Anna Maria Guadagni
Lolita non è mai morta
Il Foglio, 1-2 agosto 2026
Tre sillabe e un mondo, Lo-li-ta, smontate e ricomposte in giochi enigmistici, in acrobazie di significato indifferenti al caldo e al freddo, al buon gusto e alla morale. Nel suo capolavoro, Vladimir Nabokov affida la storia della passione di un uomo maturo per una ragazzina alla voce cinica e disperata, perversa e succube, di Humbert Humbert.
Così eccoci nel memoriale di un professore di letteratura ossessionato dalla dodicenne sua figliastra. Nabokov manipola il lettore come farebbe il gatto con un topolino. Lo attrae a sé per metterlo nei panni del patrigno incestuoso e farlo poi inorridire quando sa di essere nella mente di un pedofilo. Ma ormai è tardi e non può più sottrarsi alla fascinazione: deve andare avanti e leggere fino in fondo. La lettura può offrire anche una promozione di complicità con il genio dell’autore e il suo virtuosismo: non vedi? – suggerisce–quinonc’ènulladivero…lolita è l’america riflessa nelle pupille di un aristocratico russo, giovane, volgare e avida di vita. Altrimenti fai tu, magari è la vita e la giovinezza ormai fuggite e inafferrabili...
Sulla pagina certe spirali di solito hanno un unico possibile esito: per uscire di scena, i protagonisti muoiono. E qui sappiamo subito che se ne sono già andati. La prefazione di John Ray, l’ineffabile editor del testo che stiamo leggendo, spiega che Humbert è morto in carcere alla vigilia del processo che avrebbe dovuto giudicarlo. Mentre Lolita, dopo essere fuggita con un altro, è a sua volta defunta; diventata adulta, è morta di parto … Il memoriale di turpi passioni già in cenere fu forse l’espediente letterario escogitato per proteggersi dallo scandalo, che nel 1955 comunque ci fu. Ma, insieme, resta un gancio utile a catturare il lettore comune avido di storie vere, senza trascurare quello più furbo, cui si fa annusare l’odore del falso per trascinarlo senza remore in un abile gioco. Si può leggere Lolita e perdersi nei meandri della sua perfezione formale trascurandone assolutamente il contenuto.
In queste ore sudate, ci sono molte buone ragioni per mettere in valigia il romanzo di Nabokov e tornare a leggere Lolita, anche se –ai tempi degli epsteinfile – appare inevitabilmente depotenziato della sua valenza più scabrosa. Lolita come opera, certo, ma qui soprattutto come matrice di un immaginario e di un linguaggio scaturito dalle pagine del romanzo. Prima di Lolita non c’erano lolite, bambine equivoche, anche se prostituzione minorile e compravendita dell’innocenza erano lussi raffinati molto apprezzati nell’europa dell’ottocento. Prima di Lolita non c’erano ninfette, prelibatezze del lenocinio o ragazzine prima abusate e poi incoronate adescatrici. Con quel diadema in testa, le abbiamo viste sfilare per decenni come miss della cronaca nera senza farci neanche troppo caso.
“Ninfetta” è una parola che ricorre quasi settanta volte nel romanzo di Nabokov che, coniando l’espressione, fornisce la definizione data da Humbert Humbert in uno stile d’ironica voluttà: “Accade a volte che talune fanciulle, comprese tra i confini dei nove e i quattordici anni, rivelino a certi ammaliati viaggiatori – i quali hanno due volte o molte volte,laloroetà–laloroveranatura,chenon è umana, ma di ninfa (e cioè demoniaca); e intendo designare queste elette creature con il nome di ninfette”. Naturalmente non tutte le ragazzine tra i nove e quattordici anni sono ninfette: “Se così fosse, noi iniziati, noi viandanti solitari, noi ninfolettici saremmo impazziti da tempo. Neppure la bellezza è un criterio valido; e la volgarità o almeno ciò che una comunità definisce tale, non nuoce necessariamente…”. E allora che cosa distingue una ninfetta dalle sue coetanee abitanti su quell’isola stregata, immateriale, definita dai limiti di età? Tutte le ragazzine che stanno lì possono essere bruttine “in via provvisoria” oppure graziose, simpatiche, carine, ma sono “pur sempre creature ordinarie, pingui, senza forma, con la pelle fredda, la pancia e i codini”. Le ninfette sono poche e, per vederle, “bisogna essere artisti e pazzi, creature di infinita malinconia, con una bolla di veleno ardente nei lombi e una fiamma ipervoluttuosa perennemente accesa nella sensitiva spina dorsale (oh, quanto bisogna dissimulare e farsi piccoli!) per discernere a prima vista (…) il micidiale diavoletto tra le brave bambine; e lei, non ravvisata dalle sue compagne, posa tra loro a sua volta ignara del proprio fantastico potere”. Solo un uomo molto più vecchio, “con un sussulto di perverso godimento”, può individuarla e poi tirarne fuori una lolita. Dunque è la ninfetta, sia pure ignara, che chiama a sé il pedofilo usando un codice inconscio. Il romanzo mostra che il cacciatore ha bisogno di pensare la preda sua complice: e se lui la nota e la scopre, la promuove ninfetta, lei ne farà lo zimbello dei suoi capricci.
Il romanzo di Nabokov è il delirio di Humbert Humbert, che confida senza pudore a sé stesso e al lettore quello che sa di sé; l’autore non è assolutorio con il suo personaggio ma certo quello che sappiamo di Lolita viene da Humbert, che è pateticamente autoriferito. Tutto quello che si muove intorno è per lui, non esiste una versione di Lo. Eppure da tempo l’abbiamo, per la verità anche più di una, ma nella valigia delle vacanze c’è posto solo per la migliore, quella scritta da Pia Pera: Diario di Lo, pubblicato a fine Novecento, per la precisione nel 1995. Quest’anno, nel decennale della scomparsa dell’autrice, morta nel 2016 di SLA, sono tornati i suoi libri, ci sono mostre e convegni (l’ultimo a Lucca a fine luglio) organizzati dall’associazione Pia Pera Orti di Pace. Di lei si ricorda soprattutto il profilo di filosofa giardiniera, la scrittrice che negli ultimi anni aveva trovato un punto d’equilibrio – lo scrive Edoardo Albinati - tra maturità espressiva e maturità umana lasciando Milano per andare a vivere in un podere alle porte di Lucca. E lì coltivare la terra seguendo “il cammino iniziatico” rivelato nei libri che sono arrivati dopo: da L’orto di un perdigiorno, pubblicato nel 2003, al suo congedo dal mondo con Al giardino ancora non l’ho detto del 2016. Tra l’altro, sono suoi i testi dell’opera rock di Gianni Nannini ispirata a Pia dei Tolomei.
Aveva una formidabile energia creativa. La scrittrice che ricordiamo qui però non è quella sapienziale. E’ l’altra Pia, quella capace del grande azzardo: scrivere il diario di Lolita, misurandosi con un mostro sacro come Nabokov, anche se sconsigliata dagli amici più cari. Allora Pia Pera aveva quarant’anni, era una donna irrequieta e cosmopolita, sfrontata e capricciosa, con una risata che si ricorda strabordante. Non ho fatto in tempo a conoscerla e mi dispiace molto, arrivò al Diario con i suoi articoli sulla natura e i giardini quando me ne ero appena andata. Un suo incantevole ritratto si trova in Due Vite,il libro con il quale Emanuele Trevi ha vinto il Premio Strega nel 2021. E lì si capisce che Pia aveva tutti i numeri, l’audacia e quel tanto di follia che serve per un triplo salto mortale come quello di dare una voce a Lolita. Era una grande traduttrice e aveva accumulato dentro di sé abbastanza spiritualità russa per guardare l’america con gli occhi di un esule come Nabokov che, dopo un frustrante vagare per l’europa, l’aveva eletta nuova patria e ne aveva assimilato la lingua.
All’epoca del Diario di Lo, dopo aver curato per Adelphi una sua edizione di uno dei testi più antichi di letteratura russa, Vita dell’arciprete Avvakum, Pera stava traducendo l’Onegin di di Puškin, che avrebbe reso in italiano – è ancora Trevi a dirlo – “in versi liberi di straordinaria leggerezza, pieni di tutte le migliori qualità di Pia: la malizia, l’intelligenza scintillante, il brivido metafisico…”. Ma soprattutto lei aveva capito che Lolita era evasa da tempo dalle pagine del romanzo, affrancandosi dal testo di Nabokov. E, come ogni grande personaggio, da tempo viveva in proprio. Come Bovary, come Karenina o come Nora, Lolita ha generato un mondo e un lessico, e come ogni mito è esposta a rielaborazione continua, il romanzo è soltanto la sua origine.
Così Diario di Lo è costruito in modo speculare rispetto alla versione nabokoviana. E dunque si riparte dalla prefazione di John Ray, l’ineffabile editor, che questa volta riceve la visita di Dolores Maze, alias Aze insomma Lolita. Come tutte le adolescenti, Lo si è sentita molto speciale e ha avuto un diario rilegato di stoffa con la fibbia tutta ammaccata, pieno di fogli volanti, di orecchie, di disegnini e parole sconce. Lolita non è mai morta e ora va a consegnare il suo diario che, come quasi tutti, ha un’aria impubblicabile. Quanto al patrigno, be’, vive a Parigi sotto falso nome…quellochesegueèunoflussodipensieri e parole, un testo orale con gli effetti speciali propri dell’età della voce narrante. Una dodicenne orfana di padre e di madre, pronta a tutto – mentire, simulare, sedurre, prostituirsi – pur di sopravvivere ai miserabili adulti che ha intorno. Non li stima – come potrebbe? – e sfrutta ogni loro debolezza; sa che per fregare un adulto bisogna assecondarlo e fargli credere quello che vuole.
Diario di Lo fu accolto con interesse, ebbe un buon successo di pubblico, ma si lasciò dietro anche un certo sconcerto. Può suonare sacrilego ai nabokoviani e risultare deludente per chi si aspetta la tragedia della bambina rapita e invece incontra una ragazzina resa scaltra dagli eventi. Una che al mondo non ha altro posto dove andare e fa “sbadigli vaginali” perché Humbert è noioso, ripetitivo, vecchio. Diario di Lo è stato tradotto in diverse lingue ma, per consentire l’uscita del romanzo in inglese, Dmitri Nabokov, figlio ed erede dell’autore, pretese metà delle royalties e di aggiungere una sua prefazione. Fino al 2030, nella lingua scelta da Nabokov per Lolita – si legge nella postfazione di Pia Pera – il romanzo viaggia con questa imbarazzante compagnia. Poi aggiunge che, se il criterio fosse valido, i libri non potrebbero più dialogare tra loro e bisognerebbe pagare le royalties a Dante per romanzare la vita di Beatrice e Jean Rhys non avrebbe mai potuto pubblicare quella meraviglia che è Il grande mare dei Sargassi, la storia della moglie pazza di Rochester, un personaggio chiave rimasto totalmente senza voce in Jane Eyre di Charlotte Brönte. E poi in fin dei conti quella di Nabokov non è l’unica Lolita possibile.
Aveva talmente ragione che Lolita stava arrivando in Iran. Nello stesso anno del Diario di Lo, il 1995, Azar Nafisi, figlia di un ex deputata e dell’ex sindaco di Teheran, aveva dato le dimissioni dal suo incarico universitario di professoressa di letteratura inglese e aveva cominciato, ogni giovedì mattina, a conversare sui libri di grandi autori con sette delle sue migliori allieve. Appena entrate in casa sua, le ragazze toglievano il velo e scioglievano i capelli; da quegli incontri sarebbe nato Leggere Lolita a Teheran.
Nafisi crede nel potere della letteratura, ama Nabokov e pensa voglia mostrare che le forze del male non sono onnipotenti anche quando lo sembrano. Il male spesso è anche tremendamente ridicolo. Come Humbert nella sua Humbertandia, dove Lolita la ninfetta è soltanto un sogno suo, una creatura che lui vorrebbe “senza volontà né coscienza – anzi, senza nemmeno una vita propria”. Se poi pensate che è una piccola arpia, ricordatevi i suoi singhiozzi notturni e chiedetevi, scrive Nafisi: manipolare qualcuno per ottenere comportamenti che corrispondono al tuo desiderio o a una tua visione del mondo non è l’essenza di ogni impulso totalitario? Altro che America, il mito è (e sarà ancora) continuamente riscritto. Nella storia di Lolita le ragazze di Teheran hanno riconosciuto loro stesse in balia dello stato teocratico. Come Lo, devono adattarsi, compiacere, fingere di stare al gioco; rubano piccoli spazi di libertà come parlare segretamente di letteratura o ascoltare musica proibita o danzare con i capelli sciolti. Se si ribellano, sanno di poter essere uccise.
“Lolita” di Vladimir Nabokov si trova, tradotto da Giulia Arborio Mella, nei tascabili Adelphi e così “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi, nella traduzione di Roberto Serrai. “Il diario di Lo”, di Pia Pera, nell’edizione introdotta da Emanuele Trevi, è stato ripubblicato da Ponte alle Grazie, l’editore che sta riportando in libreria tutti i libri di questa autrice: in settembre, torna anche “La bellezza dell’asino”, il suo primo libro di racconti.

Nessun commento:
Posta un commento