La visita di Donald Trump in Cina, culminata nel vertice con Xi Jinping nella Grande Sala del popolo, ha prodotto resoconti ufficiali scritti su pianeti diversi. Il comunicato della Casa Bianca si concentra su affari e commercio e mette al centro l’importanza della collaborazione sullo Stretto di Hormuz, che anche la Cina vuole libero e agibile.

Trump ha anche detto a Fox News che Xi «ha accettato di contribuire alla risoluzione della crisi iraniana» e che la Cina «non fornirà armi a Teheran». Il centro del resoconto cinese, invece, è Taiwan, l’isola contesa che gli americani non citano nemmeno. Xi ha detto è la questione «più importante nelle relazioni tra Cina e Stati Uniti», avvertendo che «se sarà gestita male, i due paesi potrebbero scontrarsi o addirittura entrare in conflitto».

Asimmetrie strategiche

È un’asimmetria che racconta molte cose. Trump è arrivato a Pechino dopo un anno e mezzo di millantata superiorità sul competitor globale, con il quale ha ingaggiato una minacciosa escalation retorica e di dazi. La postura aggressiva si è poi progressivamente attenuata, mentre il presidente veniva incalzato su tutti i fronti possibili, e Trump è arrivato infine alla missione più importante con un’agenda dettata dal rivale.

Il presidente, accompagnato dalla corte di oligarchi capitanata da Elon Musk e Tim Cook, ha ottenuto qualche contratto (tra questi l’acquisto di 200 aerei Boeing, come strombazzato dal nostro nell’intervista a Fox) e qualche promessa vaga sull’Iran, ma ha lasciato che il presidente cinese lo ammonisse pubblicamente sull’isola che Pechino considera di sua esclusiva proprietà.

Certo, si tratta di un’inversione clamorosa rispetto alla retorica furente del tycoon nella prima parte del suo secondo mandato. Praticamente la plastica rappresentazione del fallimento della sua strategia globale. L’assalto dei dazi – che a un certo punto nei confronti della Cina arrivavano a percentuali stellari – così come la pretesa che tutto il resto dell’Occidente si sganciasse dall’economia del Dragone e finanche la scriteriata guerra in Medio Oriente: erano mosse pensate per contenere se non fermare l’ascesa cinese. Oggi, invece, assistiamo a un tycoon che si presenta a Pechino con il cappello in mano e che ingoia in silenzio i moniti dell’imperatore cinese.

E ancora. Xi ha evocato la «trappola di Tucidide», il rischio che il confronto tra una potenza emergente e una dominante degeneri in guerra, chiedendo retoricamente se Cina e Stati Uniti possano «superarla e creare un nuovo paradigma». È una formula apparentemente conciliante che contiene un avvertimento: il vero pericolo, suggerisce Xi, non è l’ascesa cinese, ma la reazione americana. Trump ha annuito e ha invitato Xi alla Casa Bianca a settembre. Come nell’ultima visita, nel 2017, Xi ha disposto il massimo sfoggio di fanfare e cortesie, con tanto di ventuno colpi di cannone e banchetto di stato nella sala più prestigiosa.

Trump, «folgorato da una fantastica accoglienza», ha definito Xi «un grande leader», assicurando che le relazioni tra i due paesi saranno «migliori che mai». Xi ha detto che la rinascita della nazione cinese e il “Make America Great Again” possono «procedere mano nella mano». Era difficile capire chi stesse assorbendo chi.

Fino a qualche settimana fa la narrazione trumpiana era completamente diversa, punteggiata di tariffe punitive, guerra commerciale, decoupling tecnologico, superiorità militare da riaffermare nell’area del Pacifico. L’America di Trump avrebbe liberato il paese dalle dipendenze create da decenni di globalizzazione ingenua e scellerata, riportando a casa le catene di approvvigionamento e piegando Pechino alla forza della propria economia.

Invece Trump è arrivato a Pechino nella posizione di chi ha bisogno di accordi per giustificare la de-escalation dei dazi e di copertura cinese sulla crisi iraniana, sponda su cui evidentemente il Dragone gioca molti ruoli. Un report dell’intelligence americana mostra che la Cina fornisce armi al regime di Teheran, facendole transitare attraverso altri paesi per occultarne l’origine.

Secondo la Casa Bianca, Trump e Xi hanno concordato che l’Iran non può avere armi nucleari e Hormuz deve rimanere aperto. Xi ha espresso opposizione alla sua «militarizzazione» e all’ipotesi di un pedaggio per il transito delle navi, tutte questioni su cui i cinesi non hanno fatto riferimenti in pubblico. Ma il segretario di Stato, Marco Rubio, capendo chiaramente che tipo di lettura sarebbe emersa dalla missione, si è affrettato a precisare che Trump «non ha chiesto aiuto alla Cina» sulla crisi iraniana: «Non stiamo chiedendo aiuto. Non abbiamo bisogno del loro aiuto». La smentita è stata così tempestiva e enfatica da suonare come la conferma di ciò che s’intendeva negare.

GENERICHE APERTURE 

Nello schema che emerge la parte americana porta richieste concrete di tipo commerciale e geopolitico, e la parte cinese concede qualche generica apertura, mentre fissa l’agenda strategica. Il «nuovo capitolo» nei rapporti bilaterali di cui parla Xi è, nei fatti, un capitolo scritto in cinese.

Taiwan è il prezzo della distensione e Pechino la cita ampiamente nei suoi resoconti, sapendo che il silenzio americano può valere quanto una concessione. La relazione bilaterale più importante del mondo «dobbiamo farla funzionare e non rovinarla mai, siamo partner e non rivali», ha concluso Xi. Il debolissimo Trump annuiva.