venerdì 21 ottobre 2016

I tempi moderni di Bob Dylan



Giulio Sapelli

“Città irreale
Sotto la fosca nebbia d’ un’alba d’ inverno
Una folla straboccava sul London Bridge, tanta
Ch’io non credevo che morte tanta ne avesse disfatta”.

Ascoltando l’album di Bob Dylan, "Modern Times" (2006), vengono alla mente i versi del più grande - con Pound - poeta del Novecento: il T.S.Eliot de La sepoltura dei morti che apre la straziante canzone de La terra desolata. Senonchè Bob Dylan non canta l’ angoscia della borghesia londinese dove “le donne parlano di Michelangelo” e con esse dell’ occaso dell’ umanità che ha fondato la civiltà occidentale. No. Bob Dylan, in questa sua opera che è un insieme di canzoni che ricordano i Salmi, le melodie dell’ ebraismo e del cristianesimo più intimamente vissuto, canta la vita e la desolazione della classe operaia nord americana con una prospettiva universale che non pensavo di poter ancora ritrovare. E’ vero, come ha detto Lui stesso, questo insieme di composizioni salmodiate sulla scorta di una raffinatissima serie di citazioni del repertorio folk nord americano sconosciuto ai più, travolge tutta la sua precedente opera e la rifonda completamente. E qui c’ è una capacità di rinnovamento artistico veramente rara. Ed è oltremodo significativo che tale rinnovamento avvenga nella Terra del silenzio, ossia avendo -come “Città irreale/Sotto la fosca nebbia d’ un’alba d’ inverno/Una folla straboccava- come oggetto quella classe operaia che è scomparsa dalle scienze sociali e dall’ immaginario collettivo.
Dylan ci dà una grande lezione di realismo e di coraggio morale. Come lo fa? Con un continuo ascendere verso la meditazione religiosa e il mescolare tale meditazione con la quotidianità più prosaica, come era appunto proprio di T. S. Eliot. Certo il paragone sembra improprio, quasi sacrilego per gli anglisti. Mi si perdoni. Ma viviamo in tempi difficili, dove dopo La terra desolata non c’è che il deserto cognitivo del nuovo che avanza. L’ arte precede la scienza. E in questo deserto si alza la voce e la musica di Bob Dylan per ricordare coloro che esistono ma sono invisibili: gli operai. Dylan sfida l’ industria culturale con i suoi testi- più che con la Sua musica- che sono una vera pietra miliare della poesia nord americana. Si inizia con Tuono sulla montagna: ”Mi alzerò domani mattina per percorrere questa difficile strada/ Un bel giorno sarò a fianco del mio re” e questo re è un Re escatologico che riscatta dalla fatica e dal sudore, che riscatta dal mondo gonfio di cupidigia.
Il blues del lavoratore è la acme di questo canto. Dylan ci racconta degli strumenti del lavoro che sono su una mensola sacrificale: “Mentre sento le rotaie d’ acciaio vibrare/ (…) e me ne sto qui, seduto, cercando di impedire che la fame / mi insinui nelle budella/(…) Seminerò e raccoglierò quello che la terra offrirà/ il martello è sulla tavola, il forcone è sulla mensola/”. Ma ecco che solo la fede- non il socialismo, che del resto negli USA non è mai esistito se non nelle università salvo pochi anni tra otto e novecento- solo la fede e l’ amore può riscattare un lavoro che pare perduto per sempre per ciò che può dire alla liberazione dell’ uomo: ”Per l’ amor di Dio , dovresti aver pietà di me”.
Così finisce Il blues del lavoratore. Nessuna concessione alla retorica, nessuna vulgata consolatoria: solo un intreccio tra il sacro-la speranza in un Dio che può salvare purchè si riveli- e una realtà industriale e capitalistica dinanzi alla quale si è disarmati. Perché il potere contro cui l’ operaio si confronta è troppo forte: ”Il potere d’ acquisto del proletariato è andato a fondo/ I luoghi che amavo sono un dolce ricordo/E’ il nuovo sentiero che abbiamo percorso/ Dicono che i salari bassi / sono una realtà / se vogliamo competere con l’ estero”. Più chiaro di così…
Ma c’ è anche l’ invettiva, come c’è la protesta contro la guerra (ricordo che l’ AFL-CIO, il sindacato nord americano, il 22 febbraio 2004 ha condannato la guerra in IRAK ed è la prima volta che un evento di tal fatta, mai ricordato da nessuno, succede negli USA): “Vergognati della tua avidità, vergognati dei tuoi piani malvagi”, quei piani contro cui ogni giorno il lavoro operaio di confronta. Sì, perché mentre l’ accumulazione e i profitti crescono, Bob ci ricorda, in Quando verrà il turno che un lavoro senza senso, senza significato, non è altro che un continuo sentirsi estraniato dalla vita stessa: ”Viviamo e moriamo, il perché non sappiamo/ ma io sarò con te quando verrà il turno”. E’ una metafisica della vita operaia: il turno diviene il turno del lavoro e insieme il turno della vita e del morire e solo la “celeste visione” che appare a chi lavora come una chimera può riscattare da una quotidianità ossessivamente subita. La celeste visione è anche la visione di un amore a cui si offre il meglio del creato: ”Ho colto la rosa e l’ho messa tra i miei vestiti/….In questo terreno dominio mai mi vedrai ostile, di dolore e delusione pieno/ mai mi vedrai ostile/ Ti debbo il mio cuore, ed è una verità sincera/ed io sarò con te quando verrà il turno/”.
E’ una classe operaia disperata ma piena e gonfia di amore, quella di Dylan, che trova il senso non più nel lavoro ma nelle gioie imperfette e brevi di una vita strappata come l’attimo fuggente alla reificazione e all’alienazione. In questo c’è molto di ebraico e e di escatologico, quasi come se la vita della sofferenza fosse un testo “sotto” il quale, nell’ interpretazione del quale, si può ritrovare la salvezza e la speranza: ”Oltre l’ orizzonte azzurri sono i cieli/ e io ho più del tempo di una vita per amarti”: così termina quella bellissima canzone che è “Oltre l’orizzonte“ e che costituisce forse la secreta speranza che, come una lingua di fuoco salvifico, sottile come un’ anima sperduta, circola per tutto questo Suo cantare: ”Io non parlo, ecco il segno della salvezza”…”Nel mistico giardino stanotte sono uscito/…Non parlo, soltanto cammino/ attraverso questo stanco mondo di dolore…La preghiera, dicono, ha il potere di guarire” e se è solo la preghiera a salvare l’operaio che dubita ogni giorno di avere il suo salario questo è perché: ”L’ intero mondo è colmo di speculazione/…Mangio grasso di maiale in una città di maiali/ Brucia il cuore, ancora si strugge/…Ma io sfrutterò l’ ultima ora che mi resta.”
Non parlo è un inno a una rivolta anarchica che è l’ attesa di un Messia che Dylan sa che non può più venire e che si concede a Lui con i simboli e i riti che ritroviamo in tutte le sue canzoni di questo album, che parla sì della classe operaia, ma anche della perdita e del riscatto del sacro, della secolarizzazione e insieme, attraverso l’amore, della lotta per ridare dignità a chi lavora.
In Spirito sull’acqua, che sin dal titolo richiama la Genesi (“In principio Dio creò il cielo e la terra…e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque”) l’ intreccio di un dramma personale - un assassinio, un dolore che è rimorso e peccato - s’ intreccia con il pensiero per la donna amata: “Continuo a pensare a te tesoro/ mi risulta difficile dormire/”. E questo amore diventa la comprensione di quanto possa essere e sia ricca di sentimenti, di passione, la vita dei poveri, dei lavoratori, di tutti coloro che sono occupati ma che sono poveri e debbono pensare ogni giorno a sbarcare il lunario ma non per questo rinunciano a essere una testimonianza della Rivelazione, con i loro sentimenti e le loro integre e pure passioni. Ecco: la canzone salmodiante - nella straordinaria modernità della sua musica che fa i conti con il folck e il rock continuamente - trova qui una potenza evocativa straordinaria che, oltre alla poesia, come ogni vera poesia, ha una capacità comprensiva dell’essere molto più profonda di intere biblioteche di sociologia o di economia del lavoro. Fuori da ogni retorica qui si sente il canto straziante - teleologico e quotidiano insieme - della vita operaia, tra innamoramenti, sbronze, fatiche metallurgiche e precarie. Ma da ogni dove può venire la forza del tuono che scuote la terra e porta la speranza. E’ la più bella ode alla condizione operaia come vita vissuta mai scritta da molti anni a questa parte.