mercoledì 19 agosto 2026

Iperpolitica, tanta mobilitazione per nulla

Giuseppe Sarcina
Iperpolitica. La stagione del paradosso
Corriere della Sera, 19 luglio 2026

In Alice nel paese delle mera­vi­glie, il Gatto del Che­shire si dis­solve len­ta­mente, fino a lasciare, come unica trac­cia, il suo largo sor­riso. È la meta­fora chiave usata per spie­gare la dina­mica poli­tica dei nostri giorni dallo sto­rico Anton Jäger, 32 anni, nato a Bru­xel­les, ricer­ca­tore all’Uni­ver­sity of Oxford. Il suo libro più recente, Hyper­po­li­tics, pub­bli­cato da Verso, sta spo­po­lando nel Regno Unito. A Lon­dra, chi vuole pro­cu­rarsi una copia car­ta­cea deve aspet­tare almeno tre giorni. Suc­cesso di pub­blico e di cri­tica, anche negli Stati Uniti. Il quo­ti­diano bri­tan­nico «The Guar­dian» segnala che oggi è il testo «divo­rato dagli espo­nenti della sini­stra». Per il «New York Times» è «uno dei migliori ten­ta­tivi per raf­fi­gu­rare il pre­sente di una poli­tica dalle folli stra­nezze».

In realtà, il primo nucleo risale al 2023, quando lo stu­dioso pub­blicò un arti­colo dal titolo Iper­po­li­tica e altri sin­tomi sul numero marzo-aprile della rivi­sta belga «De Witte Raaf». Nei mesi suc­ces­sivi, Jäger ampliò il suo lavoro tra­sfor­man­dolo in un breve sag­gio, pub­bli­cato in Ger­ma­nia da Suhr­kamp Ver­lag, nell’autunno di quello stesso anno. Nel 2024, Mat­tia Sal­via lo tra­dusse in ita­liano per la casa edi­trice romana Nero. Una ver­sione tut­tora dispo­ni­bile (Iper­po­li­tica. Poli­ti­ciz­za­zione senza poli­tica).

L’acco­glienza è stata buona sia in Ger­ma­nia che in Ita­lia. Tut­ta­via, nel mondo anglo­sas­sone, Hyper­po­li­tics è diven­tato un caso edi­to­riale e cul­tu­rale. Pro­ba­bil­mente per­ché — ma è solo un’ipo­tesi — attinge la mag­gior parte del mate­riale sto­rico dalle vicende ame­ri­cane e bri­tan­ni­che.

La tesi cen­trale si può rias­su­mere age­vol­mente: più o meno dal 2020 la poli­tica è tor­nata a cata­liz­zare l’atten­zione delle per­sone nelle demo­cra­zie occi­den­tali. Ha occu­pato i social, cioè gli spazi dove si incro­ciano pub­blico e pri­vato, ma anche, in modo più tra­di­zio­nale, le strade e le piazze. L’elenco delle «prove» ini­zia con le mani­fe­sta­zioni anti­raz­zi­ste orga­niz­zate negli Stati Uniti da Black Lives Mat­ter per rea­gire all’ucci­sione dell’afroa­me­ri­cano George Floyd, da parte della poli­zia di Min­nea­po­lis, nel mag­gio del 2020. Pro­se­gue con l’assalto dei mili­tanti trum­piani a Capi­tol Hill, il 6 gen­naio 2021. In paral­lelo, la Rete viene som­mersa da teo­rie cospi­ra­tive, peti­zioni, pas­sioni, risse ver­bali tra schie­ra­menti oppo­sti pra­ti­ca­mente su ogni argo­mento. Non solo Donald Trump, Vla­di­mir Putin, Volo­dy­myr Zelen­sky, Gaza, Ben­ja­min Neta­nyahu e, in Ita­lia, Gior­gia Meloni, Mat­teo Sal­vini, il Movi­mento 5 Stelle e così via. Ma anche il Covid-19, i vac­cini, l’orien­ta­mento ses­suale, la scuola, la sanità e tutto ciò di cui fac­ciamo espe­rienza ogni giorno. Con quali risul­tati? Per Jäger, come si legge nel sot­to­ti­tolo del libro, siamo di fronte a «un’estrema poli­ti­ciz­za­zione senza con­se­guenze poli­ti­che». L’autore si chiede: che cosa è rima­sto di Black Lives Mat­ter? Oppure delle pro­te­ste per il cam­bia­mento cli­ma­tico? Pra­ti­ca­mente nulla. Pro­prio come il Gatto nato dalla fan­ta­sia di Lewis Car­roll: quelle mani­fe­sta­zioni così impo­nenti, quei movi­menti così «cari­chi di senso poli­tico» si sono dis­solti, lasciando come trac­cia solo un grin, un largo sor­riso.

Da qui in avanti, ini­zia l’ana­lisi forse più inte­res­sante. Il para­dosso di Hyper­po­li­tics — grandi mobi­li­ta­zioni nelle città e sui social con impatto nullo o tra­scu­ra­bile sulla realtà — è l’approdo di una sequenza com­plessa. Si parte dell’epoca della «poli­tica di massa», nel «Secolo breve» (1914-1989), secondo la nota defi­ni­zione dello sto­rico Eric Hob­sbawm; poi ecco la «post poli­tica» nei «lun­ghi anni Novanta» (1989-2008); quindi «l’anti­po­li­tica» negli anni Dieci e infine, i nostri giorni, quelli dell’«iper­po­li­tica». L’autore li riper­corre chia­mando in causa non solo filo­sofi, sto­rici e socio­logi, ma anche scrit­tori e altri arti­sti.

Il periodo tra le due guerre è quello dei movi­menti di massa, cul­mi­nati nel fasci­smo, nel nazi­smo e nella mili­tanza comu­ni­sta. La vita pub­blica è domi­nata dal Par­tito. Jäger descrive lo sce­na­rio citando, tra gli altri, due intel­let­tuali ita­liani. Nel 1931, in una pagina dei suoi Qua­derni dal car­cere, Anto­nio Gram­sci para­gona il ruolo del Par­tito a quello del Prin­cipe descritto da Nic­colò Machia­velli: «Il Prin­cipe moderno non può essere un indi­vi­duo con­creto… ma un orga­ni­smo, un ele­mento com­plesso della società… in cui prende forma una volontà col­let­tiva». Le idee, i sen­ti­menti, gli inte­ressi delle diverse classi sociali diven­tano poli­tica, mora­lità, fede con­di­visa. Un modello dif­fuso soprat­tutto a sini­stra, con il Pcf, il Par­tito comu­ni­sta fran­cese e il Pci, l’omo­logo ita­liano, elo­giato per la sua fun­zione di «custode della dignità» da Pier Paolo Paso­lini. Come è noto, la fine della guerra fredda spazza via que­sta archi­tet­tura sociale. Dal 1989, la data sim­bolo con la caduta del Muro di Ber­lino, dimi­nui­scono le mani­fe­sta­zioni ocea­ni­che. I par­titi fati­cano a man­te­nere la presa su ampie fasce della società. Comin­cia l’epoca della «post poli­tica», da noi pas­sata alle cro­na­che come «riflusso». Lo sto­rico belga ripro­duce quell’atmo­sfera affi­dan­dosi alle imma­gini del foto­grafo tede­sco Wol­fgang Till­mans, alla scrit­trice fran­cese Annie Ernaux (pre­mio Nobel nel 2022) e a un altro cele­bre roman­ziere fran­cese, Michel Houel­le­becq. Una foto di Till­mans, Love (hand in hair), scat­tata pro­prio nel 1989, com­pare sulla coper­tina di que­sto breve sag­gio: mostra il volto di una gio­vane donna con gli occhi chiusi, in un momento di rapi­mento, men­tre un uomo le passa le dita tra i capelli. Le vicende per­so­nali, l’amore, gli affetti, il diver­ti­mento pre­val­gono su tutto il resto. Così come i ricordi, l’inti­mità fami­liare rac­con­tati da Ernaux in Gli anni (2008, in Ita­lia pub­bli­cato da L’orma), oppure le esi­stenze soli­ta­rie e tor­men­tate raf­fi­gu­rate da Houel­le­becq in Le par­ti­celle ele­men­tari (1998, nel nostro Paese pro­po­sto prima da Bom­piani, poi da La Nave di Teseo).

Fin qui, in realtà, non c’è molto di nuovo. Jäger, però, aggiunge un’osser­va­zione più ori­gi­nale, che ci con­sente di inter­pre­tare anche gli ultimi eventi poli­tici e di pro­vare a imma­gi­nare che cosa ci riserva il futuro pros­simo. Nel ripie­ga­mento verso il pri­vato si pro­duce una frat­tura che non sarà mai più sanata. Le orga­niz­za­zioni, le isti­tu­zioni non for­me­ranno più il nerbo delle comu­nità. A par­tire da allora, la società resterà for­mata da atomi, da indi­vi­dui, capaci di indi­gnarsi, mobi­li­tarsi, ma senza quella capa­cità di tra­sfor­mare il sistema poli­tico-isti­tu­zio­nale, come acca­deva nel «Secolo breve» gra­zie alla «poli­tica di massa». È il para­digma fis­sato dal socio­logo ame­ri­cano Robert Put­nam in quella che Jäger con­si­dera una delle opere fon­da­men­tali del primo quarto di secolo: Bow­ling Alone: the Col­lapse and the Revi­val of Ame­ri­can Com­mu­nity, uscito nel 2000 per Simon & Schu­ster (in Ita­lia Capi­tale sociale e indi­vi­dua­li­smo, il Mulino, 2004).

Put­nam sostiene che all’alba del terzo mil­len­nio, anche gli uomini e le donne con uno spic­cato senso civico abbiano «gio­cato a bow­ling da soli», allon­ta­nan­dosi dai par­titi, dai sin­da­cati, dalle orga­niz­za­zioni poli­ti­che, dalle chiese. Secondo Jäger, que­sto feno­meno ha segnato gli ultimi vent’anni, inci­dendo più a sini­stra che a destra dello spet­tro poli­tico, ideo­lo­gico e cul­tu­rale. Le rivolte dell’«anti­po­li­tica», inne­scate dal crack finan­zia­rio dei mutui sub­prime nel 2008 si sono sus­se­guite vor­ti­co­sa­mente: da Occupy Wall Street, alle «pri­ma­vere arabe» nel Nor­da­frica e in Medio Oriente, fino alle marce con­tro il cam­bia­mento cli­ma­tico. Hanno scosso il sistema, ma non l’hanno cam­biato in pro­fon­dità. In fondo, è la con­clu­sione del gio­vane sto­rico, il «teo­rema di Put­nam» vale anche oggi, immersi come siamo nell’«iper­po­li­tica». I graffi sui media, sui social, per quanto pro­fondi se non addi­rit­tura vio­lenti, si limi­tano a scal­fire i rap­porti di pro­du­zione, l’assetto isti­tu­zio­nale, il fun­zio­na­mento con­creto delle nostre demo­cra­zie. Ma non hanno corpo, non hanno sostanza poli­tica per durare.

https://machiave.blogspot.com/2026/07/il-tempo-del-denaro-al-potere.html

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