mercoledì 19 ottobre 2016

Come fa Trump a reggere


 
Quello che scrive AM è interessante, però l'idea che uno scandalo non ha mai affossato nessuno è ingannevole. Vedi Di Pietro con la Gabanelli. E poi c'è il logoramento che ha funzionato con Berlusconi e sta dando qualche frutto con Trump. Qualcuno sostiene di non capirci nulla (per così dire). A me sembra invece di intravedere qualche zona di luce. (Giovanni Carpinelli)

Anna Momigliano,  
"E voi lo votereste comunque". Da Trump a Berlusconi, le élite scoprono che non c'è scandalo tanto grande da affossare un politico. Forse perché certe idee sono ancora radicate
Rivista Studio, 17 ottobre 2016

... Per il pubblico italiano, è una sorta di déjà-vu. Abbiamo già assistito a una dinamica simile ai tempi del ventennio berlusconiano, quando il ciclo, a ripetizione pressoché continua, era questo: Silvio che dice o fa qualcosa che appare “al di fuori del consesso civile”, perlomeno dal punto di vista dell’élite, una certa élite che include la stampa liberal e anche qualche conservatore di vecchio stampo orgoglioso dei suoi valori borghesi (tra i casi più noti l’accusa di avere fatto sesso con una minorenne, Noemi Letizia); l’élite s’indigna, lancia campagne (vedi le dieci domande a Silvio Berlusconi di Repubblica), dice che Silvio così s’è squalificato; poi però si scopre che, orrore!, al grande pubblico più di tanto non interessa.
Forse le ragioni di questo scollamento sono da rintracciare nel politicamente corretto, insomma in quel milieu culturale dove certe cose si possono pensare ma non dire: a un certo punto era stato creato un clima in cui non si poteva più dire che palpeggiare una donna senza il suo consenso non è poi così grave, così in molti si sono convinti che la registrazione di un politico che si vantava di una molestia avrebbe segnato la sua caduta, o perlomeno un colpo da cui sarebbe stato difficile rialzarsi. Il fatto che si fosse creato un clima in cui certe cose non si possono dire, però, non significava che molta gente non continuasse a pensarle, come si è visto.
A scanso d’equivoci e a rischio di sembrare un po’ bacchettona, tengo a precisare che non penso affatto che il politicamente corretto sia sbagliato. L’idea, in fondo, non è affatto male: ci sono opinioni ripugnanti, e oggettivamente velenose, che andrebbero estirpate della società; ma visto che le idee non si possono estirpare facilmente, allora come primo passo si crea un clima in cui le persone si vergognano di esprimerle; con la speranza che, a furia di non dire certe cose, con un po’ di fortuna si smetterà anche di pensarle. Il problema è che non sempre funziona. L’America di questi mesi insegna che alcune idee che pensavamo relegate ai margini della società – la misoginia più becera, un razzismo impenitente, persino l’antisemitismo – sono in realtà più radicate di quanto non si pensasse: semplicemente, erano tenute in privato, pronte a riemergere con poco preavviso sotto l’ombrello del trumpismo e dell’Alt-right. Ci eravamo illusi che delle molestie sbandierate sarebbero state un punto di non ritorno, e avevamo torto. Ci eravamo illusi che un tizio con un maglione rosso avrebbe potuto dimostrare che c’è ancora un mainstream dignitoso, e avevamo torto. Se c’è una cosa che abbiamo capito di queste elezioni, è che non abbiamo capito un cazzo.