lunedì 17 agosto 2026

Il gran caldo si può governare


Il gran caldo si può governare

Sarà il caldo, ma il dibattito pubblico italiano sul cambiamento climatico sembra affogare in un mare di sciocchezze. Il problema non è tanto il fatto che non si ascoltino gli scienziati – quando si tratta di definire politiche pubbliche, la scienza non conferisce particolare legittimità – quanto il fatto che sembra mancare coerenza nell’articolare cosa si debba fare rispetto a ondate di caldo, siccità e altri eventi. Come se bastasse sperare che non capitino più. Ma la speranza, come si dice, non è una strategia. Dobbiamo quindi parlare di cosa fare. Prima, però, val la pena assicurarsi che la diagnosi del problema sia chiara. Se no, va da sé che la soluzione sarà mal dimensionata e mal concepita. Partiamo quindi dalla diagnosi.
Primo, il clima sta cambiando perché l’aumento in atmosfera di gas serra di origine umana cambia l’energetica del pianeta. Non so come altro dirvelo: questa roba è certa. I dettagli ovviamente importano e non è questo il contesto per una lezione di fisica, ma se pensate di avere scoperto fattori che la comunità scientifica non ha considerato (vulcani, macchie solari, variabilità naturale, ere glaciali, o altro assortimento di fatti trovati su internet) o se avete letto da qualche parte che non tutti sono d’accordo, siete male informati. Non c’è alcun dubbio che quello che sta succedendo è anomalo e lo stiamo causando noi. Questo, come vedremo, importa per cosa fare in Italia.
Il fatto che il cambiamento climatico sia reale e dovuto alle nostre emissioni non vuole dire che il problema sia di dimensioni apocalittiche e ingestibili. Nulla è mai così semplice. Ma passare il tempo a dibattere la scienza è una totale perdita di tempo. Che ci sia un problema serio è indubbio e negarlo significa semplicemente illudersi. Il dibattito deve focalizzarsi su cosa fare, non se si debba fare qualcosa.
Secondo, il cambiamento non si manifesta come un graduale aumento delle temperature medie ma come un’evoluzione della statistica meteoclimatica. Avrete sicuramente sentite parlare del limite che speriamo (con sempre meno convinzione) di rispettare, dettato dall’accordo di Parigi: 1,5 gradi centigradi in più nella temperatura media globale rispetto al periodo preindustriale. Ma nessuno “sente” la temperatura media del pianeta. L’Europa, per esempio, si sta scaldando molto più rapidamente a causa di una serie di fattori geografici e dinamici - di come si comportano l'atmosfera e l'oceano sopra e intorno al continente. Siamo già a 2,5 gradi medi sopra le temperature storiche. Anche questa è una costruzione statistica. Non dice un gran che di cosa si senta, per dire, in via Indipendenza a Bologna o in corso Magenta a Milano, a metà luglio.
Questo è forse il punto che più di ogni altro cea confusione, gli eventi che osserviamo, che hanno un impatto sulla vita delle persone sono prevalentemente meteorologici, In Europa da ultimo abbiamo avuto ondate di calore in maggio, giugno e luglio, con migliaia di morti in più per le alte temperature. Si stima che nel solo mese di giugno siano morte una decina di migiaia di persone in più, il 90 per cento sopra i 65 anni. Alla fine dell'anno potremmo scoprire queste essere sottostime. In Francia sono stati bruciati centomila ettari - tre volte la media annuale, mentre in Spagna l'incendio di Àvila è stato il più grande della storia del paese. Tra i due sono state evacuate più di 300mila persone.
Questi sono eventi meteorologici, espressione della dinamica dell'atmosfera e, in parte, dell'oceano. Ma ciò che li rende significativi è che le loro caratteristiche - la frequenza con la quale si stanno manifestando, l'intensità e natura della loro evoluzione - sono semplicemente inspiegabili senza il contributo di un cambiamento sottostante delle statistiche del sistema climatico. In questo l'evidenza è schiacciante. Questo importa perché come si affrontano questi problemi cambia se si considerano un'emergenza contingente - grave, ma passeggera - o il sintomo di in cambiamento strutturale delle condizioni nelle quali operiamo. 

Nel primo caso, si affron­te­reb­bero come una sequenza di emer­genze, di devia­zioni estreme dalla nor­ma­lità. Que­sto è ciò che stiamo facendo adesso. Ci dichia­riamo sor­presi, ignari, stu­pe­fatti. Invo­chiamo la pro­te­zione civile per le allu­vioni, per­ché è emer­genza, igno­rando che si tratta di emer­genze che ormai capi­tano ogni anno. Nomi­niamo com­mis­sari, per la “straor­di­na­rietà” della sic­cità, come se l’ecce­zio­na­lità impli­casse dero­ghe a regole che altri­menti fun­zio­ne­reb­bero, invece di rico­no­scere, più sem­pli­ce­mente, regole ina­de­guate. Siamo in una situa­zione sur­reale: un po’ come se gli emi­ra­tini si stu­pis­sero ogni estate di quanto caldo fa a Dubai, per poi dimen­ti­car­sene in inverno.

Il caldo di quest’estate ha sor­preso molti per inten­sità. Trat­te­niamo il respiro e spe­riamo che passi. E’ una fol­lia. Fac­cio una pre­vi­sione senza alcuna paura di smentita. Ci saranno estati peggiori nel futuro prossimo. E, adesso che siamo in mezzo alla calura esic­cità, vi ricordo pure che le allu­vioni del 2023 e 2024 suc­ce­de­ranno di nuovo con simile o mag­giore inten­sità. Quello che abbiamo visto finora è la ver­sione più beni­gna di ciò che ci aspetta. Dob­biamo pre­pa­rarci.E’ del tutto evi­dente che il ter­ri­to­rio futuro dell’Ita­lia sarà quindi diverso da quello che vediamo oggi, con buona pace di coloro che pen­sano che il pae­sag­gio sia una car­to­lina immo­bile, verso il quale abbiamo solo respon­sa­bi­lità di tutela e non di svi­luppo. Il nostro­pae­sag­gio ­no­n è il Co­los­seo, e’dina­mico. Poco più di cent’anni fa, il ter­ri­to­rio ita­liano aveva un terzo delle fore­ste che abbiamo oggi e l’agri­col­tura impie­gava 8 milioni di per­sone invece che le odierne 800.000. Il pae­sag­gio cam­bia per­ché cam­biano noi, cam­bia la nostra eco­no­mia, e per­ché cam­biano le con­di­zioni nelle quali ope­riamo.

Come sarà fatto, quindi, il pae­sag­gio ita­liano del futuro? Affron­tare il caldo, allu­vioni, sic­cità, richiede inter­venti fisici sul ter­ri­to­rio e sulle nostre città. Inve­sti­menti per dotare le abi­ta­zioni di aria con­di­zio­nata, le città di zone verdi che ridu­cano gli impatti del caldo urbano, una mobi­lità orga­niz­zata per gestire una società che deve navi­gare con­di­zioni dif­fi­cili, un’infra­strut­tura idrau­lica e una gestione del ter­ri­to­rio agri­colo che sia in grado di acco­mo­dare una mag­giore varia­bi­lità delle piogge, un’agri­col­tura più resi­liente. Tutto que­sto è in linea di prin­ci­pio fat­ti­bile. Il nostro paese non sarà più caldo dell’ari­zona o della Gior­da­nia oggi, più secco del Nevada o con piogge peg­giori dei tifoni giap­po­nesi. Il pro­blema è che tra­sfor­mare un paese abi­tuato a un clima diverso costa. E gli inve­sti­menti devono avere un ritorno. Il ritorno per que­gli inve­sti­menti dovrà venire dalla cre­scita eco­no­mica, resa pos­si­bile a sua volta dalla tra­sfor­ma­zione ter­ri­to­riale.

La fron­tiera dell’inno­va­zione oggi risiede nell’uso dell’intel­li­genza arti­fi­ciale, nell’auto­ma­zione della pro­du­zione indu­striale, nella tra­sfor­ma­zione ad altis­simo valore aggiunto che molte aziende ita­liane già fanno (è la ragione per la quale il paese in que­sti anni è diven­tato il quarto espor­ta­tore indu­striale al mondo). Tutto que­sto quindi deve essere fatto, pen­sando a quell’eco­no­mia, che sarà pre­va­len­te­mente digi­ta­liz­zata, auto­ma­tiz­zata e, punto fon­da­men­tale, elet­tri­fi­cata. Il cuore di quell’eco­no­mia, della sua com­pe­ti­ti­vità, è il sistema ener­ge­tico nazio­nale, quindi, e da lì biso­gna par­tire.

Pen­sate alla tra­sfor­ma­zione ter­ri­to­riale del secolo scorso. L’indu­stria­liz­za­zione ita­liana fu fatta ali­men­tando le aziende mani­fat­tu­riere con l’idroe­let­trico, par­tendo dalla cen­trale Ber­tini della Edi­son, sull’adda, che fornì ener­gia elet­trica alle pic­cole aziende tes­sili del mila­nese. Quell’elet­tri­fi­ca­zione fu finan­ziata gra­zie anche ai con­tratti muni­ci­pali–lara­gio­ne­per­la­qua­le­daol­tre­cent’anni Milano ha il tram elet­trico. Il tram, a sua volta, era usato dai lavo­ra­tori di quelle fab­bri­che, creando un ciclo di cre­scita vir­tuoso. Buona parte della tra­sfor­ma­zione del ter­ri­to­rio nazio­nale fu quell’espe­rienza moltiplicata per le tante zonepro­dut­tive ita­liane, che aggre­ga­rono una tra­sfor­ma­zione nazio­nale, faci­li­tata dall’inter­vento finan­zia­rio, pro­get­tuale e rego­la­to­rio dello stato.

Que­sto non vuole dire che la Cina non usi petro­lio o gas oggi – è il più grande impor­ta­tore al mondo – ma se stiamo facendo una discus­sione di stra­te­gia–di co­me­ ci ­dob­bia­mo ­pre­pa­ra­re al ­fu­turo–è evi­dente che le ten­denze rac­con­tano una sto­ria di elet­tri­fi­ca­zione e di pro­gres­sivo abban­dono del fos­sile.

Dal punto di vista stra­te­gico, quindi, que­sto dovrebbe essere un buon segnale per l’ita­lia, un paese senza com­bu­sti­bili fos­sili, con un poten­ziale solare ed eolico signi­fi­ca­tivo, e con impatti cli­ma­tici sul ter­ri­to­rio tra i peg­giori di tutti i paesi avan­zati e che richie­dono inve­sti­menti pun­tuali. Eppure, il paese non è stato per ora in grado di per­se­guire in maniera effi­cace la tran­si­zione di cui ha evi­den­te­mente biso­gno.

Mi si dirà che il solare in Ita­lia è cre­sciuto tan­tis­simo. E’ vero. In un futuro pros­simo, aggiun­gere solare in Ita­lia non aumen­terà di un gran che la capa­cità pro­dut­tiva per­ché il pro­blema è dare elet­tri­cità quando il sole non c’è. Ma si dovrebbe fare altro. Si può inve­stire nel sistema di stoc­cag­gio, in eolico, on e off-shore. Ma qui il dibat­tito prende dire­zioni incom­pren­si­bili. Ci distra­iamo con discus­sioni sul costo delle rin­no­va­bili, ma solo coloro che non capi­scono come si for­mano i prezzi nel mer­cato elet­trico pen­sano che il pro­blema degli alti prezzi dell’ener­gia sia dovuto ad esse. La pro­du­zione mar­gi­nale di elet­tri­cità in Ita­lia è ed è sem­pre stato il gas, ed è il costo di quest’ultimo che sta pro­du­cendo l’aumento di prezzi del sistema. Il pro­blema non è l’eco­no­mia delle sin­gole tec­no­lo­gie rin­no­va­bili, ormai banal­mente com­pe­ti­tive, ma come tra­sfor­mare un sistema otti­miz­zato su un com­bu­sti­bile che impor­tiamo da ses­sant’anni. Que­sto è ben chiaro agli esperti del set­tore ma rara­mente dibat­tuto in pub­blico. Si con­ti­nua a con­fon­dere una discus­sione di scelta tec­no­lo­gica, con una discus­sione di tra­sfor­ma­zione indu­striale. E’ pro­ba­bile che il gas con­ti­nuerà a essere parte del nostro mix tec­no­lo­gico per sva­riati anni, ma la que­stione è come instra­darsi verso l’eman­ci­pa­zione. Que­sta non è una que­stione solo di pro­du­zione, ma di strut­tura della rete, della distri­bu­zione, di gestione ter­ri­to­riale, di poli­tica tec­no­lo­gica e di rego­la­zione del mer­cato.

Un paese che si affida a solare, eolico, idroe­let­trico, bat­te­rie, geo­ter­mico e un mix decre­scente di gas e, forse, nucleare, avrà un ter­ri­to­rio molto diverso da quello attuale, con pale, impianti solari che occu­pano suolo sog­getto a smot­ta­menti e inon­da­zioni, cen­trali ter­mi­che che dipen­dono da acqua di raf­fred­da­mento che potrebbe non esserci, e che ali­menta data­cen­ter che com­pe­tono per l’elet­tri­cità con l’aria con­di­zio­nata degli utenti in affanno. Affron­tare il pro­blema ener­ge­tico è quindi una con­di­zione fon­da­men­tale per gestire i cam­bia­menti ter­ri­to­riali che ci aspet­tano e un volano di atten­zione verso il ter­ri­to­rio.

C’è poi la tra­sfor­ma­zione fisica del ter­ri­to­rio nel suo com­plesso. Per il calore abbiamo una situa­zione strut­tu­rale di mal adat­ta­mento. Le città medie­vali ita­liane non si sono evo­lute per gestire set­ti­mane di tem­pe­ra­ture oltre i 35 gradi cen­ti­gradi. Le infra­strut­ture idrau­li­che che si sono accu­mu­late nei secoli non hanno mai dovuto affron­tare la fre­quenza annuale di pre­ci­pi­ta­zioni come quelle che abbiamo visto negli ultimi anni.

Ormai si mol­ti­pli­cano le stime di costo che que­ste con­ti­nue inter­ru­zioni impon­gono alla nor­male ope­ra­ti­vità dell’eco­no­mia: le stime oscil­lano tra il 2 e il 7 per cento del pil a seconda degli oriz­zonti tem­po­ra­lie­del­le­con­di­zio­ni­fu­tu­re­pre­vi­ste.e’facile capire da dove ven­gono que­sti costi. Quando è caldo per diverse set­ti­mane all’anno, la pro­dut­ti­vità del lavoro esterno si riduce radi­cal­mente. Quando la logi­stica è inter­rotta dagli estremi si per­dono giorni di con­se­gna e si dete­riora l’infra­strut­tura dalla quale dipende la pro­du­zione durante il resto dell’anno. E’ un freno sull’eco­no­mia nazio­nale.

E poi, le grandi ten­denze demo­gra­fi­che cam­biano le con­di­zioni della popo­la­zione e mol­ti­pli­cano i costi. Con il paese che invec­chia, la vul­ne­ra­bi­lità sociale diventa eco­no­mica. Se le tem­pe­ra­ture supe­rano i 35 gradi, la mor­ta­lità delle per­sone sopra 65 cre­sce nell’ordine del 20 per cento, con un impatto signi­fi­ca­tivo sulle strut­ture ospe­da­liere già sotto pres­sione e costi enormi sulla col­let­ti­vità. E’ del tutto evi­dente che il pro­blema è strut­tu­rale e di prim’ordine nella gestione dell’eco­no­mia del paese. Sipos­so­no­fa­re­mol­te­cose.i“pia­ni­caldo”come quello pre­sen­tato recen­te­mente a Roma offrono una serie di inter­venti sen­sati e neces­sari, che vanno dalla costi­tu­zione di zone verdi, all’ado­zione di aria con­di­zio­nata negli edi­fici pub­blici. Ma se il pro­blema è strut­tu­rale, le dimen­sioni della rispo­sta dovranno ecce­dere ciò che una sin­gola città o ammi­ni­stra­zione locale può fare. Se adot­te­remo livelli ame­ri­cani di aria con­di­zio­nata, la rete elet­trica dovrà affron­tare un pro­blema diverso. Se ser­vi­ranno inter­venti siste­ma­tici sugli edi­fici, si por­ranno que­stioni ine­lu­di­bili di bilan­cia­mento tra tutela del patri­mo­nio e la pre­pa­ra­zione per con­di­zioni che non abbiamo avuto nella sto­ria del paese.

Tutto que­sto costerà. Le stime variano, ma per l’adat­ta­mento dell’eco­no­mia per com’è oggi, si sti­mano costi di almeno 10-15 miliardi all’anno. Que­sto però non tiene conto degli inve­sti­menti neces­sari per tra­sfor­mare l’eco­no­mia stessa, con­di­zione neces­sa­ria per potersi per­met­tere l’adat­ta­mento. Per­ché se è vero che adat­tarsi signi­fica rispar­miare costi sull’eco­no­mia futuro, è anche vero che il rispar­mio non costi­tui­sce un paga­mento reale che per­metta di finan­ziare gli inter­venti. Serve valore aggiunto.

Tutto que­sto richiede una fun­zione pub­blica in grado di pia­ni­fi­care la tra­sfor­ma­zione, lavo­rare con il set­tore pri­vato e con le auto­rità locali per svi­lup­pare pro­getti, lavo­rare con la com­mis­sione e le isti­tu­zioni euro­pee per mobi­li­tare finanza, ed ese­guire gli inter­venti per otte­nere i risul­tati. Ed è qui, lon­tano dai pro­blemi tec­no­lo­gici e dalle discus­sioni scien­ti­fi­che, che la discus­sione nazio­nale si dovrebbe con­cen­trare: sulla capa­cità dello stato ammi­ni­stra­tivo di spro­nare il paese in que­sta tran­si­zione.

Può sor­pren­dere che una rifles­sione sul clima e sul ter­ri­to­rio ci porti a par­lare di fun­zione pub­blica, ma que­sto è il grande assente dal dibat­tito oggi: non c’è solu­zione che ci per­metta di affron­tare quello che ci capi­terà nei pros­simi anni, le ondate di caldo, la sic­cità, le allu­vioni, che non richieda un radi­cale miglio­ra­mento della capa­cità dell’ammi­ni­stra­zione di otte­nere risul­tati tan­gi­bili in tempi pre­ve­di­bili sul ter­ri­to­rio. La nostra archi­tet­tura isti­tu­zio­nale e il sistema di incen­tivi che la governa è il pro­blema.

La riforma della pub­blica ammi­ni­stra­zione è sto­ria decen­nale. La gestione della cosa pub­blica in Ita­lia è sem­pre stata inse­pa­ra­bile dalla sua natu­rale ter­ri­to­riale, e infatti la prima grande sta­gione di tra­sfor­ma­zione avvenne con­te­stual­mente alla nascita delle regioni a sta­tuto ordi­na­rio negli anni Set­tanta. Lo scrisse Mas­simo Severo Gian­nini nel 1979, quando nel rap­porto “sui prin­ci­pali pro­ble­mi ­dell’ammi­ni­stra­zio­ne ­del­lo ­Stato” indi­viduò le dif­fi­coltà di uno Stato che non doveva solo eser­ci­tare auto­rità, ma ero­gare ser­vizi, ridi­stri­buire ric­chezza, inve­stire in infra­strut­ture, su un ter­ri­to­rio fram­men­ta­rio.

Lo vediamo oggi. L’auto­rità di bacino del Po sa bene che la gestione del fiume va pia­ni­fi­cato sulla base di un’idea di agri­col­tura e tes­suto pro­dut­tivo che attra­versa sva­riate regioni. Per i data­cen­ter serve acqua – dove li met­tiamo? Dove si favo­ri­scono gli inve­sti­menti in auto­ma­zione e mec­ca­nica? Quali pro­du­zioni vanno incen­ti­vate per aumen­tare le espor­ta­zioni? Quali per la sicu­rezza ali­men­tare? E se il Po esonda, chi paga per la sua gestione? E se non c’è abba­stanza acqua sia per il riso del ver­cel­lese che per le pesche della Roma­gna, che per i data­cen­ter, chi decide chi fa senza? E se il caldo richiede inter­venti sulla rete e di sacri­fi­care ter­reni alla pro­du­zione elet­trica, chi gesti­sce quei costi? Il pro­blema parte da un piano ter­ri­to­riale, ma nes­suna isti­tu­zione ha la respon­sa­bi­lità ultima di offrire e imple­men­tare rispo­ste a que­ste domande.

Ci tro­viamo a valle di decenni di riforme sostan­zial­mente cie­che su que­sta dimen­sione. Negli anni 90, la famosa “sta­gione delle riforme” portò una serie di cam­bia­menti impor­tanti: le auto­no­mie locali, la riforma Cas­sese per sepa­rare l’indi­rizzo poli­tico e la gestione ammi­ni­stra­tiva, la legge Bas­sa­nini per il fede­ra­li­smo ammi­ni­stra­tivo, fino alla riforma costi­tu­zio­nale del Titolo V. Que­ste riforme sulla carta avreb­bero dovuto por­tare a una fun­zione pub­blica più indi­pen­dente da favori poli­tici e più azien­dale, con una rela­zione tra auto­no­mie locali e stato cen­trale più pro­dut­tiva. Come spesso capita però l’attua­zione con­tin­gente creò l’esatto oppo­sto. Un’ammi­ni­stra­zione sem­pre meno capace di affron­tare i pro­blemi ter­ri­to­riali e un’archi­tet­tura sem­pre più para­liz­zata dalla con­fu­sione sulle respon­sa­bi­lità. La riforma del Titolo V in par­ti­co­lare ha creato temi con­cor­renti tra stato, regioni e vari enti, mol­ti­pli­cando il numero di attori che pos­sono bloc­care qual­siasi deci­sione. Ci sono stati ten­ta­tivi suc­ces­sivi di cor­reg­gere il tiro. Ma la riforma Bru­netta del 2009 che ambiva a una fun­zione pub­blica azien­dale e meri­to­cra­tica fu affon­data dalla crisi del debito del 2010 quando Tre­monti impose il blocco degli sti­pendi, e la riforma Madia del 2015 che ambiva a respon­sa­bi­liz­zare i diri­genti dello stato fu affos­sata dalla scon­fitta del refe­ren­dum costi­tu­zio­nale del 2016 che avrebbe dovuto supe­rare il caos creato dalla riforma del Titolo V, vin­colo insor­mon­ta­bile alla presa di respon­sa­bi­lità della diri­genza pub­blica sta­tale rispetto a deci­sioni ter­ri­to­riali.

Gli effetti li abbiamo visti con il Pnrr, che ha intro­dotto nel paese enormi risorse e potenti vin­coli esterni alla poli­tica nazio­nale. Dove il paese aveva capa­cità cen­tra­liz­zata di svi­lup­pare e imple­men­tare pro­getti, come nel caso delle fer­ro­vie o della digi­ta­liz­za­zione, siamo riu­sciti a fare passi avanti signi­fi­ca­tivi sulla spesa pre­vi­sta. Sui capi­toli ter­ri­to­riali della sicu­rezza idro­geo­lo­gica o urbana, i fondi ori­gi­nal­mente stan­ziati – già minimi rispetto al pro­blema – sono stati tagliati. La ragione? La sup­po­sta inca­pa­cità di auto­rità locali di strut­tu­rare ed ese­guire pro­getti nei tempi neces­sari.

La sto­ria di quest’estate di caldo è que­sta, quindi, e var­rebbe la pena ricor­darla anche quando il caldo tor­rido di que­sti mesi sarà sosti­tuito dalle ine­vi­ta­bili allu­vioni autun­nali: il pro­blema è la capa­cità ese­cu­tiva e ammi­ni­stra­tiva delle nostre isti­tu­zioni pub­bli­che. E’ vero, abbiamo pro­vato a rifor­marle in pas­sato, fal­lendo. Ma dovremo ripro­varci, per­ché non farlo signi­fica con­dan­nare il paese a pas­sare il tempo tra ven­ti­la­tori e salotti allu­vio­nati men­tre gli anziani muo­iono e i gio­vani se ne vanno.

Giu­lio Boc­ca­letti

Giu­lio Boc­ca­letti, for­ma­tosi come fisico presso l’uni­ver­sità di Bolo­gna, ha con­se­guito il dot­to­rato in Scienze atmo­sfe­ri­che e ocea­ni­che presso l'uni­ver­sità di Prin­ce­ton. Scrive per Pro­ject Syn­di­cate e per il Foglio. “The Envi­ron­men­tal Repu­blic: Why Citi­zens Will Save the World” (Prin­ce­ton Uni­ver­sity Press), pub­bli­cato nel mag­gio scorso, è il suo ultimo libro.


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