Guccini scriveva in ipotassi
Internazionale situazionista, 6 agosto 2026
A Pavana il Limentra stamattina faceva lo stesso rumore di ieri. In quella casa piena di oggetti dei vecchi, tra le tracce di un passato che era suo e insieme di tutti, si è fermato Francesco Guccini a 86 anni, e nel giro di un’ora tutta Italia ha cominciato a fare la cosa che sa fare meglio: l’elenco.
La locomotiva, Dio è morto, Auschwitz, Cirano, la Bovary, L’osteria di fuori porta. Le canzoni si contano, si condividono, si allineano come santini sul cruscotto, dalle autoradio di una volta ai tablet di oggi, rigorosamente su Spotify.
Solo che del modo in cui erano costruite, tutte quelle canzoni, non sta dicendo niente nessuno.
Eppure la faccenda è tutta lì, perché già ai tempi di Guccini nessuno scriveva come Guccini. Non so se siete d’accordo o meno, non me ne frega niente, sta di fatto che in questi anni non ho mai cambiato idea a riguardo, perché specialmente oggi, con quello che passa la radio (o Spotify, con dietro l’industria musicale) la questione non si pone proprio, perché mancano gli strumenti per porla.
I due nomi che mettono sempre accanto al Maestrone lavoravano per immagini. Sì, parlo di De André e De Gregori, che procedevano e procedono per folgorazione, per simbolo, più per elissi che per cerchio: il verso è una lastra fotografica e quello che non c’è dentro ce lo metti tu con la tua vita (e bada che sia vissuta).
Guccini invece lavorava per sceneggiature. Non so se mi sono spiegata, secondo me aveva in testa come un piano sequenza: stabiliva il campo lungo, entrava in un interno, chiudeva su un dettaglio, poi staccava sulla voce di chi guardava e commentava quello che aveva appena mostrato.
Amerigo comincia da una fotografia appesa e finisce in una biografia di classe, con l’emigrazione, il ritorno e la sconfitta silenziosa. Autogrill dura il tempo di un caffè e contiene un racconto compiuto, con un protagonista, un antagonista tutto interiore e un riconoscimento che non avviene. Ecco, provate a trovare qualcosa di simile nella canzone italiana degli ultimi trent’anni. Spoiler abbastanza citofonato: non c’è. Ci sono solo ritornelli che fanno incazzare fatti per un tempo medio di ascolto che si è accorciato. Che poi, se c’era una cosa di cui si trovava sempre il tempo era per ascoltare della buona musica, e adesso neanche quello. Ma come siamo diventati, ci siamo accorciati la parte bella della vita, come un autosabotaggio.
Poi c’è la sintassi gucciniana, che è il posto dove si vede il mestiere, e qui inizia il vero divertimento. Guccini è stato l’unico autore italiano capace di reggere una subordinata per quattro versi senza che il canto perdesse il filo. Vacca boia, ipotassi vera: proposizioni incastrate una dentro l’altra, participi, relative che si aprono e si chiudono a distanza di righe, incisi che rallentano e poi ripartono. Gli altri usano il verso come un’unità chiusa che si conclude con la rima. Lui lo usava come una battuta di un discorso che continuava oltre la rima, e l’enjambement ti obbligava a trattenere il fiato e la memoria fino al verso successivo, mentre la musica andava avanti per conto suo.
Da qui l’attenzione plurima che chiedeva a chi ascoltava, che tradotto diciamo che all’inizio abbiamo fatto tutti una gran fatica. Devi tenere aperti tre piani insieme: la storia, la voce che la racconta, e il tempo da cui la racconta che quasi mai coincide con il tempo dei fatti. Tre livelli simultanei mentre il pezzo scorre e non ti aspetta. Nessun altro in Italia ha mai preteso tanto da chi stava dall’altra parte ed è per questo che le sue canzoni funzionano come i libri: si aprono a strati, e lo strato che si apre dipende da quanti anni hai. A vent’anni le canti a memoria e sei convinto di averle capite. A cinquanta ti accorgi che quella dell’osteria parlava della fine di una giovinezza collettiva, e che nel frattempo l’hai attraversata pure tu senza accorgertene.
Guia Soncini, ai tempi degli ottant’anni, lo ha inquadrato rovesciando il senso comune: la scrittura veniva prima, la canzone è stata il mestiere di qualche decennio. Mi permetto umilmente di aggiungere che era un aedo con il fischio di un treno al posto della lira. La vocazione era l’oralità, non la pagina. Ha scritto romanzi con le tecniche del racconto a voce, le ripetizioni, i modi di dire, il dialetto di due paesi diversi, perché era “bilingue tra il modenese della madre e il pavanese del padre”. Roversi lo aveva capito subito e lo aveva chiamato con la formula esatta: il metodo di un cantastorie. Lui si definiva un cacciatore di parole e sosteneva che le parole, quando messe insieme, vibrano e dicono al di là di quello che significano. Eccola qui la dichiarazione del metodo, e boia se è vera.
Sul resto si è già detto tutto e male, aggiungerei. Nel 2020 dichiarò a Cazzullo di non essere mai stato comunista e mezza stampa titolò come se avesse riconsegnato la tessera al nemico, ignorando che una tessera non l’aveva mai presa. La postilla arrivò poco dopo, su L’Espresso, e nessuno ebbe voglia di leggerla: sempre di sinistra, con una simpatia per il Partito d’Azione e per l’anarchia romantica di fine Ottocento, quella delle canzoni di Pietro Gori. Da libertario non poteva stare con Togliatti, e nelle discussioni con gli amici comunisti tirava fuori Barcellona e gli anarchici ammazzati dagli stalinisti. Poi però a un certo punto arriva Berlinguer, un comunismo occidentale ripulito dai carri armati di Praga, e la risposta è secca: “con lui ho votato”. Oh, Berlinguer che fece votare anche Guccini, me la devo ricordare più spesso perché mi fa sorridere e anche un po’ commuovere, adesso.
Ecco il punto, e non è una contraddizione da sciogliere: uno che rifiutava l’ortodossia e riconosceva un avversario dello stalinismo quando ne vedeva uno, che teneva la posizione senza appendersi a una fede. Il conflitto lo interessava come analisi, l’appartenenza invece gli sembrava più folklore. Intanto però chiudeva i concerti con migliaia di ragazzi a pugno chiuso che urlavano di un ferroviere lanciato contro l’ingiustizia, e nel ‘76 con L’avvelenata mandava a quel paese il mercato, la critica, i puri di sinistra e i suoi stessi ammiratori dentro lo stesso pezzo, rimanendo per giunta in una forma metrica impeccabile. Ma provateci voi a essere così incazzati e così precisini contemporaneamente.
L’antifascismo, invece quello non ha mai avuto sfumature. Nel 2020 gli venne il voglino di aggiornare le parole di Bella Ciao con tre nomi della destra italiana, e la reazione isterica che ne seguì, con l’accusa di seminare odio, gli diede ragione meglio di qualsiasi argomento. Diceva che stava tornando una destra violenta e prepotente, e lo diceva guardando i reduci della Decima Mas ancora fascisti in televisione e la scorta assegnata a Liliana Segre.
Il fatto è che non aveva la sfera di cristallo ma si faceva forza nelle sue, come le chiamiamo oggi, red flags, e no, a sto giro non parlo di bandiere rosse. Sta di fatto che ci aveva preso.
C’è da dire che aveva anche i suoi torti da vecchio e non serve mica nasconderli oggi, perché fan parte del personaggio. Quando liquidava il rap dicendo che quella roba lì nasce in certi ghetti e non la può fare chi cresce coi tortellini della nonna, parlava da montanaro che aveva smesso di ascoltare. Ma quando diceva che l’imbarbarimento della canzone era solo un capitolo dell’imbarbarimento generale del Paese, e che era una faccenda politica prima che di gusto, aveva ragione da vendere. Serviva gente preparata, gente fatta in un certo modo, per produrre quella roba. Quella gente il mercato ha smesso di formarla perché costa e non rende, sia a livello economico che - fatemi fare l’avvelenata un attimino, che Guccini lo mastico giusto da qualche decade - politico.
Quindi se il mondo va come va, se la lingua pubblica si è ridotta a slogan e la canzone a un jingle sentimentale con la voce autotunata, è anche perché una certa razza d’uomo si sta esaurendo, quella impegnata, avvelenata, stordente, riflessiva. Quel tipo di gente che leggeva tutto, che rifiutava il centro della scena per stare su un appennino a inseguire un dialetto morto, che ci metteva anni a scrivere quattro versi e pretendeva che tu ci mettessi anni a capirli. Il vento degli anni se la porta via uno alla volta, e insieme a loro si porta via le parole. E ai superficialotti restano gli elenchi.

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