martedì 18 agosto 2026

Larissa

Giulia Zonca
Larissa Iapichino: "I nostri ori in ogni dove sono una poesia che cambia l'Italia"

La Stampa, 18 agosto 2026

BIRMINGHAM. Larissa Iapichino porta i segni dell’estate azzurra: sulla guancia c’è il baffo di un bacio con rossetto di mamma, l’oro al collo e luccichio negli occhi che resiste dopo la bolgia di medaglie. È un’onda lunga: nuoto, ginnastica, atletica e tennis, si vince da tutte le parti.

Successo nel salto in lungo in Inghilterra, un luogo a lei caro.
«Da bambina ci ho passato le mie estati, neanche tanto lontano da qui, a Derby. C’era la curva Iapichino, tutti i parenti di parte materna presenti. In questo stesso stadio, diversi anni fa sono venuta a tifare Gimbo in un meeting e a Londra ho visto Bolt vincere i 100 metri nella finale olimpica del 2012. In questo Paese ci ho costruito la mia cultura sportiva».

I risultati di questa Italia cambieranno la nostra?
«Me lo auguro. Mai dirò “Bisogna smettere di parlare di calcio”, c’è posto per tutti, ma allo sport bisogna essere educati. Capire il valore delle competizioni, essere consapevoli della condotta da pubblico. A Birmingham abbiamo battuto la Gran Bretagna in casa senza un insulto, solo calore».

È l’era dell’oro?
«Sono anni che resteranno. La prossima generazione potrà riconoscere una impresa sportiva e non si fermerà al tifo becero o a considerazioni legate unicamente al risultato».

Sua sorella Anastasia, più piccola di 7 anni, vede lo sport diversamente da lei?
«È una pigrona, ora va in palestra. Qui si è divertita. Mi ha fatto un cartellone anche se non ho idea di che dicesse: era bianco, non si leggeva nulla. Chissà che si era inventata. Noi siamo entrambe “Gen Z” eppure diverse. Usiamo tantissimo il telefono e per lei è già più naturale. Nella prossima fase gli smarphone potrebbero addirittura essere educativi».

Ci sono paesi che lo proibiscono ai ragazzi.
«Sbagliato. Renderei funzionale l’utilizzo. Le limitazione non portano mai risultati, anzi stimolano la trasgressione».

Tra lei e Sara Curtis c'è una sintonia che dura da un po’ di tempo. Come è nata?
«L’ho conosciuta due anni fa e mi ha colpita, abbiamo trovato una confidenza immediata e ci siamo scambiate esperienze. Lei è matura, vincente. Ora le scrivo, volevo farlo prima, però ogni giorno faceva un risultato più grande e ho aspettato. Ho un bel po’ di cose da dirle».

Sua madre le parlava proprio di Fiona May una delle prime afrodiscendenti in azzurro, come il modello da tenere a mente. Un precedente visto che lei è la prima afroitaliana nella nazionale di nuoto.
«Esistono coincidenze che ci legano ed è bello il viaggio in parallelo, io qui senza record del mondo, ma c’è l’oro in due squadre super».

Nella sua, Diaz ha saltato 18,15 metri nel triplo...
«Una poesia. Non ce n’è più per nessuno. Mi aspetto davvero per lui quel record straordinario che non oso nominare. Io balzo solo in allenamento, è tosta: sembriamo atleti che fanno castelli di sabbia in pedana ma è una disciplina traumatica, il triplo di più. Trovare tutta quell’eleganza mentre rischi ogni volta è da fuoriclasse».

Quale medaglia le ha dato più carica?
«Derkach. Altro oro nel triplo. Un esempio di determinazione e rivalsa. Dopo anni infernali si ripresenta al massimissimo con una decisione impressionante. Da brivido. Con tutta la storia che si porta dietro».

La sua mischia l’Italia alle origini giamaicane e inglesi.
«Per questo vincere il medagliere nel Regno Unito è particolare. Ho urlato come una matta durante la 4x400. Al traguardo, la Gran Bretagna perde e la gente si silenzia, per un attimo si è sentita solo la mia voce ululante. Pazzesco. Mi sono percepita connessa al luogo, a tutte le parti di me. Una bella emozione che mi porterò dietro».

Senza paragoni con sua madre perché lei il titolo europeo non lo ha vinto.
«Le ho detto “Questa è solo mia”. Ha riso. Ripete sempre che vuole essere superata, siamo due donne e anche due atlete che si vogliono bene, i confronti sono affari di altri, a noi non sono mai interessati».

All’Europeo l’abbiamo vista più stabile, serena.
«Un po’ i nervi si sono tirati perché ho in canna più di 7 metri. Anche babbo, che mi allena, me lo dice... Ma da qui usciamo ancora più convinti. Sono maturata tanto. Non mi aspetto che da qui in poi tutto vada bene, ho solo smesso di mettermi pressione. Se ci scopriamo bravi in qualche cosa siamo sempre capaci di metterci un chiletto di aspettative in più».

Ha mandato in pensione l’autosabotatrice di cui ha raccontato spesso?
«Ho smesso di avere paura di chi sono. Temevo di essere troppo, sto talento mi spaventava. Non è per essere smargiassa: voglio solo dare il massimo. A volte non basterà, ma voglio a gara finita poter dire sono stata completamente me stessa».

Chi è lei?
«Una ragazza di 24 anni che ha diritto di scoprirsi e imparare chi è. In pedana più aggressiva e nella vita più dubbiosa. Ne ho fatta di strada, se guardo dietro vedo insoddisfazioni e delusioni. Tutto mi ha portata a essere la donna di oggi».

Finale all’ultimo giorno nel crescere della baraonda, come si è concentrata?
«Sono rimasta solitaria, ho guardato pezzi di arredamento comprabili, ho letto pagine di “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury. Ho evitato i libri per gli studi di legge, meglio non esagerare: ho già dato l’esame di diritto del lavoro poco prima della Diamond League in cui ho fatto il record italiano, a Eugene. Va bene così per un po’».

Se le avessero detto ai tempi della pubblicità della fetta al latte che un giorno avrebbe vinto l’Europeo, come avrebbe reagito?
«Avrei risposto “Faccio davvero atletica?”. Non volevo finire su questa strada, mi ha convinto la magia. A lungo sono stata bastian contraria, dritta nell’opposto di ciò che dicevano i genitori. Testardaggine».

Inno con la mano sul cuore.
«Si, sono stonatissima per cui bassa voce fino che non parte il battimani e poi grido».

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