Paolo Di Stefano
Il gran romanzo dei risvolti
Corriere della Sera, 13 agosto 2026
Si tratta dell’ennesimo risvolto. Di sicuro Salvatore Silvano Nigro ha superato le cento bandelle o alette (si può dire anche così) per i libri di Andrea Camilleri pubblicati da Sellerio. L’ultimo è quello dedicato ai racconti de Le inchieste del commissario Collura. Il suo è un caso non raro ma unico nell’editoria italiana (e non solo), quello di un risvoltista ad personam.a proposito di Nigro, Camilleri parlò di una «sorridente intesa» fondata sul risvolto. Precisando qualcosa di molto interessante per ciò che può rappresentare quel genere di scrittura editoriale: «Lui scrive queste bandelle e io me le leggo. Me le leggo e scopro che lui ha scoperto trame per me che erano invisibili, come una talpa, sotterranei percorsi che io non m’ero accorto d’avere percorso, e mi dico: ma davvero? E poi sta raccontando la storia che ho raccontato io in un modo meraviglioso, che mi diverte assai, e la mia sinceramente non mi pare così divertente come me la sta raccontando lui». La domanda che ogni volta si poneva Camilleri era questa: «Vuoi vedere che il libro è inferiore alla bandella?». Ovviamente era una domanda retorica, ma intanto nel rendere omaggio a Nigro, Camilleri celebrava anche l’importanza di quella che un esperto come Roberto Calasso definiva «un’umile e ardua forma letteraria».
Nigro, che è saggista, filologo, critico, ed è stato professore di letteratura italiana nelle maggiori università, dalla Normale di Pisa a Yale, dalla École normale supérieure di Parigi al Politecnico di Zurigo, fu scelto nel 2001, quando Camilleri aveva difficoltà a farsi recensire. Fu lui a spiegare a Nigro i suoi desiderata: «Dovresti fare dei risvolti che siano una chiave di lettura del libro e abbiano una loro autonomia come se fossero dei racconti critici». Racconti di racconti. Impresa non facile, ma Nigro, da Il re di Girgenti in poi (2001), ci ha preso gusto e da oltre vent’anni non ne sbaglia uno (Camilleri, dopo una doppia lettura in anteprima, li approvava con una breve telefonata: «Bonu iè»).
La bandella, in genere relegata tra i «paratesti» del libro (cioè il suo vestito editoriale), può rasentare l’arte, indubbiamente. Con una camicia di forza che in genere la letteratura non ha: il limite rigoroso dello spazio. Diciamo che le 3 mila battute sono una quota rispettabile che non va superata se non eccezionalmente. E con un obbligo che va quasi da sé: l’elogio, purché pacato. «Lo sforzo — dice Nigro — è molteplice: devi descrivere brevemente il libro, suggerire sottilmente al lettore i buoni motivi per comprarlo, ma avendo una tua autonomia e dando una tua chiave di lettura». Un’impresa che per di più deve nascondere l’enormità dello sforzo. Salvatore Settis ha paragonato i risvolti camilleriani di Nigro a una collezione di farfalle, ammirandone la leggerezza, ma anche l’allusività sottile e la complicità che stabiliscono con il lettore. Quasi un gioco di teatro. Modelli? Sono due quelli di Nigro. Da una parte Italo Calvino che per una vita scrisse come funzionario di Einaudi alette, prefazioni, note, schede, quarte di copertina e/o «soffietti», per usare una parola che da ex giornalista Calvino non disprezzava.
L’altro modello era e rimane Leonardo Sciascia, braccio destro di donna Elvira, il quale per Sellerio ideò, tra l’altro, la collana «La memoria» (in cui sono usciti i romanzi di Camilleri), producendo risvolti e risvolti, raccolti in volume con una prefazione dello stesso Nigro. Tutto si tiene.
«Calvino e Sciascia avevano un occhio clinico che coglieva subito gli aspetti importanti del libro e avevano il dono di raccontarlo con leggerezza: erano scientifici e lievi nello stesso tempo, e in questo si assomigliavano». Nigro ha avuto la fortuna di assistere al lavoro editoriale di Sciascia e lo ricorda bene: «Era notevole, leggeva il libro e senza tanto rifletterci scriveva a mano il risvolto in 5 minuti, di getto: ne venivano fuori dei capolavori». Capolavori innervati di citazioni messe lì con «naturale disinvoltura» e con la «severità di un rigore geometrico». Saggi critici e insieme narrativi, non dissimili da quelli di Calvino. Come diceva Jorge Luis Borges a proposito del prologo, anche la bandella «non è una forma subalterna del brindisi; è una specie collaterale della critica». È sempre Nigro a ricordarlo.
Solo Elio Vittorini si permetteva di utilizzare le alette per esprimere le sue riserve su libri (della collana einaudiana dei «Gettoni») che lui stesso aveva scelto. Vedi «il verismo un po’ facile» di alcune pagine di Anna Maria Ortese o i timori su Beppe Fenoglio a proposito dell’uso naturalistico del dialetto. Dice Nigro: «È un fatto curioso, ma bisogna tener presente che Vittorini pensava ai “Gettoni” in una prospettiva molto personale: la collana aveva la funzione di preparare il passaggio dalla tradizione alla neoavanguardia. Dunque, i risvolti erano piccoli editoriali che dialogavano con il lettore. Anche Il Gattopardo è stato rifiutato perché era un libro che non rientrava nel suo programma: e ha fatto benissimo a escluderlo». A proposito di Vittorini, è stato Alberto Arbasino a ricordare quanto fosse «pieno di esitazioni per i propri risvolti». Aggiungendo con la sua tipica verve ironica: «Li correggeva e li limava, preoccupato come un padre di mandare a spasso una figlia troppo scollata».
Altro tipo curioso, anzi «geniale», lo definisce Nigro, era Calasso, risvoltista egli stesso (di oltre mille bandelle) ed esigentissimo con i suoi editor al punto da chiedere loro di scrivere e riscrivere molte volte i risvolti. Calasso immagina il lettore sfogliare un volume in libreria, lo vede chiedere aiuto al risvolto: «In quel momento sta aprendo — senza saperlo — una busta: quelle poche righe, esterne al testo del libro, sono di fatto una lettera: la lettera a uno sconosciuto». Il suo segreto (di Calasso) era riassunto in un paio di regole. Soprattutto, rendere alla lettera quel che sta scritto (e cioè bandire l’enfasi): «Poche parole efficaci, come quando si presenta un amico a un amico». L’arte della lode richiede un’attenzione particolare agli aggettivi. Lezione andata a buon fine, secondo Nigro: «I risvolti Adelphi sono, ancora oggi, i migliori che ci siano nell’editoria italiana».
Un genere a sé, dove l’arte della lode rischia di tracimare, è quello dell’autorisvolto, che spesso va di pari passo con la scelta autoriale dell’illustrazione di copertina. È stato un altro superesperto in materia, Giuseppe Pontiggia, a mettere in guardia lo scrittore dall’eccesso di autoelogio in posizione bandella: autoelogio che può finire per essere «la fossa che un autore si scava per esservi seppellito da chi non leggerà altro». A parte Sciascia, un altro esempio supremo di autorisvoltista è Giorgio Manganelli, del quale il critico Nigro è in qualche modo «depositario» da tempo, avendo maturato sin da giovane con lui una sorta di «affinità elettiva», curatore di numerose riedizioni adelphiane e oggi alle prese con la sistemazione dell’opera omnia.
Quel che Nigro ha scoperto con meraviglia è che Manganelli scriveva autorisvolti (di enorme eleganza), a volte firmati e a volte no, pensandoli come introduzioni indispensabili per capire il libro. Non come paratesto, ma come testo vero e proprio. Per cui, nel caso di Manganelli, le bandelle originarie andrebbero mantenute nelle ristampe o nelle edizioni successive, essendo non più semplici paratesti ma irrinunciabili bussole interne.
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