Michelin (esce la prima volta nel 1956) premia con una stella ben 89 locali; nel 1969 è interessante notare ci siano ben 12 ristoranti premiati con 2 stelle: Sabatini a Firenze, Gourmet a Milano, Fini a Modena, Santamaria a Rapallo, Rocca e Ruta a Camogli, Il Pesce d’oro a Sanremo, Villa Sassi a Torino, Antico Martini a Venezia, 12 Apostoli a Verona e, soprattutto la Trattoria la Santa a Genova di Nino Bergese, chiamato il cuoco dei re” per la sua attività a servizio di famiglie nobili e facoltose.

Nel suo piccolo locale, Bergese crea circa 520 piatti (tra cui la crema di latte al guanciale affumicato, la torta fiorentina in foglia d’oro ecc.), che lo hanno reso famoso per la finezza e l’armonia della cucina.

A seguito della chiusura della Santa, Bergese fu chiamato da Gian Luigi Morini, illuminato creatore di uno dei più importanti locali italiani, il San Domenico di Imola. Qui, dall’incontro con il giovanissimo chef Valentino Marcattilii, nacque un piatto iconico della cucina italiana: l’uovo in pasta. Il San Domenico, tuttora attivo, aperto nel marzo del 1970, era appunto il sogno dell’ex bancario Morini di creare in Italia un locale che avesse lo stesso sfarzo dei grandi ristoranti parigini. Il locale rimase per lungo tempo una rara icona nel panorama italiano per il suo menu creativo, in un periodo ricco di modelli di cucine di territorio con poca attenzione ai dettagli.

Non a caso, negli anni 70 balza alla ribalta, tra le nebbie, uno “spaccio di campagna”, a Samboseto, frazione di Busseto (Parma), che in pochi anni da tabaccheria con vendita di sigarette, vini e distillati, si trasforma in trattoria, e addirittura è insignito nel 1976 di due stelle Michelin. Il punto di forza del locale era la straordinarietà della cucina e della cantina. Ai fornelli Mirella, moglie del mitico Peppino Cantarelli, signore dei vini e della scoperta del culatello, che proponeva ricette e piatti, tuttora in carta, con successo, nelle trattorie padane: il savarin di riso, la torta di lingua alle erbe, l’anatra all’arancia, i tortelli, gli anolini e i cappelletti in brodo, il semifreddo croccante di gelato.

Tra gli anni 70 e i primi anni 80, la ristorazione in Italia ha vissuto però anche anni bui, animati da cuochi pasticcioni, alla ricerca di una creatività senza basi, influenzati dalla nouvelle cuisine, pronti a proporre ricette stravaganti, con scenografie improponibili. Nel grigiore, tuttavia, nasce un’icona, Gualtiero Marchesi, che rientra in Italia (apre a Milano nel 1977) dopo un periodo trascorso in Francia durante il quale gli chef fondarono la nouvelle cuisine, che stravolge molti principi e regole che, fino allora, erano le basi della cucina. La cucina di questo cuoco milanese, che lui stesso definisce sempre “contemporanea”, salvaguarda i sapori naturali degli ingredienti, riduce i tempi di cottura, con ricerca della leggerezza, non solo come godimento del palato, ma anche della salute. Molti piatti di Gualtiero sono diventati veri e propri cult: il raviolo aperto, riso oro e zafferano, gli spaghetti freddi al caviale, oro e riso, il dripping di pesce ecc. Dai suoi ristoranti, prima a Milano, poi all’Albereta di Erbusco, sarebbe uscita una schiera di giovani chef (Carlo Cracco, Enrico Crippa, Davide Oldani, Piero Leeman, Paolo Lopriore), divenuti nel tempo grandi protagonisti della ristorazione italiana: sono ancora, con una cucina diversa l’uno dall’altro e dalla stessa del Maestro, tra i fari della ristorazione italiana.

Non è stato invece discepolo di Marchesi, ma Ezio Santin della Antica Osteria del Ponte, secondo ristorante della terza stella Michelin, aveva, tra i pochi, recepito i principi delle nouvelle (le cotture, la mise en place e la leggerezza) senza esserne sopraffatto, ma utilizzando gli eccellenti prodotti italiani, così pure Aimo Moroni e Nadia nel Luogo che ha portato a Milano una cucina toscana ricercata. Tavole di fascia alta, così come l’Enoteca Pinchiorri a Firenze, che Giorgio Pinchiorri trasforma in un tempio mondiale del vino, dove Annie Feolde, chef francese, è riuscita ad interpretare con la sua tecnica ricette italiane e fiorentine; un’eredità raccolta attualmente dallo chef Riccardo Monco.

A metà degli anni 70, sulle rive del Lago di Corbara, apre il suo locale (Casa Vissani) lo chef Gianfranco Vissani, dotato di grande talento, creatore di piatti straordinari, di raro gusto ed equilibrio. Un cuoco che ha diviso, ma si è preso, giustamente, la scena per molti anni della critica gastronomica italiana.

Nello stesso periodo ad Amelia, in Liguria, apre la Locanda dell’Angelo di Angelo Paracucchi. Il suo credo era la ricerca delle materie prime, soprattutto quelle made in Italy, come il maniacale ricorso alla qualità dell’olio extravergine e la riproposta della pasta fresca, fatta in casa con farine particolari. In Romagna, dal 1971, a Castrocaro, brilla la stella (per 26 edizioni) della Frasca di Castrocaro di Gianfranco Bolognesi, che porta alla ribalta una gastronomia territoriale e i vini di quella terra.

Nel 1980 per far fronte alle influenze della nouvelle cuisine e, riaffermare i principi della cultura gastronomica italiana, nasce il movimento “Linea Italiana in cucina”, fondato da Franco Colombani del Sole di Maleo, di cui hanno fatto parte alcuni locali, tutt’ora in attività e sempre di grande successo, come il Pescatore di Runate della famiglia Santini (da 30 anni stellato e da 25 ai vertici di guida Michelin), modello di una cultura del territorio elevato a grande cucina, e Romano di Viareggio (uno dei migliori locali di pesce da 50 anni).

E dall’inizio degli anni 80, brilla la stella del Gambero Rosso di San Vincenzo di Fulvio Pierangelini: la sua cucina di apparente semplicità, nasconde una tecnica sopraffina; un suo piatto iconico: “la passatina di ceci e gamberi” ha lasciato il segno, ormai presente in molti altri menu. La sua cucina ora è altrove, in Italia e all’estero, come Creative food Director dei Rocco Forte Hotel (a Milano e in numerosi altri hotel), sempre contemporanea, pochi ingredienti e grande leggibilità dei piatti.

Ancora negli anni 80 spunta in un borgo romagnolo, Argenta, un locale, il Trigabolo, manipolo di scapigliati cuochi (Bruno Barbieri, Igles Corelli, fratelli Leoni, Mauro Gualandi, Italo Bassi), guidati da un uomo di pensiero raffinato, Giacinto Rossetti. Sono e restano la scheggia impazzita della ristorazione, in grado di stravolgere piatti e stupire. Peccato che il fenomeno Trigabolo sia durato pochi anni.

Dalla metà degli anni 90 in poi la storia della ristorazione, tuttora in progress, e sarà da raccontare negli anni a venire; attualmente è in grande evoluzione in Italia e di successo all’estero, a cominciare dai ristoranti di Massimo Bottura e Niko Romito, che hanno ottenuto grandi riconoscimenti. Dal nord al sud le stelle che brillano sono davvero tante: Norbert Niederkofler, Antonio Guida, Andrea Aprea, Max Alajmo, Antonino Cannavacciuolo, Enrico Bartolini, Da Vittorio, Giancarlo Perbellini, Gaetano Trovato, Mauro Uliassi, Heinz Beck, Gennaro Esposito, Giuseppe Iannotti, Nino Di Costanzo, Fabrizio Mellino, Ciccio Sultano, Pino Cuttaia, Moreno Cedroni, Alfonso Iaccarino, e l’accoppiata Negrini Pisani.

A dir il vero, mai nella storia della ristorazione, abbiamo avuto tanti “campioni”, riconosciuti e premiati dalla critica mondiale e presenti nelle graduatorie internazionali. Ognuno di loro però esprime una loro singolare cucina da cui una frammentarietà culinaria di ricette e ingredienti, il cui unico legame è lo stile.

Un fil rouge forse può intravedersi tra gli chef di cultura meridiana: quel gusto solare, caldo, mediterraneo, che fa viaggiare la memoria sensoriale e ricordare i luoghi. Così è se mi piace!

domenica 2 novembre 2025

Per un ritorno della prospettiva ideale

 


Il tramonto delle fedi e il ceto politico
Non solo competenze

Si deve a Vilfredo Pareto il concetto di “circolazione delle élites” (circulation des élites), cioè di minoranze capaci di dirigere la vita pubblica di ciascun Paese. Minoranza “eletta”, scelta con criterî, che mutano di tempo in tempo, e si formano in luoghi e sedi diversi. «Inoltre va rilevato – notava il Pareto nel Compendio di sociologia generale – come si mescolino i vari gruppi della popolazione. Chi da un gruppo passa ad un altro vi reca in genere certe inclinazioni, certi sentimenti, certe attitudini acquistati nel gruppo da cui viene, e si deve tenere conto di questa circostanza».

Si descrive così un movimento, un andare e venire sociale secondo una regola di circolarità, che è propria anche di regimi democratici. Nasce di qui l’importanza formativa delle scuole, dove il plurale “scuole” designa tutti i luoghi dell’insegnare e dell’apprendere. Accanto alle scuole pubbliche, che il giovane cittadino ha l’obbligo di frequentare, e dove si impartisce l’alfabeto del sapere, si danno scuole denominabili come “confessionali”.

L’aggettivo non riguarda soltanto istituzioni religiose ed ecclesiastiche, ma anche scuole di partito e di formazione politica. La memoria restituisce tempi lontani, in cui le ideologie suscitavano scuole di fedi religiose, istituti culturali, gallerie di ritratti e di ideologie. Ciò che lo stesso Pareto definisce come «derivazioni», bisogni che l’uomo avverte di ragionare e di spiegare con prove ora fondate sull’esperienza ora su impulsi di istinti e sentimenti.

Ogni tipo e ordine di scuola esige o determina il sostegno di una fede. La fede civile, che accompagna la scuola dell’obbligo; la fede religiosa, indissociabile dallo sfondo teologico; la fede politica, a cui sono legati i militanti di partito. Un gruppo dirigente senza fede non è propriamente un’élite, ma un nucleo di interessi, di poteri burocratici, di scelte governative. La mancanza o la lacuna di fede disperde i centri di potere politico, ed anzi ne dimostra l’intrinseca debolezza e l’effimera durata.

La fede va custodita, e applicata in singoli episodî e circostanze, da un ceto “sacerdotale”, dotato di specifiche competenze. L’insieme delle competenze, connesse con attitudini e sentimenti, di cui fa cenno il Pareto, costituiscono un’élite politica, che sorregge e illumina l’esercizio del potere politico. La operosa sintesi di fede e competenza dà forma ai regimi politici, impedendo che essi cadano in errori o in scelte di puro arbitrio.

La teoria della classe politica, recante in Italia il nome di Gaetano Mosca, si presenta anch’essa nell’immagine circolare di gruppi o ceti sociali, l’uno desideroso di sostituire l’altro, e perciò capace di una nuova e diversa formazione. A questo scopo giovano le scuole, pubbliche o private, laiche o confessionali, ed ogni altra istituzione dove la fede possa stringere gruppi di individui e addestrarli all’esercizio del potere. Così la solitudine del leader s’immerge nelle forme del potere, e si costruisce nella sua propria identità storica.

Le scuole formative dei cives educano alla storia di una nazione, alle turbinose vicende dello Stato, alla tecnica dei rapporti internazionali. Politica interna e politica esterna si congiungono nell’indirizzo generale, che un’élite imprime ad una società organizzata in Stato. C’è una totalità politica, e ideologica, interpretata e applicata dalla minoranza direttiva. Non basta il potere di un individuo, né la figura carismatica di un leader, il quale ha sempre bisogno di avere dattorno apparati di competenza: ideologica, militare, culturale.

La violazione delle competenze getta il governo nella confusione più arbitraria; e ne disperde l’energia costruttiva in varietà di scelte. Un malgoverno evitabile con l’assidua fedeltà a una “formula politica”, che è intrisa di storia, ma insieme guarda al futuro. Si accettò e si plaudì al “tramonto delle ideologie”, usando le parole nel significato marxistico di falsa coscienza e di visione dei rapporti di produzione; ma fu assenza di fede e di concezione filosofica. Quel tramonto lasciava pallide luci, spunti frammentarî, incertezze di linguaggio, e talvolta rifiuti di pensiero e di professione politica. Un ritorno alle ideologie, come rinascita di concezioni di vita e di programmi politici, significa ristabilire fedi collettive, contrasti di forze sociali, e ravvivare quella feconda circolarità, da cui Pareto traeva il senso del movimento storico.


https://machiave.blogspot.com/2025/10/il-coraggio-dellutopia-karl-mannheim.html


sabato 25 gennaio 2025

Il capitalismo globale all'opera


Massimo Cacciari
, Le nuove élite Usa e le scelte di Giorgia, La Stampa, 25 gennaio 2025

I rappresentanti del continente culla del Politico in quanto forma dell'agire umano autonoma da arte, etica, religione non furono dunque invitati o preferirono non andare sulla collina del Campidoglio di Washington dominante ancora le nostre vite. L'Europa che teme per il proprio export, ma non sa darsi una politica di difesa comune, che non riesce né a prevenire né a contenere le guerre civili al suo interno, ma è prodiga nel celebrare anniversari di vittoria contro i totalitarismi dell'altro millennio, l'Europa ormai forse in irrecuperabile ritardo nel campo della ricerca e innovazione guarda da sempre più da lontano le trasformazioni in atto nell'unica capitale dell'Occidente e di conseguenza negli equilibri internazionali. La sola leader europea presente sul Campidoglio è colei che con astuto disincanto è pronta a dichiararsi d'accordo con i suoi occupanti chiunque essi siano e qualunque cosa facciano. Né certo rappresenterà mai una leadership capace di guidare il processo di riforme necessarie per rilanciare l'idea di un'Europa autonoma e politicamente unita.

La scena del Campidoglio americano ha rivelato una nuova forma dell'élite dominante. Derubricarne il significato a qualche gesto folkloristico, a qualche battuta politicamente non corretta, è l'ennesima prova di quanto le tradizionali culture democratiche occidentali siano rimaste spiazzate dalla rivoluzione tecnologico-culturale in atto. Il loro orizzonte rimane quello di un capitalismo «domestico», ovvero addomesticabile a un'etica di «bene comune», a esigenze nazional-locali di «equa» distribuzione della ricchezza. Era un sistema economico-produttivo obbligato a cercare l'accordo con grandi masse di forza-lavoro sindacalmente organizzate. La mediazione politica diventava allora necessaria e non poteva che svolgersi in relativa autonomia rispetto alle parti in conflitto. La storia delle democrazie del dopoguerra è la storia di questo difficile gioco. Il capitalismo globale ne ha mutato forma e funzioni, anche se certo tale metamorfosi era iscritta ab origine nelle sue potenzialità. Esso ha messo al lavoro con la più straordinaria efficacia le risorse inventive, innovative, le capacità tecnico-scientifiche dell'intelletto generale della nostra specie, le ha organizzate al suo interno, le ha «comandate» grazie alla propria potenza economico-finanziaria. Le nuove élite che l'hanno promosso e lo governano non hanno culturalmente più nulla a che fare con le forme di etica borghese che ancora informavano di sé il capitalismo fino ai decenni «socialdemocratici» successivi alla guerra mondiale. La loro idea di sviluppo è incontenibile, insofferente di ogni regolamentazione che non provenga dal loro stesso interno. Ogni orizzonte vale soltanto per essere oltrepassato. Il successo costituisce l'unica misura – e di successi occorre essere insaziabili. L'accelerazione dello sviluppo comporta necessariamente la creazione di sempre nuovi bisogni, e per questo l'efficacia dell'informazione e comunicazione, il governo del loro sistema, risultano essenziali. Soltanto una conoscenza pervasiva dei nostri comportamenti consente di orientarli e trasformarli. La stessa fantasia deve diventare un prodotto, là dove è l'intelligenza artificiale che detta oggi al giovane la sua poesia d'amore.
Questa nuova èlite si è auto-rappresentata sulla cima del Campidoglio per l'investitura di Trump. I singoli personaggi non contano. Come nelle antiche tragedie è il destino a calcare la scena. I vari Musk non vogliono esprimere che il dominio di un sistema di cui è Re assoluto l'anonima legge dell'indefinito sviluppo. A essa, non più a padroni in carne e ossa, dobbiamo convincerci di dovere obbedienza. E come rifiutare un ordine che sembra il prodotto di un calcolo razionale, che si presenta con l'obbiettività di una legge di natura? È il regno della Macchina intelligente, l'epoca della Macchina «spirituale». Non più soltanto straordinaria capacità calcolatoria, ma intelligenza universale che prevede e indirizza. Non più robot al nostro servizio, ma autentiche guide volte a ridurre la specificità e complessità delle singole intelligenze naturali verso comportamenti e pensieri comuni.
Questa nuova élite ha però ancora bisogno di un Politico che renda il contesto sociale coerente alla propria natura, favorevole al proprio successo. È sempre più funzione di supporto, polizia più che politica. Tuttavia disuguaglianze mostruose, movimenti migratori, trasformazione in senso multi-etnico delle nostre società continuano a generare conflitti che il vecchio ordine politico democratico non riesce a gestire, ma neppure la nuova Macchina intelligente – almeno fino a che essa non divenga tutt'uno col nostro cervello. La storia non è finita; sono finiti soltanto i soggetti di una forma del conflitto politico. E non potrebbe questo riaccendersi, almeno nel nostro Occidente, tra quell'intelligenza naturale che produce ricerca e innovazione e il sistema tecnico-economico che la mette al lavoro e la comanda? Che oggi le due dimensioni appaiano perfettamente accordate dipende da ragioni storiche, dal crollo di ogni pensiero critico nei confronti dei nuovi signori del Campidoglio, dal carattere semplicemente reazionario che ha finito con l'assumere la nostra difesa della democrazia. Un pensiero critico senza nostalgie né rimpianti comprende la straordinaria potenza della nuova élite, ma si interroga praticamente se siano riducibili al suo ordine la ricchezza e la creatività dell'intelletto di ricercatori e scienziati. Un pensiero critico comprende bene l'energia che si sprigiona dall'insaziabile appetito dei Musk, ma sa anche l'impotenza che fisiologicamente lo minaccia. O, meglio, la contraddizione di fondo che lo caratterizza: mirare a una forma universale di dominio, a una sorta di Stato mondiale, e doversi a un tempo affidare alle politiche identitarie-sicuritarie dei Trump per garantire la propria attuale egemonia. La rupe del Campidoglio traballa e si ricorre ancora a arcaiche ideologie per sostenerla. Non sarà l'Intelligenza artificiale, temo, a insegnarci come rifondarla. 

domenica 10 febbraio 2019

Soltanto una élite rinnovata











Oggi in America, domani in Italia 


Sofia Ventura

Una élite che scende a patti con l’assenza di una cultura liberale, con la spregiudicatezza di un potere che si alimenta del conflitto permanente, con la noncuranza verso i diritti delle persone, è solo un ceto che tenta di sopravvivere. Se una via di uscita esiste, può essere cercata soltanto da una élite rinnovata che piuttosto che inseguire ritrovi quel senso di responsabilità verso la società la cui perdita ha aperto la strada ai barbari di casa nostra.

domenica 27 gennaio 2019

L'élite che non c'è



Si fa un gran parlare negli ultimi tempi dell'élite. Molti affrontano il tema senza nemmeno interrogarsi sul senso originario e proprio della parola stessa. Elite a loro sembra un equivalente di "classe dominante", in altre parole sta per "quelli che stanno in alto" e soprattutto per "casta formata dai detentori del potere". Naturalmente si può decidere che il nuovo significato della parola è questo.
Non sarebbe male tuttavia interrogarsi sulla reale presenza di una élite nel senso più antico della parola in Italia oggi o negli anni successivi alle elezioni del 2013. Ebbene, non ci vuole uno studio prolungato delle carte per giungere alla conclusione che già con Renzi e con Gentiloni l'élite era ridotta a essere il simulacro di se stessa. Per i padri fondatori della ricerca scientifica in materia, per Mosca e per Pareto, la classe politica non era formata da casuali detentori del potere. Per Pareto l'élite era una aristocrazia che includeva davvero i migliori elementi di una società. Per Mosca le minoranze governanti erano ordinariamente composte da individui che si distinguevano dalla massa dei governati per caratteristiche tali da conferire loro "una certa superiorità materiale ed intellettuale o anche morale".
Il rispetto per la qualità umana e la competenza dei dirigenti politici aveva subito un duro colpo al tempo del governo Monti e dopo di allora aveva raggiunto livelli ancora più bassi, se si esclude la prima fase del governo Renzi. L'intera vicenda comporta un andamento anche più semplice di quel che può sembrare in apparenza. La situazione dei disoccupati e dei precari esclusi dai benefici della globalizzazione era peggiorata e nulla, o ben poco, era stato fatto per rovesciare la tendenza. Una élite per essere tale deve essere formata da individui in grado di affrontare con successo le difficoltà del momento. Il partito democratico di Renzi inseguendo la vittoria nel referendum sulla riforma della Costituzione si era perso in una deriva autoreferenziale che lo avrebbe condannato a un fatale declino.
In questo modo si arriva al predominio dei 5 stelle e della Lega. La vecchia classe dirigente è stata sconfitta dalle circostanze più che dai suoi avversari politici. Alla fine sulla scena rimangono da una parte i perdenti delle battaglie contro il declassamento economico e sociale dell'Italia, dall'altra i promotori di una azione volta a risarcire le vittime della crisi. Tutte persone ordinarie, ormai. La nuova classe dominante dovrebbe consentire al popolo rimasto senza rappresentanza di occupare il centro della scena e di recuperare il terreno perduto. Che ci riesca o no, una cosa è certa: sulla scena al momento non c'è nessuna élite in grado di sciogliere i nodi strutturali che hanno bloccato lo sviluppo del paese. Ci sono tutt'al più una élite fallita e una élite inadeguata. Manca una élite nuova da promuovere. Sarà il futuro a designare concorrenti più seri alla corsa per la leadership, o per l'egemonia. Al potere per ora ci sono solo i becchini del vecchio sistema.



https://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2018-07-19/la-notte-elite-e-l-alba-populista-214246.shtml?uuid=AEPooWOF
https://www.lastampa.it/2016/12/22/cultura/perch-la-politica-ha-bisogno-di-unlite-06rz46qfqSHpnPUbrKQBjJ/pagina.html
https://www.wittgenstein.it/2019/01/15/quando-parliamo-di-elite/

domenica 2 novembre 2014

Leopardi, la società stretta



Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'italiani

1824

... Il vincolo e il freno delle leggi e della forza pubblica, che sembra ora essere l’unico che rimanga alla società, è cosa da gran tempo riconosciuta per insufficientissima a ritenere dal male e molto più a stimolare al bene. Tutti sanno con Orazio, che le leggi senza i costumi non bastano, e da altra parte che i costumi dipendono e sono determinati e fondati principalmente e garantiti dalle opinioni. In questa universale dissoluzione dei principii sociali, in questo caos che veramente spaventa il cuor di un filosofo, e lo pone in gran forse circa il futuro destino delle società civili e in grande incertezza del come elle possano durare a sussistere in avvenire, le altre nazioni civili, cioè principalmente la Francia, l’Inghilterra e la Germania, hanno un principio conservatore della morale e quindi della società, che benché paia minimo, e quasi vile rispetto ai grandi principii morali e d’illusione che si sono perduti, pure è d’un grandissimo effetto.
Questo principio è la società stessa. Le dette nazioni, oltre la società generalmente presa, cioè il convitto degli uomini per provvedere scambievolmente ai propri bisogni, e difendersi dai comuni danni e pericoli, hanno quel genere più particolare di società che suole essere chiamato con questo medesimo nome ridotto a significazione più stretta, e consiste in un commercio più intimo degl’individui fra loro, e massime di quelli, che dispensati dalla loro condizione dal provvedere coll’opera meccanica delle proprie mani alla loro e all’altrui sussistenza e forniti del necessario alla vita col mezzo delle fatiche altrui, mancando de’ bisogni primi, vengono naturalmente nel secondo bisogno, cioè di trovare qualche altra occupazione che riempia la loro vita, e alleggerisca loro il peso dell’esistenza, sempre grave e intollerabile quando è disoccupata. Questa tal società che è principalmente fra questi tali uomini, ha per fine il diletto e il riempire il vuoto della vita cagionato dalla mancanza de’ bisogni primi, e per causa ha i detti bisogni secondi, come quell’altro più largo e più comun genere di società ha per origine i primi bisogni e la naturale necessità. Per mezzo di quella società più stretta, le città e le nazioni intiere, e in questi ultimi tempi massimamente, l’aggregato eziandio di più nazioni civili, divengono quasi una famiglia, riunita insieme per trovare nelle relazioni più strette e più frequenti che nascono da tale quasi domestica unione, una occupazione, un pascolo, un trattenimento alla vita di quelli, che senza ciò menerebbero il tempo affatto vuoto, e tali sono, rigorosamente parlando, tutti gli uomini, salvo gli agricoltori e quelli che ci procurano il vestito di prima necessità. Coll’uso scambievole gli uomini naturalmente e immancabilmente prendono stima gli uni degli altri: cioè non già buona opinione, anzi questa è tanto minore in ciascuno verso gli altri generalmente, quanto il detto uso e quindi la cognizione degli uomini è maggiore; ma la stretta società fa che ciascuno fa conto degli uomini e desidera di farsene stimare (questa è propriamente la stima che si concepisce di loro) e li considera per necessarii alla propria felicità, sì quanto ad altri rispetti, sì quanto a questa soddisfazione del suo amor proprio che ciascuno in particolare attende desidera e cerca da essi, da’ quali dipende, e non si può ricever d’altronde. Questo desiderio è quello che si chiama ambizione, vincolo e sostegno potentissimo della società che non d’altronde nasce che da essa società ridotta a forma stretta, poiché fuor di essa l’ambizione non ha luogo alcuno nell’uomo, e l’amor proprio naturale non prenderebbe mai questo aspetto, che pur sembra totalmente suo proprio ed essenziale e sommamente immediato. L’ambizione può aver varie forme e vari fini.

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Gaspare Polizzi
Giacomo Leopardi in Il Contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia (Treccani 2012)

Sarà il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani (1824) lo scritto che intreccerà la teoria sociale di Leopardi a una trattazione storica e antropologica della modernità finalizzata a descrivere i costumi degli italiani. Nelle moderne società strette sono scomparse le illusioni che cementavano l’unione comunitaria, come quella patriottica e mitico-religiosa, ma permangono – è il caso delle più progredite tra le nazioni europee, come l’Inghilterra e la Francia –, se pure in forma affievolita, illusioni legate alla stima e alla dignità reciproche e confluenti nella cosiddetta opinione pubblica. Non così in Italia, dove la tendenza all’individualismo egoistico ha raggiunto, anche per cause storico-politiche, una tale estensione da produrre una vera e propria forma di cinismo sociale, che ha cancellato la possibilità stessa di una sfera dell’opinione pubblica, riducendo la socialità a passatempo, svago o superficiale espressione religiosa: «Il passeggio, gli spettacoli, e le Chiese sono le principali occasioni di società che hanno gl’italiani, e in essi consiste, si può dir, tutta la loro società», ed è per questo che «dell’opinione pubblica gl’italiani in generale, e parlando massimamente a proporzione degli altri popoli, non ne fanno alcun conto» (G. Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, a cura di L. Felici, E. Trevi, 1997, p. 1015).