Nel primo caso, si affronterebbero come una sequenza di emergenze, di deviazioni estreme dalla normalità. Questo è ciò che stiamo facendo adesso. Ci dichiariamo sorpresi, ignari, stupefatti. Invochiamo la protezione civile per le alluvioni, perché è emergenza, ignorando che si tratta di emergenze che ormai capitano ogni anno. Nominiamo commissari, per la “straordinarietà” della siccità, come se l’eccezionalità implicasse deroghe a regole che altrimenti funzionerebbero, invece di riconoscere, più semplicemente, regole inadeguate. Siamo in una situazione surreale: un po’ come se gli emiratini si stupissero ogni estate di quanto caldo fa a Dubai, per poi dimenticarsene in inverno.
Il caldo di quest’estate ha sorpreso molti per intensità. Tratteniamo il respiro e speriamo che passi. E’ una follia. Faccio una previsione senza alcuna paura di smentita. Ci saranno estati peggiori nel futuro prossimo. E, adesso che siamo in mezzo alla calura esiccità, vi ricordo pure che le alluvioni del 2023 e 2024 succederanno di nuovo con simile o maggiore intensità. Quello che abbiamo visto finora è la versione più benigna di ciò che ci aspetta. Dobbiamo prepararci.E’ del tutto evidente che il territorio futuro dell’Italia sarà quindi diverso da quello che vediamo oggi, con buona pace di coloro che pensano che il paesaggio sia una cartolina immobile, verso il quale abbiamo solo responsabilità di tutela e non di sviluppo. Il nostropaesaggio non è il Colosseo, e’dinamico. Poco più di cent’anni fa, il territorio italiano aveva un terzo delle foreste che abbiamo oggi e l’agricoltura impiegava 8 milioni di persone invece che le odierne 800.000. Il paesaggio cambia perché cambiano noi, cambia la nostra economia, e perché cambiano le condizioni nelle quali operiamo.
Come sarà fatto, quindi, il paesaggio italiano del futuro? Affrontare il caldo, alluvioni, siccità, richiede interventi fisici sul territorio e sulle nostre città. Investimenti per dotare le abitazioni di aria condizionata, le città di zone verdi che riducano gli impatti del caldo urbano, una mobilità organizzata per gestire una società che deve navigare condizioni difficili, un’infrastruttura idraulica e una gestione del territorio agricolo che sia in grado di accomodare una maggiore variabilità delle piogge, un’agricoltura più resiliente. Tutto questo è in linea di principio fattibile. Il nostro paese non sarà più caldo dell’arizona o della Giordania oggi, più secco del Nevada o con piogge peggiori dei tifoni giapponesi. Il problema è che trasformare un paese abituato a un clima diverso costa. E gli investimenti devono avere un ritorno. Il ritorno per quegli investimenti dovrà venire dalla crescita economica, resa possibile a sua volta dalla trasformazione territoriale.
La frontiera dell’innovazione oggi risiede nell’uso dell’intelligenza artificiale, nell’automazione della produzione industriale, nella trasformazione ad altissimo valore aggiunto che molte aziende italiane già fanno (è la ragione per la quale il paese in questi anni è diventato il quarto esportatore industriale al mondo). Tutto questo quindi deve essere fatto, pensando a quell’economia, che sarà prevalentemente digitalizzata, automatizzata e, punto fondamentale, elettrificata. Il cuore di quell’economia, della sua competitività, è il sistema energetico nazionale, quindi, e da lì bisogna partire.
Pensate alla trasformazione territoriale del secolo scorso. L’industrializzazione italiana fu fatta alimentando le aziende manifatturiere con l’idroelettrico, partendo dalla centrale Bertini della Edison, sull’adda, che fornì energia elettrica alle piccole aziende tessili del milanese. Quell’elettrificazione fu finanziata grazie anche ai contratti municipali–laragioneperlaqualedaoltrecent’anni Milano ha il tram elettrico. Il tram, a sua volta, era usato dai lavoratori di quelle fabbriche, creando un ciclo di crescita virtuoso. Buona parte della trasformazione del territorio nazionale fu quell’esperienza moltiplicata per le tante zoneproduttive italiane, che aggregarono una trasformazione nazionale, facilitata dall’intervento finanziario, progettuale e regolatorio dello stato.
Questo non vuole dire che la Cina non usi petrolio o gas oggi – è il più grande importatore al mondo – ma se stiamo facendo una discussione di strategia–di come ci dobbiamo preparare al futuro–è evidente che le tendenze raccontano una storia di elettrificazione e di progressivo abbandono del fossile.
Dal punto di vista strategico, quindi, questo dovrebbe essere un buon segnale per l’italia, un paese senza combustibili fossili, con un potenziale solare ed eolico significativo, e con impatti climatici sul territorio tra i peggiori di tutti i paesi avanzati e che richiedono investimenti puntuali. Eppure, il paese non è stato per ora in grado di perseguire in maniera efficace la transizione di cui ha evidentemente bisogno.
Mi si dirà che il solare in Italia è cresciuto tantissimo. E’ vero. In un futuro prossimo, aggiungere solare in Italia non aumenterà di un gran che la capacità produttiva perché il problema è dare elettricità quando il sole non c’è. Ma si dovrebbe fare altro. Si può investire nel sistema di stoccaggio, in eolico, on e off-shore. Ma qui il dibattito prende direzioni incomprensibili. Ci distraiamo con discussioni sul costo delle rinnovabili, ma solo coloro che non capiscono come si formano i prezzi nel mercato elettrico pensano che il problema degli alti prezzi dell’energia sia dovuto ad esse. La produzione marginale di elettricità in Italia è ed è sempre stato il gas, ed è il costo di quest’ultimo che sta producendo l’aumento di prezzi del sistema. Il problema non è l’economia delle singole tecnologie rinnovabili, ormai banalmente competitive, ma come trasformare un sistema ottimizzato su un combustibile che importiamo da sessant’anni. Questo è ben chiaro agli esperti del settore ma raramente dibattuto in pubblico. Si continua a confondere una discussione di scelta tecnologica, con una discussione di trasformazione industriale. E’ probabile che il gas continuerà a essere parte del nostro mix tecnologico per svariati anni, ma la questione è come instradarsi verso l’emancipazione. Questa non è una questione solo di produzione, ma di struttura della rete, della distribuzione, di gestione territoriale, di politica tecnologica e di regolazione del mercato.
Un paese che si affida a solare, eolico, idroelettrico, batterie, geotermico e un mix decrescente di gas e, forse, nucleare, avrà un territorio molto diverso da quello attuale, con pale, impianti solari che occupano suolo soggetto a smottamenti e inondazioni, centrali termiche che dipendono da acqua di raffreddamento che potrebbe non esserci, e che alimenta datacenter che competono per l’elettricità con l’aria condizionata degli utenti in affanno. Affrontare il problema energetico è quindi una condizione fondamentale per gestire i cambiamenti territoriali che ci aspettano e un volano di attenzione verso il territorio.
C’è poi la trasformazione fisica del territorio nel suo complesso. Per il calore abbiamo una situazione strutturale di mal adattamento. Le città medievali italiane non si sono evolute per gestire settimane di temperature oltre i 35 gradi centigradi. Le infrastrutture idrauliche che si sono accumulate nei secoli non hanno mai dovuto affrontare la frequenza annuale di precipitazioni come quelle che abbiamo visto negli ultimi anni.
Ormai si moltiplicano le stime di costo che queste continue interruzioni impongono alla normale operatività dell’economia: le stime oscillano tra il 2 e il 7 per cento del pil a seconda degli orizzonti temporaliedellecondizionifuturepreviste.e’facile capire da dove vengono questi costi. Quando è caldo per diverse settimane all’anno, la produttività del lavoro esterno si riduce radicalmente. Quando la logistica è interrotta dagli estremi si perdono giorni di consegna e si deteriora l’infrastruttura dalla quale dipende la produzione durante il resto dell’anno. E’ un freno sull’economia nazionale.
E poi, le grandi tendenze demografiche cambiano le condizioni della popolazione e moltiplicano i costi. Con il paese che invecchia, la vulnerabilità sociale diventa economica. Se le temperature superano i 35 gradi, la mortalità delle persone sopra 65 cresce nell’ordine del 20 per cento, con un impatto significativo sulle strutture ospedaliere già sotto pressione e costi enormi sulla collettività. E’ del tutto evidente che il problema è strutturale e di prim’ordine nella gestione dell’economia del paese. Sipossonofaremoltecose.i“pianicaldo”come quello presentato recentemente a Roma offrono una serie di interventi sensati e necessari, che vanno dalla costituzione di zone verdi, all’adozione di aria condizionata negli edifici pubblici. Ma se il problema è strutturale, le dimensioni della risposta dovranno eccedere ciò che una singola città o amministrazione locale può fare. Se adotteremo livelli americani di aria condizionata, la rete elettrica dovrà affrontare un problema diverso. Se serviranno interventi sistematici sugli edifici, si porranno questioni ineludibili di bilanciamento tra tutela del patrimonio e la preparazione per condizioni che non abbiamo avuto nella storia del paese.
Tutto questo costerà. Le stime variano, ma per l’adattamento dell’economia per com’è oggi, si stimano costi di almeno 10-15 miliardi all’anno. Questo però non tiene conto degli investimenti necessari per trasformare l’economia stessa, condizione necessaria per potersi permettere l’adattamento. Perché se è vero che adattarsi significa risparmiare costi sull’economia futuro, è anche vero che il risparmio non costituisce un pagamento reale che permetta di finanziare gli interventi. Serve valore aggiunto.
Tutto questo richiede una funzione pubblica in grado di pianificare la trasformazione, lavorare con il settore privato e con le autorità locali per sviluppare progetti, lavorare con la commissione e le istituzioni europee per mobilitare finanza, ed eseguire gli interventi per ottenere i risultati. Ed è qui, lontano dai problemi tecnologici e dalle discussioni scientifiche, che la discussione nazionale si dovrebbe concentrare: sulla capacità dello stato amministrativo di spronare il paese in questa transizione.
Può sorprendere che una riflessione sul clima e sul territorio ci porti a parlare di funzione pubblica, ma questo è il grande assente dal dibattito oggi: non c’è soluzione che ci permetta di affrontare quello che ci capiterà nei prossimi anni, le ondate di caldo, la siccità, le alluvioni, che non richieda un radicale miglioramento della capacità dell’amministrazione di ottenere risultati tangibili in tempi prevedibili sul territorio. La nostra architettura istituzionale e il sistema di incentivi che la governa è il problema.
La riforma della pubblica amministrazione è storia decennale. La gestione della cosa pubblica in Italia è sempre stata inseparabile dalla sua naturale territoriale, e infatti la prima grande stagione di trasformazione avvenne contestualmente alla nascita delle regioni a statuto ordinario negli anni Settanta. Lo scrisse Massimo Severo Giannini nel 1979, quando nel rapporto “sui principali problemi dell’amministrazione dello Stato” individuò le difficoltà di uno Stato che non doveva solo esercitare autorità, ma erogare servizi, ridistribuire ricchezza, investire in infrastrutture, su un territorio frammentario.
Lo vediamo oggi. L’autorità di bacino del Po sa bene che la gestione del fiume va pianificato sulla base di un’idea di agricoltura e tessuto produttivo che attraversa svariate regioni. Per i datacenter serve acqua – dove li mettiamo? Dove si favoriscono gli investimenti in automazione e meccanica? Quali produzioni vanno incentivate per aumentare le esportazioni? Quali per la sicurezza alimentare? E se il Po esonda, chi paga per la sua gestione? E se non c’è abbastanza acqua sia per il riso del vercellese che per le pesche della Romagna, che per i datacenter, chi decide chi fa senza? E se il caldo richiede interventi sulla rete e di sacrificare terreni alla produzione elettrica, chi gestisce quei costi? Il problema parte da un piano territoriale, ma nessuna istituzione ha la responsabilità ultima di offrire e implementare risposte a queste domande.
Ci troviamo a valle di decenni di riforme sostanzialmente cieche su questa dimensione. Negli anni 90, la famosa “stagione delle riforme” portò una serie di cambiamenti importanti: le autonomie locali, la riforma Cassese per separare l’indirizzo politico e la gestione amministrativa, la legge Bassanini per il federalismo amministrativo, fino alla riforma costituzionale del Titolo V. Queste riforme sulla carta avrebbero dovuto portare a una funzione pubblica più indipendente da favori politici e più aziendale, con una relazione tra autonomie locali e stato centrale più produttiva. Come spesso capita però l’attuazione contingente creò l’esatto opposto. Un’amministrazione sempre meno capace di affrontare i problemi territoriali e un’architettura sempre più paralizzata dalla confusione sulle responsabilità. La riforma del Titolo V in particolare ha creato temi concorrenti tra stato, regioni e vari enti, moltiplicando il numero di attori che possono bloccare qualsiasi decisione. Ci sono stati tentativi successivi di correggere il tiro. Ma la riforma Brunetta del 2009 che ambiva a una funzione pubblica aziendale e meritocratica fu affondata dalla crisi del debito del 2010 quando Tremonti impose il blocco degli stipendi, e la riforma Madia del 2015 che ambiva a responsabilizzare i dirigenti dello stato fu affossata dalla sconfitta del referendum costituzionale del 2016 che avrebbe dovuto superare il caos creato dalla riforma del Titolo V, vincolo insormontabile alla presa di responsabilità della dirigenza pubblica statale rispetto a decisioni territoriali.
Gli effetti li abbiamo visti con il Pnrr, che ha introdotto nel paese enormi risorse e potenti vincoli esterni alla politica nazionale. Dove il paese aveva capacità centralizzata di sviluppare e implementare progetti, come nel caso delle ferrovie o della digitalizzazione, siamo riusciti a fare passi avanti significativi sulla spesa prevista. Sui capitoli territoriali della sicurezza idrogeologica o urbana, i fondi originalmente stanziati – già minimi rispetto al problema – sono stati tagliati. La ragione? La supposta incapacità di autorità locali di strutturare ed eseguire progetti nei tempi necessari.
La storia di quest’estate di caldo è questa, quindi, e varrebbe la pena ricordarla anche quando il caldo torrido di questi mesi sarà sostituito dalle inevitabili alluvioni autunnali: il problema è la capacità esecutiva e amministrativa delle nostre istituzioni pubbliche. E’ vero, abbiamo provato a riformarle in passato, fallendo. Ma dovremo riprovarci, perché non farlo significa condannare il paese a passare il tempo tra ventilatori e salotti alluvionati mentre gli anziani muoiono e i giovani se ne vanno.
Giulio Boccaletti
Giulio Boccaletti, formatosi come fisico presso l’università di Bologna, ha conseguito il dottorato in Scienze atmosferiche e oceaniche presso l'università di Princeton. Scrive per Project Syndicate e per il Foglio. “The Environmental Republic: Why Citizens Will Save the World” (Princeton University Press), pubblicato nel maggio scorso, è il suo ultimo libro.

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