Giuseppe Sarcina
Iperpolitica. La stagione del paradosso
Corriere della Sera, 19 luglio 2026
In Alice nel paese delle meraviglie, il Gatto del Cheshire si dissolve lentamente, fino a lasciare, come unica traccia, il suo largo sorriso. È la metafora chiave usata per spiegare la dinamica politica dei nostri giorni dallo storico Anton Jäger, 32 anni, nato a Bruxelles, ricercatore all’University of Oxford. Il suo libro più recente, Hyperpolitics, pubblicato da Verso, sta spopolando nel Regno Unito. A Londra, chi vuole procurarsi una copia cartacea deve aspettare almeno tre giorni. Successo di pubblico e di critica, anche negli Stati Uniti. Il quotidiano britannico «The Guardian» segnala che oggi è il testo «divorato dagli esponenti della sinistra». Per il «New York Times» è «uno dei migliori tentativi per raffigurare il presente di una politica dalle folli stranezze».
In realtà, il primo nucleo risale al 2023, quando lo studioso pubblicò un articolo dal titolo Iperpolitica e altri sintomi sul numero marzo-aprile della rivista belga «De Witte Raaf». Nei mesi successivi, Jäger ampliò il suo lavoro trasformandolo in un breve saggio, pubblicato in Germania da Suhrkamp Verlag, nell’autunno di quello stesso anno. Nel 2024, Mattia Salvia lo tradusse in italiano per la casa editrice romana Nero. Una versione tuttora disponibile (Iperpolitica. Politicizzazione senza politica).
L’accoglienza è stata buona sia in Germania che in Italia. Tuttavia, nel mondo anglosassone, Hyperpolitics è diventato un caso editoriale e culturale. Probabilmente perché — ma è solo un’ipotesi — attinge la maggior parte del materiale storico dalle vicende americane e britanniche.
La tesi centrale si può riassumere agevolmente: più o meno dal 2020 la politica è tornata a catalizzare l’attenzione delle persone nelle democrazie occidentali. Ha occupato i social, cioè gli spazi dove si incrociano pubblico e privato, ma anche, in modo più tradizionale, le strade e le piazze. L’elenco delle «prove» inizia con le manifestazioni antirazziste organizzate negli Stati Uniti da Black Lives Matter per reagire all’uccisione dell’afroamericano George Floyd, da parte della polizia di Minneapolis, nel maggio del 2020. Prosegue con l’assalto dei militanti trumpiani a Capitol Hill, il 6 gennaio 2021. In parallelo, la Rete viene sommersa da teorie cospirative, petizioni, passioni, risse verbali tra schieramenti opposti praticamente su ogni argomento. Non solo Donald Trump, Vladimir Putin, Volodymyr Zelensky, Gaza, Benjamin Netanyahu e, in Italia, Giorgia Meloni, Matteo Salvini, il Movimento 5 Stelle e così via. Ma anche il Covid-19, i vaccini, l’orientamento sessuale, la scuola, la sanità e tutto ciò di cui facciamo esperienza ogni giorno. Con quali risultati? Per Jäger, come si legge nel sottotitolo del libro, siamo di fronte a «un’estrema politicizzazione senza conseguenze politiche». L’autore si chiede: che cosa è rimasto di Black Lives Matter? Oppure delle proteste per il cambiamento climatico? Praticamente nulla. Proprio come il Gatto nato dalla fantasia di Lewis Carroll: quelle manifestazioni così imponenti, quei movimenti così «carichi di senso politico» si sono dissolti, lasciando come traccia solo un grin, un largo sorriso.
Da qui in avanti, inizia l’analisi forse più interessante. Il paradosso di Hyperpolitics — grandi mobilitazioni nelle città e sui social con impatto nullo o trascurabile sulla realtà — è l’approdo di una sequenza complessa. Si parte dell’epoca della «politica di massa», nel «Secolo breve» (1914-1989), secondo la nota definizione dello storico Eric Hobsbawm; poi ecco la «post politica» nei «lunghi anni Novanta» (1989-2008); quindi «l’antipolitica» negli anni Dieci e infine, i nostri giorni, quelli dell’«iperpolitica». L’autore li ripercorre chiamando in causa non solo filosofi, storici e sociologi, ma anche scrittori e altri artisti.
Il periodo tra le due guerre è quello dei movimenti di massa, culminati nel fascismo, nel nazismo e nella militanza comunista. La vita pubblica è dominata dal Partito. Jäger descrive lo scenario citando, tra gli altri, due intellettuali italiani. Nel 1931, in una pagina dei suoi Quaderni dal carcere, Antonio Gramsci paragona il ruolo del Partito a quello del Principe descritto da Niccolò Machiavelli: «Il Principe moderno non può essere un individuo concreto… ma un organismo, un elemento complesso della società… in cui prende forma una volontà collettiva». Le idee, i sentimenti, gli interessi delle diverse classi sociali diventano politica, moralità, fede condivisa. Un modello diffuso soprattutto a sinistra, con il Pcf, il Partito comunista francese e il Pci, l’omologo italiano, elogiato per la sua funzione di «custode della dignità» da Pier Paolo Pasolini. Come è noto, la fine della guerra fredda spazza via questa architettura sociale. Dal 1989, la data simbolo con la caduta del Muro di Berlino, diminuiscono le manifestazioni oceaniche. I partiti faticano a mantenere la presa su ampie fasce della società. Comincia l’epoca della «post politica», da noi passata alle cronache come «riflusso». Lo storico belga riproduce quell’atmosfera affidandosi alle immagini del fotografo tedesco Wolfgang Tillmans, alla scrittrice francese Annie Ernaux (premio Nobel nel 2022) e a un altro celebre romanziere francese, Michel Houellebecq. Una foto di Tillmans, Love (hand in hair), scattata proprio nel 1989, compare sulla copertina di questo breve saggio: mostra il volto di una giovane donna con gli occhi chiusi, in un momento di rapimento, mentre un uomo le passa le dita tra i capelli. Le vicende personali, l’amore, gli affetti, il divertimento prevalgono su tutto il resto. Così come i ricordi, l’intimità familiare raccontati da Ernaux in Gli anni (2008, in Italia pubblicato da L’orma), oppure le esistenze solitarie e tormentate raffigurate da Houellebecq in Le particelle elementari (1998, nel nostro Paese proposto prima da Bompiani, poi da La Nave di Teseo).
Fin qui, in realtà, non c’è molto di nuovo. Jäger, però, aggiunge un’osservazione più originale, che ci consente di interpretare anche gli ultimi eventi politici e di provare a immaginare che cosa ci riserva il futuro prossimo. Nel ripiegamento verso il privato si produce una frattura che non sarà mai più sanata. Le organizzazioni, le istituzioni non formeranno più il nerbo delle comunità. A partire da allora, la società resterà formata da atomi, da individui, capaci di indignarsi, mobilitarsi, ma senza quella capacità di trasformare il sistema politico-istituzionale, come accadeva nel «Secolo breve» grazie alla «politica di massa». È il paradigma fissato dal sociologo americano Robert Putnam in quella che Jäger considera una delle opere fondamentali del primo quarto di secolo: Bowling Alone: the Collapse and the Revival of American Community, uscito nel 2000 per Simon & Schuster (in Italia Capitale sociale e individualismo, il Mulino, 2004).
Putnam sostiene che all’alba del terzo millennio, anche gli uomini e le donne con uno spiccato senso civico abbiano «giocato a bowling da soli», allontanandosi dai partiti, dai sindacati, dalle organizzazioni politiche, dalle chiese. Secondo Jäger, questo fenomeno ha segnato gli ultimi vent’anni, incidendo più a sinistra che a destra dello spettro politico, ideologico e culturale. Le rivolte dell’«antipolitica», innescate dal crack finanziario dei mutui subprime nel 2008 si sono susseguite vorticosamente: da Occupy Wall Street, alle «primavere arabe» nel Nordafrica e in Medio Oriente, fino alle marce contro il cambiamento climatico. Hanno scosso il sistema, ma non l’hanno cambiato in profondità. In fondo, è la conclusione del giovane storico, il «teorema di Putnam» vale anche oggi, immersi come siamo nell’«iperpolitica». I graffi sui media, sui social, per quanto profondi se non addirittura violenti, si limitano a scalfire i rapporti di produzione, l’assetto istituzionale, il funzionamento concreto delle nostre democrazie. Ma non hanno corpo, non hanno sostanza politica per durare.
https://machiave.blogspot.com/2026/07/il-tempo-del-denaro-al-potere.html

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