domenica 23 agosto 2026

Il caldo notturno

Giampiero Maggio
La città che non dorme più: il nuovo caldo arriva di notte

La Stampa, 23 agosto 2026

Il 2026 è destinato a battere ogni record in termini di caldo, polverizzando anche la famosa e tropicale estate del 2003. Siamo alla fine di agosto e meteorologicamente parlando ci avviamo verso il termine della stagione e l’inizio dell’autunno. Ma il caldo non molla la presa. Dopo una breve pausa, l’anticiclone africano si riprenderà la scena nel Mediterraneo portando nuovamente le temperature sopra i 40 gradi in molte zone d’Italia. E tornerà il disagio delle notti tropicali, con tutte le conseguenze: notti insonni, appartamenti e case quasi invivibili. E allora vediamo quali sono gli effetti delle notti tropicali nelle nostre città.

Il problema non sono più soltanto i 40 gradi delle tre del pomeriggio. Il salto più inquietante arriva quando il sole tramonta e la città non riesce più a raffreddarsi. È allora che comincia la lunga notte del nuovo clima urbano. Sono le notti tropicali, quelle in cui la temperatura minima non scende sotto i 20 gradi. Secondo Copernicus, nel 2024 il loro numero in Europa è stato il secondo più alto mai registrato, dietro soltanto al 2010. Il 37 per cento del continente ne ha avute più della media e in gran parte dell’Italia l’anomalia è arrivata fino a 50 notti tropicali in più rispetto al periodo 1991-2020.

Nel 2025 il fenomeno si è concentrato soprattutto lungo il Mediterraneo e nella penisola iberica: fino a 30 notti tropicali in più della media, con punte locali di 40. Copernicus ricorda che il problema non è soltanto il disagio: quando la temperatura resta alta anche di notte, il corpo perde la possibilità di recuperare dallo stress termico accumulato durante il giorno.

In Italia il fenomeno è ormai strutturale. Secondo l’Indice di Vivibilità Climatica elaborato da iLMeteo.it sui capoluoghi italiani, nel 2025 Reggio Calabria ha registrato 114 notti tropicali, Taranto e Palermo 113. All’altro estremo Isernia, Rieti e Potenza non ne hanno avuta neppure una. La fotografia è impressionante perché significa che in alcune città italiane per quasi quattro mesi dell’anno il termometro non è mai sceso sotto i 20 gradi nemmeno nel momento teoricamente più fresco della giornata.

E 20 gradi rappresentano soltanto la soglia statistica

Le notti più difficili sono quelle nelle quali le minime rimangono sopra i 25, talvolta vicino ai 30 gradi. È allora che aprire una finestra smette di essere una soluzione: fuori entra semplicemente altra aria calda. Il problema non riguarda più soltanto Palermo, Taranto o Reggio Calabria. Genova, Napoli, Roma, Bologna, Milano e Torino devono fare i conti sempre più spesso con notti nelle quali cemento, asfalto e facciate continuano a restituire il calore accumulato durante il giorno. La notte perde il suo vecchio mestiere. È il meccanismo dell’isola di calore urbana. Durante il giorno strade ed edifici assorbono energia solare; dopo il tramonto la rilasciano lentamente. Un quartiere fitto di palazzi e povero di alberi può quindi continuare a essere molto caldo mentre fuori dalla città la temperatura è già scesa. Per secoli è stata il momento in cui case, strade e organismi potevano scaricare il calore accumulato durante il giorno. Ora sempre più spesso non basta. Copernicus sottolinea che le notti tropicali «sono in aumento in Europa dagli anni Ottanta. L’area del continente interessata da almeno una notte tropicale è passata da circa il 20 per cento negli anni Settanta al 35 per cento negli anni Venti di questo secolo».

Il caldo notturno diventa un problema di salute

Il punto più delicato riguarda la salute. L’Organizzazione mondiale della sanità avverte che il caldo estremo può aggravare rapidamente malattie cardiovascolari, respiratorie, renali e disturbi legati alla salute mentale. L’effetto non dipende soltanto dal picco di temperatura, ma anche dalla durata dell’esposizione e dall’assenza di sollievo notturno. Quando una sequenza di giornate molto calde è accompagnata da notti altrettanto calde, l’organismo perde la possibilità di recuperare e aumenta il rischio di disidratazione, colpo di calore e scompenso delle patologie croniche. L’OMS ricorda inoltre che il caldo rappresenta una minaccia particolare per anziani, bambini piccoli, donne in gravidanza, persone con patologie croniche, lavoratori all’aperto e cittadini socialmente vulnerabili. E sottolinea che molte morti da caldo sono prevenibili attraverso sistemi di allerta, abitazioni più adatte alle alte temperature, accesso al raffrescamento e una migliore pianificazione urbana. Dormire in ambienti troppo caldi riduce inoltre qualità e durata del sonno. Uno studio internazionale pubblicato su One Earth, basato su oltre sette milioni di registrazioni notturne, ha dimostrato che l’aumento delle temperature accorcia il sonno, con effetti più forti fra anziani e persone più vulnerabili.

Il caldo non è uguale per tutti

Il caldo notturno diventa così anche una nuova forma di disuguaglianza urbana. Chi dispone di una casa recente, ben isolata, con schermature solari e aria condizionata può difendersi. Chi abita all’ultimo piano di un edificio costruito negli anni Sessanta, con il tetto arroventato per ore e senza climatizzazione, affronta una notte completamente diversa. Lo stesso vale per i quartieri. Un viale alberato, un cortile verde o un parco vicino casa accumulano meno calore rispetto a una distesa di parcheggi e cemento. Il luogo in cui si abita comincia così a determinare anche quanto caldo si dovrà sopportare mentre si dorme.

La prossima sfida è raffreddare la notte

Ed è qui che il problema diventa urbanistico. Finora gran parte delle politiche contro le ondate di calore si è concentrata sulle ore diurne: alberi, ombra, fontane, rifugi climatici, fermate del trasporto pubblico protette dal sole. La prossima sfida sarà progettare città capaci di raffreddarsi dopo il tramonto. Più suoli permeabili, più vegetazione, meno superfici che accumulano calore, edifici capaci di schermare la radiazione solare durante il giorno e ventilarsi durante la notte, tetti e materiali più riflettenti, corridoi urbani attraverso i quali l’aria possa circolare. Perché il dato europeo mostra che non è soltanto il picco diurno a cambiare. Sta cambiando l’intero ciclo delle ventiquattro ore. La vera frontiera del caldo potrebbe quindi non essere il prossimo record delle tre del pomeriggio. Potrebbe essere qualcosa di molto più quotidiano. Quella finestra aperta alle due di notte dalla quale non entra più aria fresca.

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